Bukele applaude l’attacco Usa al Venezuela
Tra i governi latinoamericani che hanno platealmente applaudito l’attacco
militare Usa al Venezuela lo scorso 3 gennaio compare quello salvadoregno, la
cui figura di maggior spicco è rappresentata dall’istrionico presidente Nayib
Bukele.
Il capo di Stato che nel suo account di X si denomina “philosopher king” o “il
dittatore più geniale del mondo”, in pochi anni ha stravolto una nazione che con
difficoltà cercava di ricostruire una propria identità, dopo decenni di
dittature militari e una guerra civile che ha fatto più di 75 mila morti, con
centinaia di massacri, migliaia di desaparecidos e milioni di sfollati.
Chi conosce un po’ la storia della martoriata America Centrale (e Latina) e la
metafora geopolitica del “cortile di casa”, introdotta dalla nefasta dottrina
Monroe, sa che decenni di oppressione e di guerra contro-insurrezionale in El
Salvador, con il sostegno politico, economico e soprattutto militare Usa, hanno
portato milioni di persone a emigrare all’estero.
Oltre 2,5 milioni di salvadoregni che vivono negli Stati Uniti non solo
rappresentano oggi una colonna portante dell’economia del più piccolo dei Paesi
latinoamericani, con circa 8,5 miliardi di dollari (24% del PIL) inviati nel
2024, ma anche una moneta di ricatto spesso usata dalle amministrazioni
statunitensi per blandire quei governi che non si allineano coi loro interessi.
Nonostante il presidente salvadoregno si vanti pubblicamente di avere un grande
consenso, soprattutto tra i giovani, di avere promosso il bitcoin come valuta
ufficiale, sistemato i conti pubblici e ridotto drasticamente gli indici di
criminalità, Bukele resta una figura molto controversa, che però,
paradossalmente, piace a certi settori del progressismo latinoamericano.
Oltre a controllare in modo ferreo le istituzioni, mantenere un’alleanza
strategica con esercito e polizia e attaccare sistematicamente tutto ciò che si
frappone tra lui e i suoi progetti, il presidente salvadoregno da un lato alza
la voce ed esige agli Stati Uniti libertà d’azione e il diritto di fare ciò che
è necessario per raggiungere i suoi obiettivi, dall’altro non disdegna una
relazione privilegiata con il conservatorismo statunitense più profondo.
Fin dall’inizio del suo primo mandato presidenziale (2019), infatti, Bukele fu
segnalato come il “niño mimado” (bambino viziato) di Trump, verso il quale ebbe
parole affettuose definendolo “un presidente molto gentile e simpatico”.
Nonostante molte decisioni del presidente salvadoregno abbiano fatto storcere il
naso a Washington, come quella di defenestrare magistrati della Sala
Costituzionale e farsi rieleggere nonostante la Carta Magna lo vietasse, Bukele
rappresenta per le amministrazioni statunitensi un elemento importante di
continuità.
“L’obiettivo di Washington è stato chiaro fin dall’inizio: investire su chi
avesse le potenzialità per annientare definitivamente qualsiasi opzione e
progetto progressista e di sinistra nel Paese”, spiega a Pagine Esteri
l’economista e analista politico César Villalona.
Ha iniziato con l’ex guerriglia del Fronte Farabundo Martí per la Liberazione
Nazionale (Fmln), convertita dopo gli Accordi di Pace del 1992 in opzione
politica e proseguito poi colpendo qualsiasi entità organizzata che puzzasse di
“comunismo”.
“Gli Stati Uniti non improvvisano e sanno perfettamente chi garantirà i loro
interessi. Bukele è ideologicamente di destra, ultrareazionario e
controrivoluzionario, alleato delle principali famiglie oligarchiche
salvadoregne. Ha accentrato potere politico ed economico ed è il socio perfetto
per gli Usa”, continua Villalona.
Appena assunta la presidenza ruppe relazioni diplomatiche con il Venezuela di
Maduro e chiuse i progetti sociali avviati dalle amministrazioni del Fmln con
Cuba. Poi andò oltre usando autoritarismo e forza bruta per “voltare pagina”,
cancellare la memoria storica nelle nuove generazioni e disputare il potere
economico alle élite tradizionali e il capitale simbolico di coscienza e
conoscenza a università, sindacati, movimenti sociali e popolari.
“Ha arrestato dirigenti popolari, eliminate organizzazioni, resi acefali più di
400 sindacati. Ha chiuso programmi sociali e centri culturali, licenziato
migliaia di dipendenti pubblici, deriso gli accordi di pace che posero fine alla
guerra civile, privatizzato servizi e portato il Paese sull’orlo della
bancarotta”, segnala l’economista.
Per la lotta contro la criminalità, i salvadoregni vivono da quasi quattro anni
sotto stato di eccezione e sospensione dei diritti costituzionali e sono state
imprigionate più di 85 mila persone in carceri di massima sicurezza. Secondo
l’organizzazione Socorro Jurídico Humanitario sono quasi 430 i detenuti deceduti
in queste carceri dal 2022.
In questo scenario non devono quindi stupire i ripetuti attacchi portati al
governo Maduro, le posizioni intransigenti adottate sul Venezuela nei vari fori
multilaterali e nemmeno l’accordo stretto con l’amministrazione Trump, per
rinchiudere centinaia di venezuelani deportati nel tenebroso Centro di
Confinamento del Terrorismo (Cecot).
Nel luglio dello scorso anno, poi, El Salvador, Stati Uniti e Venezuela
accordarono la liberazione di 252 prigionieri rinchiusi nel carcere speciale, a
cambio di quella di 10 cittadini statunitensi e vari presunti detenuti politici
venezuelani. In perfetta continuità con tutto ciò, durante la sessione
straordinaria dell’Organizzazione degli Stati Americani (Osa), la rappresentante
di El Salvador ha giustificato l’attacco armato contro il Venezuela e il
sequestro del suo presidente costituzionale e della deputata, nonché coniuge di
Maduro, Cilia Flores.
“In Venezuela vige una dittatura consolidata che ha distrutto l’istituzionalità,
ha espulso 7 milioni di persone e ha convertito le istituzioni in una
piattaforma per il crimine organizzato multinazionale. La cattura di Maduro è la
conseguenza più logica per un regime autoritario che ha distrutto la
democrazia”, ha detto Wendy Acevedo.
Parallelamente, dal suo account di X, Bukele ha sbeffeggiato il senatore
democratico Chris Van Hollen per avere denunciato che l’attacco al Venezuela
rappresentava “un atto di guerra illegale per rimpiazzare Maduro e appropriarsi
del petrolio per i suoi (di Trump) amici multimilionari”.
“Per gli Usa Bukele rappresenta una pedina fondamentale sullo scacchiere
latinoamericano. È incomprensibile che certi settori della sinistra
latinoamericana e non solo, lo vedano come un antimperialista”, conclude
Villalona.
Contro il sostegno alla politica espansionista e interventista degli Stati Uniti
in America Latina, in particolare in Venezuela, si è espresso anche il Blocco di
resistenza e ribellione popolare (Brp) che ha condannato l’atteggiamento
“servile e arrendevole” della rappresentanza salvadoregna all’Osa.
“Questa posizione non rappresenta gli interessi del popolo salvadoregno, bensì
riafferma l’allineamento del regime con la politica guerrafondaia di Washington
(…). Così si trasforma in complice dell’aggressione imperialista, tradendo la
storica vocazione antimperialista e solidale del nostro popolo”.
Fonte: Pagine Esteri
Giorgio Trucchi