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Ceuta: militarizzazione, violenza razzista e repressione della solidarietà
GIULIA INGALLINA E NO NAME KITCHEN 1 Nell’enclave spagnola nordafricana di Ceuta, la violenza contro le persone in movimento ha conosciuto nelle ultime settimane una nuova e violenta escalation. Il 27 agosto 2026, gruppi composti da abitanti di Ceuta e da persone provenienti dalla penisola, riconducibili in molti casi ad ambienti di estrema destra, hanno intrapreso un’azione diretta e violenta contro le persone migranti presenti in città. Nel pomeriggio, il gruppo organizzato in corteo ha impedito l’ingresso di un camion della Croce Rossa sulla spiaggia di Trampolín, che trasportava cibo destinato alle persone in movimento, ostacolando così l’arrivo di beni di prima necessità. Successivamente, i manifestanti si sono diretti verso Playa Benítez, dove hanno distrutto i ripari di fortuna che le persone avevano costruito autonomamente, come forma di risposta dal basso alla mancanza di un sistema di accoglienza in grado di garantire loro un luogo in cui dormire e proteggersi. Gli accampamenti sono stati presi a calci e smantellati con la forza; sono stati incendiati due ombrelloni e, progressivamente, le fiamme sono state alimentate anche con gli effetti personali delle persone, che venivano deliberatamente gettati nel fuoco o in mare dalla folla manifestante, mentre i loro proprietari erano costretti a scappare per sottrarsi alle aggressioni. Nel frattempo, le forze di polizia osservavano la situazione e, in ogni occasione possibile, colpivano con i manganelli le persone che cercavano di allontanarsi. Tutte le fotografie sono state scattate sul campo principalmente dall’autrice e, alcune, da altri volontari di No Name Kitchen e Border Resistance. Sono rappresentative degli eventi descritti e della militarizzazione della città I manifestanti sono entrati nell’area portando una grande bandiera spagnola e gridando «Ceuta no se vende, Ceuta se defiende», «Invasores, expulsión» e altri slogan contro le persone in movimento presenti in città, come «Ceuta lucha», «Ceuta combatte». In questa rappresentazione la città viene costruita come un corpo da difendere e le persone migranti come il nemico da espellere, ed è proprio questa costruzione del nemico a dover essere interrogata. Le persone che in questi giorni dormono sulle coste di Ceuta, spesso senza un riparo, senza accesso stabile al cibo, all’acqua e alle cure, non sono la causa della situazione in cui si trovano né possono essere considerate il nemico contro cui una città dovrebbe combattere. Sono invece inserite in un sistema di frontiere, accordi geo-politici e dispositivi di controllo che ha progressivamente spostato il costo umano della gestione della mobilità. Il nemico è allora un sistema politico che utilizza la migrazione come strumento di pressione e come terreno di conflitto, trasformando le persone in pedine: presentandole come criminali mentre le rende vittime, sfruttando e alimentando il razzismo come arma. Ceuta non può essere intesa soltanto come il luogo in cui, alla fine di luglio, migliaia di persone hanno cercato di entrare nel territorio spagnolo. È un punto dentro un sistema di frontiere molto più ampio, in cui l’Unione europea ha progressivamente spostato verso i Paesi di transito parte del controllo delle persone che cercano di raggiungerne il territorio. Questa esternalizzazione della frontiera ha una dimensione storica, politica ed economica. Secondo la Commissione europea, nell’ambito del sostegno alla migrazione in Marocco, 179 milioni di euro – il 77% dei fondi allora considerati – sono stati destinati alla gestione integrata delle frontiere. Nel 2022 sono stati inoltre destinati al Marocco altri 150 milioni di euro, attraverso un programma quadriennale di sostegno di bilancio finalizzato anche al rafforzamento della cooperazione in materia migratoria. La frontiera, dunque, non è soltanto un muro, una recinzione o una linea sulla carta. È un insieme di finanziamenti, accordi, pattugliamenti, controlli, procedure e dispositivi che producono effetti concreti sui corpi. Diventa allora difficile non interrogarsi sulla costruzione del «nemico»: le persone in movimento vengono presentate come la causa dell’insicurezza, mentre un sistema di controllo che opera dall’alto continua a determinarne concretamente condizioni di esclusione e vulnerabilità. Eppure, è proprio attraverso questa narrazione distorta che la propaganda attecchisce e alimenta manifestazioni razziste come quella avvenuta il 27 agosto sulle spiagge di Ceuta. Quanto accaduto non può essere ridotto a una semplice protesta. Quando una folla individua le persone sulla base della loro origine, le insegue, cerca di allontanarle con la forza, distrugge i luoghi in cui dormono e tenta di impedire loro di ricevere cibo e assistenza, non si può parlare semplicemente di una manifestazione di disagio. Ciò a cui si assiste è una forma di violenza razzista organizzata: una pratica profondamente politica, che individua un gruppo come corpo estraneo e ne rivendica l’allontanamento dallo spazio urbano, secondo una logica che ha storicamente accompagnato il fascismo. I fatti si inseriscono, dunque, in un quadro di condotte che, oltre a essere socialmente e umanamente condannabili, possono assumere rilevanza anche sul piano penale. L’articolo 510 del Codice penale spagnolo prevede specifiche fattispecie relative alla promozione o all’incitamento pubblico, diretto o indiretto, all’odio, all’ostilità, alla discriminazione o alla violenza nei confronti di persone o gruppi per motivi, tra gli altri, razzisti o legati all’appartenenza a un’etnia nonché all’origine nazionale. Inseguimenti, aggressioni, distruzioni e intimidazioni non possono essere giustificate attraverso il ricorso a parole come «insicurezza» o «disagio di vicinato». Nessuna di queste categorie può trasformare la violenza contro un gruppo di persone in una pratica legittima. Eppure, ciò a cui stiamo assistendo in questi giorni è un’escalation nella quale la violenza viene progressivamente normalizzata e la presenza stessa delle persone migranti nello spazio urbano viene trattata come un problema da eliminare. In questo senso, quanto accaduto a Playa Benítez il 27 agosto non può essere considerato un episodio isolato, ma si colloca nel continuum di una violenza che da settimane attraversa la città: una violenza che intimidisce e colpisce persone già esposte a condizioni di estrema vulnerabilità, negando loro non solo la possibilità di abitare lo spazio urbano, ma la stessa legittimità di essere presenti, di essere riconosciute come persone. > A Ceuta, la violenza non è un’eccezione: è parte del modo in cui il confine > viene esercitato. Screenshot UN’ESCALATION DI VIOLENZA: TESTIMONIANZE DEGLI ABUSI DI MILITARI, POLIZIA E GUARDIA CIVIL Nelle ultime tre settimane, la situazione a Ceuta è diventata progressivamente più tesa. La città è militarizzata: corpi di polizia e dell’esercito sono ovunque, fermano le persone per strada, le perquisiscono, minacciano, feriscono e spesso rubano i loro averi. Le ronde attraversano continuamente le vie della città, in una presenza che è già di per sé intimidatoria ma che tuttavia non li limita al ricorrere ad ulteriore violenza. Una capillare presenza poliziesca che non produce sicurezza ma paura, negando gli spazi urbani e restringendo progressivamente le possibilità di movimento e di vita delle persone in movimento, costrette sempre di più a nascondersi e scappare. Gli Harragas 2 vengono picchiati quotidianamente, potenzialmente in ogni momento della giornata, dalla polizia, dai militari e dalla Guardia Civil. Molte testimonianze riguardano aggressioni avvenute durante la notte, mentre le persone dormivano sulle spiagge: gli agenti arrivano, le svegliano con i manganelli e le costringono ad allontanarsi. I racconti restituiscono un elemento ricorrente, la violenza non sembra essere utilizzata per impedire un comportamento specifico, ma come strumento attraverso cui rendere materialmente impossibile la permanenza delle persone nello spazio pubblico. Il 22 agosto, intorno alle sei del mattino, è arrivata la segnalazione che alcuni militari si sono accaniti sulle persone che dormivano a Benzu Beach. Quando il gruppo di volontari è arrivato sul posto, i militari si erano già allontanati. I presenti hanno raccontato di essere state aggredite mentre dormivano, le ferite erano evidenti sui loro corpi, i manganelli impressi sulla carne. «Noi non stavamo facendo niente, stavamo dormendo pacificamente. I soldati sono passati di fianco a noi, ci hanno circondato da tutti i lati. Quattro o cinque di loro si sono avvicinati ancora, hanno iniziato a picchiarci con i manganelli, noi abbiamo cominciato a correre via». Testimonianze raccolte e pubblicate dell’associazione No Name Kitchen Dopo meno di mezz’ora, le persone migranti presenti sulla spiaggia hanno richiamato i volontari: poco dopo che questi si erano allontanati, infatti, i militari erano tornati e avevano ricominciato a usare la violenza contro di loro. Poi i militari sono tornati una terza volta. A quel punto, però, i volontari si erano stanziati all’ingresso della spiaggia e avevano iniziato a videoregistrare ciò che accadeva. Quando si sono accorti di essere ripresi, gli agenti hanno attraversato il gruppo senza intervenire, limitandosi a chiedere, con apparente normalità e in maniera quasi ridicola, se «andasse tutto bene». La presenza di volontari, giornalisti e telecamere sembra, in alcuni casi essere in grado di attenuare il comportamento delle forze armate. «I militari abusano e ci umiliano, se ti trovano ti picchiano. Quando la stampa è presente non ci picchiano, si trattengono un po’». Così, l’uso della forza sembra diminuire quando diventa visibile: la documentazione può diventare una forma di difesa; ma la telecamera non elimina la violenza, la rende soltanto più rischiosa per chi la esercita. La presenza di osservatori esterni può quindi costituire, in determinati contesti, una forma di protezione e un deterrente per chi pensa di poter esercitare il proprio potere sugli altri senza conseguenze. Ma ciò che la telecamera non riesce a registrare continua ad accadere. > Una violenza che rimane invisibile nel gesto, ma si iscrive sui corpi delle > persone e riemerge dai loro racconti. Quotidianamente si incontrano uomini, donne e soprattutto minori, che raccontano di essere state picchiate, inseguite o private dei propri beni; chiedono aiuto per disinfettare le ferite sui loro corpi: lividi, tagli, segni dei proiettili di gomma che hanno bucato la carne. Telefoni rotti o sottratti, denaro e oggetti personali portati via, colpi ricevuti alla schiena, sulle gambe o sulla testa. Con l’obiettivo di spaventare, cacciare e isolare, il controllo del corpo sembra accompagnarsi al controllo degli oggetti che permettono alle persone di comunicare, orientarsi, chiedere aiuto e mantenere un rapporto con l’esterno. «I militari sono arrivati da dietro di noi, ci hanno lanciato delle pietre addosso. Se prendono qualcuno, e trovano qualcosa addosso a loro, glielo prendono, prendono i loro telefoni, prendono i loro soldi; loro abusano di noi». «Tante persone sono state derubate qui dai militari, tante persone sono state ferite, molte hanno preso i colpi sulla schiena. Siamo qui a Miramar Alto, le persone qui, che dio le benedica». Alcuni racconti sono così brutali da essere difficilmente immaginabili; sembra che gli agenti non provino alcuna pietà per nessuno. Questo aspetto emerge dai racconti di alcune donne che si trovano a dormire nelle tende in una zona più riparata della città, che comunque non viene risparmiata alla violenza: «Stavamo dormendo nelle tende quando i militari arrivano. Un soldato donna ha iniziato a distruggere la tenda e ci ha costrette ad uscire. Ha alzato un bastone al mio occhio, voleva farmi male. Lei e un altro soldato hanno iniziato a ridere. Si prendevano gioco di noi». «La ragazza è svenuta, quando i soldati l’hanno vista hanno detto: “non mi interessa se è incinta, se sviene ti devi arrangiare tu”; hanno alzato il bastone e detto al marito se vai vicino a tua moglie ti picchio. Dopo loro sono corsi via quando hanno visto la donna svenire, l’hanno lasciata lì senza sensi». Queste testimonianze non descrivono soltanto episodi di uso eccessivo della forza, raccontano la produzione quotidiana di una condizione di paura. Dormire diventa rischioso, fermarsi in un luogo diventa rischioso, possedere un telefono diventa rischioso, chiedere aiuto può diventare rischioso. Lo spazio pubblico, anziché essere uno spazio di protezione, viene trasformato in uno spazio dal quale le persone devono continuamente fuggire. La stessa logica emerge nell’episodio avvenuto la sera del 24 agosto, sul dislivello collinare tra l’ospedale e il mare, nei pressi del campo costruito per la situazione di emergenza e destinato ai cittadini marocchini. Molte persone si trovavano nell’area nella speranza di poter entrare nel campo, come era stato loro indicato dalle istituzioni che avevano annunciato un ampliamento dei posti disponibili. Quella sera, diverse camionette della Polizia Nazionale spagnola hanno bloccato il passaggio; successivamente, una pattuglia è entrata nella zona collinare dove alcune persone si erano accampate per dormire e ha iniziato a sparare proiettili di gomma. Le persone hanno iniziato a correre, mentre la polizia continuava a sparare. Qual era l’obiettivo di questa operazione? Allontanare le persone da lì? E, in quel caso, per condurle dove? Oppure si trattava di diffondere terrore, di rendere quella presenza indesiderata attraverso l’esercizio stesso della forza? Quando l’obiettivo dell’azione non è più immediatamente riconoscibile, ciò che rimane visibile è la violenza nella sua dimensione più brutale e, proprio per questo, più difficile da ricondurre a una finalità diversa dalla sua stessa riproduzione. «Altri ragazzi stavano dormendo, i militari sono arrivati da dietro, ci siamo ritrovati a saltare giù dalla montagna per scappare. Ci siamo feriti tutti; questo è quando mi sono fatto male al mio ginocchio». Il paradosso è evidente: le persone vengono spinte verso una condizione di precarietà e contemporaneamente punite per la loro presenza in quella stessa precarietà. Viene chiesto loro di spostarsi, ma senza indicare un luogo in cui poter andare; vengono allontanate dai ripari di fortuna in cui dormono, senza che venga garantito un altro spazio; vengono respinte verso una condizione di invisibilità, mentre la loro stessa visibilità viene utilizzata per giustificare ulteriori misure di controllo. La distruzione degli accampamenti è un’altra forma quotidiana di abuso: un uso della forza che sembra avere anche la funzione di estenuare le persone, stancarle e rendere insicuro ogni luogo in cui cercano di ripararsi. Quello che è successo il 27 agosto sulla spiaggia di Trampolín, quando gruppi di manifestanti di estrema destra hanno distrutto e dato fuoco agli accampamenti di chi dormiva sulla spiaggia, si ripete quotidianamente, seppure in forme meno spettacolari. Ricordo un gruppo di persone che aveva costruito un riparo all’interno di una piccola incanalatura lungo una collina. Un giorno sono arrivati i militari, hanno cacciato le persone e distrutto la struttura con la forza, prendendola a calci e lanciandone i pezzi lungo il dislivello. Prima di sera, chi vi abitava ha recuperato il materiale e l’ha ricostruita. Per qualche giorno il riparo è rimasto in piedi, fino al passaggio di un’altra pattuglia, che ha ripetuto lo stesso gesto, e così via. Una distruzione quotidiana dei piccoli spazi che le persone riescono a costruire e di cui cercano, temporaneamente, di appropriarsi. La violenza, quindi, non si esaurisce nell’aggressione fisica. Produce anche una geografia dell’accesso: alcuni corpi possono dormire, altri no; alcuni possono sostare, altri vengono allontanati; alcuni possono avere un riparo, altri sanno che il loro verrà distrutto; e infine alcuni possono entrare in un ospedale, altri devono prima dimostrare di avere il diritto di essere lì. A tutto questo si aggiunge infatti la difficoltà di accesso alle cure. Il primo soccorso delle associazioni spesso non è sufficiente e alcune persone avrebbero bisogno di essere visitate in ospedale. Eppure, in più occasioni, persone ferite hanno incontrato difficoltà nell’accesso alla struttura ospedaliera anche quando necessitavano di cure urgenti. Il privilegio di accesso agli spazi diventa così particolarmente evidente: dall’ospedale alla città, fino al campo, viene continuamente imposto dall’alto dove e come una persona possa stare, e se le sia consentito di essere presente o meno in un determinato luogo. Lunedì 31 agosto, sembra che 300 persone siano state ammesse nel campo, la cui configurazione e il cui assetto di “accoglienza” rimangono ancora poco chiari. Da settimane molte persone aspettavano all’esterno nella speranza di poter entrare, mentre altre continuano a rimanere lì, senza molte altre alternative se non quella di attendere. Un’attesa, anche quella, segnata dalla violenza: ore trascorse seduti per strada, esposti al caldo durante il giorno e al freddo durante la notte, senza nemmeno la certezza di poter accedere a un luogo sicuro. In assenza di comunicazioni ufficiali, permane infatti il dubbio che il campo possa costituire una sistemazione «pre-rimpatrio». Eppure, per alcune persone questo rischio appare preferibile alla prospettiva di continuare a dormire nascoste, in una condizione di precarietà nella quale si può rimanere per giorni senza mangiare e si è esposti alla violenza di quella che alcuni ragazzi hanno definito night war. «Non so cosa dire. Il trattamento non è buono, soprattutto da parte delle guardie di sicurezza che lavorano qui, non sono brave persone. Però almeno questo è meglio della strada, qui è più sicuro. Ma cosa succederà dopo? Dopo questo non c’è sicurezza. Non lo sappiamo. Per quanto tempo continueremo a scappare? Spero che le cose migliorino». La paura del rimpatrio non aleggia soltanto tra chi si trova nel campo. Pare infatti che siano già avvenuti respingimenti e deportazioni verso il confine marocchino di persone che si trovavano a Ceuta da giorni, alcune delle quali avevano espresso oralmente la volontà di chiedere protezione internazionale. Si tratterebbe di operazioni illegali, in violazione del diritto di chiedere asilo e del principio di non-respingimento, effettuate nell’invisibilità, lontano dagli occhi dei media e nella segretezza; come ci ha raccontato un ragazzo che, da una notte all’altra, si è ritrovato dall’altra parte del confine: «Eravamo seduti vicino al mare quando sono venuti da noi e ci hanno detto: “Non abbiate paura, vi portiamo alle tende così potete dormire lì”. E invece ci siamo ritrovati qui, al confine; sono stato deportato in Marocco. Ci hanno scaricati in una città a caso, lontana da casa nostra. Ora non so cosa fare, mi sento senza speranza». Testimonianze raccolte sul campo Chi viene deportato, chi continua a vivere nella paura, chi subisce aggressioni quotidiane, chi rimane per giorni senza accesso all’acqua e al cibo: sembra che lo Stato non riesca a rispondere all’emergenza umanitaria se non alimentandola con la violenza. In questo momento, a Ceuta, diventa sempre più difficile trovare protezione, sicurezza e umanità, fino a condizioni che possono portare all’estremo esaurimento delle persone. L’Associazione Marocchina dei Diritti Umani ha pubblicato, nella giornata del 3 settembre, un comunicato in cui denuncia la morte di un minore nel centro di accoglienza La Esperanza di Ceuta. Il decesso sarebbe riconducibile a complicazioni legate a una patologia diabetica, ma le autorità devono ancora avviare un’indagine. Al di là della malattia, resta il peso di un contesto in cui quasi 2.000 minori sono costretti a vivere, in condizioni precarie e violente, che non possono essere separate dalla tragedia, né dalle responsabilità di chi dovrebbe garantire a quei minori protezione e dignità. > «Ci sono strutture statali che vengono create, soprattutto dal Nord Globale, > che sono strutture di morte». Noor Ammar Lamarty La giurista e ricercatrice Noor Ammar Lamarty propone di leggere queste strutture attraverso il concetto di necropolitica elaborato da Achille Mbembe: un potere che non governa soltanto la vita, ma stabilisce chi possa essere esposto alla morte, alla violenza e all’abbandono. È in questa prospettiva che anche Ceuta può essere letta come uno spazio nel quale il confine produce una diversa distribuzione della protezione e della vulnerabilità. È una sproporzione che dice qualcosa sul modo in cui viene governata la mobilità: la vita delle persone viene gestita soprattutto attraverso il controllo della loro presenza, non attraverso la garanzia delle condizioni minime che permetterebbero loro di vivere. Le persone in movimento vengono lasciate senza riparo, cibo e acqua, inseguite, colpite e sottoposte a condizioni di precarietà permanente. La violenza non appare allora come una deviazione dal funzionamento del confine, ma come una delle modalità attraverso cui il confine stesso viene riprodotto. Il problema non è soltanto stabilire fino a dove possa arrivare una frontiera, è chiedersi che cosa accade quando la logica della frontiera invade la vita quotidiana. Il problema non sono le persone che attraversano il confine, è il modo in cui la loro presenza viene gestita attraverso l’allontanamento, la paura, la violenza, la privazione di spazi per dormire, l’ostacolo all’accesso ai beni di prima necessità e aggressioni che si ripetono quotidianamente. UNA CACCIA NELLA FORMA DELLA PROFILAZIONE RAZZIALE: L’EMBODIMENT DEL CONFINE La violenza colpisce principalmente chi ha attraversato la frontiera e non possiede documenti, ma in alcuni episodi, il bersaglio sembra essere la stessa origine percepita della persona. Violenza generalizzata nella forma della profilazione razziale, si accanisce su chiunque visivamente viene percepito come “possibile migrante”. Durante la ronda notturna del 24 agosto, alla Playa del Chorrillo, alcune camionette della polizia nazionale erano ferme sul lungomare, quattro agenti si rivolgevano con fare aggressivo a due ragazzi seduti in spiaggia. Hanno preso i loro telefoni e li hanno gettati in mare, spingendoli poi ad allontanarsi. I due ragazzi hanno raccontato: «Eravamo seduti in spiaggia quando la polizia è arrivata senza alcun motivo. Hanno visto un immigrato e hanno pensato che lo fossimo anche noi, ma siamo ragazzi di Ceuta. […] loro ci hanno buttati a terra, me e il mio amico, e ci hanno picchiati entrambi. Poi ci hanno portato via i telefoni. Quegli agenti non sono di Ceuta, fanno parte dell’UPR (Polizia Nazionale spagnola). Noi non sappiamo chi siano, non abbiamo il loro numero di distintivo né altro». Testimonianza raccolta sul campo Episodi analoghi avrebbero coinvolto anche un turista statunitense, aggredito dalla polizia per le sue origini marocchine. La dinamica mostra con particolare chiarezza il meccanismo della profilazione razziale: non è lo status giuridico della persona a determinare il sospetto, ma l’identità che le viene attribuita sulla base di ciò che il corpo rende visibile. Se a determinare l’intervento delle forze armate non è ciò che una persona sta facendo, ma il modo in cui viene percepita, allora il controllo non riguarda più soltanto la mobilità, riguarda il corpo, e il più delle volte un corpo razzializzato. Il volto, il colore della pelle, i tratti somatici diventano indicatori attraverso cui stabilire chi può essere considerato fuori posto. La frontiera, in questo senso, non coincide più con la barriera fisica che separa Ceuta dal Marocco: viene riprodotta quotidianamente nelle strade, nelle spiagge e nei corpi. È ciò che Achenbach definisce quando afferma, nell’ambito della biopolitica, che «il confine penetra nel corpo» (2024, p. 183) 3 tramite un processo di embodiment (incorporazione) che sigilla il confine sulla persona. Il corpo, nella sua fisicità così come il nome o la lingua parlata, si fanno confine in una società che demonizza e criminalizza “il migrante”, andando ad esemplificare quell’incarnazione di cui parlava Khosravi (2019) 4 dichiarando «io sono confine». La letteratura antropologica ha evidenziato come i confini esterni vengano riprodotte all’interno degli spazi sociali, spostandosi dal «bordo» al «centro» (Balibar, 2001 5) e assumendo la forma di «separatori identitari, simbolici e mentali» (Cuttitta, 2014, p. 165 6). Il migrante, anche dopo aver varcato la frontiera, anche dopo aver chiesto asilo per cui dovrebbe ottenere (in teoria) uno status legale della sua presenza, non smette mai di dover affrontare i confini interni del razzismo. Quando si sceglie di assumere il «confine come metodo» (Cuttitta, 2014) questo si riproduce continuamente attraverso l’esclusione e la violenza che viene prodotta e riprodotta nello spazio urbano. Il risultato è che il confine può essere ovunque, può trovarsi tra il Marocco e Ceuta, ma anche sulla spiaggia dove una persona viene picchiata mentre dorme, davanti all’ospedale dove una persona ferita cerca assistenza, nel momento in cui un telefono viene sottratto o distrutto, oppure nel modo in cui una persona viene identificata sulla base del proprio aspetto. È in questa dimensione quotidiana che la frontiera mostra il suo carattere più violento: non si limita a impedire il passaggio, ma organizza la possibilità stessa di stare in un luogo. A Ceuta, il confine prende corpo nelle perquisizioni, nelle intimidazioni e nelle incursioni violente negli spazi personali: il razzismo istituzionale si manifesta così anche attraverso pratiche quotidiane (Basso, 2010 7; Essed, 1991 8) messe in atto dagli agenti statali di controllo e dai gruppi sociali di estrema destra. La città diventa allora lo spazio nel quale il «migrante» viene costruito come corpo estraneo, qualcuno che, proprio perché associato alla frontiera, può essere sottoposto a forme di controllo e violenza che ne mettono in discussione la piena umanità. Il corpo del migrante diventa così, come osserva Sorgoni (2022) 9, anche il luogo nel quale la violenza dello Stato si rende visibile e si inscrive materialmente nelle ferite cucite addosso. Non si tratta di assumere una lettura vittimizzante delle persone, ma di interrogare i processi attraverso cui il confine produce corpi più esposti al controllo, alla discriminazione e alla violenza. Ciò che accade oggi a Ceuta non è dunque estraneo alle forme attraverso cui le politiche europee di gestione della migrazione producono e spostano continuamente i confini, anche dentro lo spazio urbano. È proprio questa continuità che rende necessario interrogare criticamente il ricorso allo «stato di emergenza» come dispositivo attraverso cui pratiche discriminatorie e violente possono essere presentate come necessarie o legittime, quando invece non sono mai né legalmente né umanamente giustificabili. OSTACOLARE E CRIMINALIZZARE LA SOLIDARIETÀ Nelle ultime settimane, la violenza esercitata contro le persone in movimento si è estesa fino a colpire anche chi cerca di garantire loro forme di assistenza e accoglienza: associazioni e volontari che provano a colmare il vuoto lasciato dalle istituzioni nella gestione umanitaria della crisi in corso. La situazione appare infatti gestita prevalentemente attraverso la forza e la militarizzazione, mentre mancano servizi effettivi di tutela. Le persone rimangono senza cibo, acqua e beni di prima necessità, in una condizione di abbandono alla quale le istituzioni sembrano non offrire risposta. «Le associazioni vengono a portarci da mangiare, e i militari ci danno la caccia per mandarci via, e inseguono le associazioni per mandare via anche loro». La testimonianza restituisce una dinamica in cui la solidarietà diventa essa stessa un elemento da ostacolare. Chi porta cibo, acqua o cure mediche non si limita infatti a intervenire materialmente in una situazione di abbandono, ma rende visibile quella stessa condizione, interrompendo l’isolamento nel quale le persone vengono lasciate e documentando, attraverso la propria presenza, ciò che accade. È forse anche per questo che la solidarietà diventa un ostacolo: non soltanto perché rende più difficile che la violenza rimanga invisibile ma anche perché intralcia il progetto politico di disumanizzazione. Una sera di agosto, una camionetta della Polizia Nazionale spagnola è arrivata mentre alcuni volontari stavano distribuendo pasti a un gruppo di persone in movimento. Gli agenti sono scesi con i manganelli e si sono diretti verso le persone in fila, inseguendole e colpendole. Un ragazzo è stato raggiunto e immobilizzato a terra dagli agenti, ammanettato e caricato sulla camionetta, dopo che gli erano stati sottratti alcuni effetti personali, tra cui il telefono. Quella sera anche due volontari sono stati ammanettati e arrestati; al di là della valutazione giuridica che dovrà essere fatta sui singoli episodi e sulle accuse, il dato politico è significativo: la presenza di chi offre assistenza e, nello stesso tempo, documenta e denuncia ciò che accade viene trattata come un problema a cui rispondere attraverso la repressione. La solidarietà, in questo modo, viene trasformata da pratica di sostegno a pratica sospetta. Chi porta cibo diventa un ostacolo; chi filma diventa un soggetto da identificare; chi denuncia la violenza diventa parte del problema che le autorità dichiarano di voler gestire. Ma una frontiera che non tollera testimoni è una frontiera che cerca di controllare anche la possibilità di raccontare ciò che accade, perché sa di agire nell’illegalità. Nei giorni successivi, i volontari si sono trovati esposti a intimidazioni su più fronti; in modo sospetto, fotografie e dati personali hanno iniziato a circolare al di fuori dei canali istituzionali, anche all’interno di gruppi WhatsApp nei quali cittadini di estrema destra si organizzano per intervenire contro la presenza delle persone migranti a Ceuta. Parallelamente, fotografie e video dei volontari venivano pubblicati sui social, accompagnati da messaggi diffamatori e intimidatori. Nei giorni successivi, diverse volontarie hanno riferito di aver ricevuto minacce e di essere state oggetto di aggressioni verbali e fisiche da parte di persone riconducibili, secondo le loro testimonianze, a questi gruppi. L’esposizione dei volontari li rende a loro volta bersaglio di una rete di intimidazione che li categorizza come nuovi obiettivi, dando vita, accanto alla caccia al migrante, a una caccia alla solidarietà: altri corpi da controllare, intimidire e allontanare. La circostanza, se accertata, assumerebbe particolare gravità, poiché la raccolta di dati da parte delle autorità non consente il loro utilizzo per finalità diverse da quelle per cui sono stati raccolti, né la loro comunicazione a soggetti estranei in assenza di una base giuridica. La trasmissione o diffusione di dati personali da parte di un’autorità pubblica deve infatti rispettare le finalità e le garanzie previste dalla normativa sulla protezione dei dati. Il Regolamento europeo 2016/679 (GDPR) stabilisce, tra gli altri, i principi di liceità, trasparenza, limitazione della finalità, minimizzazione e sicurezza del trattamento dei dati personali. L’articolo 6 richiede inoltre che ogni trattamento sia fondato su una specifica base giuridica. In questo caso, però, il problema non riguarda soltanto la privacy. La circolazione di fotografie e dati identificativi assume una funzione politica quando queste informazioni vengono utilizzate per individuare, intimidire e minacciare persone impegnate nell’assistenza e nella documentazione delle violenze. La fotografia, in questo contesto, smette di essere soltanto uno strumento di identificazione e diventa uno strumento di esposizione: il corpo fotografato viene reso riconoscibile a una rete di soggetti che può utilizzarlo per esercitare ulteriore pressione. Durante una manifestazione anti-migrazione di estrema destra del 25 agosto, il corteo si è fermato sotto l’abitazione di alcuni volontari, rivolgendosi a loro con insulti e minacce. Da quel momento, anche la casa è diventata uno spazio di controllo e intimidazione, sorvegliato continuamente da esponenti del gruppo e dalle forze di polizia. Il clima di tensione cresce di giorno in giorno. Il 27 agosto, mentre due volontarie stavano documentando una nuova scena di violenza sulla spiaggia di Benítez, alcuni vicini riconducibili ai gruppi di estrema destra si sono avvicinati con fare intimidatorio, posizionandosi tra loro e la scena per impedire che potessero continuare a filmare. In quel momento, la polizia stava nuovamente utilizzando i manganelli e sparando proiettili di gomma contro le persone che cercavano di fuggire dalla spiaggia. I vicini hanno intimato alle volontarie di non utilizzare i telefoni per documentare la scena e le hanno minacciate nel caso lo avessero fatto. Hanno provato ad aggredirle fisicamente e hanno sottratto loro i telefoni. > Tutto questo accadeva davanti agli occhi degli agenti di polizia presenti, che > non sono intervenuti. Quella sera un’altra volontaria è stata arrestata. In questo quadro di violenza, la criminalizzazione della solidarietà significa indebolire una delle poche forme di protezione ancora disponibili alle persone in movimento. Significa anche usare la paura come deterrente, spingendo chi offre assistenza a desistere dal farlo nuovamente. Quando distribuire cibo a chi ha fame diventa un’attività pericolosa, in un contesto in cui tanto le persone in condizioni di vulnerabilità quanto chi offre loro assistenza vengono trasformati in bersagli, la violenza finisce per essere usata come se fosse legittima. Eppure, la stessa normativa spagnola stabilisce, che nell’esercizio delle loro funzioni le forze di sicurezza devono agire senza discriminazioni e che le identificazioni devono rispettare i principi di proporzionalità, uguaglianza di trattamento e non discriminazione, anche per origine razziale o etnica. La Ley Orgánica 2/1986 impone inoltre agli agenti di evitare pratiche abusive, arbitrarie o discriminatorie che comportino violenza fisica o morale e di utilizzare i mezzi a propria disposizione secondo i principi di congruenza, opportunità e proporzionalità. Nonostante ciò, la diffusione e la sistematicità del ricorso alla forza sembrano averla resa, nella quotidianità della città, una pratica quasi normalizzata. Gli agenti ridono durante le aggressioni, si confrontano tra loro sui metodi utilizzati, ironizzando sulla paura delle persone, banalizzano la violenza e la giustificano attraverso il confine, come mostrano le parole di un agente: Dovrebbero tornarsene in Marocco, così non ci sono aggressioni in Marocco. Se tu vai dall’altra parte della frontiera, perché tu sei venuto nel mio paese illegalmente, se tu vai dall’altra parte, di là non ci sono aggressioni. Testimonianze raccolte e pubblicate dell’associazione No Name Kitchen Quando la violenza viene non solo esercitata, ma anche banalizzata e giustificata, la domanda non riguarda più soltanto dove sia la giustizia, ma quale spazio rimanga, in una città attraversata dall’odio, per far valere l’umanità. Conclusione «Lo sguardo non è un atto innocente di vedere.» (Khosravi 2019, p.76) Quando Khosravi parla di sguardo di confine, lo definisce come un’episteme che determina chi e cosa può essere visto e riconosciuto. A Ceuta, questo sguardo sembra operare attraverso un doppio movimento: da un lato, rende le persone migranti visibili come «nemico», come presenza da controllare e allontanare; dall’altro, tende a renderle invisibili nello spazio pubblico, una volta che il loro allontanamento può essere presentato come il risultato di una gestione efficace della mobilità. > Anche la violenza che produce questo processo tende così a essere sottratta > allo sguardo. È proprio per questo che la solidarietà diventa scomoda: perché interrompe questo meccanismo di invisibilizzazione. Chi distribuisce cibo, offre assistenza e documenta ciò che accade rende nuovamente visibili tanto le persone, in quanto persone, quanto la violenza a cui sono sottoposte. La solidarietà diventa così un contro-sguardo: non permette che il «migrante» rimanga la figura astratta e propagandistica del nemico, ma ne restituisce la presenza concreta, i bisogni, i corpi e, insieme, rende visibili le pratiche attraverso cui quella presenza viene controllata e allontanata. No Name Kitchen, organizzazione sul territorio, è testimone della paralisi istituzionale che continua a fallire nel garantire i diritti fondamentali di migliaia di persone abbandonate per le strade e le foreste di Ceuta; ha raccolto nell’ultimo mese più di centocinquanta testimonianze di persone che hanno subito aggressioni da parte di Ufficiali della Policía Nacional e soldati spagnoli dell’Arma, tra cui lancio di pietre e percosse notturne. La maggior parte di queste testimonianze viene fornito con prove documentate delle lesioni risultanti e spesso anche di video registrati durante l’azione violenta. E adesso anche l’associazione stessa si trova sotto attacco: La convivenza è diventata impossibile, il livello di tensione e violenza è salito senza controllo e la gente di Ceuta ha raggiunto un punto di rottura senza modo di tornare indietro. Gli attacchi sono costanti, provenienti da ogni direzione. In mezzo a tutto questo orrore, la violenza sessuale subita dai minori espone il lato più spregevole dell’umanità e rivela il fallimento del sistema di protezione dei minori e dei regimi di controllo delle frontiere esternalizzati. […] Comprendiamo la disperazione e la rabbia causate dalla mancanza di soluzioni reali e immediate […] ma niente di questo può mai giustificare l’incitamento all’odio. Quello che sta accadendo nell’enclave spagnola non può essere raccontato semplicemente come una «crisi migratoria». È una crisi umanitaria e, di fronte alla violenza che la attraversa, anche una crisi dell’umanità. È una crisi del modo in cui le istituzioni scelgono di trattare persone che si trovano in condizioni di estrema vulnerabilità. È una crisi dello spazio pubblico, quando strade, spiagge e luoghi in cui le persone cercano di dormire diventano spazi di inseguimento, controllo e intimidazione. Ed è, infine, una crisi morale quando la violenza viene normalizzata al punto da poter essere esercitata senza esitazione contro persone vulnerabili, senza più riconoscerne la sofferenza, senza più guardarle in faccia. È qui che il razzismo e il governo della migrazione si incontrano. La violenza razzista non nasce semplicemente dall’odio individuale di chi aggredisce ma viene alimentata da un sistema politico che costruisce alcune persone come problema, le rende permanentemente sospette e finisce per rendere accettabili pratiche che, se rivolte contro altri corpi, apparirebbero immediatamente intollerabili. Ma nessuna frontiera può rendere il razzismo legittimo, e nessuno stato di emergenza può rendere legittima la violenza razziale. Chi attraversa il confine è una persona che deve essere riconosciuta come tale, con tutti i suoi diritti. Oggi, a Ceuta, anche diritti fondamentali vengono negati, tra cui quello a non subire trattamenti inumani o degradanti: settimane trascorse senza acqua, cibo e un luogo in cui dormire, nella continua necessità di fuggire dalle aggressioni della polizia e dei gruppi di estrema destra. Eppure, le persone affrontano questa disumanizzazione perché continuano a vedere nell’Europa la possibilità di un luogo in cui approdare e in cui i propri diritti possano essere riconosciuti. Un’Europa la quale, osservando ciò che accade ai suoi confini, anche noi ci chiediamo se esista ancora. La frontiera non è una semplice linea che, una volta attraversata, si può rivalicare al contrario. È un processo che porta con sé un insieme di significati, aspettative e possibilità, e dal quale spesso non è possibile tornare indietro. «In fin dei conti, qui c’è il terrore, chiediamo a Dio di trovarci una strada per uscirne. Tornare indietro non è un’opzione, anche se ci vogliono rimandare indietro, noi non ci andremo, a meno che loro non ci uccidano, non torneremo indietro». Testimonianze raccolte e pubblicate dell’associazione No Name Kitchen 1. No Name Kitchen (NNK) è una organizzazione senza scopo di lucro che documenta e monitora la violenza alle frontiere esercitata dalla polizia e dai funzionari statali. Fondata nel 2017, lavora in stretta collaborazione con le comunità colpite per raccogliere testimonianze e denunciare violazioni dei diritti umani. NNK opera a Ceuta dal febbraio 2021 ↩︎ 2. Harragas significa letteralmente “coloro che bruciano” alludendo alla pratica dei migranti di bruciare i propri documenti di identità e personali per impedire l’identificazione da parte delle autorità in Europa. Il termine harraga è anche usato in riferimento all’atto di attraversare segretamente il confine di un paese. Viene rivendicato dalle persone che si definiscono harragas (bruciatori), corrispettivo dei sans-papiers in Francia, come atto politico di rivendicazione e delle ingiustizie che subiscono in Europa ↩︎ 3. Achenbach, A. (2024). ‘The Body Carries the Border’ - A Somatechnical Approach to Borderscape Violence. Somatechnics, Volume 14 Issue 2, 181-198 ↩︎ 4. Khosravi, S. (2019). Io sono confine. Milano: Elèuthera ↩︎ 5. Balibar, E. (2001). Nous, citoyens d’Europe? Les frontières, l’État, le peuple. Parigi: La Découverte ↩︎ 6. Cuttitta, P. (2014). Il confine come metodo. Rivista di Storia delle Idee 3:2, 165-168 ↩︎ 7. Basso, P. (Ed.). (2010). Razzismo di Stato. Stati Uniti, Europa, Italia. Milano: Franco Angeli ↩︎ 8. Essed, P. (1991). Understanding everyday racism. Newbury Park: Sage ↩︎ 9. Sorgoni, B. (2022). Antropologia delle migrazioni. L’età dei rifugiati. Roma: Carocci editore ↩︎
Canarie, 27 giorni alla deriva: più di 80 persone morte sulla rotta atlantica
Ogni tre ore, una vittima ai confini spagnoli. Nei primi sei mesi del 2026 sono state 1.317 le persone morte nelle rotte della frontiera occidentale euroafricana verso lo Stato spagnolo. Più di sette vittime ogni giorno. 129 erano bambine o bambini. Infografiche: Caminando Fronteras La rotta atlantica verso le Canarie continua a essere la più mortifera, con 635 vittime. Il monitoraggio di Caminando Fronteras 1 segnala inoltre un elemento che mette in discussione l’idea che la diminuzione degli arrivi significhi maggiore sicurezza: le persone che riescono a raggiungere le isole sono diminuite molto più delle vittime. La traversata, quindi, è diventata proporzionalmente più pericolosa. È dentro questa rotta, e dentro questa crescente pericolosità, che si colloca il nuovo naufragio del cayuco partito dal Gambia. VENTISETTE GIORNI IN MARE Il 7 agosto un’imbarcazione lascia il Gambia. Tra il punto di partenza e le Canarie ci sono circa 1.500 chilometri di oceano. A bordo ci sono oltre 120 persone, tra cui quattro donne e un neonato. Nei giorni successivi, però, della barca si perdono le tracce. Caminando Fronteras lancia l’allerta alle autorità di ricerca e soccorso. I familiari delle persone partite continuano a rivolgersi all’organizzazione, cercando notizie dei propri cari. Passano i giorni. Poi le settimane. Il cayuco rimane in mare per 27 giorni. Il 2 settembre nel pomeriggio un aereo di Salvamento Marítimo individua finalmente l’imbarcazione, a circa 120 chilometri da Gran Canaria. Il soccorso arriva intorno a mezzanotte, quando il mare è ancora agitato. A bordo ci sono 44 superstiti e cinque corpi. Le condizioni del mare impediscono di recuperare i cadaveri, che rimangono sull’imbarcazione. I superstiti vengono trasferiti a Gran Canaria; alcuni arrivano in condizioni gravissime, dopo quasi un mese trascorso in mare. Secondo la ricostruzione di Caminando Fronteras, sono 83 le persone morte durante la traversata. I loro corpi, per la maggior parte, sono stati dispersi nell’Oceano. L’ONG riferisce che l’imbarcazione era partita dal Gambia il 7 agosto con 127 persone a bordo, tra cui quattro donne e una bambina molto piccola, come ha dichiarato a Cadena SER la portavoce dell’organizzazione Helena Maleno 2. Caminando Fronteras ha riferito inoltre che la Guardia Civil ha confermato all’organizzazione la corrispondenza tra le iscrizioni presenti sullo scafo e quelle di un’imbarcazione partita dal Gambia il 7 agosto. UN’IMBARCAZIONE SEGNALATA Nel caso di questo cayuco c’è un elemento che rende ancora più urgente interrogarsi sulle responsabilità. Caminando Fronteras aveva segnalato alle autorità un’imbarcazione partita dal Gambia. Non era quindi una barca della quale semplicemente non si aveva più notizia: la sua scomparsa era stata comunicata, e i familiari continuavano a chiedere aiuto per cercarla. «I familiari hanno continuato a chiamare e a contattare noi durante tutto questo periodo, molto angosciati», ha dichiarato l’attivista e giornalista alla stampa locale 3. «Questa mattina hanno potuto confermare che l’imbarcazione scomparsa e quella soccorsa alle Canarie erano la stessa». Al momento, continuiamo a essere in contatto con le famiglie affinché possano sapere se i loro cari si trovano tra i superstiti o tra le vittime. Maleno sottolinea inoltre che stanno seguendo le condizioni di salute delle persone arrivate a terra dopo tanti giorni trascorsi nell’Atlantico. La domanda, allora, non riguarda soltanto perché un’imbarcazione tanto precaria possa rimanere in mare per 27 giorni, ma cosa accade dopo che una barca viene segnalata come dispersa. Il monitoraggio dell’organizzazione indica infatti tra i fattori che producono mortalità proprio la mancata mobilitazione delle risorse di ricerca e soccorso nonostante le informazioni disponibili, i ritardi nell’attivazione dei mezzi, la scarsità di risorse aeree e marittime e l’insufficiente coordinamento tra gli Stati. Sulla rotta atlantica, intanto, le partenze avvengono sempre più lontano dalle Canarie. Le distanze aumentano, le imbarcazioni restano più a lungo in mare e la possibilità di essere individuate diminuisce. Secondo il monitoraggio dell’organizzazione, una ricerca aerea sistematica potrebbe ridurre significativamente la mortalità sulla rotta. Quello che è accaduto a questo cayuco racconta così qualcosa di più di un naufragio. Ventisette giorni in mare. Dal 7 agosto al momento in cui un aereo di Salvamento Marítimo ha individuato il cayuco a 120 chilometri da Gran Canaria. Ventisette giorni durante i quali le famiglie hanno continuato a cercare notizie e l’allerta sull’imbarcazione era già arrivata alle autorità. È anche in quei 27 giorni che va cercata la responsabilità della strage. 1. Caminando Fronteras – Monitoraggio del diritto alla vita, 2026 – dati sulle vittime e analisi della rotta atlantica, ricerca e soccorso, partenze sempre più lontane e problemi di coordinamento ↩︎ 2. Helena Maleno Garzón è giornalista, ricercatrice e difensora dei diritti umani, specializzata in migrazioni e tratta di esseri umani. È fondatrice del collettivo Caminando Fronteras, con cui dal 2002 lavora lungo la Frontiera Occidentale Euroafricana, documentando le violazioni dei diritti delle persone in movimento e intervenendo nelle situazioni di emergenza in mare ↩︎ 3. Más de 80 muertos en un cayuco a la deriva al sur de Gran Canaria tras casi un mes en el Atlántico, Canarias Ahora ↩︎
Alta Val di Susa, il Rifugio Massi chiude ma i volontari si organizzano
ROSSELLA ICARDI 1, SENTIERI SOLIDALI ODV Con il 1° settembre si chiude un capitolo fondamentale per l’accoglienza in Val di Susa: il Rifugio Massi di Oulx, storico punto di riferimento dal 2018 per migliaia di persone in movimento in transito verso la Francia, cesserà le proprie attività sotto la gestione della Fondazione Talità Kum. La fine dello stato di emergenza e il conseguente blocco dei fondi pubblici istituzionali hanno reso insostenibile la struttura dei costi per l’ente presieduto da Don Luigi Chiampo, portando al licenziamento degli operatori e alla chiusura dei locali. Ma sul valico la rete di solidarietà non si spegne. Per evitare il vuoto lasciato dal progressivo ridimensionamento dei servizi, i volontari storici hanno trasformato una rete informale in un soggetto strutturato, fondando ufficialmente la nuova associazione Sentieri Solidali ODV. “Svincolerei da un rapporto di causa-effetto così stretto i problemi del rifugio e la nascita dell’associazione: le difficoltà della struttura hanno agito da acceleratore, ma l’idea del nuovo ente risale a oltre un anno fa”, precisa Marco Terragno, volontario e membro del direttivo di Sentieri Solidali ODV. L’impegno sul campo non si è mai interrotto. Già dallo scorso marzo, per tamponare la riduzione degli orari del rifugio, i volontari in partnership con Rainbow4Africa e Diaconia Valdese hanno allestito un presidio temporaneo su un’area concessa da Ferrovie dello Stato, composto da due container e due gazebo smontabili. Rapporti e dossier/Confini e frontiere LA FRONTIERA DI OULX, TRA RESPINGIMENTI E NUOVI TRANSITI Il rapporto di On Borders racconta i primi sei mesi del 2026 Anna Bonzanino 19 Agosto 2026 Se un modulo ospita il supporto medico e legale fornito dalle realtà partner, l’altro è adibito a magazzino di prima necessità. Sotto i gazebo si forniscono pasti, bevande calde, informazioni salvavita e abbigliamento da montagna, passaggio cruciale per la sicurezza di chi affronta i valichi alpini in condizioni spesso estreme. L’imminente chiusura definitiva segna un punto di svolta critico per la rotta della Val di Susa. “Dal 1° settembre cambia qualcosa di molto radicale: se prima c’era un posto fisico, caldo, protetto e strutturato, ora non ci sarà più. Saremo nel pieno di un’emergenza di cui abbiamo già sperimentato parzialmente l’impatto negli scorsi mesi”, spiega Terragno. Un recente incontro con la Prefettura di Torino ha stabilito che, da settembre, la Croce Rossa allestirà strutture mobili temporanee per l’accoglienza notturna dei migranti. Si tratta di una soluzione emergenziale per gestire i bisogni immediati in vista dell’autunno e dell’inverno. La chiusura del rifugio investirà direttamente anche l’operatività dei volontari che da mesi lavorano all’esterno, con i mezzi a disposizione. Il passo decisivo è stato compiuto lo scorso 9 agosto con la firma dell’atto costitutivo dell’associazione da parte di 45 soci fondatori. La pratica è stata trasmessa al RUNTS per il riconoscimento ufficiale come Ente del Terzo Settore (ETS). Il Consiglio Direttivo provvisorio – in carica per sei mesi con il compito di lanciare la futura campagna tesseramento – lavora ora su tre fronti complessi: il fronte amministrativo, il fronte materiale-logistico e quello delle relazioni. L’associazione si sta infatti interfacciando con le forze dell’ordine, i comuni di frontiera (Bardonecchia, Cesana, Clavière, Oulx) e la rete dei partner come Croce Rossa, Rainbow4Africa e Diaconia Valdese. “L’associazione ha fondamentalmente lo scopo di continuare a esserci, di stare vicino alle persone migranti, dandosi come primo obiettivo quello dell’incolumità fisica delle persone in cammino” afferma Terragno. E poi continua “Noi siamo anche convinti che attraverso la salvaguardia dell’incolumità fisica, si possa portare avanti la difesa dei diritti di queste persone e la salvaguardia della loro dignità di esseri umani che viene messa discussione da questa situazione di indeterminatezza che le persone in movimento si trovano davanti una volta arrivati nel territorio europeo”.  Con il loro impegno, i volontari del rifugio Massi hanno scelto di restare in prima linea. La loro presenza sul confine italo-francese è una testimonianza nitida di cittadinanza attiva: una risposta ferma, organizzata e pragmatica in risposta al cedimento di canali ordinari di supporto. Questa mobilitazione dimostra come la società civile sappia farsi scudo per i più vulnerabili, trasformando l’emergenza in un presidio permanente di solidarietà e diritti.  1. Ricercatrice in scienze sociali e volontaria presso il Rifugio Massi di Oulx. Unisco all’attività di ricerca l’impegno sul campo a supporto delle persone in movimento nelle aree di confine ↩︎
La frontiera di Oulx, tra respingimenti e nuovi transiti
Oltre 4.000 persone hanno attraversato Oulx nei primi sei mesi del 2026, confermando la frontiera alpina del Nord Ovest come uno dei principali snodi di transito verso la Francia. Il rapporto di On Borders restituisce un quadro in trasformazione, segnato da rotte e nazionalità che cambiano e da una presenza crescente di minori, donne sole e famiglie con minori. Un flusso che continua mentre si riducono le possibilità di accoglienza: il Rifugio Fraternità Massi, che dal 2018 ha rappresentato un punto di riferimento per le persone in transito, chiuderà il 1° settembre. Una decisione che rende ancora più urgente interrogarsi sulle condizioni in cui viene gestita questa frontiera e sulla necessità di garantire un presidio stabile e adeguato alle persone che la attraversano. Dalla fine di marzo 2026, all’uscita dalla stazione ferroviaria di Oulx opera un presidio medico, legale e di supporto rivolto alle persone in transito verso la Francia attraverso la frontiera alpina del Nord Ovest 1. Fino a quest’anno, l’assistenza alle persone in movimento avveniva all’interno del Rifugio Fraternità Massi di Oulx, che dal 2018 garantiva alloggio, pasti caldi, assistenza sanitaria di base, consulenza legale, equipaggiamento montano e informativa sui rischi dell’attraversamento alpino. La carenza di risorse economiche ha imposto una riduzione degli orari di apertura del rifugio, oggi accessibile solo dalle 20.00 della sera alle 8.00 del mattino 2. Le attività diurne che vi si svolgevano all’interno sono così state spostate all’esterno, di fronte alla stazione, dove ogni mattina le volontarie allestiscono due gazebo che vengono poi smontati la sera. A seguito della progressiva riduzione delle risorse, la Fondazione Talità Kum ha successivamente annunciato la chiusura del Rifugio Fraternità Massi a partire dal 1° settembre 2026. Se nei mesi estivi il clima dell’alta Val di Susa rende parzialmente sostenibile questo assetto precario, la chiusura del Rifugio Fraternità Massi rende ancora più evidente la necessità di una sede stabile per il presidio. Per otto anni il Massi ha garantito accoglienza, pasti, assistenza sanitaria di base, consulenza legale e informazioni sui rischi dell’attraversamento alpino a oltre 150 mila persone in transito. La sua chiusura, determinata dalla carenza di risorse economiche, lascia aperta una questione che riguarda l’intera gestione di questa frontiera: come garantire un’accoglienza adeguata a un flusso che continua, e che vede una presenza crescente di minori, donne sole e famiglie con bambini, senza un luogo stabile in cui offrire supporto. A rendere ancora più evidente la necessità di un presidio stabile sono i dati relativi ai primi sei mesi del 2026. Le dinamiche della frontiera alpina del Nord Ovest tra gennaio e giugno sono state documentate dalle volontarie presenti sul campo e raccolte nel rapporto semestrale dell’associazione On Borders 3. I dati 4 riportano una diminuzione contenuta degli arrivi a Oulx – circa il 10,9% in meno rispetto al 2025 – ma un flusso di quattromila persone in sei mesi conferma questa frontiera come uno degli snodi principali di transito verso la Francia. Al di là dei dati aggregati – tra cui si segnala il fatto che il 30% delle persone partite da Oulx ha subito un respingimento da parte della polizia di frontiera – è necessario guardare alla composizione qualitativa dei dati. Il quadro che emerge dal report gennaio-giugno è quello di una frontiera attraversata da un flusso dinamico e complesso, che richiede condizioni materiali adeguate per garantire un supporto efficace alle persone in transito. La fluidità del flusso risulta da: 1. Un andamento non uniforme degli arrivi, con mesi di picco – come marzo, con 961 arrivi – seguito da una contrazione tra aprile e maggio e da un’ulteriore ripresa a giugno. 2. Mutamenti nella composizione delle nazionalità, con un aumento esponenziale delle persone provenienti dal Sudan (+343% rispetto al primo semestre del 2025) e una drastica diminuzione di quelle provenienti da Eritrea ed Etiopia. 3. Variazione delle rotte. Sulla base di un confronto tra gli sbarchi in Italia e gli arrivi ad Oulx e del rilevamento sul campo dei percorsi delle persone in movimento, è cresciuto il numero di chi ha percorso la rotta balcanica, mentre è diminuito quello di chi ha seguito la rotta mediterranea. 4. Forte presenza di persone in condizioni di vulnerabilità, con un numero elevato di minori stranieri non accompagnati e una crescita di donne sole e famiglie con minori. Questi elementi dimostrano la necessità di un presidio che sia in grado di rispondere a picchi improvvisi e di adattarsi ai bisogni specifici delle persone, a seconda della loro nazionalità, del percorso migratorio, del genere e dell’età. 1. Vedi anche: Oulx, l’ultimo rifugio prima della frontiera, Vita (7 agosto 2026) ↩︎ 2. Oulx: il rifugio Fraternità Massi costretto a chiudere di giorno, La Val Susa (marzo 2026) ↩︎ 3. Consulta il rapporto ↩︎ 4. Raccolta dati alle partenze: I volontari del Rifugio Fraternità Massi – Oulx Elaborazione dati: Rita Moschella. Elaborazione grafica: Sofia Pressiani. Testo di Piero Gorza ↩︎
La ratonera del Príncipe. Cronache dalla penombra di Ceuta
A Ceuta la frontiera non finisce con il muro, le pattuglie e il confine di El Tarajal. Si sposta dentro la città, nei quartieri dove migliaia di persone rimangono sospese in un limbo fatto di attesa, sovraffollamento e invisibilità.  Notizie/Confini e frontiere NOTE SU UN PASSAGGIO DI STATO TRA CEUTA E FNIDEQ Reportage da un confine che trasforma le persone in merce di scambio Raffaello Rossini 8 Agosto 2026 Nel Príncipe, a pochi chilometri dalla frontiera, centinaia di persone vivono nascoste, dormono negli spazi di fortuna e cercano di sottrarsi a un sistema che continua a controllarne gli spostamenti e a riportarle verso il confine. È il risultato di una politica di frontiera che non si limita a impedire l’ingresso: produce spazi di sospensione, seleziona chi può essere visto e chi deve rimanere invisibile, e trasforma la permanenza stessa in una forma di controllo. 1. LA SPUGNA DI CONFINE Ceuta – El Príncipe Alfonso è la ratonera di Ceuta, il trappolone urbano a un passo dal valico di El Tarajal. In qualsiasi altro luogo dell’exclave, il dispositivo di gestione della frontiera opera secondo una logica vettoriale e prevedibile: pattuglie, cinturamenti di strade, raduni coatti e il cosiddetto “pastoreo” che riaccompagna la massa verso il territorio marocchino nel giro di poche ore. Nel Príncipe, no. La densità dell’abusivismo edilizio, la trama minuta di case autocostruite e una secolare rete informale di solidarietà e commercio oppongono una resistenza passiva alla visibilità dello Stato. Qui il confine è una spugna che assorbe e trattiene. Sotto questa superficie si accumula la pressione di numeri imponenti. La Città Autonoma di Ceuta – un lembo di territorio di appena 18,5 chilometri quadrati – si trova a gestire la presenza stimata di oltre 3.000-4.000 persone bloccate in un limbo giuridico e logistico, entrate a nuoto o via terra lungo le scogliere di Benzú e Tarajal. La dimensione della tragedia sottotraccia emerge dal conteggio drammatico delle croci in mare: il bilancio ufficiale provvisorio parla di almeno 88 corpi recuperati (con stime istituzionali locali che attestano tra 77 e 84 salme repertoriate), mentre le organizzazioni per i diritti umani e le associazioni indipendenti come Caminando Fronteras stimano fino a 130-141 vittime totali compresi i dispersi. PH: Raffaello Rossini 2. LA NORMALITÀ DELL’ANOMALIA In questa penombra stratificata vive Yassin. Viene da Targha, ha la serenità paradossale di chi si trova al centro esatto della tempesta e dorme da dieci giorni nell’abitacolo di un’auto abbandonata. Si è fatto accettare dalla geografia del quartiere con la naturalezza dei sopravvissuti, parla al telefono con i genitori per mostrare la normalità dell’anomalia e circonda di sorrisi il proprio stato di sospensione. I suoi amici mettono in posa i corpi davanti all’obiettivo con la joya immediata e infantile di chi sente di avercela fatta, anche se «farcela», qui, significa soltanto aver guadagnato qualche giorno di latenza prima di essere riassorbiti. L’illusione dell’accoglienza ha però margini strettissimi. Il Centro di Permanenza Temporanea per Immigrati (CETI) della città, progettato per una capienza massima di 512 posti, è crollato sotto un tasso di sovraffollamento che supera il 300%, costringendo le autorità a stipare centinaia di persone in tendopoli di emergenza presso la zona industriale di Tarajal o a lasciarle all’addiaccio. Ancora più critica è la situazione dei Minori Stranieri Non Accompagnati (MENA): la rete d’accoglienza della Città Autonoma di Ceuta registra una presenza di oltre 500 minori a fronte di una capacità ricettiva ordinaria pari a circa 132 posti, costringendo il Governo locale a richiedere l’attivazione dei protocolli nazionali di ripartizione solidale verso le altre Comunità Autonome della penisola. Il bambino che ti prende per mano per accompagnarti da una famiglia seduta fuori dalla porta di casa non sta compiendo un gesto di cortesia: sta attivando la micro-procura di controllo del territorio. L’interrogatorio che ne segue è rapido, pragmatico, privo di affettazione: chi sei, da dove vieni, fai parte di una ONG, hai una telecamera? Poi la raccomandazione che suona come una sentenza sul clima del luogo: «Stai attento, ti potrebbero rapinare». PH: Raffaello Rossini 3. FRATTURE NEL BARRIO Poco distante, un altro ragazzo spagnolo musulmano che masticando qualche parola d’italiano cerca di misurare la presenza dello straniero, esplicita la regola non scritta della convivenza transfrontaliera. Tra il 5 e il 6 agosto, le cronache locali della Jefatura Superior de Policía de Ceuta hanno registrato l’arresto del latitante “Pleita” e l’ingresso all’Hospital Universitario di Loma Colmenar di un trentanovenne ferito da arma bianca al costato, accoltellato da un connazionale al culmine di un litigio per la strada. > «Finché si comportano bene e portano rispetto va bene», dice con una calma > fredda, «ma se esagerano, qui la gente deve farsi sentire». È la frattura interna all’emigrazione stessa. Da una parte la comunità storica del Príncipe – cittadini spagnoli di fede musulmana e lingua darija, incastrati da decenni tra il traffico dell’hachís, un tasso di disoccupazione giovanile locale che le rilevazioni INE (Instituto Nacional de Estadística) attestano costantemente sopra il 60%, e il sospetto perenne delle forces di sicurezza – e dall’altra la nuova marea di connazionali che preme per trovare riparo, portando con sé la disperazione, la fame e il disordine di chi non ha più nulla da perdere. 4. LE GEOMETRIE FATISCENTI DELLA PROTEZIONE Arrampicandosi verso il cuore più alto del barrio, tra cubi di edilizia popolare arancioni, grigi e rossi schiacciati da un caldo atroce, questa tensione sociologica trova una sua inaspettata, rudimentale forma di autogoverno. Sul cemento rovente di un campetto da calcio di quartiere era stato improvvisato un recinto fatto di transenne di plastica rossa, teli stesi alla ben e meglio per schermare il sole e un’infinità di materassi e tappeti appoggiati a terra. Uno spazio nato per proteggere donne e ragazze dai rischi della strada, gestito direttamente dai residenti. L’infrastruttura di questa protezione informale è interamente autofinanziata: tendoni, materassi e i pasti somministrati sono il frutto di una colletta interna promossa dagli abitanti. Un quartiere storicamente marginale che estrae dal proprio tessuto informale una capacità di contenimento che le istituzioni formali non riescono o non vogliono garantire. Tuttavia, il campo è amministrato da persone del barrio con strumenti empirici, una formazione approssimativa e categorie organizzative rigide. Nelle ultime ore sono arrivate altre trecento persone, quasi tutte giovani donne e minori. La capienza informale è exploded, costringendo gli organizzatori a decidere il trasferimento del campo verso un impianto sportivo più grande. Lo sgombero del primo spazio ha rivelato l’estetica della deprivazione urbana del Príncipe: la struttura smontata ha messo a nudo un recinto privo persino delle porte da calcio o di un canestro, recintato da reti di metallo strappate e arrugginite dove giocare significa rischiare a ogni tiro di perdere il pallone per sempre nei burroni del quartiere. Un residente, osservando i volontari caricare le stuoie, commentava con un’amarezza senza sconti: «A Ceuta ci sono diversi campi da calcio moderni e attrezzati; com’è possibile che per fare accoglienza debbano usare il nostro, che cade a pezzi?». PH: Raffaello Rossini 5. IL SOMMERSO, L’IGNORANZA E GLI SGUARDI Oltre le centinaia di presenze tracciabili nel campetto, esiste un secondo livello di invisibilità ancora più profondo: decine di giovanissime sono nascoste all’interno delle case private del barrio. La paura di essere intercettate e riassorbiti dal dispositivo di rimpatrio le spinge a una clausura volontaria nelle stanze buie delle case autocostruite. In questo sottoscala sociale domina un radicale analfabetismo giuridico: sia le minori sia le maggiorenni ignorano completamente i propri diritti, non conoscono le tutele teoricamente offerte dalla Ley de Extranjería per chi è sotto la fascia protetta, né quantificano i rischi reali di espulsione automatica o di trattenimento arbitrario. Attorno al perimetro del recinto la vita adolescenziale scorre alterata da una maturazione precoce. Fuori dalle transenne si calcano gruppi di ragazzi del posto: si creano dinamiche di promiscuità inevitabili, fatte di sguardi insistenti, numeri di telefono scritti sui cartoni, risate lanciate a distanza e tentativi di contatto. In un contesto segnato dalla totale assenza di mediazione professionale, la vulnerabilità delle minori esposte alla minaccia di molestie o violenze di genere rimane una costante latente, sfumata appena dalla presenza sul campo degli operatori di Mujeres en Zona de Conflicto (MZC). Questa ONG spagnola, attiva storicamente nei contesti di frontiera per la prevenzione della tratta e della violenza sulle donne, tenta un’opera di monitoraggio e orientamento, muovendosi con cautela tra la diffidenza dei ragazzi del quartiere e la lentezza della Polizia Nazionale, presente sul posto per raccogliere dati, fotosegnalare e catalogare le minori ai fini del conteggio istituzionale. PH: Raffaello Rossini 6. «IO SONO DI MIA MADRE»: LA VOCE DEL BARRIO L’intreccio tra disillusione, cinismo e una forma di disperata lucidità emerge nelle parole dei giovani che sono cresciuti nelle strade del Príncipe, dove l’infanzia si accorcia fino a sparire. Un ragazzo del posto restituisce la grammatica di questo margine: «I ragazzi fuori hanno troppa pressione addosso, vogliono solo fare i loro giri. Guardati intorno: ci sono tutte le ragazze dentro e tutti i ragazzi fuori che aspettano, guardano, mandano messaggi. Questo mi fa pena. Invece di vederli buttati così, io gli dico “spostati là” e si spostano. E se qualcuno non ascolta, glielo si fa capire con le maniere forti. Sono adolescenti, poco più che bambini. E la gente dall’alto parla di musulmani, marocchini, urla “fuori, fuori!“. Ma sono persone. In che momento abbiamo smesso di essere persone? Io non sono di destra, non sono di sinistra, non sono di Sánchez né del PP. Che cazzo me ne frega? Io sono di mia madre. A me ha cresciuto mia madre, mi ha scaldato il cibo mia madre, esattamente come la tua. Non la Meloni, non i politici. Mia madre, grazie a Dio. Vedi questo documento? È il mio DNI spagnolo, nato qui a Ceuta. È scaduto. E non lo vado a rinnovare. Non me ne importa niente, quando vorrò andare via ci penserò. Se non ti serve, lo tiri via, lo bruci, fai una denuncia e ti dicono che c’è un altro modello. Non mi interessa perché la Spagna a me non dà niente». 7. IL VUOTO ISTITUZIONALE E LE OMBRE SULLE RISORSE Dopo quattro giornate trascorse tra le sterrate del Príncipe, la percezione sul campo è quella di una polveriera a lento rilascio. Tra i vicoli si rincorrono ossessivamente le voci di un imminente sfollamento forzato o di una chiusura ermetica della frontiera di Tarajal, mentre gli agenti addetti ai valichi interpellati liquidano l’ipotesi bollandola come un’assurdità irrealizzabile. La realtà materiale, tuttavia, precipita nell’incuria: nel campo non ci sono docce, né servizi igienici adeguati; la presenza strutturale delle ONG è pressoché inesistente. I membri di Mujeres en Zona de Conflicto esternano una forte preoccupazione per il clima di militarizzazione strisciante: in mattinata perfino reparti dell’Esercito (Ejército de Tierra) si sono spinti fin dentro il quartiere per effettuare una specie di censimento informale. Ahmed, che con immensa fatica e sacrificio cerca di coordinare il campo, rimarca infastidito come l’atteggiamento dei militari sia stato inutilmente muscolare e provocatorio, sottolineando amaramente che se le forze armate tornassero per portare via le persone con la forza, lui non potrebbe fare nulla per impedirlo. L’unica certezza materiale resta il cibo, che continua ad arrivare grazie allo sforzo congiunto degli abitanti e al supporto logistico di entità assistenziali come la Cruz Blanca. Fa tuttavia rumore l’assenza totale di qualsiasi istituzione civile, sociale o socio-sanitaria della Ciudad Autónoma de Ceuta. L’unico volto dello Stato a farsi strada nell’incrocio tra edilizia abusiva e degrado è quello in divisa della Polizia Nazionale e dei blindati militari. Nei bar del barrio si parla apertamente del paradosso economico del margine: i finanziamenti straordinari versati dal Governo centrale di Madrid e dai fondi europei per la gestione dell’emergenza transfrontaliera. Tra i residenti ricorre l’amarezza per le cifre – come i circa 25 milioni di euro stanziati ed erogati per la gestione dell’accoglienza e dell’emergenza migratoria – chiedendosi dove vadano a finire queste risorse prima di arrivare in un quartiere dove le scuole cadono a pezzi, le abitazioni versano in uno stato di cronico semiabbandono e non esiste un solo centro di aggregazione giovanile o uno spazio sociale per impedire che i ragazzi della zona finiscano inghiottiti dai circuiti informali della frontiera. PH: Raffaello Rossini 8. L’INTERCAPEDINE PERMANENTE Nelle parole dei giovani del barrio si sovrappongono il rifiuto delle categorie ideologiche istituzionali, il senso di abbandono da parte dello Stato centrale e l’accettazione della violenza come unico codice regolatore dell’ordine locale. In questo frammento di conversazione si riassume la condizione antropologica del Príncipe: una comunità che rifiuta l’identificazione con le narrazioni statali – siano esse spagnole o marocchine – per rifugiarsi in un tribalismo primario fondato sulla lealtà familiare e sulla legge del più forte. Il Príncipe non si costituisce come rifugio politico né come ghetto chiuso: risponde alle caratteristiche di un non-luogo di transito spinto all’estremo, un’intercapedine architettonica e sociale dove l’identità individuale viene congelata nell’attesa. Un limbo dove l’autorità formale recede lasciando spazio a un’infrastruttura d’emergenza autoprodotta, in cui la solidarietà comunitaria e la minaccia della pistola convivono nello stesso spazio, divise soltanto dal perimetro precario di una transenna rossa. Sullo sfondo, mentre le camionette della Polizia scendono lungo i tornanti polverosi dopo aver completato l’ennesimo censimento formale, le ragazze rimaste dentro la rete tentano di riappropriarsi del tempo con una palla sgonfia o una chiamata verso casa. Sotto la superficie di Ceuta, la marea non si è fermata: si è limitata a spostarsi di poche centinaia di metri, occupando un altro campetto sbrecciato in cui continuare ad attendere. PH: Raffaello Rossini
Confini europei in Nord Africa: la lezione di Ceuta
Tra l’ultimo giovedì di luglio e i giorni successivi sono arrivate, principalmente a Ceuta, decine di migliaia di persone. Tra queste, almeno 142 sono morte nel tentativo di raggiungere l’enclave spagnola, molte delle quali durante l’attraversamento a nuoto 1. Le persone migranti hanno raggiunto Ceuta utilizzando gommoni, imbarcazioni di fortuna e, soprattutto, nuotando. Sono molte le immagini e i video che circolano sui social dei disordini che hanno interessato la città: le spiagge affollate di persone che cercano di fuggire dalla polizia, le manifestazioni dei militanti di estrema destra contro una presunta invasione, le immagini della polizia marocchina che lancia pietre contro i migranti e quelle di molte associazioni che distribuiscono cibo. Le Ong presenti sul posto raccontano una situazione di difficile gestione, in cui mancano beni di prima necessità e i rimpatri svolti con procedure poco chiare sono costanti. Nella narrazione mediatica della vicenda ci scontriamo con un linguaggio caratterizzato da una forte violenza: si parla di “invasione”, di “assalto” e di arrivi in massa sulle coste spagnole. Una premessa è doverosa: Ceuta è geograficamente situata in Marocco. Notizie/Confini e frontiere NOTE SU UN PASSAGGIO DI STATO TRA CEUTA E FNIDEQ Reportage da un confine che trasforma le persone in merce di scambio Raffaello Rossini 8 Agosto 2026 Sarebbe scorretto non ricordare che le persone in questione non hanno mai, geograficamente parlando, lasciato l’Africa. Quello che è accaduto è che hanno superato un confine che risale all’Europa coloniale, la stessa Europa che oggi si lamenta di essere invasa. I partiti di destra, spagnoli e non, si sono subito affannati a trovare il capro espiatorio nel governo di Pedro Sánchez e in particolare nel processo di regolarizzazione che ha avviato, volto a concedere un permesso di soggiorno, e non la cittadinanza, alle persone migranti che vivono in Spagna da prima del 2026. Notizie/Confini e frontiere LA REGOLARIZZAZIONE IN SPAGNA: NOVECENTOMILA PERSONE MIGRANTI STABILIZZATE Mentre la Spagna riconosce diritti e alimenta il boom economico, l’Italia continua ad essere solo fabbrica di marginalità   Chiara Concetta Starita, Avv. Gennaro Santoro (Roma) 29 Giugno 2026 D’altra parte, la sinistra incolpa il Marocco della pressione sulle frontiere e invoca controlli più ferrei sui confini. Osservando tutto questo vale la pena chiedersi a che tipo di contraddizioni stiamo assistendo e che dinamiche produce questo dibattito. Questo tipo di attraversamento dei confini europei, con molte persone che si muovono contemporaneamente, si è verificato altre volte nella storia, tuttavia l’attenzione mediatica riservatagli non è sempre la stessa. > La scelta di utilizzare i fatti di Ceuta per parlare di assalto e invasione > strizza l’occhio a un clima politico di avanzata generale delle destre in > Europa. Con un meccanismo ormai facilmente prevedibile, il tema delle persone in movimento viene strumentalizzato per lanciare dichiarazioni da campagna elettorale. Un processo che si è accentuato a causa dell’avvicinarsi delle elezioni spagnole, previste per il 2027. Inoltre, bisogna considerare che la costruzione delle barriere tra Ceuta e il resto del Marocco è iniziata negli anni ’90. Infatti, la frontiera terrestre tra Africa e Unione Europea è caratterizzata dalla massiccia presenza di controlli. Pertanto, sembra che la crisi che sta attraversando Ceuta sia da imputare alla presenza dei controlli rigidi sui confini e non alla loro assenza. Notizie/Confini e frontiere «HO TENTATO DI ARRIVARE A CEUTA. MI HANNO FERMATO, MI HANNO MESSO SU UN BUS E MI HANNO PORTATO NEL SUD. ORA STO PEGGIO DI PRIMA» Le testimonianze di due persone migranti nere 7 Agosto 2026 La domanda da porsi è: le politiche europee in tema di controllo dei confini stanno realmente impattando sui tentati attraversamenti? La risposta sembra essere negativa: l’aumento dei controlli sulle frontiere europee non ha eliminato i tentativi di attraversamento. Ad aumentare sono piuttosto le violenze e le morti. Ancora una volta, osservando Ceuta possiamo riflettere sul potere dei confini. I paesi situati alla frontiera dell’Ue rappresentano già da molti anni dei laboratori per la sperimentazione e il perfezionamento delle politiche in materia di gestione dei “flussi” e della “lotta all’immigrazione clandestina”. Ad oggi, i confini non rappresentano più delle semplici linee che dividono un territorio da un altro, ma funzionano come se fossero filtri: il passaggio della linea di frontiera determina chi ha il diritto di muoversi e chi no. È proprio sui confini che si compie quella che diversi antropologi, riprendendo Foucault, hanno chiamato “biopolitica dell’alterità”: un’operazione politica che si muove dai confini esterni tra i territori e quelli interni sociali, attraverso cui gli Stati attribuiscono alle vite valori morali differenti. L’alterità, cioè la persona migrante che arriva da fuori, viene amministrata attraverso dispositivi biopolitici che combinano assistenza, controllo e soprattutto selezione. In questo clima, risulta del tutto inappropriato invocare un maggior controllo dei confini perché la politica attuale si basa proprio su questo. Bisogna ricordare che l’Ue ha recentemente approvato un nuovo Patto su migrazione e asilo che agevola le procedure di rimpatrio alla frontiera. Nel concreto, è da almeno 15 anni che l’Europa ha avviato un processo di esternalizzazione delle frontiere, basato su accordi bilaterali tra Stati: territori esterni all’Unione, come il Marocco, assumono il ruolo di gendarmi della Fortezza Europa, a cui viene affidato il controllo dei flussi. Che cosa ha prodotto questa politica? La militarizzazione dei confini e l’aumento della violenza esercitata sulle persone che li attraversano. Il potere generativo del confine si esplica in una dinamica chiara: attraverso l’attuazione di determinate pratiche e leggi è lo Stato che produce attivamente categorie di persone “irregolari” e “fuori legge”, negando loro garanzie. Per estensione, tutto il territorio di frontiera, l’intera Ceuta, si caratterizza per la presenza di illegalità. Questo è un espediente narrativo che giustifica immediatamente la sospensione dei diritti e l’uso della violenza. Una categoria su cui è necessario riflettere è quella del “migrante illegale”. Seguendo quanto espresso in Migrant “illegality” and deportability in everyday life da Nicholas De Genova (2002), l’illegalità non può essere utilizzata come categoria descrittiva, perché non è una condizione intrinseca dell’essere migrante. Nessuna persona nasce illegale, ma diventa tale perché uno Stato stabilisce che la sua presenza non è conforme alle norme vigenti. Attraverso meccanismi di vario tipo, tra cui procedure burocratiche complesse e inaccessibili, è lo Stato che produce l’illegalità dei migranti. Infatti, viaggiare legalmente dal Marocco alla Spagna è molto complesso, se non addirittura impossibile. Così le persone migranti diventano irregolari: non hanno commesso un reato, però non rientrano in uno stato giuridico legale. Pensare che l’irregolarità sia una condizione prodotta dalle istituzioni cambia la narrazione, perché ci permette di decostruire l’idea secondo cui essere migranti illegali sia una scelta individuale. Ci troviamo di fronte a un dibattito in cui l’etichetta di “illegale” ha sostituito del tutto l’identità delle persone. Parlare di “invasione” e “assalto” produce un effetto simbolico molto importante: il migrante è colui che deliberatamente viola la legge, non più un individuo con una storia e con dei diritti. Quando l’identità giuridica prevale sull’identità della persona ci troviamo nella sfera della deumanizzazione: meccanismo per cui l’umanità di alcune categorie viene negata. Il lessico utilizzato per descrivere quello che accade a Ceuta è caratterizzato dalla sistematica omissione dei numeri delle persone morte in mare e del fatto che molti hanno compiuto l’attraversamento a nuoto. Le categorie utilizzate dalla stampa e dalla politica per descrivere le persone migranti – “clandestino”, “illegale” o “invasore” – non sono affatto neutre, perché non descrivono soltanto la realtà ma contribuiscono a produrla. La classificazione giuridica diventa una forma di potere che incide sulle possibilità di accedere ai propri diritti e di essere riconosciuti come soggetti politici attivi. Approfondimenti/Confini e frontiere CEUTA E MELILLA: COSA STA REALMENTE ACCADENDO Per comprendere davvero dobbiamo guardare oltre l'emergenza e interrogarci sul modello di gestione delle frontiere europee  3 Agosto 2026 Al di là della ricerca dei diretti responsabili, quello che è avvenuto a Ceuta non può essere considerato un episodio isolato, ma una storia tristemente destinata a ripetersi. Si tratta della manifestazione concreta di un sistema che continua a produrre sofferenza e violazioni dei diritti come effetti strutturali delle proprie politiche di gestione delle frontiere. Fino a quando la gestione europea delle migrazioni continuerà a privilegiare i confini, a basarsi sulla deterrenza e sui controlli violenti, casi come quello di Ceuta saranno sempre più inevitabili. Per comprendere i fenomeni migratori è spesso necessario andare oltre la cronaca e interrogarsi sulle rappresentazioni e sul linguaggio con cui le vicende vengono raccontate. La deumanizzazione non si manifesta solo attraverso l’uso della violenza sui confini, ma affonda le sue radici nella progressiva riduzione delle persone a “invasori” o “assaltatori”. Inoltre, parlare di “emergenza” occulta spesso il fatto che la violenza è strutturale e costante, sia nelle cause della migrazione, sia nella gestione del fenomeno. Ci troviamo all’interno di un dibattito che da anni sostituisce le persone con i numeri e con le statistiche, in cui l’indignazione iniziale è diventata totale assuefazione. È un concreto effetto della deumanizzazione normalizzare e accettare l’inaccettabile: il fatto che da un lato abbiamo una destra che parla di “prioridad nacional” e una sinistra che invoca controlli più ferrei sui confini, ma che nessuno parli delle persone che decidono di migrare a nuoto o su barche di fortuna ne è la rappresentazione concreta. Ogni società costruisce la propria politica della vita, decidendo quali vite sono considerate degne di essere protette e soccorse e quali possono essere esposte al rischio. Le frontiere europee e gli spazi come quello di Ceuta riflettono una gerarchia morale in cui il diritto al movimento è distribuito in maniera totalmente diseguale. > Le città di frontiera sono diventate aree in cui i diritti diventano pedine di > scambio geopolitiche. Ceuta rappresenta il fallimento di una precisa idea di Europa: quella che ha preferito investire progressivamente nella militarizzazione delle frontiere e non nella costruzione di vie di accesso sicure e legali, nel rispetto dei diritti fondamentali della persona; un’Europa che ha affidato a paesi terzi il controllo dei movimenti migratori, chiudendo prima un occhio poi l’altro di fronte alle sistematiche violazioni dei diritti umani e che ha trasformato la solidarietà tra gli Stati membri in un principio evocato solo nei documenti ufficiali e inesistente, o ridotto a un compenso economico, nella pratica. I fatti di Ceuta mostrano che l’Unione sta alimentando politiche che non difendono le persone, ma i confini. Di fronte a queste dinamiche è necessario riumanizzare la narrazione, restituendo alle persone in movimento quello che le politiche securitarie tendono a togliere: un nome, una storia e delle ragioni. Va ribadito chiaramente che nessuno affronta il mare o il deserto per invadere l’Europa. Le cause principali dei movimenti di persone vanno ricercate nella violenza strutturale, nella povertà estrema, nei processi di sviluppo diseguali tra Stati e nella totale mancanza di opportunità future, che sta segnando intere generazioni di giovani in Nord Africa e in Africa subsahariana. Inoltre, la situazione è aggravata dall’accelerazione di un forte processo di desertificazione che distrugge i mezzi di sussistenza e costringe ad abbandonare la propria terra. Questo dato dovrebbe essere preso particolarmente in considerazione oggi, in un’Europa che brucia per le temperature da bollino rosso. Se il nostro obiettivo è la comprensione dei fenomeni migratori, non possiamo ridurre Ceuta a una sterile individuazione delle responsabilità. Questi fatti di cronaca mostrano la necessità di un cambio di paradigma. Il dibattito dovrebbe concentrarsi sulla necessità di una politica che rimetta al centro la difesa della vita, con vie di accesso all’Europa che siano sicure. Cosa vuole difendere la nostra Fortezza Europa che si chiude sempre più su se stessa? Continuare a misurare il successo delle politiche migratorie sulla base del numero dei respingimenti o sulla riduzione degli arrivi significa accettare che la tutela dei confini prevalga sulla tutela delle persone. Invertire questa prospettiva è necessario, perché nessuna frontiera è sicura se il prezzo della sua sicurezza è la perdita di vite umane. 1. Una ONG marroquí eleva a 141 los fallecidos en Ceuta y Melilla, Diario de Sevilla (7 agosto 2026): Recuperado el cuerpo de otro migrante en Ceuta, los muertos suman 142, Ansa Latina (9 agosto 2026) ↩︎
«Ho tentato di arrivare a Ceuta. Mi hanno fermato, mi hanno messo su un bus e mi hanno portato nel sud. Ora sto peggio di prima»
ILARIA MOHAMUD GIAMA 1 Le parole di A. arrivano da lontano. Non solo geograficamente. Arrivano da un limbo che dura da anni. L’ho conosciuto questo gennaio a Rabat, durante le proteste davanti all’UNHCR. Un ragazzo aveva appena tentato di darsi fuoco davanti alla sede. La disperazione di chi resta bloccato senza via d’uscita era nell’aria. A. era lì. Sudanese, senza documenti riconosciuti, senza lavoro, senza prospettive. Viveva esattamente ciò che le associazioni denunciano da tempo: il Marocco non dispone di un vero sistema nazionale di asilo. Non esiste una procedura strutturata, con tempi certi, diritti garantiti e un’autorità indipendente che valuti le domande. C’è solo l’ufficio dell’UNHCR, che raccoglie le richieste preliminari e rilascia documenti di registrazione. Nella pratica, quei documenti offrono scarse tutele. Chi li possiede resta comunque esposto a rastrellamenti, controlli arbitrari, fermi e trasferimenti forzati verso il sud del paese. Quando a metà luglio ha sentito che qualcosa si stava muovendo verso Ceuta, ha deciso di tentare. Si è messo in viaggio. Non è mai arrivato. Su un bus, durante un controllo, lo hanno fatto scendere insieme ad altri migranti neri. Poi lo hanno caricato su un altro mezzo e lo hanno portato centinaia di chilometri più a sud. La sua esperienza non è un incidente. È il funzionamento ordinario di un confine che non si limita a fermare le persone, ma produce gerarchie. Decide chi può muoversi e chi deve restare fermo, chi può tentare e chi viene allontanato. Foto di A. – Prima della deportazione Foto di A. – Luogo dove vengono scaricate le persone In quei giorni i giovani marocchini potevano raggiungere la frontiera e attraversarla. I migranti di origine subsahariana trovavano invece strade e bus trasformati in filtri. La selezione basata sul colore della pelle non è un dettaglio operativo: è una tecnologia di confine. A. mi ha messo in contatto con un’altra persona, W., che ha seguito un percorso diverso, ma con lo stesso esito. Era riuscito ad arrivare in Spagna via terra. Assieme a lui migliaia di altre persone. Immagini di W. – Durante la rotta per le foreste Dopo poco è stato però respinto con la forza oltre il confine e, una volta tornato in Marocco, è stato caricato su un mezzo e deportato nel sud del Marocco. Due traiettorie, lo stesso meccanismo di allontanamento e isolamento. Queste operazioni non sono un’iniziativa autonoma del Marocco. Sono parte di un sistema commissionato e finanziato dall’Unione Europea. Attraverso accordi, fondi e pressioni politiche, l’Europa ha trasformato il paese in un gatekeeper: un territorio incaricato di contenere, selezionare e disperdere chi cerca di muoversi verso nord. I trasferimenti di massa verso il sud – spesso senza procedure, senza documenti, senza possibilità di ricorso – sono uno degli strumenti di questa esternalizzazione. Il video virale di un agente delle Fuerzas Auxiliares che lancia ripetutamente una grossa pietra contro un giovane vicino al confine non è un’eccezione. È un fotogramma della violenza ordinaria con cui questo sistema si mantiene. A. oggi è di nuovo nel sud. Ha perso giorni, soldi, energie. È tornato nello stesso limbo da cui aveva cercato di uscire, solo più isolato. W., dopo aver toccato territorio spagnolo, è stato respinto e deportato nel sud del Paese, e al momento risulta irreperibile. L’ultimo aggiornamento riguarda un luogo di detenzione per migranti nel sud del Marocco. Ultima immagine di W. All’interno di una struttura di detenzione per migranti neri Le loro storie non sono eccezioni. Sono il risultato concreto di una politica che ha delegato la violenza del confine a paesi terzi, finanziandone i meccanismi di controllo senza costruire reali sistemi di protezione. Mentre i media contano quanti marocchini sono entrati a Ceuta e quanti sono tornati, sulle strade del nord del Marocco continua a funzionare un filtro silenzioso. Un filtro che non si limita a bloccare. Produce differenze. Decide chi può tentare e chi deve essere allontanato. E lo fa, ancora una volta, lungo la linea del colore della pelle, con il sostegno indiretto ma decisivo dell’Unione Europea. 1. Ricercatrice e attivista per i diritti umani, studentessa di Geografia all’Università di Bologna. Mi occupo di scrittura e divulgazione su temi geografici, culturali e geopolitici, con particolare attenzione alle dinamiche di confine, alla mobilità e ai diritti nelle zone di frontiera interne ed esterne all’Europa. ↩︎
Ceuta e Melilla: cosa sta realmente accadendo
NICOLETTA ALESSIO, FEDERICA TONINELLO Le immagini hanno fatto il giro d’Europa in poche ore. Migliaia di persone in mare, con ciambelle salvagenti di fortuna, aggrappate agli scogli, gruppi che corrono lungo la battigia, militari schierati, elicotteri, ambulanze. Nel giro di pochi minuti il racconto era già scritto: assalto all’Europa, invasione, crisi migratoria. Ma cosa stiamo realmente guardando? Scriviamo dopo essere state a Ceuta e Melilla, enclavi spagnole in territorio marocchino, a fine aprile. In questi mesi stiamo sviluppando Voices from the border, un progetto che costruisce una rete transnazionale di realtà di base impegnate su migrazioni, antirazzismo e giustizia sociale, con un focus su Ceuta e Melilla quali frontiere simbolo delle politiche migratorie europee: luoghi in cui l’esternalizzazione dei confini si traduce in violenza sistemica, discriminazione e violazioni dei diritti umani. Abbiamo raccolto testimonianze di chi quella violenza la vive e la documenta ogni giorno. È da queste voci che proviamo a leggere ciò che sta accadendo. LA PRIMA DOMANDA: COSA STIAMO GUARDANDO? Il bilancio è ancora provvisorio: sarebbero 84 i morti rinvenuti tra le spiagge di Ceuta e Fnideq e circa 50 mila le persone entrate a Ceuta e Melilla da giovedì scorso. Secondo il ministro dell’Interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska, sarebbero già 48.300 le persone “rimpatriate” in Marocco, senza che sia ancora chiaro attraverso quali procedure. Numeri destinati a cambiare, ma che si inseriscono in una storia già drammatica. Il 2025 era stato l’anno più letale mai registrato sul litorale di Ceuta, con almeno 47 corpi recuperati in mare. Nessuna statistica, però, riesce a restituire il numero reale delle persone scomparse: molte vengono inghiottite dal mare o muoiono tentando il passaggio via terra, attraverso i boschi che circondano le enclave, su di loro non vi è nessuna stima ufficiale.  > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da No Name Kitchen (@no_name_kitchen) Anche a Melilla, alla frontiera con Beni Ensar, si sono registrati tentativi di attraversamento e violenze. Secondo l’associazione locale Solidary Wheels, decine di persone sono rimaste ferite durante i tentativi di attraversamento a nuoto, alcune con lesioni gravi attribuite all’intervento delle forze di sicurezza spagnole e marocchine. Sebbene le autorità abbiano dichiarato l’ingresso di 130 persone, tra cui 84 minori, molte altre sarebbero state respinte sommariamente verso il Marocco, compresi minorenni, mentre resta ancora poco chiaro quante persone siano effettivamente riuscite a entrare, quante siano state respinte e se abbiano ricevuto assistenza sanitaria e legale. Comunicati stampa e appelli/Confini e frontiere E COSA STA SUCCEDENDO AL CONFINE DI MELILLA? Comunicato di Solidary Wheels - 31 luglio 2026 1 Agosto 2026 In una crisi umanitaria che corre alla velocità dei social network, l’opinione pubblica si trova davanti a immagini virali – la massa di persone in acqua, i corpi ammassati che oltrepassano le reti, i festeggiamenti, ma anche i momenti di tensione – e quasi nessun strumento per contestualizzarle. Proviamo a farlo insieme con quanto abbiamo imparato da chi il territorio lo vive tutto l’anno. DOVE SONO, DAVVERO, QUESTE PERSONE? Ceuta e Melilla sono due città autonome spagnole situate sulla costa nord del continente africano. Pur appartenendo politicamente alla Spagna e all’Unione europea, sono interamente circondate dal territorio marocchino e costituiscono gli unici confini terrestri tra l’Europa e l’Africa. Le persone arrivate “a nuoto a Ceuta” non hanno attraversato il Mediterraneo e non sono approdate sulla Spagna peninsulare: hanno raggiunto pochi metri di territorio europeo situato in Africa. Una precisazione geografica che cambia il significato del racconto: non è un grande sbarco sulle coste europee, ma il superamento di un confine estremamente anomalo, dove pochi metri d’acqua separano due mondi profondamente diseguali.  Melilla si trova circa 400 chilometri più a est e resta spesso fuori dai riflettori. I suoi dodici chilometri quadrati sono circondati da barriere alte diversi metri, dalle quali si vedono le case delle città marocchine di Farkhana e Beni Ensar. Entrambe sorgono nel Rif, regione del nord del Marocco segnata da una lunga storia di marginalizzazione economica, mobilitazioni sociali e repressione politica. Abbiamo attraversato Farkhana, Beni Ensar, Nador, Tétouan, Martil e Fnideq: ovunque era evidente una sensazione diffusa di frustrazione e soffocamento. Inoltre, al contrario di quanto affermato dalle destre, Ceuta e Melilla città sono di fatto fuori dall’area di libera circolazione di Schengen e chi vi arriva o parte è sottoposto a controlli di frontiera.  CHI SONO E PERCHÉ FUGGONO? La maggior parte delle persone che arrivano a Ceuta per mare sono di nazionalità marocchina. Quando eravamo lì abbiamo incontrato due giovani di Tétouan che avevano attraversato Ceuta durante l’ondata del 2021. «La prima volta che ho pensato di emigrare è stato perché sono stato costretto a farlo. Ho capito che i diritti che cercavo in questo Paese non li ho trovati. A Tétouan lavoravamo nel commercio informale: da quando avevo 9 anni aiutavo mio padre. Andavamo a Ceuta con il passaporto, portavamo la merce e riuscivamo a vivere. Non avevo motivo di partire. Poi con il Covid la frontiera si è chiusa e non è più tornata la stessa: serviva un visto per entrare e il Marocco ci ha impedito di vendere per strada. Mio padre è stato costretto a fare il facchino e io a cercare un modo per emigrare, per lasciare il Paese e aiutarlo». L’altro ragazzo ci ha detto: «Abbiamo provato a trovare altri modi di viaggiare, ma non c’è una soluzione che ti porti a destinazione. Per ottenere un visto ti chiedono un lavoro e molti soldi in banca. Per noi è inaccessibile. L’unica soluzione rimasta è via mare o attraverso la montagna, verso il confine». Anche le organizzazioni impegnate nelle zone di frontiera parlano di questi afflussi come “grandi fughe”. Gli stessi organismi marocchini per i diritti umani hanno letto in questa chiave il tentativo collettivo di raggiungere Ceuta. L’Instancia Democrática Marroquí ha espresso “profonda preoccupazione” per la condizione dei giovani nel Paese, parlando di “fallimento politico” del governo marocchino. “Ciò a cui si sta assistendo nella regione settentrionale del Marocco, qualunque siano le ragioni circostanziali che hanno mosso questa migrazione di massa simile a quella che ha avuto luogo due anni fa, è una palese espressione di una profonda crisi strutturale e l’accumulo di decenni di emarginazione sociale ed economica. Il fatto che un gran numero di giovani e minori, donne e uomini di tutte le età, rischino la vita e fuggano dai loro paesi così è un serio indicatore della disperazione pervasiva e della perdita di fiducia nelle istituzioni e nelle politiche pubbliche e nel futuro nel suo insieme.” – Dichiarazione sugli eventi di Ceuta e Melilla del 30 e 31 Luglio 2026 dell’Associazione Marocchina per i Diritti Umani. In Marocco la forbice sociale si è allargata mentre il governo ha speso oltre 16 miliardi di dollari per i grandi eventi sportivi. Ha appena organizzato la Coppa d’Africa e si prepara a ospitare i Mondiali di calcio del 2030. Un paradosso stridente, in quanto la co-organizzerà proprio con Spagna e Portogallo. Un Paese di cui in Europa si racconta poco, ma dove le proteste lo scorso anno, proprio per denunciare la crisi sociale, sono state represse violentemente 1 . Achraf Maimon, presidente della sezione locale dell’Associazione marocchina per i diritti umani e coordinatore della sua Commissione Centrale per la Migrazione e l’Asilo, ci ha spiegato:  «Il Marocco registra un tasso di disoccupazione giovanile superiore al 13%, secondo i dati ufficiali; tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni, oltre il 50% è senza lavoro, senza istruzione, e non fanno nulla nella loro vita. Cioè non lavorano, non studiano e non fanno nulla. Questi giovani hanno perso la speranza, non ricevono un’istruzione adeguata e non hanno opportunità di lavoro. Inoltre, diversi movimenti sociali sono stati vietati e repressi. Ai loro giovani sono state inflitte condanne severe. La maggior parte dei giovani che non sono riusciti a trovare una via d’uscita è emigrata all’estero, sia con mezzi legali che illegali. Questo è evidente nel movimento del Rif. La maggior parte dei giovani che partecipavano al movimento del Rif ha attraversato il mare da Al Hoceima verso la Spagna in quella che potremmo definire un’emigrazione quasi collettiva, in fuga dalla realtà politica ed economica». Ridurre tutto a una “migrazione economica” significa non vedere la complessità di queste partenze. Disoccupazione, precarietà, assenza di prospettive, repressione politica e perdita di fiducia nelle istituzioni concorrono a spingere un numero crescente di persone a fuggire, anche rischiando la vita. PERCHÉ IL MAROCCO LI HA LASCIATI ENTRARE? Diversi osservatori hanno notato che le misure di sicurezza marocchine sono state, in queste giornate, quasi assenti. Le immagini di questi giorni hanno riportato alla memoria il maggio 2021, quando il Marocco allentò i controlli e migliaia di persone, come i ragazzi che abbiamo conosciuto entrarono a Ceuta 2.  I confini, è ormai noto, sono usati come strumento di pressione diplomatica: la loro “apertura” o “chiusura” risponde a interessi geopolitici legati al Sahara occidentale, ai rapporti tra Spagna, Marocco e Algeria, agli equilibri di potere nella regione. Ma spiegare tutto con la volontà di Rabat di esercitare pressione politica significa ignorare una realtà fondamentale: che la spinta sociale è reale, esiste e preme come non mai alle frontiere.  I tentativi di attraversamento a Ceuta sono costanti. Spesso avvengono in gruppo proprio per le caratteristiche specifiche di questa frontiera: siccome è molto difficile passare, ci provano in tanti affinché almeno qualcuno riesca. Ne abbiamo parlato con Serge Aime Guemou del Consiglio dei Migranti Subsahariani in Marocco: «È tutto organizzato in modo che i più forti vengano messi dietro, i più deboli davanti, quelli con maggiore resistenza fisica ancora più avanti. Sono dinamiche straordinarie. E riescono a ottenere dei risultati, come dicevo, perché alcune persone riescono a entrare».  Questo vale soprattutto per la via di terra, dove le persone si accampano nella foresta di Beliounes per scavalcare i 3 strati di recinzioni alte dai 7 ai 10 metri che la separano a Ceuta. La logica è la stessa anche via mare: entrare in gruppo permette più chance di farcela, almeno a qualcuno. La realtà è quindi più complessa di una teoria del complotto. Il Marocco può usare le frontiere come leva politica, ma questo non spiega da solo migliaia di persone che rischiano la vita per attraversarle. Del resto, nel 2022, il Marocco non si fece scrupoli a reprimere il tentativo di migliaia di persone subsahariane di entrare a Melilla dal valico del Barrio Chino. La repressione fu durissima su entrambi i lati del confine: l’Associazione marocchina per i diritti umani (AMDH) e le inchieste indipendenti parlarono di almeno 37 vittime e di circa 70 persone scomparse, mentre la polizia spagnola ne respinse verso il Marocco almeno 470. Fu, con ogni probabilità, la strage più letale mai avvenuta sulla frontiera terrestre tra Unione europea e Marocco 3. QUANTO CONTA LA SENTENZA DEL TRIBUNAL SUPREMO SPAGNOLO? Parte del racconto istituzionale e mediatico ha indicato una recente sentenza del Tribunal Supremo spagnolo come un “incentivo” agli attraversamenti, quasi che avesse aperto la frontiera. In realtà, la decisione nasce da un lavoro di contenzioso strategico portato avanti da Servicio Jesuita a Migrantes, Coordinadora de Barrios e No Name Kitchen e stabilisce che chi raggiunge Ceuta e Melilla via mare non può essere sottoposto al rechazo en frontera, cioè al respingimento sommario. La sentenza è stata pubblicata il 20 luglio 2026 e stabilisce che entrare via mare non equivale a scavalcare una barriera fisica e le persone intercettate devono poter accedere alle procedure ordinarie con le garanzie previste dal diritto internazionale. Non si tratta quindi di una “apertura” della frontiera, ma del riconoscimento di tutele giuridiche fondamentali.  Può davvero una sentenza che impone garanzie giuridiche “causare” un effetto moltiplicatore così immediato? Attribuire a questa decisione l’aumento degli arrivi significa ignorare le cause profonde che spingono migliaia di persone verso la frontiera. Mentre si invocano misure straordinarie – come Giorgia Meloni che ha deciso per la sospensione unilaterale di Schengen per chi proviene dalla Spagna – vale la pena non perdere la memoria.  Nel settembre 2023 a Lampedusa approdarono 6.000 persone in ventiquattro ore, in uno degli anni con più arrivi in Italia degli ultimi dieci anni. Allora il governo italiano chiese il sostegno dell’Unione, che poi nei fatti non arrivò. Stessa cosa, con numeri ancora più elevati, avvenne nelle isole greche del Mar Egeo nel 2015 durante la cosiddetta “crisi dei rifugiati” siriani 4. Anche oggi dovrebbe essere il richiamo alla solidarietà di tutta l’Unione europea il messaggio politico più forte. Non la chiusura reciproca dei confini interni, non la forza militare, non la deportazione di massa la soluzione. QUELLO CHE È URGENTE FARE L’emergenza è anzitutto umanitaria. Il CETI di Ceuta, pensato per 512 persone, è saturo. Quando eravamo lì, fuori dall’emergenza, alcuni giovani già dormivano in sette in una stanza. Anche il centro per minori è al collasso e molti dormono per strada, bambini compresi. I supermercati sono chiusi; quelli aperti non sono accessibili a tutti: No Name Kitchen ha recentemente riportato che è l’esercito che decide chi entra e chi no. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da No Name Kitchen (@no_name_kitchen) La risposta istituzionale è solo repressiva, con esercito e carri armati schierati per incanalare le persone. La Spagna si è apprestata a un accordo-lampo con Rabat per i “ritorni urgenti”, con il ministro spagnolo Marlaska che ha affermato che il governo di Madrid è pronto a rimpatriare tutte le persone considerate irregolari. Il direttore della Comisión Española de Ayuda al Refugiado (CEAR), Mauricio Valiente, ha definito i rimpatri accelerati una “cattiva soluzione“, ricordando che il Marocco non è un Paese sicuro e che la collaborazione tra Stati non può tradursi in una consegna sommaria, senza esaminare la situazione individuale di ciascuno. E inoltre c’è da rispettare la sentenza del Tribunal Supremo. Ma la soluzione non può essere la chiusura dei confini o la deportazione. Nel frattempo alcuni video cominciano a circolare sui social media che riprendono agenti marocchini picchiare persone nero-africane a bordo di bus, la cui destinazione non è nota. A Ceuta in molti si sono rimboccati le maniche per offrire cibo e riparo alle persone sfollate, ma adesso mancano viveri e prodotti per rifornire supermercati ed esercenti. Serve che l’Europa porti sostegno e aiuti materiali a Ceuta e a chi a Ceuta si è già attivato per aiutare. Soprattutto, servono vie sicure di accesso che non costringano le persone a morire per attraversare una linea immaginaria. Quello che accade a Ceuta e Melilla non dimostra una “crisi dell’Europa assediata”. Dimostra il fallimento di un modello che tenta di difendere una frontiera senza affrontare la spinta che vi preme sopra. L’esternalizzazione non protegge davvero nessuno: non protegge le persone che partono, che continuano a rischiare la vita; non protegge chi vive alle frontiere, trasformate in zone permanenti di tensione; e non protegge nemmeno l’Europa, che risponde a una realtà complessa con una politica sempre più violenta e miope. Il compito della rete che stiamo costruendo è proprio questo: riportare al centro le voci di chi vive queste frontiere e impedire che ogni nuova crisi diventi soltanto un pretesto per costruire muri più alti. -------------------------------------------------------------------------------- “Voices from the border. Anti-racist solidarity and advocacy networks” è finanziato nell’ambito del progetto TACKLE, finanziato dalla Commissione europea (Riferimento: EuropeAid/173998/DH/ACT/Multi) ed è realizzato da Avocats Sans Frontières, un’organizzazione non governativa, in collaborazione con Alternatives Européennes, ENCLE (Rete europea per la formazione giuridica clinica), CLEDU (Clinica legale per i diritti umani), Associazione IUC (International University College) di Torino, Associazione DiFro (Diritti di Frontiera APS) – Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre, APDHA (Asociación Pro Derechos Humanos de Andalucía), UAF (Action de l’Union Féministe de Tanger), Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali (FTDES), Università degli Studi di Palermo – Dipartimento di Giurisprudenza, Università degli Studi Roma Tre, Sciences Po – École de Droit, Université Libre de Bruxelles – Equality Law Clinic, Amsterdam Law Clinics dell’Università di Amsterdam. I contenuti del presente articolo sono di esclusiva responsabilità di Melting Pot Odv e S-Com e non possono in alcun caso essere considerati rappresentativi della posizione dell’Unione europea. 1. Otto donne morte di parto in ospedali fatiscenti mentre nascono stadi sempre più grandi: il calcio che spacca il Marocco – Il Fatto Quotidiano, 20 dicembre 2025 ↩︎ 2. Sui fatti di Ceuta – Meltingpot.org, 24 maggio 2021 ↩︎ 3. 24 J. Il massacro di Melilla. La ricostruzione degli eventi nel rapporto di Caminando Fronteras – Meltingpot.org, 29 marzo 2023 ↩︎ 4. Sull’isola greca di Lesbo è crisi umanitaria – Meltingpot.org, 23 luglio 2015 ↩︎
E cosa sta succedendo al confine di Melilla?
A Melilla si è vissuta una notte di grande tensione al confine, con un imponente dispiegamento di forze di polizia e la chiusura del valico di frontiera di Beni Enzar. Durante la notte si sono uditi spari ed esplosioni, mentre circolavano numerosi video con scene di violenza lungo il perimetro di frontiera. Tra le 3 e le 4 del mattino del 31 luglio il pronto soccorso dell’ospedale di Melilla ha prestato assistenza a una ventina di persone di età compresa tra i 16 e i 27 anni con ferite causate dal tentativo di attraversamento a nuoto e da presunte aggressioni da parte delle forze di sicurezza spagnole e marocchine, tra cui fratture ossee, ustioni da sfregamento e ferite che hanno richiesto cure urgenti, oltre ad altre lesioni di minore gravità. Secondo le dichiarazioni della Delegata del Governo a Melilla, un totale di 60 persone ha richiesto assistenza sanitaria d’urgenza e alcune di loro sono ancora ricoverate. Al momento non si conosce né il numero esatto di persone che sono riuscite ad accedere a Melilla né il bilancio definitivo dei feriti e dei dispersi. Sebbene inizialmente fosse stato comunicato che circa 400 persone avessero tentato di entrare in città, la maggior parte di loro è stata respinta automaticamente, compresi i minori, in violazione delle disposizioni della Convenzione sui diritti dell’infanzia di cui la Spagna è parte, nonché della normativa nazionale in materia di infanzia. Delle poco più di 80 persone che sono riuscite a entrare senza essere respinte, sembra che circa 38 siano trattenute nei locali della polizia e che le altre siano di cui non si conosce l’ubicazione; non è dato sapere se siano state respinte né se stiano ricevendo assistenza legale e sanitaria. Le autorità di Melilla sono intervenute oggi per precisare che è stato registrato l’ingresso di 130 persone, di cui 84 minorenni. Tuttavia, in nessun comunicato ufficiale è stata fornita alcuna informazione sullo stato di benessere di queste persone e di quelle rimpatriate in Marocco. Non è stato nemmeno chiarito il protocollo seguito per garantire il rispetto dei loro diritti. Da Solidary Wheels, esigiamo che alle persone giunte sia a Ceuta che a Melilla venga garantito il diritto di accedere immediatamente al CETI e ai rispettivi centri per minori. Sul versante marocchino, l’AMDH di Nador ha segnalato un’escalation sproporzionata della violenza da parte delle forze di sicurezza, che hanno messo in atto una risposta brutalmente coercitiva utilizzando materiale antisommossa, tra cui proiettili di gomma e gas lacrimogeni. Si sono registrati numerosi feriti, sia tra i giovani che tra gli agenti, e molti hanno dovuto essere ricoverati all’ospedale El Hassani. Le persecuzioni sono iniziate a Beni Enzar e successivamente si sono estese a Farkhana e al Quartiere Cinese. Durante la notte sono stati effettuati, come minimo, circa 100 rimpatri, che le autorità hanno filmato e diffuso pubblicamente per far sapere che stavano effettuando questi rimpatri con un’apparente intenzione dissuasiva. A questa situazione si aggiunge oggi l’inizio di uno sciopero degli avvocati in Marocco, che potrebbe rendere difficile l’assistenza legale alle persone arrestate e compromettere la difesa dei loro diritti. Va sottolineato che l’operato delle autorità marocchine sta assumendo una dinamica diversa rispetto a quanto avvenuto a Fnideq (Castillejos, al confine tra Ceuta e il Marocco), specialmente durante le prime fasi degli arrivi a Ceuta, dove si è registrata una presunta collaborazione che ha favorito lo svolgersi degli eventi. In questo momento destano preoccupazione la durezza della risposta delle forze dell’ordine e l’uso della forza contro persone in condizioni di estrema vulnerabilità. Questi fatti mettono ancora una volta in evidenza che le politiche migratorie non mettono al centro la vita delle persone, ma al contrario consentono che le persone vengano strumentalizzate come merce di scambio per fini politici. L’esternalizzazione delle frontiere continua a causare morti e violenza alle porte dell’Unione Europea. Noi di Solidary Wheels esigiamo la fine delle politiche migratorie di securitizzazione, volte a controllare, criminalizzare e violare i diritti dei migranti e dei rifugiati. Esigiamo la tutela dei diritti delle persone che si trovano in territorio spagnolo, garantendo loro sicurezza fisica e giuridica. Chiediamo ai governi di Spagna e Marocco di assumersi la propria responsabilità politica e giuridica per gli interventi delle forze dell’ordine che hanno comportato un uso sproporzionato della forza. Sia per quanto accaduto a Melilla che a Ceuta, esortiamo entrambi gli Stati a dare priorità alla protezione assoluta delle persone, garantendo in particolare l’interesse superiore dei minori che si trovano in situazione di mobilità. Infine, chiediamo un chiarimento pubblico, trasparente e immediato dei fatti avvenuti lungo il perimetro di frontiera.
Ai margini dell’Europa: salute mentale, abuso di sostanze e autolesionismo tra i minori non accompagnati a Ceuta
AUDREY BENSON, ATTIVISTA DI NO NAME KITCHEN 1 Questo articolo accompagna la pubblicazione del report “Sobrevivir al Limbo: una investigación sobre (ab)uso de sustancias y conductas autolesivas en menores no acompañados en Ceuta” 2, che approfondisce le condizioni di vita, la salute mentale e l’accesso ai diritti dei minori non accompagnati a Ceuta (enclave-confine tra Spagna e Marocco). Attraverso testimonianze dirette, osservazione sul campo e analisi del contesto istituzionale, il report documenta l’impatto dell’abbandono sistemico e delle politiche di frontiera sul benessere di questi ragazzi. Rayan (15 anni, Tetouan) era accasciato sulla spalla di Ana nella sala d’attesa dell’Ospedale Universitario di Ceuta. Aveva il viso contuso e gonfio a causa di una caduta. Ana ed io, entrambe volontarie di No Name Kitchen (NNK), lo avevamo accompagnato all’ospedale perché potessero visitarlo. Siamo rimaste sedute lì per ore, pensando che si fosse semplicemente addormentato. Ma quando finalmente hanno chiamato il suo nome e lui non ha risposto, ci siamo rese conto che qualcosa non andava: non stava dormendo. Era svenuto. Alla fine siamo riuscite a farlo alzare e a portarlo nella sala visite. Aveva fatto uso di hashish, Klonopin e Lyrica per tutto il giorno. Quell’episodio è diventato il simbolo di una realtà che ho osservato durante un periodo di volontariato con No Name Kitchen (NNK), organizzazione che sostiene le persone in movimento in diverse frontiere d’Europa. Come referente sanitaria, ho fornito primo soccorso e supporto all’accesso ai servizi sanitari di emergenza. Ciò che mi colpiva non erano solo le lesioni fisiche, ma la diffusione di abuso di sostanze e autolesionismo tra i minori non accompagnati, segnali evidenti di un profondo disagio psicologico. Il consumo di sostanze e l’autolesionismo a Ceuta non devono essere interpretati come ribellione adolescenziale, patologia individuale o devianza culturale. Si tratta di strategie di adattamento plasmate dalle condizioni in cui questi ragazzi sono costretti a vivere. Questo è importante perché il modo in cui definiamo un problema determina il modo in cui vi rispondiamo. Se definiamo questi ragazzi «pericolosi», giustifichiamo la sorveglianza. Se li definiamo «disobbedienti», giustifichiamo la punizione. Se li definiamo «spezzati», corriamo il rischio di ridurli alle loro ferite. Ma se comprendiamo il consumo di sostanze e l’autolesionismo come risposte all’abbandono, la domanda cambia. Non è più «Cosa c’è che non va in questi minori?», ma «Cosa abbiamo permesso che accadesse intorno a loro e cosa servirebbe affinché la sopravvivenza non fosse solo meno dolorosa, ma un atto di gioia e dignità?». In questo contesto, i cosiddetti “comportamenti dannosi” rappresentano strategie di sopravvivenza sviluppate in risposta a stress estremo, esclusione e abbandono istituzionale. Tra questi rientrano l’uso di sostanze (hashish, Lyrica, Roche, colla) e l’autolesionismo non suicidario, come tagli e ustioni. A livello europeo, la letteratura documenta un elevato carico di sofferenza mentale tra i minori non accompagnati. Le ricerche riportano alti tassi di disturbo post-traumatico da stress, depressione e ansia, oltre a una maggiore incidenza di autolesionismo e consumo di sostanze rispetto ai coetanei accompagnati. Detenzione, discriminazione e isolamento sono indicati come fattori di rischio rilevanti. Nelle enclavi spagnole di Ceuta e Melilla, invece, mancano quasi del tutto ricerche e sistemi di monitoraggio sulla salute mentale dei minori migranti. La maggior parte delle informazioni proviene dal lavoro sul campo delle organizzazioni e da sporadiche segnalazioni sui diritti umani. Questa invisibilità contribuisce al sottofinanziamento dei servizi e alla mancanza di controllo sulle pratiche dannose. Ceuta, enclave spagnola al confine con il Marocco, rappresenta uno dei pochi punti di accesso terrestri tra Africa ed Europa. Ogni anno molti minori, soprattutto marocchini, rischiano la vita attraversando il mare a nuoto. La città ospita centinaia di minori non accompagnati in un sistema di accoglienza da tempo sotto pressione e incapace di rispondere adeguatamente ai bisogni esistenti. Una volta arrivati, molti restano bloccati per anni. Non possono raggiungere legalmente la Spagna continentale senza un trasferimento ufficiale e spesso vivono in strutture sovraffollate o per strada. I respingimenti continuano a essere segnalati nonostante le condanne internazionali, mentre razzismo e discriminazione permeano sia le istituzioni sia la vita quotidiana. La maggior parte dei sette centri per minori è gestita da soggetti privati. I ragazzi descrivono condizioni dure e punitive, soprattutto per chi viene considerato “problematico”. Un ex dipendente, intervistato da NNK, ha confermato episodi di violenza, insulti e negligenza. Anche l’assistenza sanitaria appare insufficiente: non vi sono medici a tempo pieno e la somministrazione dei farmaci ricade spesso su personale non qualificato. Resoconti locali hanno inoltre evidenziato gravi carenze nell’accesso ai servizi di salute mentale e tempi di attesa incompatibili con bisogni spesso urgenti. Questi ragazzi vivono molteplici forme di marginalizzazione: sono migranti, minori, musulmani e spesso vittime di discriminazione razziale. Il razzismo anti-marocchino, alimentato da narrazioni politiche ostili, contribuisce a rafforzare esclusione e vulnerabilità. Ahmed, 15 anni, reclutato come spacciatore quando era bambino, cerca di costruirsi un’immagine di forza per sopravvivere alla vita di strada. Racconta di aver smesso di assumere pillole perché aumentavano il desiderio di autolesionarsi. «Ora fumo solo erba», dice, percependola come un’alternativa meno pericolosa. Opportunità educative, sportive e culturali sono limitate. Molti ragazzi vengono allontanati dagli spazi pubblici o guardati con sospetto. Anche le attività organizzate da NNK – sport, nuoto, tagli di capelli e momenti di socialità – sono spesso oggetto di controlli e sorveglianza. In tutta la Spagna, i minori migranti che vivono per strada incontrano ostacoli nell’accesso a scuole, centri giovanili e servizi comunitari, perdendo così importanti fattori di protezione. Abbiamo osservato un fenomeno significativo. Quando i ragazzi disponevano di maggior libertà di movimento e di spazi di socializzazione, si registravano meno episodi di autolesionismo, meno consumo problematico di sostanze e meno accessi al pronto soccorso. Questo suggerisce che il contesto sociale può influenzare direttamente il livello di sofferenza e il rischio di comportamenti dannosi. Per questo sono necessari un monitoraggio sistematico della salute mentale a Ceuta, servizi accessibili e informati sul trauma, percorsi rapidi di presa in carico e accesso garantito a fattori stabilizzanti come sonno, alimentazione, attività ricreative e spazi pubblici sicuri. Occorrono inoltre tutele effettive contro i respingimenti e investimenti pubblici stabili nell’assistenza sanitaria, educativa e sociale. Come osserva lo psichiatra Bessel van der Kolk in The Body Keeps the Score, la rabbia che non trova uno sbocco può trasformarsi in depressione, odio verso se stessi e comportamenti autodistruttivi. Questo è il costo dell’abbandono cronico: frontiere che feriscono e istituzioni che voltano le spalle. È una realtà che dovrebbe spingere decisori politici, società civile e comunità locali a creare spazi sicuri in cui il dolore possa essere accolto prima di trasformarsi in ulteriore sofferenza. 1. L’adattamento dell’articolo è a cura di Francesca Fusaro e Alessia Albano di No Name Kitchen ↩︎ 2. Il report completo è disponibile in spagnolo e inglese ↩︎