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Deterrenza non è prevenzione: l’alternativa alle divise in classe c’è ed è molto più qualificata!
All’IIS “Leonardo da Vinci” di Maccarese, il 18 febbraio 2026, dopo analoghi fatti dinovembre 2025, si è consumato un altro atto repressivo con azioni intimidatorie nei miei confronti perché con un cartello riportante il messaggio-chiave in termini pedagogici, “Fuori la polizia dalla scuola, deterrenza non è prevenzione“, mi aggiravo nell’androne e nei corridoi. Perché questa azione certamente inconsueta all’interno di una struttura educativa? Poco dopo una pattuglia della Polizia di Stato avrebbe fatto ingresso nell’aula magna, per parlare di femminicidi e di violenza ai danni delle donne. La volta precedente, sempre nell’ambito del progetto Scuole Sicure nato dalla joint-venture Ministero dell’interno e Ministero dell’Istruzione, nella stessa scuola si parlò di bullismo e cyber-bullismo, altri due cavalli da battaglia o, meglio, cavalli di Troia, visto che con questi due temi varie forze di Polizia (polizia di Stato, Carabinieri, ma anche Guardia di Finanza e Polizia Penitenziaria) hanno grande facilità nel fare breccia proprio nelle scuole.   L’azione, sicuramente di forte impatto, in termini di disobbedienza civile e in antitesi allo stereotipo del “bravo docente”, si è svolta senza particolari problemi di cosiddetto “ordine pubblico”, di fronte a studenti e studentesse incuriosite e professori e professoresse che, invece, giravano lo sguardo altrove, tirando dritti con evidente imbarazzo. Perché da alcuni anni si continuano ad approvare progetti per contrastare il bullismo, il cyber-bullismo o la violenza contro le donne chiamando operatori che sul campo intervengono in funzione repressiva o al più di contenimento dei soggetti violenti? In alternativa, per esempio, si potrebbero coinvolgere gli esperti e le esperte del settore che operano sull’altro versante rispetto a quello giudiziario-penale e della sicurezza pubblica, come chi è a contatto con le storie di vita delle donne abusate o dei ragazzi e delle ragazze vittime di bullismo: ci sono a disposizione gli e le esperte dei centri anti-violenza, il Telefono Azzurro oppure, volendo andare ancor più alla radice del fenomeno, cioè nel cuore della cultura  patriarcale, gli psicologi che sono in contatto tutti i giorni con gli uomini che si rivolgono ai centri per uomini violenti. Gli studenti e le studentesse nel cambio tra un’ora e l’altra nel frattempo si accalcavano davanti alla porta dell’aula magna e tardavano ad entrare in aula, ascoltando il motivo della contestazione fino all’arrivo dei due “docenti” in divisa e armati di Beretta 92S Parabellum. Con loro c’era tutto lo staff dirigente e alcuni collaboratori e altri docenti, per lo più silenti che non comprendendo appieno azioni nonviolente ma certamente dissacranti come questa, hanno poi contribuito solo ad alzare il livello di tensione: nessuno ha proposto un dibattito alternativo, ma tutti si sono appellati alla decisione del collegio docenti e dei consigli di classe. Il tutto è culminato con una perquisizione da parte dei due agenti nei miei confronti alla ricerca di eventuali oggetti o attrezzi pericolosi di fronte ad un’aula ormai colma di studenti. Poi si è passati alla mia identificazione inutile e ridondante visto che poco prima avevo già dichiarato di essere parte del corpo docente e quindi non un “corpo estraneo” di fronte a colleghi e personale ATA. Una docente ha poi avviato un tentativo di “mediazione” proponendo alla Polizia di farmi assistere all’intervento, pur non essendo lì con le mie classi, con una vaga proposta di “debate” che i poliziotti stessi hanno proposto ai/lle ragazzi/e avvertiti però che ciò «avrebbe comportato per loro delle conseguenze». Salvandosi in corner l’agente che aveva appena lanciato quella velata minaccia la specificò meglio, ma in termini di “o noi o loro” cioè che la mia presenza rendeva la loro di troppo. Non contenti i poliziotti hanno tentato di rimuovere fisicamente il fastidioso cartellone sfilandomelo dal basso verso l’alto. Di fronte a quell’azione imprevista e alla determinazione nel portare avanti la contestazione, l’ agente poi mi chiedeva, sempre con gli studenti e le studentesse come testimoni, se avessi «per caso qualche problema con la Polizia». Per me gli risposi «la domanda era mal posta, anzi parlando come docente di Scienze Umane era tendenziosa e in ogni caso doveva specificare che cosa intendesse per problema». In certi contesti scolastici, l’equivoco di una sovrapposizione, quasi fossero sinonimi, tra deterrenza (o repressione) e prevenzione, si rinforza in un quadro socio-culturale depauperato, fragile in cui gli studenti e le studentesse, come quelli/e di questa scuola dell’hinterland romano allargato, vivono trovandosi spesso in sintonia con i loro docenti. Questi/e ultimi/e pur avendo strumenti culturali incomparabili, a loro volta sottovalutano, in maniera disarmante, le ricadute di queste presenze “militari” che da anni anni costruiscono, nell’immaginario degli studenti e delle studentesse, un simulacro protettivo e salvifico della divisa e delle stellette: da una parte c’è la protezione dal nemico interno, dall’altra c’è la difesa dal nemico esterno. Questo processo purtroppo parte già dalle scuole primarie per proseguire alle secondarie e poi, appunto, alle secondarie superiori. Alcuni ragazzi e ragazze hanno confessato, infatti, che per loro quella presenza “armata” si aggiungeva ad altri due eventi pseudo-formativi nei cicli di studio precedenti.  Inquadrando il fenomeno sul piano culturale, a partire dalle serie TV, ai film, ad una vera e propria propaganda sui social o pseudogiornalistica in TV si invoca da più parti un “rispetto della legalità” visto in termini di obbedienza cieca alla legge, qualunque essa sia: si arriva al punto che al di là della presenza delle divise che in teoria dovrebbe essere evitata a prescindere, la soluzione è quindi quella del “debate” in cui per esempio un rappresentante di Casa Pound dialoga in pubblico con un attivista con una visione marxista dell’economia e della società, o appunto un docente esperto di violenza contro le donne o di bullismo, uno psicologo o un sociologo che dialogano in pubblico con il Poliziotto esperto della fase finale dei fenomeni di devianza…e poi, vinca il migliore! O semplicemente vinca il più convincente, come i sofisti dell’antica Grecia ci hanno egregiamente insegnato. Questi incontri, cosiddetti educativi, sui temi del contrasto alla violenza, invece, il più delle volte sono soltanto accennati nell’ambito dei collegi docenti,  molto spesso inginocchiati al volere di un cerchio ristretto del dirigente e poi approvati con altrettanta superficialità a scatola chiusa, all’interno dei singoli consigli di classe: guardando con una prospettiva di lungo periodo, la soluzione potrebbe essere quella di una proposta di legge che vieti tout court l’ingresso delle forze di Polizia e delle Forze Armate all’interno del sistema scolastico in quanto in totale antitesi con i principi-cardine, sul piano pedagogico, ma anche della Costituzione italiana, su cui si basa l’istruzione pubblica. Tutto ciò senza contare che una scelta in questa direzione dovrebbe essere fuori discussione proprio per il periodo storico contingente, che ci vede impegnati in spese folli in armamenti e immersi in un clima di violenza e di  prevaricazione in cui il diritto internazionale i diritti dell’uomo e della donna passano in secondo piano rispetto al diritto…ma del più forte. Risulta chiaro che di fronte a povertà crescenti, soprattutto in alcune classi sociali, al problema di un’erosione dei diritti sociali a partire da quello primario alla salute o all’istruzione, oppure ancora del diritto all’abitare, il rinforzo positivo della divisa e di un approccio “muscolare” a varie forme di violenza e in prospettiva di rivolte sociali nelle piazze, sono funzionali all’attuale stato di polizia (vedi tutti i decreti sicurezza e anti-migranti di questi ultimi 4 anni). Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Solidarietà & militarizzazione: approcci educativi e diseducativi in una scuola romana
Grande sorpresa ha suscitato la bandiera palestinese fissata accanto a quella italiana e dell’Unione Europea all’Istituto “Leonardo da Vinci” di Maccarese-Fiumicino. Questo semplice simbolo di solidarietà, di pace e nonviolenza, rivolto al popolo palestinese, infatti, bilancia parzialmente le numerose attività extracurricolari di stampo “legalitario” o giustizialista dell’istituto che, pur avendo nel suo piano dell’offerta formativa l’indirizzo “Scienze Umane”, non perde mai occasione di organizzare incontri di interesse sociale con militari o appartenenti alle forze di Polizia, addirittura con la Polizia Penitenziaria come quello in occasione dell’ultima giornata nazionale dedicata alla Legalità che vuole ricordare la memoria delle stragi di Capaci e via D’Amelio (Clicca qui). L’approccio è sempre quello basato su una visione fuorviante del concetto di “prevenzione” che, in realtà, si basa su quello di “deterrenza” e di semplice rispetto delle norme di legge più che di ragionevole osservanza di relazioni improntate alla pace, alla tolleranza e al rispetto della persona umana al di là delle leggi che le regolano e soprattutto delle sanzioni previste per i trasgressori. Si tratta di un approccio che certamente non allena le giovani generazioni a ragionare sugli squilibri sociali che portano alla devianza, a riconoscere in anticipo quali possano essere le traiettorie e le cause che inevitabilmente portano alla devianza, come la disuguaglianza nella ripartizione delle risorse e nell’accesso all’istruzione, constatando che peraltro, in Italia, questo principio costituzionale è disatteso e in paradossale antitesi alla nuova dicitura del Ministero dell’Istruzione che si fregia del termine “merito” vede una ministra dell’Università Annamaria Bernini ricalcare fedelmente, dopo essersi laureata e instradata nella carriera accademica nello stesso ateneo, le orme del padre ex-ministro (1994-1996), come lei (2011) ma in anni differenti, sotto il governo Berlusconi. Sempre con questo approccio, all’IIS “Leonardo da Vinci” si sono susseguiti negli anni gli incontri con i poliziotti che hanno affrontato e affrontano tuttora, quasi fosse un rituale ormai assodato, il tema del bullismo o del cyberbullismo – oggi inquadrati nel più ampio progetto “Scuole Sicure” – evitando, invece, di chiamare a relazionarsi con i ragazzi, gli esperti, per esempio, del Telefono Azzurro (2023 clicca qui) (2025 clicca qui) oppure dei giovani hacker o informatici esperti di “Deep web” o di cyber-security. Ma le strade per affrontare, sempre col medesimo approccio, il bullismo, alle volte si fa più sofisticato come nel caso del progetto “Bulli-Stop” (2024 clicca qui) in cui l’architrave accademica è certamente solida, grazie alla sua fondatrice e presidente, la nota pedagogista, Giovanna Pini, ma che all’atto pratico, si esprime attraverso interventi molto coreografici basati sulla metodologia del “teatro pedagogico”: dei giovani attori mettono in scena dei monologhi in cui giocano il ruolo di ex-studenti, vittime di bullismo e che alla fine dello spettacolo rivelano la loro vera identità dopo essere entrati, quindi, in empatia con il pubblico dei giovani studenti e studentesse. Il progetto propone parallelamente alle consulenze di tipo psicologico, per il sostegno all’autostima e al superamento dei traumi, una sovrabbondanza di riferimenti legalitari e/o contatti legali quali “salvagente” contro eventuali abusi subiti in classe a partire da colui, definito come la “colonna portante legale dell’associazione”, l’avvocato Eugenio Pini, da non molto scomparso e figura, quasi “storica”, di primo piano nella difesa di poliziotti e carabinieri, a volte implicati in fatti di abusi in divisa. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente