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A morire non è il Chavismo ma il diritto internazionale e il popolo bolivariano lo sa
Il 3 gennaio 2026 resterà una data spartiacque per l’America Latina e per l’intero ordine geopolitico globale. L’Operation Absolute Resolve, così battezzata dalle autorità statunitensi, ha portato all’arresto a Caracas del presidente venezuelano Nicolás Maduro e della first lady Cilia Flores, successivamente trasferiti negli Stati Uniti per comparire davanti a una corte federale di New York. Le accuse, legate a narcotraffico e terrorismo, vengono respinte da entrambi e dal governo bolivariano, che parla apertamente di “sequestro” e violazione della sovranità nazionale. Con il capo dello Stato rimosso dall’esercizio del potere esecutivo, la Corte Suprema venezuelana ha affidato il ruolo di presidente incaricata a Delcy Rodríguez, già vicepresidente della Repubblica, nominata “presidenta encargada” per garantire la continuità amministrativa e organizzare la risposta istituzionale all’intervento esterno. Ed è proprio Delcy Rodríguez la figura più evocata nel dibattito politico americano delle ultime ore: non per una valutazione sulle sue scelte o sul suo ruolo costituzionale, ma perché Donald Trump ha dichiarato più volte che “ora è lei a comandare” in Venezuela, alimentando un frame narrativo di contrapposizione ideologica – i “comunisti malvagi” contro i “democratici buoni” – che semplifica fino alla caricatura una realtà infinitamente più complessa. Sussiste però un’assenza che colpisce. Nei media internazionali che hanno riportato l’arresto di Maduro e l’ascesa ad interim di Delcy Rodríguez, nessuno ha ricordato che il 2026 segna il 50° anniversario della tortura a morte di suo padre, Jorge Rodríguez, attivista socialista ucciso dai servizi del regime di Carlos Andrés Pérez, in un contesto storico di repressione anticomunista supportata anche da apparati d’intelligence occidentali. Una memoria scomoda, che incrinerebbe la narrazione manichea oggi dominante. In risposta alla cattura del presidente, il Consiglio dei Ministri presieduto da Delcy Rodríguez ha annunciato la creazione di una Commissione di alto livello incaricata di ottenere la liberazione di Maduro e Flores attraverso canali politici, diplomatici e legali, coinvolgendo figure chiave del governo: Jorge Rodríguez (fratello di Delcy e presidente dell’Assemblea nazionale), il ministro degli Esteri Yván Gil, la difensora dei diritti umani Camilla Fabri e il ministro della Comunicazione Freddy Ñáñez, che avrà un ruolo operativo nella stessa Commissione. Mentre il governo di Caracas tenta di attivare meccanismi di diritto internazionale e di costruire una rete di sostegno multilaterale, nelle strade della capitale venezuelana si muove un altro soggetto politico: il popolo. A Plaza de la Candelaria, ieri, non c’era l’atmosfera plumbea delle piazze coartate: c’era una marea umana, un mosaico di bandiere, slogan, motori accesi e telecamere prese d’assalto da cittadini desiderosi di dichiarare in diretta il loro rifiuto di piegarsi. Non solo militanti organizzati – colectivos, motorizados di Petare, gruppi di quartiere del 23 de Enero – ma anche la gente comune, che spingeva per conquistare pochi secondi di microfono davanti alle telecamere di Vtv, la televisione di Stato, per dire la stessa frase, come un giuramento collettivo: «Il Venezuela non si arrende». Petare, il più grande barrio popolare di Caracas con quasi 700mila abitanti, e il 23 de Enero, storico quartiere a controllo sociale complesso, non hanno reagito solo per fedeltà ideologica. Hanno reagito perché lì, per la prima volta nella storia, lo Stato li ha registrati, riconosciuti, nominati. Le misiones avviate da Hugo Chávez dopo la vittoria elettorale non hanno solo portato acqua corrente, scuole, ambulatori, protezione sociale: hanno portato identità anagrafiche a migliaia di persone che, prima, per lo Stato non esistevano. E chi ha finalmente un nome, un documento, un’esistenza legale, non accetta di tornare nell’invisibilità. Il dibattito americano, intanto, si accende in senso opposto a quello sperato da Washington: anti-interventisti in piazza, diaspore lacerate, sondaggi gelidi sull’idea di “correre da soli”, un’opinione pubblica che in pochi giorni si è trasformata in rissa nazionale. A rendere ancora più drammatica la crisi, il governo cubano ha annunciato la morte di 32 cittadini cubani durante i combattimenti e i raid aerei in Venezuela, dove si trovavano – secondo l’Avana – per svolgere missioni richieste dal governo venezuelano in cooperazione con apparati di sicurezza locali. Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha proclamato due giorni di lutto nazionale. Le fonti venezuelane parlano di circa 80 vittime complessive, tra cui civili, mentre da parte statunitense si segnalano feriti ma nessun decesso è stato confermato. Siamo di fronte a un quadro di crisi senza precedenti, che sancisce non solo un trauma politico regionale, ma una verità più ampia: il diritto internazionale non è più lo scudo dei popoli. È un linguaggio senza enforcement, una liturgia vuota. Il genocidio a Gaza ha già mostrato al mondo che lo stato di diritto globale soccombe davanti alla forza bruta. Il rapimento di Maduro, accettato con rapidità dalle potenze occidentali e ignorato da un multilateralismo incapace di reagire, non fa che confermare che il diritto internazionale è semplicemente morto. E a Caracas la gente non discute di dottrine: difende rubinetti, cliniche, scuole, identità. Difende l’idea concreta di sovranità che si misura nella vita quotidiana, non nelle risoluzioni Onu. Perché la politica nei ranchitos non è un concetto astratto. È infrastruttura di esistenza. E forse, mentre i governi del mondo esitano, la marea di Caracas ha già pronunciato il suo verdetto storico. Filmato realizzato da Fabrizio Cracolici e Laura Tussi: https://www.youtube.com/watch?v=Sj20qYdkJYQ Laura Tussi
Venezuela: lo “stato di shock esterno” tra casematte e sovranità
Riportiamo un ampio stralcio dell’articolo  comparso ieri sul sito di  Effimera  sulla situazione attuale in Venezuela, a firma di Geraldina Colotti, direttora di Le Monde Diplomatique, attualmente a Caracas L’attacco sferrato dagli Stati Uniti contro il Venezuela, il 3 gennaio 2026, culminato nel sequestro di Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, ha proiettato la rivoluzione bolivariana al centro della scena mondiale. Un’aggressione che, oltre alla capitale Caracas, ha colpito gli stati di Miranda, Aragua e La Guaira, ha provocato un centinaio di vittime fra militari e civili (fra cui 32 cubani e cubane), e ha distrutto varie infrastrutture e case. Il luogo dove si trovavano Maduro e Flores, il Fuerte Tiuna, un complesso civico-militare simile a un piccolo distretto urbano, che copre un’area di circa 15 chilometri quadrati, ospita infatti anche numerosi edifici di case popolari, del programma Gran Misión Vivienda Venezuela. Si è trattato di un attacco asimmetrico di proporzioni gigantesche, in cui sono state impiegate contemporaneamente 150 aeronavi, che ha scatenato una impressionante potenza di fuoco e una vera e propria tempesta magnetica, mediante l’impiego di una tecnologia di ultimissima generazione, definita “impressionante” dagli esperti. Una gigantesca operazione di polizia globale che ha infranto tutti i codici del diritto. Nonostante la situazione eccezionale, il paese non è però in stato d’assedio. Non c’è l’État de siège, non ci sono i carri armati per le strade, non ci sono stati saccheggi e rivolte, la vita produttiva è ripresa a un ritmo quasi normale.  Il decreto che ha istituito lo “stato di shock esterno”, dichiarato in base alla Costituzione, è la legalizzazione della resistenza. Si basa sulla dottrina della Guerra popolare prolungata. Autorizza la mobilitazione delle milizie bolivariane e il coordinamento diretto con le comunas, territori di autogoverno in cui si esercita il potere popolare diretto, e quello dei “corpi combattenti” che agiscono all’interno delle fabbriche con le milizie operaie. Ogni territorio, ogni comuna, è una unità di difesa “integrale”, giacché la legge riconosce che la sovranità non è solo garantita dai soldati di professione, ma dalla “fusione” tra popolo e Forza armata nazionale bolivariana (Fanb). Il decreto venezuelano cita esplicitamente il Diritto alla legittima difesa, sancito dalla Carta delle Nazioni unite. Lo “stato di shock esterno” si basa sul fatto che il sequestro di un capo di Stato, che gode di immunità come la deputata Flores, così come i bombardamenti a un paese pacifico e sovrano, sono atti di guerra che giustificano una risposta immediata e proporzionata. Il decreto non è quindi solo una misura di sicurezza, ma il quadro giuridico che permette alle “casematte” bolivariane di operare legalmente come organi di difesa della nazione, e di portare le proprie istanze a livello internazionale. D’altro canto, la nozione di sicurezza, in Venezuela – mettere risorse per i diritti basici e non per la repressione -, è molto lontana da quella, che in Europa, dagli anni ’70 a oggi ha attinto a logiche securitarie, che criminalizzano il conflitto, e che, facendo tristemente scuola, si sono estese ad altre parti del pianeta: confluendo, per esempio, nella “legislazione del nemico” applicata prima contro la guerriglia, e poi contro tutta l’opposizione politica di sinistra in Perù. Il ministro degli Interni, giustizia e pace, Diosdado Cabello, da tempo ha fatto dipingere i veicoli della sicurezza con slogan e colori che invitano alla partecipazione collettiva. “Noi siamo così: con una mano ci diamo un abbraccio, con l’altra reggiamo il fucile”, aveva detto il capitano per spiegare il clima di festa che vigeva nel paese fino alla vigilia dell’attacco statunitense. Il giorno prima, il presidente aveva girato di notte per le strade guidando l’auto mentre si faceva intervistare dal giornalista Ignacio Ramonet. E anche in queste ore drammatiche in cui il paese discute a fondo, ma senza cadere nei dubbi e nelle congetture, quel che fa premio è la volontà collettiva di andare avanti. Il presidente dell’Assemblea nazionale, Jorge Rodríguez, ha annunciato la liberazione di un numero importante di detenuti venezuelani e stranieri: una “decisione unilaterale – ha detto – per consolidare la pace e la convivenza”. In un incontro per chiedere la solidarietà internazionale dei movimenti, il giovane deputato Nicolas Maduro Guerra, figlio del presidente, musicista e economista di scuola marxista, ha raccontato che nella residenza provvisoria del presidente “che aveva una semplice porta di legno e non una blindata”, c’era ancora, miracolosamente intatto, il bicchiere con il succo di frutta che stava bevendo quando le truppe speciali Usa l’hanno fatta saltare e hanno ferito lui e Cilia Flores. Quest’ultima, pur non richiesta dagli Usa, ha fatto di tutto per essere portata via con il suo compagno di vita e di lotta. Entrambi, comparsi in una prima udienza davanti a un tribunale Usa hanno rifiutato il patteggiamento, e si sono dichiarati “prigionieri di guerra”. Barry Joel Pollack, ex avvocato del fondatore del sito Wikileaks, e Mark Donnelly, altro penalista sperimentato, difendono rispettivamente il presidente e la “prima combattente” Cilia Flores. E già hanno fatto cadere una prima accusa, quella secondo cui Maduro sarebbe a capo del fantomatico Cartello dei Soli. La prossima udienza è fissata per il 17 marzo. Indignata, ma composta e massiccia è stata la reazione popolare, che prosegue ogni giorno. Prima sono scese in piazza le donne, poi le realtà di autogoverno delle comunas, poi gli operai e le operaie, i lavoratori e le lavoratrici delle istituzioni nazionali, ora tocca alla gioventù. E si continua a oltranza con le quotidiane marce di sostegno al governo, alla cui guida c’è ora la vicepresidenta esecutiva, Delcy Rodriguez: come presidenta incaricata e non a interim, perché l’assenza del presidente viene considerata solo temporanea.  Sia nella capitale che nelle altre città del Venezuela si ripetono gli incontri pubblici e le tribune a microfono aperto, in una dialettica permanente fra potere costituente e potere costituito, che si rinnova da quasi 27 anni. È questa, infatti, la cifra principale del “processo bolivariano”, che si rivendica, appunto, come “processo”, in base alla pedagogia libertaria di Simon Rodriguez, maestro di Bolivar: “o inventamos o erramos”, o inventiamo o falliamo. Non solo un invito alla creatività, ma un imperativo categorico a non copiare servilmente i modelli europei o nordamericani, attingendo invece alla propria storia di resistenza secolare al colonialismo e al neocolonialismo. “Non vogliamo, certamente, che il socialismo in America sia calco e copia. Deve essere creazione eroica. Dobbiamo dare vita, con la nostra propria realtà, nel nostro proprio linguaggio, al socialismo indo-americano”, scriverà un secolo dopo il marxista peruviano José Carlos Mariátegui, la cui lezione è oggi la bussola del socialismo bolivariano. Un blocco sociale composito, che ha saputo attrarre e organizzare figure diverse, unendo territori distinti in una prospettiva inedita ma fortemente radicata nella storia delle rivoluzioni: dai “dannati della terra” ai contadini, dagli operai agli studenti, dagli indigeni e afrodiscendenti agli intellettuali, dalla piccola borghesia agli ufficiali educati alla “guerra di tutto il popolo”. Una direzione gramsciana, che scommette di “depotenziare dall’interno lo stato borghese”, assumendo una tensione permanente fra conflitto e consenso. Contraddizioni, debolezze, azzardi e ritorni indietro vanno compresi in questo senso. Parlare di “laboratorio bolivariano” non è una suggestione, ma un esperimento concreto di iper-modernità e storia “insurgente”, che offre molti spunti, in termini di azione e reazione, persino ad altre latitudini. Uno su tutti la domanda su quali siano gli spazi possibili, nel sistema globale – concentrato, securitario e verticistico -, per un’alternativa strutturale che porti al governo, se non al potere, un blocco sociale anticapitalista, antimperialista e antipatriarcale. […]   Geraldina Colotti