L’Istat smentisce il governo: la pressione fiscale in Italia continua ad aumentare
Mentre il governo Meloni rivendica il taglio delle tasse, i conti dell’Istat
restituiscono un aumento del peso complessivo del fisco sull’economia. Come
dimostra l’ultimo rapporto pubblicato dall’Istituto, nel secondo trimestre del
2026 la pressione fiscale ha infatti raggiunto il 43,5%, mezzo punto in più
rispetto allo stesso periodo del 2025. Intanto, rispetto al trimestre
precedente, il potere d’acquisto delle famiglie è calato dello 0,9%. L’aumento
dell’indicatore non dimostra automaticamente un rialzo delle aliquote, ma
ridimensiona il racconto dell’esecutivo: il prelievo cresce rispetto alla
ricchezza prodotta, mentre il drenaggio fiscale può assorbire parte degli
aumenti nominali di salari e pensioni.
L’incremento emerge anche se si considera l’intero primo semestre: la pressione
fiscale passa dal 39,8% al 40,2%. Una tendenza che segue quella del 2025, quando
il dato annuale aveva raggiunto il 42,9%, con una crescita di 0,7 punti sul
2024. Per interpretare questi numeri occorre ovviamente distinguere le aliquote,
ovvero le percentuali applicate alle basi imponibili, dalla pressione fiscale.
Quest’ultima, infatti, rapporta la somma di imposte dirette, indirette, in conto
capitale e contributi sociali al Pil nominale, cioè il valore totale di tutti i
beni e servizi finali prodotti in un Paese in un dato anno, calcolato
utilizzando i prezzi correnti. Se il prelievo cresce più rapidamente del Pil, il
rapporto aumenta.
Questo scenario, è bene dirlo, può avere luogo anche al netto dell’introduzione
di nuovi tributi: a influire sono infatti l’occupazione, la composizione dei
redditi e il recupero dell’evasione. L’indicatore, inoltre, non descrive il
carico di ogni singolo contribuente. Proprio su tale distinzione punta i piedi
la compagine di governo, che attribuisce l’aumento delle entrate anche alla
crescita degli occupati e al contrasto all’evasione. Sono spiegazioni possibili,
ma insufficienti a chiudere la questione: più lavoratori possono far crescere
anche il Pil, dunque non determinano necessariamente un aumento del rapporto. Il
comunicato Istat, a ogni modo, non quantifica quanto ciascun fattore influisca
sul risultato.
Resta invece un meccanismo in grado di aggravare il prelievo effettivo senza
modificare le aliquote, ovvero il drenaggio fiscale. Infatti, nel momento in cui
salari e pensioni aumentano per recuperare l’inflazione, ma soglie e detrazioni
dell’Irpef non vengono adeguate, il fisco può trattare come maggiore capacità
contributiva quello che è soltanto un recupero del costo della vita. Una parte
del reddito può ricadere nello scaglione superiore, oppure possono ridursi le
detrazioni. In questo modo cresce dunque la quota assorbita dall’imposta, anche
senza un miglioramento del tenore di vita. Il fenomeno può operare anche
restando nello stesso scaglione. «L’aumento della pressione fiscale pesa
prevalentemente su lavoratori dipendenti e pensionati», ha dichiarato il
segretario confederale Christian Ferrari, che ha stimato in oltre 30 miliardi il
costo del fenomeno per i redditi fissi tra il 2022 e il 2025. Il sindacato ha
chiesto di indicizzare l’Irpef all’inflazione, ritenendo insufficienti le misure
spot varate dal governo negli ultimi mesi.
Completando il quadro tracciato dal report Istat, si evidenzia uno spaccato in
cui i nuclei familiari faticano a tenere il passo del costo della vita. Nel
secondo trimestre, rispetto ai tre mesi precedenti, il reddito disponibile è
cresciuto dello 0,4%, mentre i prezzi dei beni e servizi consumati sono
aumentati dell’1,4%. La spesa per consumi è salita dell’1,7%, più rapidamente
delle risorse a disposizione. La quota di reddito destinata al risparmio è così
scesa al 6,7%, perdendo 1,2 punti. L’economia, intanto, cresce in maniera lenta:
il Pil è salito dello 0,2% sul trimestre precedente e dell’1,0% rispetto a un
anno fa. Migliorano i conti dello Stato, con il deficit passato al 2,0% del Pil
dal 2,1% del secondo trimestre 2025; le entrate sono aumentate del 4,5% in
dodici mesi.
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