Ennio Flaiano / Andava al cinema per sgranchirsi l’immaginazione
Il volume appena pubblicato da Adelphi sotto la cura di Anna Longoni non è il
primo né il più completo dedicato alle recensioni cinematografiche, apparse su
numerosi periodici specialistici e no, di Ennio Flaiano (1910-1972). Una
produzione ingente e importante per lo scrittore pescarese, che lo accompagnò
fin dall’inizio, lungo tutta la prima parte della sua carriera letteraria finchè
non passò dall’altra parte e invece di scrivere di cinema, scrisse cinema. Già
esistevano varie raccolte come Lettere d’amore al Cinema (Rizzoli, 1978) e Nuove
lettere d’amore al cinema (Rizzoli, 1990) oppure Un film alla settimana. 55
critiche da “Cine illustrato” 1939-1940 (Bulzoni, 1988) e Ombre fatte a macchina
(Bompiani, 1997), decisamente più corpose e onnicomprensive su una massa di
testi consistente ma indiscriminata, comprendente quindi recensioni dedicate
anche a film dimenticati e irrilevanti o talvolta più routinarie e meno
ispirate: a differenza di quelle precedenti, la silloge selezionata da Longoni è
invece concisa e orientata. Si tratta di identificare un preciso percorso, una
traiettoria che implica la metamorfosi da spettatore in autore, o, forse meglio
ancora, da (già) autore passivo a osservatore partecipante, più banalmente, da
critico a sceneggiatore.
Un percorso che si delinea già fin dalle prime collaborazioni del 1939-1942
segnato da un anticonformismo che svela un neanche troppo larvato sarcasmo nei
confronti del cinema di regime, dei telefoni bianchi, e di una comicità che
presuppone “di regola, un pubblico eccessivamente tardo di comprendonio”; che
nel dopoguerra intuisce presto e denuncia già nel ’48 l’involuzione in maniera
del neorealismo e il riaffermarsi di un altro regime, quello democristiano,
fatto di moralisti spaventati dalla sincerità, in cui saremo costretti “daccapo
a riprendere la strada del barocco, la strada dei difetti nazionali”. Così
difende Ossessione, esordio di Visconti, dalle accuse di pornografia perché “la
pornografia più pericolosa, anzi l’unica pericolosa, è quella sentimentale: cioè
la pornografia rosa – non saprei chiamarla altrimenti – che rappresenta la vita
come un sogno agevole e ineffabile, sogno che appare tanto più falso se si hanno
cuore e occhi per guardarsi intorno a meditare la realtà”, ed esalta In nome
della legge di Germi che evita le secche di un neorealismo che divora sé stesso,
o finisce nell’accademia, o peggio, cede le armi agli immancabili parnassiani
della reazione lirica, ma invece “Segna la fine del dopoguerra, tronca ogni
possibilità di ritorno allo schermo di protagonisti sfiduciati e letterari,
vittime che abbiamo visto soffrire e mai trionfare nemmeno delle proprie
debolezze”.
Considera un capolavoro Stromboli di Rossellini, “spietato nella sua semplicità,
senza personaggi che chiedono la nostra simpatia”, con una protagonista che è la
pronipotina di Emma Bovary e lo scenario di un’isola che infligge un grave colpo
alla “consuetudine cinematografica che vuole le isole create appunto per la
libertà morale e sessuale dei protagonisti oppressi. La Polinesia, governata dai
registi della M.G.M. insegni”; ma stronca La terra trema di Visconti in cui la
tragedia verghiana dei Malavoglia si riduce a una vertenza quasi sindacale, in
cui “si crede di assistere ad un balletto, non ad un dramma e che prova come gli
argomenti politici possono arricchire un’opera d’arte soltanto se assorbiti e
trasformati poeticamente, senza di che si resta nella polemica, nel pamphlet o
in quell’arte di partito che chiede agli iscritti più rinuncia e abnegazione che
giudizio critico”. Le stroncature eccellenti procedono con Napoli milionaria di
Eduardo De Filippo in cui “l’autore arriva a conclusioni bonarie, tinte di
quella filosofia da artigiani o da scompartimento di terza classe che fa il
mondo diviso in buoni e cattivi e che si appella al qualunquismo degli uomini
per risolvere tutti i problemi, comprese le guerre e le sconfitte”, un film
dialettale dove il “cuore finisce sempre per avere la meglio sugli altri
visceri”; e Francesco, giullare di Dio di Rossellini, una “agiografia che scade
a volte nella rappresentazione parrocchiale” in cui i veri frati presi da un
convento e messi davanti alla macchina da presa sembrano “più in un campeggio
che in un eremo, più boy-scouts che penitenti” in candida e sublime stolidità, e
perfino Miracolo a Milano di De Sica il cui parziale fallimento Flaiano imputa
soprattutto al testo di Zavattini, infatti “Gli sciuscià, i ladri di biciclette
ci interessano perché sono nostri fratelli […] i poveri che vediamo in questo
film non ci commuovono se non quando si mettono nei nostri panni. La differenza
è tutta qui: che i poveri di Zavattini hanno superato la sconfitta e si
raccontano storielle a vicenda, quelli di De Sica soffrono sotto il peso di
un’incomprensione, anelano ad una società le cui leggi sono scritte nel loro
cuore”. Non manca nemmeno una menzione non negativa ma neanche entusiastica –
gli si applica la definizione di antiromanzo – di Luci del varietà, esordio di
Fellini, in coregia con Lattuada, alla cui sceneggiatura ha partecipato, non
accreditato, lui stesso.
Non miglior sorte viene riservata al cinema americano o a quello francese:
Flaiano esalta il pessimismo di Jean Renoir in La grande illusion e La bete
humaine, “molto influenzate da letterarie convinzioni”, come Ombre rosse di John
Ford “in cui l’ombra di de Maupassant si sposa con quella di un Murnau”, ma
stronca l’Anna Karenina di Julien Duvivier, perchè al cinema “il riduttore,
messo di fronte ad uno schema, è costretto a rivestirlo; mentre dategli un
romanzo, e il suo compito si limiterà a ridurre in schema un’opera
letterariamente vitale, spogliandola”, e analogamente ridimensiona il René Clair
de Il silenzio è d’oro, che dopo l’esperienza surrealista del primo dopoguerra
realizza un film dove “tutto quadra, le trovate ritornano implacabilmente e il
balletto diventa, ad un certo punto, meccanico, non più spinto dal libero estro
che animava Á nous la liberté o Le million”; infine ironizza su Via col vento,
“Noi apparteniamo a quei pochi fortunati che non hanno avuto occasione di
leggere Via col vento e siamo certi, dopo aver visto il film che ne è stato
fatto, che nessuna forza umana potrà obbligarci a leggerlo”: “Il film dura
quattro ore ed è un film fiume, poco adatto alla navigazione. Forse non si
tratta nemmeno di un film, ma di un bazar, di un’enciclopedia, di una biblioteca
circolante”.
Loda Il terzo uomo di Carol Reed ma strapazza il povero Orson Welles, da poco
espatriato a Roma e reduce dal fallimentare Cagliostro di Gregory Ratoff
(Flaiano cita con certa ammirazione l’arguta risposta del regista a quanti gli
rinfacciavano le ridicole incongruenze e anacronismi storici della trama: le
persone in grado di accorgersene non sarebbero certo andate a vedere il suo
film): “Orson Welles dimostra una particolare predilezione per le grosse parti:
ha interpretato Macbeth, facendone un capolavoro di umorismo involontario, si
appresta a interpretare Otello e non possiamo escludere che arriverà a Enrico
VIII, a Quasimodo, al dottor Mabuse. Poiché i suoi personaggi appartengono a
quella categoria che mangia il pollo con le mani non per maleducazione, ma per
eccesso di carattere, per prepotenza di immaginazione e di volontà! Proprio il
genere di personaggi che riescono ad annoiarci”. Più tardi correggerà la mira su
Welles riconoscendo che il suo Macbeth, come l’Amleto di Laurence Olivier, non è
teatro filmato ma autentico cinema: “Una delle qualità, forse la maggiore, di
Orson Welles regista, è quella che negli studi si chiama saper muovere la
macchina […] C’è un compiacimento di stregoneria. […] Nella galleria dei volti
che oggi può offrire il cinema per un Macbeth, il volto di Orson Welles è certo
il più fedele, il più responsabile”.
Il film preferito resta comunque Viale del tramonto di Billy Wilder segnato
dall’ “asprezza dell’azione, quel marciare verso la tragedia senza sfiorare il
melodramma. Mai un tentativo di adattarsi al gusto corrente, al dolorismo, al
sentimentalismo cinematografico”; ed è proclamato il culto per Charlie Chaplin,
il cui Charlot paragona genialmente al Candido di Voltaire, “Ma mentre Candido è
un ottimista dimostrativo, in malafede, il dono della sua responsabilità poetica
salva Charlot dalle tristezze della polemica”. Una rivendicazione della
grandezza del clown, confermata dall’ammirazione per i Fratelli Marx: una
comicità che viene dal circo, universale, basata sul ritmo, sull’invenzione,
sull’interpretazione della realtà sul piano del sogno, e quindi remota dalla
comicità italiana, che viene dal teatro di varietà, basata sulla macchietta,
sull’imitazione dialettale, sull’improvvisazione e spesso la volgarità. Per
questo i Marx non hanno successo da noi e perfino lo stesso Charlot dovrà
confrontarsi con la sua fine nel vecchio pagliaccio di Limelight. In linea col
suo antisentimentalismo programmatico comunque, per Flaiano il film migliore di
Chaplin resta Monsieur Verdoux.
Interessante confrontare le due sezioni iniziali della raccolta, le recensioni
del 1939-1948 e quelle del 1949-1951, con la più breve terza che contiene gli
ultimi testi del 1967-1970, pezzi d’occasione in cui un Flaiano ormai da decenni
non più critico ma sceneggiatore, delinea con affetto la figura di Totò quasi
facendo ammenda di una giovanile recensione, piuttosto negativa, del 1939 al suo
secondo film Animali pazzi di Bragaglia, in cui ne aveva perfino storpiato il
nome chiamandolo Antonio de Cupis; commenta con cosmica profondità 2001 Odissea
nello spazio di Kubrick; e nel pezzo finale sbeffeggia la – ciclica, sistemica e
per molti aspetti meritata – crisi del cinema (da cui il titolo del libro:
Chiuso per noia). A percorso concluso il leitmotiv della selezione e la tesi
della curatrice del volume, Anna Longoni, ben evidenziata nella sua postfazione,
emergono molto chiare e risolte: nei gusti, nelle scelte, nelle idiosincrasie
del critico, giovane e meno giovane, si esprimono e si affinano in itinere la
visione e la poetica dell’autore, l’autonomia e l’intransigenza in fieri dello
scrittore di cinema, dello sceneggiatore che perennemente si scontrerà con il
regista, affermando e rivendicando la propria importanza, reclamando un
determinante contributo alla creazione, fosse pure quella dei Vitelloni e di
Cabiria con l’amato/odiato amico-nemico Federico Fellini.
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