Mentre a Gaza continua il genocidio, la Cisgiordania viene spinta verso una nuova Nakba
di Penny Green,
Middle East Eye, 11 gennaio 2026.
La distruzione da parte di Israele dei campi profughi a Jenin e Tulkarm sta
separando le famiglie dalle loro case, svuotando le comunità e accelerando la
cancellazione dei palestinesi.
I residenti del campo profughi palestinesi di Nur Shams vedono le loro case che
vengono demolite la notte di Capodanno da un bulldozer militare israeliano. 31
dicembre 2025. (Foto di Zain JAAFAR / AFP)
Il genocidio israeliano dei palestinesi non si è mai limitato solo a Gaza.
Questo è particolarmente evidente nei campi profughi distrutti, ora segnati
dalle bombe e simili a spettri, di Jenin, Nur Shams e Tulkarm, fatti a pezzi e
svuotati da Israele per dare un chiaro avvertimento ai palestinesi sulle
conseguenze del resistere all’occupazione e al genocidio.
Questo pluridecennale progetto di insediamento coloniale in Palestina ha
molteplici piani per la cancellazione dei palestinesi. Mentre il mondo, seppur
con una lente distorta, si è concentrato sulla catastrofe inflitta a Gaza,
Israele ha fatto in modo che i suoi piani di eliminazione palestinese
procedessero rapidamente in Cisgiordania.
L’espansione degli insediamenti, gli attacchi dei coloni sotto la protezione
delle forze israeliane, il furto di routine del bestiame, la distruzione di
scuole e case nei villaggi e lo sfollamento forzato dei palestinesi nei
quartieri di Gerusalemme Est di Sheikh Jarrah e Silwan equivalgono tutti a
tentativi sistematici di distruggere, in tutto o in parte, il popolo palestinese
e il suo rapporto con l’antica patria.
Durante una recente visita nella Cisgiordania settentrionale, ho assistito alla
distruzione fisica dei campi profughi e sono rimasto colpito da quanto la vita
di quei palestinesi assomigli alla devastazione subita dai rifugiati a
Gaza.Inizio moduloFine modulo È stato per me un chiaro promemoria che questo
genocidio prende di mira tutti i palestinesi della Palestina storica.
Tra il 21 gennaio e il 9 febbraio 2025, Israele ha lanciato l’Operazione Muro di
Ferro, che ha preso di mira presunti “elementi terroristici” in tre campi
profughi nel nord della Cisgiordania.
Il capo del Comitato Pubblico di Nur Shams, Nihad Shawish, 52 anni, ci ha detto:
“Proprio come a Gaza, stanno cercando di sostenere che il campo sia un centro di
terrorismo. Ma in realtà, la resistenza è fatta solo da poche persone in cerca
di libertà.” Ma, proprio come a Gaza, tutti i palestinesi sono concepiti da
Israele come “terroristi” e come bersagli da eliminare.
Durante l’operazione israeliana durata 19 giorni, circa 40.000 rifugiati
provenienti dai campi di Jenin, Tulkarm e Nur Shams sono stati rimossi con la
forza dalle loro case dall’esercito israeliano pesantemente armato che ha
utilizzatL’o veicoli corazzati, droni e bulldozer.
L’UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, ha descritto l’offensiva
israeliana come “la crisi di sfollamento più lunga ed estesa dal 1967”.
L’agenzia stima che il 43 percento di Jenin, il 35 percento di Nur Shams e il 14
percento dei campi profughi di Tulkarm siano stati distrutti o gravemente
danneggiati.
Gli edifici ai lati delle viuzze del campo di Nur Shams, che si estendevano
dalla strada principale Nur Shams – Tulkarm fino alla cima del campo, sono stati
bombardati o demoliti per allargare quelle strade di due metri fino ad
un’arteria di 12 metri che fosse accessibile ai carri armati. Ogni abitante è
stato espulso.
Viaggi nell’apartheid
Il viaggio stesso verso questi campi devastati mostra, ad ogni angolo, la
brutale realtà dell’apartheid israeliano. Viaggiare attraverso la Cisgiordania è
una sfida quotidiana di resistenza per i palestinesi. Il sistema stradale
dell’apartheid significa che, mentre gli insediamenti israeliani illegali sono
collegati da autostrade senza restrizioni fino a Gerusalemme e Tel Aviv, i
palestinesi sono costretti a viaggiare su strade accidentate e tortuose e ad
attraversare tunnel bloccati da infiniti checkpoint e barriere metalliche
gialle. Un viaggio che dura 20 minuti sulle strade per coloni israeliani
richiede tre ore o più per i palestinesi.
Durante il tragitto da Ramallah a Tulkarm, ci siamo imbattuti in un nuovo
spettacolo di suprematismo israeliano: enormi bandiere israeliane che
fiancheggiavano entrambi i lati dell’autostrada ogni 10 metri. Per gli
osservatori esterni, possono riflettere una crescente insicurezza israeliana, ma
per i palestinesi sono semplicemente un’altra forma di intimidazione.
Siamo passato attraverso il bellissimo villaggio di Sinjal, ora circondato da
muri di filo spinato alti 30 metri. Tutti gli ingressi tranne due sono stati
sigillati permanentemente da Israele, mentre gli unici due rimanenti possono
essere chiusi in qualsiasi momento a piacimento delle forze israeliane.
Gli abitanti del villaggio non hanno alcuna spiegazione sul perché siano stati
così ferocemente presi di mira, oltre alla semplice ipotesi che si tratti di “un
altro atto dell’occupazione”.
Il progetto di insediamento si è ampliato notevolmente dalla mia ultima visita
nel 2022. Incoraggiato dall’impunità globale e da un governo di estrema destra
in cui i coloni occupano ministeri chiave, Israele ha approvato la
legalizzazione o la costruzione di 69 nuovi insediamenti.
“Stiamo promuovendo una sovranità de facto,” ha dichiarato il ministro delle
Finanze Bezalel Smotrich, annunciando piani per oltre 3.400 nuove abitazioni nel
progetto E1, che collegherebbe vasti blocchi di insediamenti a Maale Adumim
nella Gerusalemme Est occupata, isolando così fisicamente i palestinesi di
Gerusalemme Est da quelli della Cisgiordania occupata.
Siamo passati davanti al grande insediamento illegale in espansione di Eli,
appollaiato su una collina con le sue terribili case dal tetto rosso che
rappresentano esse stesse una dichiarazione di intenti genocidi, una minaccia al
benessere dei villaggi palestinesi locali che hanno visto i loro ulivi sradicati
e hanno subito violenti attacchi. Eli è anche nota per la sua accademia
pre-militare Bnei David, che forma coloni per ruoli di ufficiale in unità da
combattimento d’élite.
Bandiere israeliane appese a una casa all’ingresso del mercato palestinese nella
città vecchia di Hebron, sequestrata la notte precedente dai coloni israeliani.
3 settembre 2025, Cisgiordania occupata. (Hazem Bader/AFP)
Abbiamo superato stazioni di servizio che ai palestinesi è vietato usare, e
nuovi avamposti che hanno sfigurato antichi terrazzamenti e uliveti. Questi
brutti avamposti illegali inevitabilmente si espanderanno in brutti insediamenti
illegali.
Una strada vicina che potevamo vedere ma che non era accessibile ci avrebbe
portato a Tulkarm in meno della metà del tempo. Ma Israele ha vietato a tutti i
palestinesi di usarla. Abbiamo invece percorso strade accidentate, fermandoci a
posti di blocco imprevedibili dove giovani soldati minacciosi decidevano se il
nostro viaggio sarebbe continuato o sarebbe finito. A un certo punto, abbiamo
preso una strada alternativa per evitare un’altra chiusura.
Questi atti cumulativi di apartheid sono pensati per rendere la vita palestinese
così insopportabile da fare in modo che le persone siano costrette a lasciare la
loro terra.
Gaza in Cisgiordania
Guidando lungo una strada sterrata accidentata, siamo arrivati infine a
Tulkarm. Le rovine del campo profughi di Nur Shams giacevano sulla nostra
sinistra, mentre tutta la popolazione era stata espulsa con la forza a gennaio.
Il campo è ora una città fantasma inquietante, con circa un terzo dei suoi
edifici completamente o in gran parte distrutti. Grandi distese vuote sono state
lasciate nel cuore di Nur Shams dai bulldozer israeliani. Centinaia e centinaia
di case sono state demolite, apparentemente per creare accesso a veicoli
corazzati e carri armati.
Una Stella di David blu è stata dipinta con spray su quella che un tempo era la
casa di un rifugiato palestinese, ora utilizzata come base militare. Non è
rimasto nessun abitante. Mentre salivo su un cumulo per scattare una foto, due
passanti mi hanno avvertito di scendere con urgenza. “I cecchini sparano a
chiunque e senza preavviso,” hanno gridato.
I rifugiati hanno descritto come, dopo aver invaso i campi, le forze israeliane
hanno tagliato tutte le comunicazioni e tutte le utenze. Internet, elettricità e
acqua sono scomparsi all’istante. Questi rifugiati sfollati sono stati sfrattati
verso un vero e proprio vuoto. Alcuni hanno trovato parenti presso cui stare,
mentre molti altri hanno cercato rifugio in moschee, scuole abbandonate, sale
per matrimoni e altri spazi pubblici. Ora sono ai margini della sopravvivenza.
“Era proprio come durante la Nakba, soprattutto perché non sapevamo dove stavamo
andando … nessuno sapeva dove fossimo costretti ad andare,” ha detto Nihad.
I rifugiati che si erano alloggiati nella scuola incompiuta El Muowahad nel
villaggio di Thenaba, tra Nur Shams e Tulkarm, hanno descritto il terrore delle
incursioni pesantemente armate, degli elicotteri d’attacco Apache sopra le loro
teste, dei droni suicidi esplosivi e della fuga frenetica dalle loro case con
solo i vestiti che indossavano.
“Hanno iniziato a far saltare in aria le nostre case il 26 gennaio, e in sette
giorni il campo è stato completamente svuotato,” ha ricordato Khaled, 50 anni,
seduto esausto su una sedia di plastica nel corridoio scolastico che condivide
con 21 famiglie del campo di Tulkarm. “Nessuno se lo aspettava,” ha detto. “Non
ho nemmeno preso una maglietta da casa mia, che ora è demolita.” Le case rimaste
in piedi sono state date alle fiamme. Gli sfratti sono stati brutali. “Anche
quando la Mezzaluna Rossa ci ha dato la medicina di cui avevamo bisogno, i
soldati ce l’hanno presa e gettata a terra,” ci ha detto Hakem, aggiungendo che
più di 1.800 case nel campo di Tulkarm sono state distrutte.
Per quasi 12 mesi, 122 rifugiati sfollati hanno vissuto nella scuola non
completata, dove 10 o 12 persone condividevano stanze anguste. “Le strutture
sono minime o inesistenti,” spiega Khaled.
“Quando siamo arrivati, non c’era elettricità, quindi l’abbiamo collegata noi
stessi.” Al piano terra, quattro bagni sono condivisi da uomini, donne e
bambini. C’è solo una doccia. “Come prigionieri, stiamo tutti in fila per
aspettare il nostro turno” aggiunge. Una lavatrice serve tutte le famiglie. I
vestiti pendono da ogni ringhiera e la gente sembra volersi aggrappare a questi
piccoli residui delle loro abitudini mentre il loro accampamento giace in rovina
a pochi metri di distanza. “La vita al vecchio campo era dura,” mi dice Nadia,
38 anni, “ma non così dura come questa.”
Paesaggio distopico
A Tulkarm e Nur Shams, le già drammatiche condizioni per i rifugiati continuano
a peggiorare. Inizialmente l’UNRWA forniva cibo e servizi, ma questo è cessato
con il divieto israeliano ad operare nei territori palestinesi occupati. “Il mio
frigorifero è vuoto,” ha detto Hakem. “Tutti noi lavoravamo nelle città occupate
da Giaffa a Haifa, da Gerusalemme a Tel Aviv. Ora viviamo sotto assedio senza
possibilità di lavoro.” È inoltre vietato per ordine militare di ricostruire le
case distrutte. “Voglio solo tornare a vivere sulle macerie della mia casa,” ha
detto Hakem. “Cos’altro possiamo fare?”
Nadia mi ha mostrato un video girato da un vicino dopo che il campo era stato
svuotato. Gli unici suoni in quel paesaggio distopico erano passi che
scricchiolavano sui detriti e il rumore inquietante del canto degli uccelli.
Hasan Khreisheh, un politico di Tulkarm che lavora con le famiglie sfollate, ha
descritto così ciò che è accaduto nei campi della Cisgiordania settentrionale:
“tutto procedeva seguendo il piano di Israele a Gaza, ma sotto forma di
un’eliminazione silenziosa”. Ayhem, diciassettenne, la cui istruzione si è
interrotta quando la sua casa è stata demolita e la sua famiglia costretta a
lasciare la casa dice: “È molto simile a quanto è successo a Gaza. Quando vedo
Gaza in televisione, vedo esattamente ciò che stiamo vivendo qui.” Dorme con
nove membri della famiglia in una piccola aula scolastica. “Non ho vita sociale.
I miei amici sono stati tutti costretti in zone diverse, e il mio migliore amico
è stato ucciso. Ho perso tutto.”
Vicino alla scuola si trova ciò che resta dell’ufficio del Comitato Pubblico di
Nur Shams. Nonostante il trauma subito, 10 volontari continuano a lavorare per
sostenere chi è stato espulso dal campo. Dalla terrazza sul tetto, abbiamo
guardato la devastazione di quelle che un tempo erano state le loro case. “La
mia casa è inabitabile,” ha detto Fatma, 70 anni, “ma sono pronta ad andare a
vivere sopra le macerie. La dignità dell’essere umano è nella casa. Posso vedere
la mia casa da qui, ma non riesco ad arrivarci.”
Nihad, il capo del Comitato, ha descritto la portata dell’assalto militare. La
campagna israeliana all’interno dei sei quartieri di Nur Shams è iniziata il 9
gennaio. Centinaia di soldati, carri armati, veicoli militari e droni hanno
assaltato il campo, costringendo ogni residente a uscire.
“Chiunque si rifiutava di lasciare il campo veniva colpito fuori dalla sua casa
per incoraggiare le persone ad andarsene”, ha detto. “I soldati controllavano le
direzioni che potevamo prendere. Siamo stati costretti a metterci in fila e
filmati dai droni. Chiunque uscisse dalla fila sarebbe stato fucilato.”
“L’occupazione israeliana ha deciso di farla finita con i campi,” ha continuato.
“A Nur Shams, con una popolazione di 13.000 abitanti, avevamo 400 edifici. Ogni
edificio aveva più piani e unità abitative. Anche se una casa non veniva
demolita con bulldozer ed esplosioni, i soldati le davano fuoco per renderla
inabitabile. Circa 2.300 famiglie sono state costrette a lasciare la città, e il
70 percento di loro vive in condizioni di povertà.”
“Non c’è acqua, né elettricità all’interno dei campi. Niente condutture
fognarie, niente strade. Tutte le infrastrutture sono state distrutte,” ha
aggiunto Fatma. Nihad lo dice senza mezzi termini: “Il campo è stato
assassinato.” Hanno inoltre preso di mira e distrutto il centro giovanile,
l’asilo, la sala per matrimoni e il centro per disabili.
‘Ritorno alle macerie’
Fatma, una leader molto rispettata della comunità di Nur Shams, ha descritto la
sua esperienza la mattina dell’attacco: “Sono arrivati alle 7 del 9 febbraio.
Erano già dentro il campo. Hanno demolito metà della mia casa, ma noi siamo
rimasti dentro. Hanno usato uno dei nostri vicini come scudo umano. Sono venuti
a cercare con i cani. Poi hanno preso possesso della nostra casa e l’hanno usata
come caserma militare. Alla fine della giornata, c’erano forse 100 soldati in
casa mia.” Fatma ha il cancro. I soldati hanno strappato le sue ricette mediche
e hanno distrutto il serbatoio dell’acqua. “Alla nostra piccola televisione è
stato sparato. Hanno distrutto la mia lavatrice e il frigorifero, che non avevo
ancora finito di pagare.”
Mentre distruggevano case, mezzi di sussistenza e spazi comunitari, i soldati
israeliani commettevano anche una serie di altri crimini, tra cui saccheggiare
apertamente dappertutto.
“Davanti ai nostri occhi, ci rubavano le nostre cose,” ha detto Fatma. “Mi hanno
preso la borsa e rubato i 2.650 shekel che mi erano stati dati da una fondazione
di Hebron per riparare la mia casa, oltre a due anelli d’oro, una collana, un
braccialetto e una medaglia.”
Anche se molti rifugiati hanno detto che “torneranno a vivere tra le macerie”,
la realtà è cupa. La distruzione dei campi, l’espulsione dei loro residenti e
l’aumentata tendenza di Israele a rimuovere i palestinesi dalle loro terre
significano che le loro possibilità di ritorno sono remote. ‘Tornare tra le
macerie’ è solo uno slogan,” ha detto Khaled. “Come possiamo tornare indietro?
Le forze israeliane sceglieranno chi può tornare, e chiunque abbia legami con i
combattenti non potrà mai farlo. Ogni giorno viene presa una nuova decisione che
prende di mira le famiglie dei combattenti della resistenza. E ogni giorno
queste famiglie subiscono punizioni collettive.” Khreisheh ha osservato che
Israele ha recentemente annunciato che alcuni rifugiati potrebbero essere
autorizzati a tornare, ma non “le famiglie dei martiri, dei feriti, imprigionati
o coinvolti in politica”. Questo, in pratica, escluderebbe quasi tutti.
Anche affittare altrove in Cisgiordania è diventato sempre più difficile per i
palestinesi sfollati. “Non abbiamo soldi né un posto dove andare,” ha detto
Khaled. Ma la povertà è solo una parte del problema. I proprietari temono di
affittare ai rifugiati dei campi. “Ogni volta che proviamo ad affittare una
casa,” spiega, “prima ci contano, poi ci chiedono da dove veniamo. Quando
diciamo ‘Nur Shams’ o ‘campo di Tulkarm’, rispondono invariabilmente: ‘Non
affitto la mia casa a nessuno dei campi.’ In un certo senso, capisco. Se qualche
nostro parente è in prigione, è un combattente o è stato ucciso, i proprietari
temono che ci saranno incursioni. Quindi non affittano a noi.”
Tutti sono rifugiati
Tutti gli abitanti dei campi hanno lo status di rifugiato, che deriva dalle
espulsioni di massa della Nakba del 1948 e dalla guerra israeliana del 1967. Lo
status di rifugiato, che giustamente attraversa le generazioni, è inseparabile
dal diritto palestinese al ritorno. Attraverso il diritto internazionale e
almeno cinque risoluzioni ONU, incluso l’articolo 11 della Risoluzione 194
dell’Assemblea Generale ONU, ai palestinesi è garantito il diritto di tornare
nelle terre da cui sono stati sfollati.
Un elemento centrale del progetto israeliano è sempre stato quello di impedire
ai rifugiati del 1948 e ai loro discendenti di tornare nelle loro case. Eppure
ogni rifugiato con cui ho parlato vedeva il proprio status come la migliore
garanzia di ritorno. Più di sette milioni di rifugiati palestinesi vivono in
esilio in tutto il mondo. Per Israele, la possibilità del loro ritorno è un
incubo demografico, che cerca di prevenire a tutti i costi.
Khreisheh è stato chiaro nel dire che la distruzione dei campi profughi della
Cisgiordania fa parte di un più ampio progetto genocida volto a eliminare l’idea
stessa del campo profughi e lo status politico che conferisce. Molti altri hanno
ripetuto questa visione. “I rifugiati e i loro discendenti sono gli unici
testimoni della Nakba del 1948,” mi hanno detto diversi altri, “e ora Israele
vuole eliminare i campi dei testimoni e eliminare la questione palestinese.”
“Troverai una storia triste e dolorosa raccontata da tutti quelli che sono
fuggiti,” ha detto un rifugiato. “Case e terre occupate. Stanno ripetendo quanto
accaduto nel 1948. Tutta la scena si sta ripetendo.”
“Stiamo passando da un dolore all’altro,” ha aggiunto un altro. “Questa
occupazione vuole sradicare le persone dalla terra. Vogliono liberarsi di tutti
i testimoni dei crimini commessi dal 1948 in poi.” La distruzione dei campi di
Jenin, Nur Shams e Tulkarm è un atto calcolato di genocidio. Distruggendo
comunità, smantellando l’UNRWA ed espellendo i rifugiati, Israele cerca non solo
di espropriare i palestinesi delle loro case, ma di estinguere la loro storia, i
loro diritti e le loro future pretese di giustizia, incluso il diritto al
ritorno.
Come ha detto Nihad: “Vogliono porre fine allo status di rifugiati eliminando i
campi, distruggendo la possibilità del diritto al ritorno e, di conseguenza,
qualsiasi possibilità di autodeterminazione palestinese. A Nur Shams, il nostro
obiettivo non è solo tornare al campo, ma tornare ai nostri villaggi originari.
Questo è un nostro diritto storico. Non abbandoneremo mai questo diritto. Il
campo è solo una stazione temporanea per noi. Speriamo tutti di tornare nelle
nostre terre natali.”
https://www.middleeasteye.net/big-story/genocide-continues-gaza-west-bank-pushed-new-nakba
Traduzione a cura di AssopacePalestina
Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma
pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.