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Emergency: 113 persone soccorse dalla Life Support sbarcate a Napoli
Si è concluso alle ore 16.40 di mercoledì 17 dicembre nel porto di Napoli lo sbarco delle 113 persone soccorse dalla Life Support, nave di ricerca e soccorso di EMERGENCY, in due distinte operazioni nelle acque internazionali del Mediterraneo centrale. I naufraghi sono stati portati in salvo dalla nave dell’Ong con due differenti operazioni di soccorso, la prima delle quali ha interessato 69 persone e ha avuto luogo nella notte tra il 12 e il 13 dicembre in zona SAR libica, la seconda ha riguardato 44 persone e si è svolta la sera del 14 dicembre in zona SAR maltese. Le 113 persone soccorse, tutti uomini di cui tre minori non accompagnati, erano partite dalle coste libiche e provengono da Bangladesh, Pakistan ed Egitto. Paesi devastati da conflitti, instabilità politica, povertà estrema e crisi climatica, che non sono e non dovrebbero essere considerati sicuri. “Molti dei naufraghi hanno condiviso con noi le loro esperienze, soprattutto dei centri di detenzione libici, dove sono stati sottoposti a violenze di vario tipo – Annachiara Burgio, mediatrice culturale a bordo della Life Support di EMERGENCY -. Alcuni riportano sulla propria pelle i segni dei trattamenti inumani e delle torture subite, molti hanno raccontato delle condizioni pessime in cui erano costretti a vivere in questi centri, vessati con costanti minacce e violenze e in condizioni igienico sanitarie praticamente assenti. Speriamo che tutti possano ricostruire il proprio percorso qui in Italia o in Europa”. Un ragazzo del Bangladesh a bordo ha raccontato la sua esperienza: “Nel mio Paese c’è molta corruzione e mancano le opportunità di lavoro, ci sono state anche gravi inondazioni che hanno distrutto la zona da cui provengo. Per questo molti giovani decidono di lasciare il Paese, sono le stesse ragioni che mi hanno spinto ad andare in Libia. La vita lì è terribile. Dopo due mesi di lavoro sono stato arrestato per strada da alcune milizie, hanno chiamato il mio datore di lavoro e lui è riuscito a farmi liberare. Ma comunque in Libia non ero libero, la mia vita era solo lavorare, mangiare e dormire. Conoscevo i rischi del viaggio in mare per arrivare in Europa, ma come tutti speravo in una vita migliore nel Vecchio Continente”. “Ho provato ad attraversare il mare tre volte – conclude il ragazzo-. La prima volta la cosiddetta Guardia costiera libica ci ha intercettati dopo quattordici ore di navigazione e ci ha portati in prigione, dove sono rimasto per un mese. La seconda, dopo un’ora di navigazione, il motore si è rotto e gli scafisti ci hanno riportati a riva. Dopo due mesi siamo saliti su un’altra imbarcazione, ero terrorizzato, ma questa volta ci avete soccorsi. Ora vorrei trovare un lavoro e pensare al mio futuro”. Con 1.190 tra morti e dispersi solo da inizio anno ad oggi e oltre 26 mila persone in movimento intercettate e respinte in Libia (dati OIM), il Mediterraneo centrale si conferma una delle rotte migratorie più letali al mondo. “La Life Support stessa in questa missione è stata suo malgrado testimone di due possibili intercettazioni da parte di soggetti terzi e della cosiddetta Guardia costiera libica, con respingimenti collettivi verso le coste libiche, ossia respingimenti illegali – commenta Jonathan Nanì La Terra, capomissione della Life Support –. E purtroppo sappiamo da molte testimonianze di questi anni che il Mediterraneo resta protagonista non solo di migliaia di attraversamenti, ma anche di intercettazioni, di naufragi di cui si viene a conoscenza troppo tardi o addirittura di cui non si ha notizia, di casi aperti che restano per troppo tempo senza soccorso. Anche per questo è importante mettere la tutela della vita al centro di ogni decisione che riguarda questo mare e rafforzare la capacità di soccorso anche con una missione SAR europea.” La Life Support – con un equipaggio composto da 29 persone tra cui marittimi, medici, infermieri, mediatori culturali e soccorritori – ha concluso la sua 39/a missione nel Mediterraneo centrale. Da dicembre 2022 a oggi, ha soccorso un totale di 3.234 persone.  Emergency
Dieci anni di operazioni di ricerca e soccorso di SOS Humanity in un contesto di crescente violenza
Nella sua rassegna annuale 2025 pubblicata oggi, SOS Humanity ripercorre un anno di crescente violenza nel Mediterraneo da parte di attori libici finanziati dall’UE. Tra le persone colpite figurano i rifugiati in pericolo in mare e gli equipaggi delle navi di soccorso. Le violazioni dei diritti umani alle frontiere esterne dell’UE sono aumentate,  anche nella zona marittima al largo della Tunisia, in gran parte non monitorata.  Nella sua rassegna annuale,  SOS Humanity ha presentato gli eventi e gli sviluppi più importanti per la ricerca e soccorso  ordine cronologico, in modo conciso e con le fonti:  dal fermo delle navi di soccorso alle cause legali vinte nei tribunali italiani,  fino alla valutazione delle ONG su dieci anni di difficile lavoro di ricerca e soccorso. Sebbene ormai non attiri quasi più alcuna attenzione pubblica, la drammatica situazione nel Mediterraneo centrale è ulteriormente peggiorata nel 2025: almeno 1.190 persone sono annegate, 12 navi di soccorso non governative sono state trattenute in Italia, con una conseguente perdita di 219 giorni per le operazioni di soccorso; altre centinaia di giorni sono stati persi dalla flotta civile a causa di navigazioni inutili verso i porti assegnati nel nord Italia, 25.764 persone in cerca di protezione sono state intercettate dalla cosiddetta Guardia Costiera libica e riportate con la forza in Libia. Allo stesso tempo, le organizzazioni di ricerca e soccorso hanno salvato 12.192 persone in pericolo in mare  (dati fino inizio settembre), più che nell’anno precedente. Di queste, SOS Humanity ha salvato 1.155 bambini, donne e uomini. A dieci anni dalla loro fondazione, SOS Humanity, Sea-Watch e Sea-Eye hanno presentato i propri dati in una conferenza stampa congiunta con l’alleanza United4Rescue nel mese di giugno scorso: in un decennio, la flotta civile nel Mediterraneo centrale ha salvato 175.000 persone in pericolo in mare, nonostante tutti i tentativi delle autorità di ostacolarla. Se il numero di morti e dispersi è leggermente diminuito rispetto all’anno precedente, il tasso di mortalità sulla rotta migratoria del Mediterraneo centrale è in realtà aumentato quest’anno. Nel 2025, la cosiddetta Guardia Costiera libica ha respinto con la forza un numero di rifugiati superiore a quello dell’anno precedente. La nuova rotta di fuga dalla Tunisia all’Italia continua ad affermarsi, con un numero elevato di incidenti in mare non segnalati e violazioni dei diritti umani. Il 2025 vede una nuova escalation di violenza contro le persone in movimento e le navi di soccorso da parte di attori libici e tunisini. In autunno, tredici organizzazioni hanno fondato l’alleanza “Justice Fleet” e hanno sospeso congiuntamente le comunicazioni operative con le autorità marittime libiche, in quanto non possono essere considerate attori legittimi nella ricerca e soccorso. Ciò ha portato al fermo di un numero maggiore di navi. SOS Humanity prende posizione contro ogni forma di criminalizzazione e repressione con una nuova nave di soccorso: la barca a vela Humanity 2 entrerà in cantiere a dicembre e sarà operativa come nave di soccorso e di monitoraggio a partire dall’estate 2026 sulla rotta migratoria sempre più frequentata e in gran parte ignorata, dalla Tunisia a Lampedusa. La rassegna annuale è disponibile sotto forma di cronologia dettagliata a questo link  sul sito web di SOS Humanity.  Redazione Italia
La Ocean Viking torna in mare quasi quattro mesi dopo l’attacco della Guardia Costiera libica
Dopo il violento attacco da parte della Guardia Costiera libica avvenuto in agosto, che ha costretto a una sospensione di quattro mesi delle operazioni, la Ocean Viking è pronta a tornare in mare. Nonostante l’escalation di violenza nel Mediterraneo centrale, SOS MEDITERRANEE rimane ferma nella propria missione: salvare, proteggere e testimoniare le violazioni dei diritti umani in mare. Il 24 agosto 2025, la Ocean Viking è stata violentemente attaccata da una motovedetta della Guardia Costiera libica in acque internazionali. Centinaia di colpi sono stati sparati contro la nave, causando gravi danni all’imbarcazione di soccorso e mettendo a rischio la vita delle persone soccorse e dei soccorritori a bordo, rendendo necessaria un’immediata sospensione delle operazioni. «Questo attacco armato senza precedenti contro la nostra nave di soccorso ha rappresentato un punto di svolta per le nostre operazioni, ma la nostra determinazione a salvare vite umane resta immutata», ha dichiarato Valeria Taurino, direttrice generale di SOS MEDITERRANEE Italia. Durante il periodo di sospensione, il ponte di comando parzialmente distrutto è stato riparato e i sistemi e le attrezzature essenziali per le operazioni di soccorso sono stati ripristinati alla piena funzionalità. I nostri team hanno lavorato senza sosta per ripristinare l’imbarcazione, rafforzare la formazione sulla sicurezza e aggiornare le procedure operative, al fine di garantire un ritorno in mare sicuro senza compromettere la capacità di soccorso. Nessuna responsabilità per l’attacco Nonostante le azioni legali intraprese e le denunce pubbliche, i responsabili dell’attacco non sono stati identificati e le richieste di assunzione di responsabilità restano senza risposta. SOS MEDITERRANEE è determinata a proseguire nell’identificazione dei responsabili e a garantire che vengano chiamati a risponderne. Sono state presentate denunce penali in Italia e in Francia, mentre un’ulteriore denuncia è attualmente in fase di finalizzazione in Germania. «È inaccettabile che un attacco di questo tipo contro una nave umanitaria di soccorso sia rimasto senza conseguenze», ha affermato Valeria Taurino. «L’impunità alimenta ulteriore violenza nel Mediterraneo centrale. La responsabilità è essenziale non solo per la giustizia, ma anche per la sicurezza delle persone in pericolo e di tutti gli operatori umanitari che lavorano in mare».  Violenza in escalation nel Mediterraneo centrale Nel frattempo, la violenza nel Mediterraneo centrale continua ad intensificarsi e le violazioni dei diritti umani proseguono in totale impunità. Da agosto, ulteriori attacchi hanno preso di mira altre organizzazioni di ricerca e soccorso, così come persone in pericolo. Ottobre e novembre hanno registrato un forte aumento dei decessi e delle sparizioni segnalate nel Mediterraneo centrale, con 299 persone dichiarate morte o disperse. Alla Ocean Viking è stato impedito di essere in mare proprio quando una capacità di soccorso urgente era disperatamente necessaria. Urgente necessità di sostenere le operazioni di soccorso Il sostegno continuativo dei donatori resta essenziale per garantire la continuità delle operazioni di ricerca e soccorso lungo una delle rotte migratorie più mortali al mondo. Oggi più che mai, la nostra organizzazione fa affidamento sul sostegno del pubblico per mantenere le proprie attività nel lungo periodo. «Ogni vita salvata è una vittoria contro l’indifferenza. Continueremo questa missione finché potremo contare sulla solidarietà dei nostri sostenitori», ha concluso Valeria Taurino. DONA ORA   Redazione Italia
La nave Humanity 1 trattenuta nel porto di Ortona dopo aver soccorso 160 persone
Dopo lo sbarco di 85 persone lunedì 1° dicembre, tra cui vari minori non accompagnati, la nave di soccorso Humanity 1, gestita dall’organizzazione di ricerca e soccorso SOS Humanity, è stata temporaneamente trattenuta nel porto di Ortona, in Italia, martedì 2 dicembre 2025. In totale, la scorsa settimana l’equipaggio della Humanity 1 ha soccorso 160 persone in pericolo in mare in due operazioni. Il fermo provvisorio è stato ordinato dalle autorità italiane per indagare se la Humanity 1 abbia violato la legge Piantedosi per non aver comunicato con il Centro di coordinamento dei soccorsi libico. L’equipaggio della Humanity 1 ha operato in ogni momento in conformità con il diritto marittimo internazionale, informando le autorità di ricerca e soccorso competenti e seguendo il proprio obbligo di assistere le persone in pericolo. Come parte della più grande alleanza di organizzazioni di ricerca e soccorso esistente ad oggi, la Justice Fleet Alliance, SOS Humanity ha deliberatamente sospeso le comunicazioni operative con il Centro di coordinamento libico per il soccorso, poiché la cosiddetta Guardia Costiera libica non può essere considerata un attore legittimo nel campo della ricerca e del soccorso, come confermato quest’anno dal Tribunale di Catanzaro. “Questo fermo provvisorio della Humanity 1 è incompatibile con il diritto internazionale”, critica Marie Michel, esperta politica di SOS Humanity. “La cosiddetta Guardia Costiera libica, coordinata dal Centro di coordinamento libico, è responsabile di gravi violazioni dei diritti umani sia in mare che in Libia. Rifiutarsi di comunicare con gli attori responsabili di tali crimini è l’unico modo per difendere i principi del diritto marittimo e dei diritti umani. E mentre questi attori non vengono ritenuti responsabili, ma sono sostenuti dall’Unione Europea e dai suoi Stati membri, la nostra nave di soccorso viene trattenuta in porto e le si impedisce di operare soccorsi di emergenza. E’ evidente che il numero crescente di detenzioni di navi umanitarie riduce la capacità di soccorso e porta a un aumento delle morti in mare”. Questa è la terza volta che la Humanity 1 viene trattenuta in porto in base alla legge Piantedosi e la prima detenzione provvisoria basata sulla richiesta di coordinamento con le autorità libiche dal lancio dell’alleanza Justice Fleet. L’alleanza mira a difendere i diritti umani e il diritto internazionale, proteggere il lavoro umanitario in mare e creare pressione pubblica per un cambiamento politico. L’ordine di detenzione provvisoria è stato emesso dal Ministero dell’Interno italiano, dalla Guardia di Finanza e dal Ministero dei Trasporti. La Humanity 1 non può lasciare il porto fino a quando il Prefetto non avrà indagato sulle accuse. Il rapporto di soccorso, comprese le comunicazioni dettagliate con le autorità, è disponibile qui. L’ordine di fermo è disponibile qui: https://mediahub.ai/en/share/album/ec3d61f0-a70c-4989-9339-bf2b06590610   Redazione Italia
Iniziata la missione Albatross di SOS Mediterranée
Ieri è stato effettuato il primo volo della missione di monitoraggio aereo Albatross di SOS Mediterranée, insieme al nostro partner Humanitarian Pilots Initiative. Durante il volo Albatross ha avvistato due barche vuote. Probabilmente si trattava di imbarcazioni con persone intercettate dalla Guardia Costiera libica e riportate indietro con la forza. In uno dei due casi era presente un’imbarcazione veloce libica non identificata, con persone a bordo. Foto di Lucrezia Frabetti Nel pomeriggio Albatross ha avvistato una barca in pericolo con circa 40 persone a bordo nella SRR maltese. L’aereo ha lanciato un Mayday sia alle autorità sia alle navi di soccorso. Poi abbiamo appreso che le persone a bordo erano state salvate da Aurora, la nave di Seawatch e ora sono al sicuro a Lampedusa. Redazione Italia
Missione Albatross, un nuovo sguardo sul Mediterraneo centrale
SOS MEDITERRANEE, in collaborazione con Humanitarian Pilots Initiative (HPI), prepara il lancio della sua prima missione di osservazione aerea per ampliare il proprio ambito di azione. La missione Albatross prenderà il via con i suoi primi voli la prossima settimana, con l’obiettivo di monitorare le imbarcazioni in difficoltà e documentare le violazioni del diritto marittimo e umanitario nel Mediterraneo centrale. Questa prima fase permetterà ai team di implementare le procedure operative e le capacità tecniche prima dell’inizio dei voli regolari, previsto per l’inizio del 2026. A bordo ci sarà un equipaggio di tre persone, supportato da un team a terra. SOS MEDITERRANEE si occuperà del coordinamento operativo, mentre HPI, un’organizzazione non governativa svizzera specializzata in operazioni aeree umanitarie, gestirà gli aspetti aeronautici e metterà a disposizione la propria esperienza nei voli di monitoraggio sul Mediterraneo centrale. “Dopo quasi un decennio di operazioni in questo tratto di mare, sappiamo quanto sia essenziale il supporto aereo – ha dichiarato Valeria Taurino, direttrice generale di SOS MEDITERRANEE Italia. “Con Albatross ci uniamo ad altri mezzi aerei civili come Seabird e Colibri per fare in modo che la tragedia umanitaria nel Mediterraneo centrale non passi inosservata. Un singolo aereo può coprire un’enorme porzione di mare, documentando violazioni umanitarie che altrimenti resterebbero invisibili“. Nel 2024 i mezzi aerei civili sono stati operativi in media solo 15 giorni al mese, con una diminuzione del 15% rispetto al 2023. Nel 2025, diversi aeromobili civili hanno dovuto sospendere le missioni a causa di restrizioni amministrative o mancanza di fondi, riducendo ulteriormente la già limitata presenza umanitaria sul Mediterraneo centrale. Contesto Durante l’estate, la Guardia Costiera libica finanziata dall’Unione Europea ha attaccato la Ocean Viking in acque internazionali. Solo poche settimane dopo, anche la nave di soccorso Sea Watch 5 è stata presa di mira con colpi d’arma da fuoco. Questi episodi, che fanno parte di un modello continuo di violenze, evidenziano il contesto estremamente pericoloso in cui operano le organizzazioni civili di soccorso e la necessità urgente di un’osservazione e documentazione indipendente. In un contesto in cui le autorità europee e italiane impongono misure sempre più restrittive contro le operazioni civili di ricerca e soccorso, lo spazio per l’azione umanitaria continua a ridursi. Queste politiche contribuiscono direttamente alla tragedia in corso delle morti di massa per annegamento nel Mediterraneo centrale. La missione Albatross non rappresenta soltanto un aereo, ma una linea di vita, un testimone e un appello alla responsabilità. DONA ORA per sostenere la missione Albatross.   Redazione Italia
Le Ong del soccorso in mare si uniscono nella Justice Fleet e interrompono le comunicazioni con Tripoli
Dopo anni di crescenti violazioni dei diritti umani da parte della cosiddetta Guardia Costiera libica e dopo il rinnovo del Memorandum Italia-Libia, 13 organizzazioni di ricerca e soccorso si uniscono in una nuova alleanza, la Justice Fleet, e sospendono le comunicazioni operative con il cosiddetto Centro congiunto di coordinamento dei soccorsi di Tripoli, in Libia. Sul sito https://justice-fleet.org/ la lista delle violenze della cosiddetta Guardia Costiera libica documentate dalla società civile negli ultimi 10 anni e in continuo aggiornamento. 13 organizzazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale hanno annunciato la costituzione della Justice Fleet, supportata dal Centro europeo per i diritti costituzionali e umani e dall’organizzazione Refugees in Libya. È una risposta alla coercizione degli Stati europei a comunicare con le milizie libiche, autori di quotidiane violenze in mare e in opposizione al rinnovo tacito del Memorandum d’Intesa Italia-Libia. Le organizzazioni parte della Justice Fleet hanno deciso di interrompere le comunicazioni operative con il Centro congiunto di coordinamento dei soccorsi di Tripoli, in Libia (JRCC), a cui le costringe la Legge 15/23 nota come “decreto Piantedosi”, integrato nel decreto flussi. Il Centro coordina gli interventi violenti di cattura e respingimento della cosiddetta Guardia Costiera libica e non può essere considerato un’autorità competente. La Libia non è un luogo sicuro per le persone in fuga. Inoltre, il JRCC di Tripoli non soddisfa gli standard internazionali necessari al funzionamento di un centro per il coordinamento dei soccorsi: non è raggiungibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7, manca di capacità linguistica e non dispone di un’infrastruttura tecnica adeguata per coordinare le operazioni di soccorso. Da dieci anni, le organizzazioni di ricerca e soccorso hanno documentato la violenza sistematica perpetrata dalla cosiddetta Guardia Costiera libica, una rete decentralizzata di milizie armate equipaggiate e addestrate con fondi dell’UE, in particolare dall’Italia. I naufraghi vengono intercettati con la violenza in mare, rapiti e condotti in campi dove tortura, stupri e lavori forzati sono una pratica sistematica. I tribunali europei e le istituzioni delle Nazioni Unite hanno da tempo riconosciuto la violenza organizzata che, secondo gli esperti legali, costituisce un crimine contro l’umanità. Tali violenze sono state documentate società civile negli ultimi 10 anni, e un report costantemente aggiornato sarà disponibile da oggi sul sito https://justice-fleet.org/. L’interruzione delle comunicazioni operative con il JRCC Libia potrebbe comportare multe, detenzioni o persino la confisca dei mezzi di soccorso della Justice Fleet da parte dello Stato italiano, in violazione del diritto internazionale. Dal 2023, il governo italiano ha detenuto illegalmente mezzi di soccorso ai sensi della cosiddetta Legge Piantedosi. Questa campagna parte all’indomani di un nuovo caso di disobbedienza a ordini ingiusti e illegittimi del governo italiano da parte di una nave civile di soccorso, in nome invece del pieno e rigoroso rispetto del diritto marittimo e umanitario, internazionale e nazionale: proprio ieri sera la nave Mediterranea ha sbarcato 92 persone, soccorse in tre diversi interventi, a Porto Empedocle, nonostante le autorità italiane avessero ordinato di portarle nel lontano porto di Livorno. Mediterranea ha operato a tutela dei fondamentali diritti alla vita, alla salute e alla dignità delle persone soccorse e, per questa scelta il governo minaccia ora pesanti ritorsioni. Lo spirito con cui la nave ha agito è lo spirito che anima la Justice Fleet e per questo esprimiamo tutta la nostra solidarietà a Mediterranea. La Justice Fleet unisce strategie legali, politiche e comunicative per difendere le persone in fuga e le operazioni di soccorso dai respingimenti illegali, dalla repressione e dalla criminalizzazione delle Ong. Le corti europee – da quelle italiane alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – hanno ripetutamente confermato che i respingimenti verso la Libia violano il diritto internazionale. I membri dell’alleanza da Germania, Francia, Italia e Spagna: Mediterranea Saving Humans Sea-Watch SOS-Humanity Tutti gli occhi sul Mediterraneo (TOM) Sea-Eye Louise Michel Pilotes Volontaires RESQSHIP Salvamento Marítimo Humanitario Mission Lifeline CompassCollective Sea Punks r42 – sail and rescue Ulteriori informazioni sulla Justice Fleet, una panoramica completa degli atti di violenza estremi documentati dalla cosiddetta Guardia Costiera libica, nonché la prima panoramica in assoluto sui casi giudiziari vinti dalle organizzazioni di ricerca e soccorso dal 2023 sono disponibili qui: justice-fleet.org   Sea Watch
Sentenza definitiva della Corte d’Appello di Catanzaro: il fermo della nave di soccorso Humanity 1 era illegale e la Libia non è un Paese sicuro
SOS Humanity ha vinto la sua prima causa contro il governo italiano nel contesto di decine di fermi illegali e arbitrari di navi di ricerca e soccorso non governative. Una corte d’appello ha ribadito la storica sentenza del Tribunale di Crotone del giugno 2024, chiarendo che la cosiddetta Guardia Costiera libica, finanziata dall’UE, non può essere considerata un soggetto legittimo di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. Inoltre, la sentenza ha confermato che SOS Humanity ha agito in conformità con il diritto internazionale nello svolgimento delle sue operazioni di ricerca e soccorso e che il fermo della sua nave di soccorso è stato illegale. SOS Humanity sta ora chiedendo un risarcimento al governo italiano. Nel giugno 2025, la Corte d’Appello di Catanzaro ha respinto un ricorso presentato dal governo italiano contro una sentenza del 2024 del Tribunale di Crotone, che aveva dichiarato illegittimo il fermo della nave di soccorso Humanity 1 nel marzo 2024 e stabilito che la cosiddetta Guardia Costiera libica non può essere considerata un soggetto legittimo di ricerca e soccorso (SAR).  Inoltre, ha confermato che la Libia non può essere considerata un luogo sicuro per i rifugiati e che SOS Humanity ha agito in conformità con il diritto marittimo internazionale in ogni momento. I ricorrenti – i Ministeri italiani dell’Interno, dei Trasporti e delle Finanze – hanno deciso di non impugnare questa sentenza, mentre SOS Humanity chiede un risarcimento per i danni finanziari causati dal sequestro illegale della sua nave di soccorso. Contesto: fermo della Humanity 1 nel 2024 e conseguente azione legale Nel marzo 2024, dopo aver soccorso 77 persone in pericolo in mare, la nave di soccorso Humanity 1 di SOS Humanity era stata fermata dal governo italiano con l’accusa di aver ignorato le istruzioni delle autorità libiche e di aver messo in pericolo vite umane. L’organizzazione di ricerca e soccorso (SAR) ha presentato con successo ricorso contro la decisione in un procedimento accelerato presso il Tribunale civile di Crotone, che ha dichiarato illegale il fermo della nave di soccorso Humanity 1 e ne ha ordinato l’immediato rilascio. Nel giugno 2024, il tribunale civile ha confermato e motivato la sua sentenza sottolineando che la cosiddetta Guardia Costiera libica non può essere considerata un attore SAR legittimo nel Mediterraneo. Ha inoltre chiarito che le istruzioni illegali della cosiddetta Guardia Costiera libica non devono essere seguite. Nel giugno 2025, il ricorso del governo italiano contro questa decisione è stato respinto dalla Corte d’Appello di Catanzaro, confermando la posizione di SOS Humanity circa l’illegittimità della cosiddetta Guardia Costiera libica e la pratica illegale di trattenere le navi di soccorso. Da anni la cosiddetta Guardia Costiera Libica è finanziata e equipaggiata dall’Unione Europea e dai suoi Stati membri per intercettare i migranti nel Mediterraneo centrale e riportarli in Libia, nonostante gli abusi ampiamente documentati contro migranti e rifugiati che, secondo le Nazioni Unite, costituiscono crimini contro l’umanità. Pertanto, secondo il diritto internazionale, la Libia non può essere considerata un luogo sicuro per le persone salvate dal pericolo in mare. La sentenza definitiva della Corte d’Appello di Catanzaro è disponibile qui.   Redazione Italia
Report “Non è soccorso: è aggressione”. Il fronte invisibile della violenza sistematica nel Mediterraneo
In questo report Sea-Watch ha raccolto per le prima volta 72 gravi episodi di violenza perpetrati da milizie libiche, come la cosiddetta Guardia Costiera libica, contro migranti e contro attori civili e statali europei in mare dal 2016. Il report, intitolato “Non è soccorso: è aggressione. Il fronte invisibile della violenza sistematica nel Mediterraneo”, fa riferimento a tutti i principali episodi di violenza in mare documentati attribuibili ad attori libici dal 2016. Questi includono manovre pericolose e avventate che comportano rischio di caduta in acqua, tentativi di rovesciamento delle imbarcazioni, aggressioni verbali accompagnate da intimidazioni credibili e immediate, uso o minaccia con armi da fuoco (anche di avvertimento o a distanza ravvicinata) o con altri mezzi per infliggere danni fisici, tra cui anche bastoni. Solo nel 2024, secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, oltre 21.700 persone sono state deportate in Libia, dove affrontano sistematicamente torture, schiavitù e violenza sessuale. Link per scaricare il report Sea Watch
Accordo Italia-Libia, MSF: “No al rinnovo di un sistema di violenze e torture”
L’accordo Italia-Libia deve essere interrotto perché perpetua scellerate politiche di respingimento e detenzione sulla pelle delle persone, alimentando nel Mediterraneo il numero delle morti in mare, avverte Medici Senza Frontiere (MSF) a pochi giorni dal rinnovo automatico previsto per il 2 di novembre. Dal 2017, con questo accordo l’Italia e l’Unione Europea forniscono supporto finanziario, tecnico e logistico alla Guardia Costiera libica, che continua ad alimentare un ciclo criminale di violenze, mettendo in pericolo la vita delle persone migranti in difficoltà in mare e del personale delle ONG impegnate nelle operazioni di ricerca e soccorso. “L’accordo Italia-Libia è un patto vergognoso stretto sulla pelle delle persone e non deve essere rinnovato. Addestriamo e finanziamo la Guardia Costiera libica, che ancora nei giorni scorsi, dopo anni di episodi violenti, ha sparato contro un’imbarcazione in pericolo ferendo 3 persone, tra cui un ragazzo di 15 anni attualmente in coma. Nel frattempo, il sistema di accoglienza in Italia viene svuotato dei servizi e il diritto d’asilo è fortemente depotenziato” dichiara la dr.ssa Monica Minardi, presidente di MSF in Italia. Solo quest’anno 22.509 persone migranti in fuga dalla Libia sono state intercettate in mare e riportate indietro con la forza, secondo i dati dell’IOM. Il più delle volte tornano in centri di detenzione in cui subiscono violenze, torture, abusi: tutto questo con la connivenza e con il supporto economico dell’Italia. Al solo scopo di bloccare gli arrivi nel nostro Paese, si dimentica colpevolmente ogni obbligo di tutela dei diritti umani. “Per evitare che altre persone muoiano in mare e che vengano deportate nei centri di detenzione o in circuiti illegali di sfruttamento e violenza in Libia, l’Italia e l’Ue dovrebbero garantire vie legali e sicure d’accesso e un’attività dedicata e coordinata tra i diversi Stati membri, di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale” aggiunge la dr.ssa Minardi di MSF. La Libia non è un luogo sicuro per le persone migranti e dal 9 novembre non sarà più un Paese dove le ONG, inclusa MSF, potranno operare a causa di una decisione annunciata ieri dalle autorità libiche. “Le nostre psicologhe assistono ogni giorno persone migranti sopravvissute alla detenzione in Libia e alla traversata del Mediterraneo. Il 60% degli episodi di violenza e tortura subiti dai nostri pazienti in cura a Palermo, nell’ambito del servizio specializzato per sopravvissuti a tortura, sono avvenuti in Libia. Il rinnovo dell’accordo rende l’Italia complice di tutto ciò” conclude la dr.ssa Minardi di MSF.   Medecins sans Frontieres