Gli iraniani chiedono un altro paese, non uno scià al posto degli ayatollah
Scrivere mentre i fatti ci sfuggono, mentre una carneficina di cui ignoriamo
quasi tutto, perfino i numeri, si sta consumando in tutto il Paese, è un limite.
Ed è proprio da qui che bisogna partire.
Per capire perché l’Iran sia arrivato a questo punto occorre anzitutto ricordare
che l’Iran è la forma contemporanea di una civiltà millenaria: l’erede di quella
Persia che per secoli ha governato la pluralità – popoli, lingue, religioni,
territori vastissimi – non attraverso l’uniformità, ma mediante un’idea
complessa di ordine. Ancora oggi l’Iran è questo: un mosaico antico e
stratificato, che resiste alle semplificazioni e rifiuta di essere letto secondo
schemi binari. O peggio, secondo i cliché che Edward Said ha smascherato in
Orientalismo, mostrando come l’Oriente venga sistematicamente ridotto a oggetto,
mai riconosciuto come soggetto storico.
È da qui che occorre partire per comprendere ciò che accade. Non dalla cronaca
frammentaria, oggi quasi impossibile a causa del blackout informativo, ma dalla
lunga durata. Perché ciò che si muove in Iran non è una protesta occasionale né
l’ennesimo tentativo di sostituire un potere con un altro. È una frattura più
profonda: il popolo iraniano non sta chiedendo uno scià al posto degli
ayatollah, sta chiedendo un Paese diverso. Questo punto è essenziale. Uno degli
equivoci più ricorrenti, in Occidente come in parte della diaspora, è leggere la
crisi iraniana come una scelta tra due modelli falliti: la monarchia autoritaria
del passato e la teocrazia repressiva del presente. Ma per la società iraniana
questo non è un bivio: è un vicolo cieco già percorso.
Quella in corso è una rivendicazione che non nasce nei salotti dell’opposizione
in esilio né nei calcoli geopolitici delle potenze straniere, pur in presenza di
ingerenze e infiltrazioni dichiarate da più servizi di intelligence. Emerge dal
basso, dai luoghi del lavoro e della sopravvivenza quotidiana. Una dichiarazione
del Sindacato dei Lavoratori di Teheran e della Compagnia degli Autobus
Suburbani ha messo in guardia contro ogni scorciatoia salvifica: «La via per la
liberazione non passa attraverso la guida di un leader insediato al di sopra del
popolo, né affidandosi a potenze straniere». È una presa di posizione netta, che
chiarisce un punto spesso rimosso nel dibattito occidentale: la richiesta di un
altro Paese non coincide con l’attesa di una nuova figura forte al comando, né
con la delega a interessi esterni.
IN IRAN È VIVO IL RICORDO DI MOSSADEQ, PRESIDENTE LAICO ROVESCIATO NEL 1953
DAGLI ANGLO-AMERICANI
«In Iran nessuno ha dimenticato Mohammad Mossadeq, il primo ministro
democraticamente eletto di uno Stato laico, rovesciato nel 1953 da un colpo di
Stato anglo-americano dopo la nazionalizzazione del petrolio», osserva Giancarlo
Vianello, filosofo e antropologo, esperto di storia islamica e dinamiche
transculturali. «Fu sostituito dallo Shah Reza Pahlavi, una marionetta nelle
mani degli interessi petroliferi anglo-americani, che avviò una secolarizzazione
violenta della società, imponendo modelli di vita estranei all’identità
nazionale, fino a proibire l’uso del velo. Governò soprattutto attraverso la
Savak, una polizia segreta feroce e corrotta che taglieggiava i bazar. Alla
fine, nel 1979, una rivolta popolare portò al potere il clero sciita». Quella
ferita non è un capitolo chiuso, ma «il trauma fondativo di una diffidenza
strutturale verso ogni ipotesi di regime change imposto dall’esterno. Un
fantasma tossico che attraversa trasversalmente la società, anche tra chi oggi
contesta duramente il potere del clero».
A questa memoria se ne aggiunge un’altra, altrettanto incancellabile: la guerra
con l’Iraq di Saddam Hussein, incoraggiata e sostenuta dalle potenze
occidentali. «Il ricordo di quella guerra non è un riferimento astratto»,
prosegue Vianello. «Otto anni di conflitto, centinaia di migliaia di morti,
l’uso di armi chimiche contro la popolazione civile, il sostegno occidentale a
Saddam Hussein: tutto questo ha inciso profondamente nella coscienza collettiva.
È da lì che nasce la convinzione, ancora diffusa, che l’ingerenza esterna non
produca libertà ma distruzione».
Una convinzione che ha continuato a operare come freno contro ogni ipotesi di
collasso improvviso dello Stato. Ma che oggi non basta più a garantire
obbedienza.
Le rivolte che attraversano l’Iran non possono tuttavia essere ridotte a una
manovra eterodiretta. Farlo significherebbe non cogliere il punto di rottura che
si è aperto: questa volta non si tratta di scegliere chi governa il Paese, ma di
capire se l’Iran, così com’è, sia ancora governabile. «Non c’è un fronte
allineato a potenze ostili», osserva Vianello, «ma una costellazione di domande
che non trovano più risposta. Questo non significa che, al di là del desiderio
di maggiore libertà, gli iraniani siano disposti ad appoggiare un tentativo
coloniale da parte di nemici storici, dei cui crimini contro la loro patria sono
pienamente consapevoli».
IL RUOLO FONDAMENTALE DEL MOVIMENTO “DONNA VITA LIBERTÀ”
In questo quadro si colloca il movimento “Donna, Vita, Libertà”, che rende
plasticamente visibile la rottura: una rottura antropologica prima ancora che
politica. «È un movimento molto influente», spiega Vianello. «La richiesta di
liberarsi della polizia morale e dei basiji – violenti e corrotti – è centrale.
Sono quelli del “sorella, aggiustati il velo”, che chiedono il certificato di
matrimonio se vedono una coppia tenersi per mano, e che sono disposti a
sorvolare dietro pagamento». Vale inoltre la pena ricordare che l’Iran non è una
società misogina: nelle facoltà scientifiche il 68% degli studenti sono donne.
Negli ultimi mesi, pur mantenendo formalmente la legge sul velo, le autorità
hanno ammesso l’impossibilità di farla rispettare. Anche questo è un segnale di
rottura.
Anche le analisi più attente della stampa internazionale convergono in questa
direzione. In un’analisi pubblicata su The Guardian si sottolinea come le
proteste in corso non implichino affatto un consenso diffuso per il ritorno alla
monarchia. Sebbene in alcune manifestazioni compaiano simboli monarchici e il
nome di Reza Pahlavi venga talvolta evocato, non esiste un movimento unificato
né una base popolare solida a sostegno di una restaurazione. La protesta è
frammentata, attraversata da domande che vanno ben oltre il passato monarchico e
mirano piuttosto alla fine della corruzione, della repressione e dell’impasse
strutturale del sistema politico. In altre parole: molti iraniani cercano altro,
non un ritorno indietro.
«Le ragioni delle rivolte sono interne, plurali, spesso contraddittorie», spiega
Vianello. «Non nascono da un unico soggetto sociale. Hanno coagulato diverse
istanze e sono state causate da una grave crisi economica e finanziaria, dovuta
alle sanzioni, a una cattiva amministrazione, a una forte corruzione, ma
soprattutto a una politica estera velleitaria. A seguito della svalutazione di
circa il 40% del rial si è prodotta una spinta inflattiva difficilmente
sopportabile per la popolazione e una conseguente crisi del commercio. Non a
caso le proteste sono iniziate nei bazar. Da lì si sono estese ai giovani,
soffocati da un sistema che non offre futuro, e alle donne, che da anni sfidano
apertamente l’apparato repressivo della polizia morale e dei basiji, simbolo di
un controllo degenerato in arbitrio».
Questa pluralità di istanze esprime una domanda più radicale: la fine di un
sistema che governa ormai quasi esclusivamente attraverso la repressione.
Arresti, torture ed esecuzioni hanno sostituito ogni forma di consenso. Le
elezioni del 2024, con un’affluenza ridotta a una percentuale simbolica, hanno
sancito la rottura definitiva tra Stato e società.
Ed è proprio qui che emerge un altro elemento decisivo: la paura del caos. Non
come propaganda del regime, ma come deterrente reale. «La paura di una guerra
civile, di una frammentazione etnica e di una destabilizzazione generale non è
un’invenzione», avverte Vianello. «È una consapevolezza diffusa nella società
iraniana, alimentata dalla storia recente della regione. Molti sanno che la
caduta improvvisa dell’attuale assetto potrebbe aprire uno scenario
incontrollabile, con conseguenze devastanti per l’intera area».
È una paura lucida, non ingenua, che convive con la rabbia e con la
disperazione. È evidente però che qualcosa si sia incrinato: quando un popolo
arriva a sfidare uno Stato sapendo che potrebbe non sopravvivere allo scontro,
significa che il patto di sopravvivenza è già stato infranto. Non si tratta più
di riformare il sistema né di restaurare un passato mitizzato, ma di decidere se
continuare a esistere come società politica o ridursi a una comunità tenuta
insieme solo dal terrore.
A ricordare che questa frattura non può essere risolta né con bombardamenti
“umanitari” né con restaurazioni immaginarie – nonostante l’insistenza Reza
Pahlavi, ipotesi non solo largamente impopolare in Iran ma per giunta priva di
reale radicamento – è intervenuta anche l’Associazione degli Scrittori Iraniani,
invitando alla massima cautela verso le “soluzioni imposte dall’esterno”: «La
libertà non cadrà certo dal cielo con bombe e missili di potenze predatorie.
Coloro che si sono ribellati allo status quo mantenendo la propria indipendenza
dagli sfruttatori nazionali e stranieri non devono aspettarsi la ripetizione di
un passato immaginario e dei suoi araldi, né falsi riformatori».
È forse qui il nodo ultimo di ciò che sta accadendo in Iran: un popolo che
rifiuta tanto la tirannia del presente quanto le illusioni del passato, e che
paga questo rifiuto con il prezzo più alto.
Un popolo che non chiede salvatori. Chiede di poter esistere.
di Alessandra Filippi
articolo originale Striscia rossa
https://www.strisciarossa.it/gli-iraniani-chiedono-un-altro-paese-non-uno-scia-al-posto-degli-ayatollah/
Alessandra Filippi