“Affinché non accada mai più?” Napoli si interroga sul senso della Giornata della MemoriaGiornata della Memoria 2026. Tra cerimonie, scuole e testimonianze, Napoli vive
il 27 gennaio dentro una frattura che interroga il valore stesso del ricordare.
La legge 211 del 2000, che istituisce il Giorno della Memoria, non parla solo di
celebrazioni. Parla di narrazione, di riflessione, di scuole. E indica uno scopo
preciso: “conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico periodo
della nostra storia affinché simili eventi non possano mai più accadere.”
È questa frase, affinché non accada mai più, che oggi pesa più di tutte.
Perché a cosa serve ricordare i genocidi di ieri se non siamo capaci di
riconoscere le disumanizzazioni di oggi?
A cosa serve pronunciare “mai più” se resta una formula e non diventa
responsabilità?
È dentro questa domanda che Napoli ha attraversato il 27 gennaio.
Una giornata fatta di fiori, letture, musica, studenti. Ma anche segnata da
un’assenza che ha pesato più di molte parole: per la prima volta la Comunità
ebraica non ha partecipato alle iniziative organizzate dal Comune. Una scelta
resa pubblica attraverso dichiarazioni riportate da diversi organi di stampa
locali e nazionali, che ha attraversato l’intera giornata e che impone una
riflessione sul senso stesso del ricordare.
La mattina si è aperta a Borgo Orefici, nella strada intitolata a Luciana
Pacifici, la più piccola vittima napoletana della Shoah: una bambina di pochi
mesi morta sul convoglio diretto ad Auschwitz. Alla deposizione della corona di
fiori erano presenti il sindaco Gaetano Manfredi, il prefetto di Napoli Michele
di Bari, le autorità civili e militari e il vicepresidente del Consiglio
regionale Luca Trapanese. In quell’occasione il prefetto ha sottolineato come
“questi momenti servono soprattutto a fare memoria perché ciò che è accaduto è
stata la rottura del patto di civiltà in cui l’uomo ha smarrito il senso
dell’umano. Noi dobbiamo doverosamente fare memoria perché sia monito affinché
non accada in futuro”. Poco dopo, altri fiori sono stati deposti in piazza
Bovio, davanti alle pietre d’inciampo che restituiscono identità a chi fu
cancellato.
Nei teatri e nei luoghi della cultura la memoria ha assunto forme diverse. Al
Teatro Mercadante si è svolta una maratona di lettura integrale di “Se questo è
un uomo” di Primo Levi, affidata agli studenti di numerosi istituti cittadini.
Al Teatro San Carlo la commemorazione istituzionale è stata accompagnata dalla
musica di Verdi, mentre in altri spazi, come la Certosa di San Martino, i
protagonisti sono stati ancora una volta i giovani.
Durante un incontro promosso dalla Fondazione Valenzi, centinaia di ragazzi
hanno partecipato alle iniziative della Giornata della Memoria, in un confronto
che ha ribadito il valore educativo del ricordare. In diversi momenti della
giornata, la memoria è passata anche attraverso le testimonianze. Tra queste,
quella di Mario De Simone, fratello di Sergio, il bambino napoletano deportato e
ucciso dai nazisti, che ha restituito volti, affetti e famiglie ai numeri dello
sterminio.
Accanto alle iniziative istituzionali e culturali, la Giornata della Memoria ha
attraversato anche i territori. In occasione di un incontro con gli studenti
alla Municipalità 5 del Vomero, nella sala consiliare, Margherita Siniscalchi ha
definito la memoria “un atto di giustizia”, sottolineando il dovere di
coltivarla soprattutto nelle nuove generazioni e ringraziando il mondo della
scuola per essere presidio quotidiano di valori democratici. All’incontro erano
presenti, tra gli altri, la scrittrice e giornalista Titti Marrone e la
presidente della Municipalità Clementina Cozzolino. Un richiamo netto al fatto
che dietro i numeri dello sterminio c’erano persone, volti, sogni, famiglie, e
che la memoria ha senso solo se resta ancorata all’umano.
Sempre oggi, anche Lucia Fortini, assessora all’istruzione della Regione
Campania, ha affidato a un intervento pubblico una domanda semplice e radicale:
a che serve? A che serve parlare, spiegare, raccontare, se non riusciamo a
fermare la barbarie del presente, se “mai più” rischia di restare soltanto uno
slogan. Fortini ha legato questa domanda all’esperienza di anni di viaggi ad
Auschwitz con gli studenti. La risposta che si è data è netta: serve a formare
coscienze. Perché nei volti dei ragazzi, davanti ai campi di sterminio, qualcosa
cambia. Nasce una consapevolezza della barbarie umana. E forse è proprio questo
il compito più profondo della memoria: provare a fare in modo che chi ha visto,
chi ha capito, chi ha sentito, fuori faccia la differenza.
La memoria ha parlato anche attraverso gesti simbolici. A Napoli, l’ospedale
pediatrico Santobono Pausilipon ha illuminato la propria facciata e piantato
fiori bianchi nei giardini, richiamando in particolare le vittime più giovani
della Shoah e la figura di Sergio De Simone, a cui è intitolato il pronto
soccorso. Sempre in Campania, a Benevento, un percorso di luci bianche e rosse
ha segnato il Centro Operativo della Soprintendenza nell’ex Convento di San
Felice, in un’installazione pensata come spazio di silenzio, riflessione e
coscienza civile. Luci accese contro il buio dell’oblio, per ricordare che la
memoria non è solo parola, ma anche presenza nello spazio pubblico.
Alla dimensione della luce si è affiancata quella della scrittura. Alla
Biblioteca Universitaria di Napoli è stata inaugurata la mostra “Raccontare la
Shoah: tra testimonianze e memoria scritta”, un percorso tra volumi rari, testi
contemporanei e riproduzioni di giornali dell’epoca. Un’iniziativa che richiama
il valore delle fonti, dei diari, della letteratura e della ricerca storica come
strumenti fondamentali per costruire una memoria consapevole, capace di parlare
al presente.
Eppure, accanto a questo lavoro diffuso, si è aperta una ferita.
La Comunità ebraica napoletana ha scelto di non partecipare alle celebrazioni
comunali, denunciando una perdita di senso della Giornata della Memoria e una
mancanza di dialogo con le istituzioni cittadine. Il sindaco ha richiamato alla
necessità del confronto e alla tradizione di tolleranza della città. Ma il dato
resta: oggi Napoli ha ricordato senza una parte fondamentale della propria
storia viva.
Ed è forse proprio questo a rendere questo 27 gennaio diverso dagli altri.
Perché la memoria, quando è autentica, non è mai neutra. Non è mai solo
commemorazione. Non è mai un gesto pacificato. La memoria viva non consola:
interroga. Disturba. Costringe a prendere posizione.
Oggi Napoli ha ricordato Luciana Pacifici, morta a pochi mesi su un treno per
Auschwitz. In quella immagine c’è già tutto: la Shoah, ma anche ogni infanzia
travolta dalle guerre, ogni essere umano ridotto a carico, ogni vita resa
trasportabile.
Forse è da qui che bisogna ripartire.
Non dal rito, ma dalla responsabilità.
Non dal passato, ma da ciò che il passato chiede al presente.
Perché la memoria non è ciò che ricordiamo.
È ciò che facciamo perché non accada di nuovo.
Lucia Montanaro