In Italia ormai il 25% delle transazioni sotto i dieci euro si fa con carta di credito
Anche in Italia si sta affermando sempre di più l’uso di strumenti digitali di
pagamento per le piccole spese: secondo i dati emersi dalle elaborazioni di
Bancomat, infatti, nei primi sei mesi del 2026, il 25,7 per cento delle
transazioni con carta comprendeva piccoli pagamenti, in particolare quelli con
un importo fino a dieci euro. Si tratta di un dato quasi raddoppiato negli
ultimi cinque anni: nel 2021, infatti, i pagamenti digitali sotto i dieci euro
rappresentavano il 13 per cento del totale e l’8 per cento nel 2018. Inoltre,
quest’anno il 10,7 per cento delle transazioni elettroniche si colloca
addirittura nella fascia sotto i 5 euro di acquisti. Si tratta, dunque, di un
fenomeno in crescita che ha subito una forte accelerazione durante gli anni del
Covid e che non è comunque privo di rischi e criticità, sebbene venga
solitamente ben visto e incentivato per la sua presunta capacità di contrastare
l’evasione fiscale.
Secondo il Sole 24 Ore, il sistema cashless si è consolidato e si stima che oggi
il 45% dei consumi venga regolato con strumenti elettronici (518 miliardi di
euro il transato nel 2025). I settori in cui si usano di più i mezzi elettronici
di pagamento risultano la grande distribuzione, ristoranti, fast food e negozi.
Secondo Fabrizio Burlando – amministratore delegato di Bancomat – «se è vero che
oggi quasi un pagamento su due avviene senza contante, anche sulla spinta degli
acquisti contactless, c’è tanta strada da fare, perché l’Italia resta ancora
sotto la media europea». Le carte di debito sono lo strumento di pagamento più
utilizzato, con una quantità di transazioni pari a circa 313 miliardi di euro
nel 2025, di cui una quota Bancomat del 35 per cento. Sebbene l’uso del contante
resti ben saldo, in molti vedono nei mezzi digitali di pagamento un nuovo e
determinante vincolo antievasione, tanto che sono stati introdotti sia incentivi
che obblighi per incrementarne l’utilizzo: tra gli incentivi c’è il “tax credit”
del 30 per cento sulle commissioni agli esercenti; mentre tra gli obblighi,
quest’anno si è aggiunto – in ottemperanza agli impegni europei – il nuovo
vincolo di collegamento tra Pos e registratori di cassa. Secondo il Sole 24 Ore,
“proprio quest’obbligo nel primo semestre ha già fatto emergere un maggior
imponibile di 9,1 miliardi rispetto allo stesso periodo del 2025”.
Il quadro normativo e commerciale nella direzione dell’incentivo all’uso degli
strumenti digitali di pagamento è, dunque, in continua evoluzione, ma questa
soluzione non è esente da limiti e criticità: innanzitutto, una stretta troppo
radicale sull’uso del contante non è in linea con la cornice giuridica europea,
secondo la quale – come si legge sul sito di Banca d’Italia – “L’unica forma di
moneta legale è la moneta contante emessa da una banca centrale – per l’euro la
Banca Centrale Europea (BCE) – in quanto la sua creazione si basa su rigorose
procedure che garantiscono la fiducia generale nella moneta e la stabilità del
suo valore nel tempo. La moneta scritturale bancaria è una forma di moneta
privata”. Quest’ultima è offerta come servizio a pagamento dal circuito bancario
e finanziario, il quale ne ricava un cospicuo giro d’affari: per ogni
transazione elettronica, infatti, sono previste delle commissioni che
rappresentano il costo del servizio fornito dalla banca. Ma oltre ai costi delle
commissioni, per gli esercenti ci sono anche i costi fisici del Pos, affittato o
acquistato con rate mensili. Il costo delle commissioni, invece, varia in base
al circuito scelto o alle fasce dei pagamenti effettuati dai clienti.
Attualmente, le commissioni bancarie sui pagamenti con POS per spese inferiori a
10 euro non sono state eliminate per legge, ma sono oggetto di un Protocollo
d’intesa firmato al MEF il 15 giugno 2026 tra istituzioni, banche e categorie di
esercenti.
Oltre a questo, bisogna considerare che la grande evasione fiscale in Italia
viene effettuata, quasi in modo legale, portando le sedi e gli utili aziendali
fuori dal Paese – nei cosiddetti paradisi fiscali – soprattutto da parte delle
grandi multinazionali o di grandi imprese: secondo il rapporto State of Tax
Justice 2025 del Tax Justice Network, ad esempio, a causa dell’elusione fiscale
delle multinazionali, in Italia ventidue miliardi di euro sono stati sottratti
al fisco in sei anni. Il dossier paragona l’evasione fiscale a un vero e proprio
saccheggio da parte di «corporation statunitensi che svuotano silenziosamente i
nostri tesori pubblici». Tra il 2016 e il 2021 le aziende con sede nei grandi
centri finanziari hanno spostato artificiosamente i profitti nei paradisi
fiscali, sfruttando lacune normative e la complicità delle istituzioni
internazionali. Se, dunque, da un lato, la lotta al contante non incide
minimamente sulla grande elusione fiscale dei colossi aziendali, dall’altra,
essa si può facilmente trasformare in un efficace strumento di controllo sociale
e tracciabilità.
Oltre all’obbligo di accettare carte di debito (Dl 179/2012), carte di credito e
prepagate (2016), con la conversione del Dl 63/2026, sono stati aggiunti gli
«strumenti di moneta elettronica», vale a dire wallet digitali, smartphone,
smartwatch e app di pagamento. Il futuro degli scambi commerciali appare,
dunque, sempre più improntato al digitale – coerentemente con i piani di
digitalizzazione dell’Ue, ma anche di organismi privati come il World Economic
Forum (WEF) – mentre banche e circuiti di pagamento cercano di stare al passo
coi tempi ritagliandosi i propri spazi e i propri vantaggi all’interno del nuovo
sistema in cui – a fronte di un carovita che rappresenta una minaccia per
l’economia reale – tutto è digitalizzato e tracciabile. L’ultima frontiera in
questa direzione è rappresentata dalle stablecoin che, secondo l’amministratore
delegato di Bancomat, «saranno dentro il portafogli del futuro, insieme all’euro
tradizionale e all’euro digitale».
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