Fuori la guerra dalla storia – quattro anni dopo
A quattro anni dall’invasione russa dell’Ucraina, la guerra non è finita. È
stata normalizzata. Non è più raccontata come emergenza, ma come condizione
stabile del presente. Una guerra amministrata: con flussi di armi, dichiarazioni
rituali, commemorazioni selettive e un linguaggio che separa ciò che è dicibile
da ciò che deve restare impensabile.
La responsabilità dell’aggressione russa è un fatto politico e giuridico chiaro.
Ma fermarsi a questo significa accettare una narrazione che assolve il resto.
Perché, dopo quattro anni, la pace non è mai stata costruita come possibilità
reale? Nel discorso dominante occidentale, la guerra in Ucraina è diventata il
paradigma della guerra combattuta in nome dei valori, della democrazia,
dell’ordine internazionale. Ma proprio questa retorica ha permesso di sostituire
la politica con la militarizzazione, la diplomazia con la deterrenza, la pace
con una promessa sempre rinviata. La guerra viene sostenuta, resa sostenibile e
prolungata mentre i costi reali vengono scaricati sui corpi, sulle vite
quotidiane, sulle relazioni sociali di chi la abita.
Questa struttura discorsiva è la stessa che si riproduce in Palestina, dove la
violenza coloniale e genocidaria viene giustificata come autodifesa; la stessa
che agisce nel racconto dell’Iran, ridotto a minaccia astratta mentre vengono
cancellate le lotte delle donne e dei movimenti che lo attraversano.
Cambiano i contesti, ma la struttura è identica: alcune vite sono narrate come
degne di protezione, altre come sacrificabili; alcune violenze sono chiamate
crimini, altre necessità strategiche. Si tratta di una logica selettiva che
invoca il diritto internazionale quando serve, lo sospende quando ostacola;
difende la sovranità di alcuni popoli, ne nega l’esistenza ad altri; parla di
pace solo dopo aver reso la guerra irreversibile. In questo schema, la pace è
una parola svuotata, buona per i discorsi, non per le decisioni.
Noi rifiutiamo questa narrazione, rifiutiamo l’idea che la guerra sia uno
strumento inevitabile di governo del mondo. Rifiutiamo la separazione tra
conflitti “giusti” e conflitti “indicibili”. Rifiutiamo che la pace venga
trattata come una concessione all’aggressore invece che come una responsabilità
collettiva.
A quattro anni dall’inizio del conflitto in Ucraina – e mentre tanti altri
proseguono in altre parti del mondo – non si può lasciare che la guerra continui
a governare il presente. Serve costruire disarmo, verità e responsabilità,
sottraendo la politica alla logica della morte amministrata e restituendo
centralità alla vita, ai corpi e alle relazioni.
Martedì 24 febbraio dalle 17.00 alle 19.00 il Presidio Donne per la Pace sarà in
piazza Massimo a Palermo
UDIPALERMO – Le Rose Bianche – Donne CGIL Palermo – Coordinamento Donne ANPI –
Emily – Governo di Lei – CIF – Le Onde – Arcilesbica – Donne della Comunità
dell’Arca – Donne del Movimento nonviolento – Donne del Circolo Laudato si’
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Redazione Palermo