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Il governo è “nervoso”. La rendita di posizione si va esaurendo
Il video degli scontri di Milano pubblicato dalla Fox News statunitense (che tra l’altro è il network più allineato con Trump) il primo giorno delle Olimpiadi, non è proprio andato giù alla Meloni. Ed allora sui social sono partiti subito gli anatemi della premier che tradiscono un bel po’ di […] L'articolo Il governo è “nervoso”. La rendita di posizione si va esaurendo su Contropiano.
February 9, 2026
Contropiano
Incutere timore per sentirsi al sicuro: un’illusione mortifera
> «Per essere temuti, occorre essere potenti. E per essere potenti in questo > mondo così brutale, occorre essere più veloci e dimostrarsi più forti». Con > queste parole, pronunciate da Emmanuel Macron in occasione del discorso > prenatalizio alle forze armate, il presidente della Repubblica francese > trasmette sì un messaggio di sostegno ai militari, ma soprattutto ribadisce > una visione del mondo ormai obsoleta, profondamente radicata nell’immaginario > guerrafondaio degli Stati moderni: quella per cui la sicurezza si fonda sulla > potenza distruttrice accumulata e sulla capacità di colpire più velocemente > l’avversario, due elementi che servono a incutere timore al nemico. Una storia già nota. Da diversi secoli, infatti, costituisce le fondamenta del pensiero strategico delle potenze militari: incutere timore per sentirsi al sicuro. Accumulare strumenti militari per dissuadere l’avversario. Accelerare per non essere superati. Ma questa logica, presentata come “realismo”, merita di essere indagata per quello che è realmente: una spirale che non fa altro che generare violenza, che contribuisce meno a prevenire la guerra di quanto non la renda sempre più probabile. E questo perché, contrariamente a quanto afferma il Presidente della Repubblica francese, voler essere temuti non equivale a voler essere rispettati. Il timore non genera stabilità né tantomeno fiducia, ma paura, sfiducia e non fa altro che preparare allo scontro. Un mondo in cui ogni potenza cerca di essere più veloce e più forte dell’altra non è un mondo più sicuro; è un mondo messo sotto scacco in modo permanente, in cui l’escalation diventa normalità e l’errore, l’incidente o la cattiva interpretazione possono condurre a conseguenze irreversibili. La storia militare è piena di esempi in cui la corsa alla potenza invece di dissuadere ha condotto alla catastrofe. Nel 1914, per esempio, la paura di essere battuti sul tempo portò gli Stati europei più importanti a privilegiare l’attacco rapido e massivo, rendendo la guerra non solo possibile, ma anche inevitabile. Questa filosofia strategica condivisa ha trasformato la paura del ritardo in motore della catastrofe. E l’orribile risultato è sotto gli occhi di tutti. In tempi più recenti abbiamo la minaccia nucleare, spesso presentata come garanzia di pace, ma che in realtà si basa sulla minaccia di una distruzione di massa, ovvero sulla possibilità reale dell’annientamento. Possiamo davvero considerare questa una politica di sicurezza? Affermando che «il mondo è brutale», il discorso presidenziale avalla questa brutalità come un danno imprescindibile, quasi naturale. Trasforma uno status del mondo storicamente prodotto dalle rivalità tra potenze, dalle logiche imperiali, dalle illegalità di massa, dalle economie militarizzate in fatalità, alla quale non possiamo fare altro che adattarci. Orbene, spesso quello che la politica chiama «realtà» altro non è che quello che lei stessa contribuisce a creare. Essere «più veloci e più forti» non è una strategia neutra. È una scelta politica che porta con sé tutta una serie di conseguenze. Vuol dire decidere di investire in modo massiccio sulle capacità militari a discapito di altre forme di sicurezza. Vuol dire convogliare colossali risorse verso l’armamento invece che verso la prevenzione dei conflitti, la diplomazia, la giustizia sociale, la resilienza delle società. E, soprattutto, vuol dire rafforzare il concetto secondo cui la violenza armata resta, in ultima istanza, l’arbitro supremo dei rapporti internazionali. Da parte nostra, siamo convinti che la sicurezza reale delle popolazioni dipenda meno dal timore ispirato e più dalla capacità di ridurre le cause strutturali della violenza: le illegalità, le umiliazioni, le dominazioni, le logiche predatorie dell’economia e le eredità coloniali ancora irrisolte. In altre parole, essere potenti significa investire nella cooperazione piuttosto che nella competizione armata. Vuol dire rafforzare il diritto internazionale invece di limitarlo; e ancora, vuol dire sviluppare abilità civili di prevenzione, di mediazione e di resistenza civile, invece di affidarsi sempre di più alla dissuasione e alla minaccia. A forza di voler incutere timore, gli Stati finiscono per non essere più compresi, e ancora meno ascoltati. E a forza di «essere più veloci e più forti», perdono di vista la meta verso la quale tendono. La vera questione politica non è di sapere come vincere la prossima guerra (nella quale tutti saranno perdenti!), ma come uscire da questo mondo reso brutale proprio da coloro che pretendono di metterlo in sicurezza. La priorità dovrebbe essere quella di cambiare paradigma di sicurezza, ma per questo bisogna avere il coraggio di abbandonare le illusioni letali degli Stati, che hanno come principali vittime sempre i popoli. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL FRANCESE DI ADA DE MICHELI. Alain Refalo
January 26, 2026
Pressenza
L’arte di non capire la guerra al fine di perpetuarla
Se la guerra non termina ma si spande da un emisfero all’altro del mondo, forse è anche perché non abbiamo ben compreso la sua moderna natura. Dobbiamo allora sforzarci di capire meglio. A tale scopo, siamo chiamati a giudicare il metodo dell’attuale geopolitica, l’interpretazione oggi prevalente della guerra. Disciplina che […] L'articolo L’arte di non capire la guerra al fine di perpetuarla su Contropiano.
January 5, 2026
Contropiano
Droni contro Putin, la mossa della disperazione
Sarà un caso, ma ogni volta che il lavoro diplomatico per arrivare ad una pace sembra fare un passo avanti “succede” qualcosa che prova a rimandarlo indietro. Ieri il “fatto” è stato decisamente grosso: 91 droni a lungo raggio ucraini hanno provato a raggiungere la residenza di Putin sul lago […] L'articolo Droni contro Putin, la mossa della disperazione su Contropiano.
December 30, 2025
Contropiano
Resistenza armata e nonviolenta, strategie di liberazione
L’approccio da cui partire deve essere rigorosamente laico e non moralista. La questione non è stabilire ciò che è giusto o sbagliato in astratto, ma rispondere a una domanda concreta: qual è la strategia di liberazione più efficace? Violenza o nonviolenza? La mia risposta è netta: l’unica strategia che storicamente funziona è quella della liberazione attraverso tecniche nonviolente. Questa affermazione si fonda su diverse ragioni. In primo luogo, se guardiamo alla teoria dei giochi, e in particolare al dilemma del prigioniero, emerge chiaramente che l’uso della forza è razionale solo in un caso estremo: quando si è in grado di distruggere completamente l’avversario con la prima mossa. In qualsiasi altro scenario, essere i primi a colpire genera costi insopportabili e una spirale di ritorsioni che peggiora la situazione iniziale. In secondo luogo, le strategie nonviolente mostrano una superiorità strutturale. Esse richiedono una leadership molto forte e un controllo rigoroso dei comportamenti collettivi, mentre le strategie violente possono essere portate avanti anche da piccoli gruppi armati e determinati, spesso privi di un reale consenso popolare. Questo è al tempo stesso un limite e una debolezza della nonviolenza: funziona solo quando coinvolge grandi moltitudini capaci di disciplina e partecipazione. Tuttavia, è proprio questa caratteristica che la rende politicamente trasformativa. Non è un caso che nella storia del movimento operaio e dei movimenti di resistenza l’idea di prendere il potere sia stata legata allo sciopero generale, alla manifestazione di massa, alla non collaborazione civile. Al contrario, la presa del potere attraverso le armi ha un costo politico altissimo: promuove all’interno del movimento rivoluzionario la componente più combattiva e spesso più brutale della popolazione e impone pratiche di segretezza, controllo dell’informazione e gerarchizzazione che tendono a riprodursi anche dopo il raggiungimento degli obiettivi, dando origine a regimi autoritari di tipo militare. C’è poi un altro elemento decisivo: la dipendenza esterna. La resistenza armata vive delle armi e delle munizioni fornite da altri e finisce quasi sempre per diventare uno strumento di interessi che non coincidono con quelli della popolazione che dice di rappresentare. La storia è piena di esempi: dall’IRA, utilizzata in funzione anti-britannica da interessi americani, ai gruppi armati italiani degli anni Settanta, facilmente infiltrati da mafie e reti criminali proprio attraverso i canali di approvvigionamento delle armi, fino a molti movimenti rivoluzionari subordinati a potenze straniere. Le poche eccezioni – come Cuba o la Resistenza italiana – confermano la regola, e anche lì la dimensione militare è sempre rimasta subordinata a quella politica. In particolare, la lotta partigiana italiana va compresa come un momento interno a una più ampia insurrezione popolare contro la guerra, centrata sul rifiuto della leva, sullo scioglimento del vincolo di fedeltà e sul “tornare a casa”. Fenomeni analoghi di rifiuto della leva si sono verificati anche in Sicilia sotto l’occupazione alleata, così come nell’Italia post-unitaria tra Ottocento e primo Novecento. Questo dimostra che la disobbedienza di massa è una forza storica ben più stabile della violenza organizzata. La lotta armata, inoltre, richiede un controllo estremo e un riconoscimento internazionale, ed è estremamente fragile: basta un attentato o un’azione di sabotaggio da parte di gruppi che hanno interesse a prolungare il conflitto per far saltare qualsiasi tregua. È facilissimo iniziare una guerra, ma è difficilissimo finirla, soprattutto nel caso delle guerre civili. Le strategie nonviolente funzionano particolarmente bene quando non prevale la dimensione nazionalistica, ma quella dei diritti civili. Il Sudafrica è un esempio emblematico: non si trattava di cacciare un colonizzatore, ma di trasformare uno Stato razzista in uno Stato multietnico fondato sulla cittadinanza. Anche in Palestina, la fase più efficace della resistenza fu quella nonviolenta guidata dal Mufti di Gerusalemme Hussein, basata su scioperi, manifestazioni e boicottaggi. Questa strategia riuscì a bloccare l’immigrazione ebraica durante il Mandato britannico e portò alla pubblicazione del Libro Bianco, che riconosceva la titolarità araba di tutte le terre arabe, in coerenza con gli impegni presi nel 1916 dagli inglesi col carteggio McMahon-Hussein bin Ali sheriff della Mecca. A rafforzare l’argomento vi è anche una considerazione antropologica: gli esseri umani sono naturalmente più inclini alla cooperazione che alla competizione, come dimostrano sia la presenza dei neuroni specchio sia episodi storici come la tregua di Natale nelle trincee della Prima guerra mondiale. Gli eserciti, al contrario, tendono a dissolversi alla prova dei fatti: dall’8 settembre 1943 in Italia, all’esercito afghano addestrato per anni dagli occidentali e collassato in pochi giorni, fino a numerosi esempi africani. Dove circolano molte armi, finiscono quasi sempre nelle mani dei soggetti più pericolosi per la società. Gli eserciti permanenti, del resto, sono una novità del Novecento e storicamente sono stati strumenti di oppressione interna e di colpi di Stato. Non è un caso che alcuni Paesi abbiano scelto di non averli o di ridurli al minimo, come la Costa Rica o la Tunisia di Bourguiba. Il benessere delle popolazioni cresce dove ci sono meno armi e meno forze armate, non il contrario. La pace si costruisce sciogliendo gli eserciti dopo i trattati di pace, non mantenendo una pace armata permanente. La Guerra fredda, inventata politicamente da Churchill per giustificare la permanenza delle truppe usa in Europa e rinviare la dissoluzione dell’impero sancita dalla carta atlantica nel ‘41, ha consegnato il potere mondiale al complesso militare-industriale americano riducendo drasticamente le reali prospettive di pace nel mondo (parola di Eisenhower). In conclusione, la storia mostra con chiarezza che la nonviolenza non è una scelta morale debole, ma una strategia politica più efficace, più stabile e meno distruttiva. La violenza, al contrario, genera dipendenza, autoritarismo e riproduzione del conflitto. Per questo, se l’obiettivo è una liberazione duratura, la strada obbligata passa dalla Nonviolenza. Carlo Volpi Redazione Italia
December 24, 2025
Pressenza
Nuova strategia Usa e chi non vuol capire
A proposito della nuova strategia degli Stati Uniti e le reazioni che ha suscitato. L’accoglienza riservata da quasi tutti gli organi di stampa italiani, soprattutto quelli di area esplicitamente democratica, al documento della Casa Bianca (National security strategy 2025) è stata – a mio modo di vedere – ipocrita e […] L'articolo Nuova strategia Usa e chi non vuol capire su Contropiano.
December 11, 2025
Contropiano
Il Medio Oriente non è più una priorità per gli Stati Uniti. I palestinesi di nuovo scomparsi dall’agenda
Nel documento sulla Strategia della Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti reso pubblico alcuni giorni fa, c’è una novità rilevante: il Medio Oriente e la vecchia geografia petrolifera del mondo non sono più una priorità strategica per gli USA. Alcuni passaggi del capitolo del documento dedicato al Medio Oriente chiariscono questo […] L'articolo Il Medio Oriente non è più una priorità per gli Stati Uniti. I palestinesi di nuovo scomparsi dall’agenda su Contropiano.
December 9, 2025
Contropiano
Lo “Zio Sam” ora ha altro da fare…
La nuova “Strategia di sicurezza nazionale” statunitense va presa per quello che è: l’atteggiamento Usa nei confronti del resto del mondo. Indipendentemente dal considerarsi “nemici”, alleati o competitori, quella diventa la mappa concettuale che ogni non-americano deve aver presente quando dovrà misurare i propri passi tenendo conto di quella presenza […] L'articolo Lo “Zio Sam” ora ha altro da fare… su Contropiano.
December 8, 2025
Contropiano
Bye bye Europa. La strategia Usa punta all’America Latina e alla competizione con la Cina
Il documento sulla Strategia di sicurezza nazionale dell’amministrazione pubblicato venerdì si propone di “ripristinare la preminenza americana nell’emisfero occidentale”, rilanciando esplicitamente la dottrina Monroe, nata per contrastare qualsiasi ingerenza europea nell’emisfero occidentale e in seguito utilizzata per giustificare gli interventi militari statunitensi in America Latina. Contestualmente indica un esplicito bye […] L'articolo Bye bye Europa. La strategia Usa punta all’America Latina e alla competizione con la Cina su Contropiano.
December 7, 2025
Contropiano
“Ora tocca all’Italia”. La strategia delle balle guerrafondaie
Sembra abbastanza evidente che il susseguirsi di allarmi inverificabili circa la presenza di “droni russi” sui cieli d’Europa, o di “interferenze” nelle comunicazioni, sia piuttosto chiaramente una “strategia comunicativa” attribuibile per intero all’Unione Europea, proprio mentre l’America di Trump sta scaricando la guerra ucraina sul Vecchio Continente. Mettiamo in fila […] L'articolo “Ora tocca all’Italia”. La strategia delle balle guerrafondaie su Contropiano.
September 29, 2025
Contropiano