Peter Sloterdijk / Europa, un libro da sfogliare
“Qual è il numero telefonico dell’Europa?”. Parafrasando la vecchia battuta di
Henry Kissinger, Sloterdijk apre così la sua indagine sulle fonti dell’identità
europea, frutto delle lezioni tenute al Collège de France nel 2024. Un corso a
uso degli odierni europei, supposti per lo più indifferenti e restii a volgere
lo sguardo verso sé stessi quanto troppo spesso arrendevolmente propensi a
riconoscersi in quello altrui. Quanti oggi siano ancora interessati a conoscere
quel famoso numero telefonico resta poi tutta un’altra questione. Ma tant’è.
Aggirando l’approccio essenzialista, l’Europa secondo il filosofo di Karlsruhe è
“senza qualità” perché, come accenna l’omaggio a Musil nel titolo, abita una
cultura modernamente liquida che nega la fissità identitaria come qualità per sé
stessa. Un “quasi continente” descrivibile in termini di drammaturgia, una
recita a soggetto, attorialità che sul palcoscenico della storia ha saputo
rinnovare a intervalli la propria messa in scena. “Europa” per secoli è stato
semplicemente il sinonimo dell’Imperium dei Romani che, da Carlo Magno a
Napoleone, ci si è ingegnati di resuscitare, ingiungendo al mondo l’invenzione
degli Stati Nazione, fino al tracollo degli imperialismi coloniali nel secolo
scorso. Dopo il 1945, vede la luce l’attuale rassemblement post imperiale,
mentre le smanie di una Nuova Roma si trasferiscono altrove: a Washington e oggi
persino a Mosca. Se si cercasse a tutti i costi una data inizio, comunque, per
Sloterdijk l’idea di Europa dovrebbe essere fatta risalire al 390 d.c. e al
rifiuto che Ambrogio, vescovo di Milano e maestro di Agostino, oppone
all’imperatore Teodosio, reo non pentito della strage di Tessalonica,
impedendogli l’ingresso nella cattedrale ambrosiana in nome di una potenza
moralmente irriducibile alla forza bruta.
Il saggio esplora il carattere storico europeo attraverso una serie di
segnalibri che ne ripercorre una filogenesi ideale. Così Burckhardt, nel suo
opus magnum sulla civiltà del Rinascimento in Italia, avrebbe colto per primo la
natura del continente come “contesto di apprendimento”, che attraverso
l’empowerment dell’individuo congiunge sapere e potere nelle prime università,
dove la materia ultima di studio è poi il successo medesimo. Il caso di
Petrarca, poeta incoronato in Campidoglio, segna simbolicamente la nascita della
meritocrazia e l’origine di un’economia basata sulla fama e la reputazione.
Un’economia in cui Marx ne Il Capitale riconoscerà il principio del feedback
positivo, del “chi più ha, più avrà”, che si riflette nell’accumulazione del
capitale come nella dinamica dell’innovazione. E nel sistema della moda dove fa
premio il rischio e non la stabilità, che si tratti di tecnologia o di energia
fossile, della rivoluzione della dinamite o di quella dell’etere negli ospedali.
Quella delle rivoluzioni è infatti un’altra specialità continentale che, a
partire dalle contese intorno all’anno 1000, vede affermarsi attraverso secoli
di rivolgimenti culminanti nella Rivoluzione Francese “la conquista prettamente
europea della miscredenza”. O, detta altrimenti, la libertà dalle religioni
dall’obbligo di creare coesione tra gruppi etnici omogenei, il rifiuto della
sottomissione. Rivoluzioni, nel giudizio storico dell’autore, guidate non da
masse di popolani inferociti ma da raggruppamenti ben motivati di un’élite che
perseguono “la liberazione dalle condizioni e dai bisogni primordiali come
condizione dell’evoluzione europea”. L’europeo nasce infatti come prodotto umano
“sradicato dal presente per essere trapiantato nel futuro”.
Il segnalibro, questa volta più specialistico, rimanda qui a Out of Revolution
di Eugen Rosenstock-Huessy, ed è ancora di un tedesco il successivo, di Oswald
Spengler con Il tramonto dell’Occidente, opera il cui grandioso ma fallimentare
disegno di una storia a priori a conti fatti ha saputo prevedere ben poco (salvo
forse, per la sua avversione alla cultura di massa e il sospetto verso
l’Illuminismo, un’anticipazione di Adorno e dei francofortesi). Oggi come un
secolo fa, secondo Sloterdijk, si usa il concetto di “decadenza” per incastrare
gli europei e invitarli alla rassegnazione ignari che quelli, ormai da tempo,
hanno fatto pace con la propria senilità e con il concetto di “civilizzazione”,
che oggi si tende a tradurre piuttosto come “adulta maturità” o, anche,
“mediocrità rilassata”,
In questa cultura, al tempo stesso evoluta e compiaciuta, della “tranquilla
finitezza” europea, come è stata definita, si devono riconoscere però almeno
altri due tratti persistenti. Uno è lo spirito confessionale, espunto dal suo
significato religioso originale, la “casa interiore” che ospita la verità
secondo Agostino e che resta alle fondamenta anche del soggetto europeo di
Baudelaire. L’ altro è lo spirito faustiano, che si abbatte sul mondo nell’età
moderna con l’espansionismo e con il colonialismo, con l’istinto predatorio
degli imperi iberici e il progetto missionario dei gesuiti, che si fa mezzo
della chiesa e di Dio (Tommaso di Loyola). Ogni caravella è un’“Europa
portatile” ma anche un “prestito galleggiante” per i banchieri e i finanzieri
del tempo, il resto del mondo, a cominciare dai suoi abitanti, soltanto una
risorsa per gli imperi europei in competizione tra loro. Il “fardello dell’uomo
bianco” sarò poi il loro slogan, Cecil Rhodes il loro manager ideale.
Sloterdijk sposa la tesi per cui la colonizzazione è conseguente all’esplosione
demografica succeduta alla peste nera del XIV secolo. Dall’Europa, ripopolata
dalla biopolitica degli Stati Nazionali, arriva la spinta all’esportazione della
modernità, alla circumnavigazione terra aquatica delle persone e delle merci,
all’era della globalizzazione che Heidegger chiamerà poi “l’epoca dell’immagine
del mondo”. La “scoperta” di Colombo assai più che con quella di Copernico, ha
rivoltato il mondo e, alla fine, sradicato anche il pensiero continentale dal
suo eurocentrismo. “Per gli europei il vero choc non è mai stato che la Terra
non fosse al centro del mondo, ma scoprire attraverso i navigatori e missionari
che vi erano continenti con tanti esseri non battezzati”.
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