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A proposito della “più complessa vicenda del confine orientale”
Il prossimo 10 febbraio si celebra la ricorrenza, assai controversa e da sempre oggetto di polemiche, del Giorno del ricordo, con il quale, in base all’art. 1 della legge istitutiva, si intende “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra, e della più complessa vicenda del confine orientale”. Da una parte, dunque, la confusione di tenere insieme vicende storiche diverse, la “tragedia degli italiani”, l’esodo degli “istriani, fiumani e dalmati”, nonché “la più complessa vicenda del confine orientale”, che, se per un verso tradisce il fatto di non riuscire a inquadrare compiutamente la vicenda né a redigere un testo normativo risolto, dall’altro evidenzia la carenza di rigore storico e il palese tentativo di condurre, attraverso la legge, un disegno di natura politica e ideologica. Dall’altra, poi, non si può mancare di mettere in evidenza un dato ormai assodato: dalla sua promulgazione, avvenuta con la legge 30 marzo 2004 n. 92, cioè a dire nell’arco di più di venti anni, la legge non ha mai smesso di suscitare polemica e, di conseguenza, la ricorrenza non è mai davvero diventata patrimonio condiviso del Paese.  Lo sfondo storico cui la legge allude è quello della “più complessa vicenda del confine orientale”: in cosa consiste? A seguito dell’aggressione nazifascista alla Jugoslavia il 6 aprile 1941 e il suo conseguente smembramento, il regime fascista ne occupò una parte consistente: la Slovenia meridionale fu annessa alla Venezia Giulia, formando la provincia di Lubiana; la Lika croata fu occupata; la Dalmazia, fino a Spalato, annessa alla provincia di Zara; inoltre, il Kosovo fu annesso all’Albania, già aggregata all’Italia, e il Montenegro occupato fu retto da un governatore italiano. Solo nella provincia di Lubiana, tra il 1941 e il 1943, su una popolazione di 340 mila abitanti, furono uccise 13 mila persone, quasi il 4% della popolazione totale della provincia; Lubiana fu interamente circondata di filo spinato e reticolati e ca. il 20% degli abitanti fu incarcerato; numerosi i villaggi bombardati, messi a ferro e fuoco, distrutti.  Fu sempre il regime fascista a rendersi responsabile, nella regione, di crimini di guerra e contro l’umanità tra i più efferati: decine di migliaia di croati, serbi, montenegrini e altri, tra cui molte donne e bambini, inviati nei campi. I campi di concentramento italiani per slavi rispondono ai nomi di Rab, Gonars, Renicci e numerosi altri. È la storia a dirci che il regime fascista adottò tattiche di “esecuzioni sommarie, prese di ostaggi, rappresaglie, internamenti, incendi di case e villaggi”, distruzioni diffuse. Il numero totale di vittime dell’occupazione italiana della Jugoslavia è stimato in ca. 250 mila persone tra caduti, vittime di rastrellamenti e fucilazioni, di violenze e torture, vittime nei campi. Tristemente celebri le frasi di Mussolini (una “vittoria etnica dell’Italia”) e del generale Mario Robotti, «Si ammazza troppo poco!». Come ha scritto Davide Maria de Luca sulle colonne del “Domani”, la feroce “violenza etnica scatenata dall’invasione fu uno dei fattori a mettere in moto i meccanismi che nel 1943 e poi nel 1945 portarono alle rappresaglie contro gli italiani, ricordate come “le foibe”. In tutto, si stima che almeno un milione di jugoslavi morirono nell’occupazione e nella guerra civile”. Non a caso, fu istituita, nel 1943 una “Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra” che, alla fine del 1945, inviò al Governo italiano la lista degli italiani accusati di aver compiuto crimini di guerra. Proprio la Jugoslavia, lungo e oltre quel confine orientale, fu il Paese sul cui territorio gli italiani avevano commesso la maggior parte dei crimini di cui erano accusati: 729 dei 1.845 italiani elencati dalla Commissione (il 40% del totale) furono individuati dal governo jugoslavo. I nomi di criminali quali Mario Roatta e il già citato Mario Robotti sono noti alle pagine della storia, ancora poco, purtroppo, al grande pubblico. Come ricorda il sito di Valigia Blu, “Emblema di questa strategia è la Circolare 3c emanata nel marzo del 1942 dal generale Mario Roatta che guida le truppe italiane in Slovenia: la circolare annulla le distinzioni tra la resistenza jugoslava che si oppone all’occupazione italiana e la popolazione civile, autorizzando l’esercito italiano a fucilare in maniera indiscriminata. Nella circolare si fa esplicito riferimento all’esperienza coloniale indicata come modello: «Si sappia bene che eccessi di reazione, compiuti in buona fede, non verranno mai perseguiti», ricorda la Circolare 3c. «Perseguiti invece, inesorabilmente, saranno coloro che dimostrassero timidezza e ignavia». […] La violenza repressiva, le fucilazioni indiscriminate, le prevaricazioni di stampo razzista sono connaturate all’ideologia fascista. In un’occasione Mussolini confessa a Ciano «che ama un solo generale – mi sfugge il nome – il quale in Albania disse ai suoi soldati: “Ho sentito dire che siete dei buoni padri di famiglia. Ciò va bene a casa vostra: non qui. Qui non sarete mai abbastanza ladri, assassini e stupratori» (E. Gobetti)”. Dopo l’8 settembre 1943, a seguito dell’occupazione tedesca dell’Italia centro-settentrionale e dell’istituzione del criminale regime collaborazionista della Repubblica Sociale Italiana, sul confine orientale è istituita dal regime nazista la Zona d’operazioni del litorale adriatico, controllata direttamente dalla Germania nazista e comprendente le province di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume, e Lubiana. Repressione ed eccidi si moltiplicarono con efferata violenza. Solo nel campo di concentramento della Risiera di San Sabba, dall’ottobre 1943 all’inizio del 1945, ca. 25 mila ebrei e partigiani furono interrogati e torturati, tra tre e cinque mila furono uccisi, mediante fucilazione, torture, o nei furgoni a gas. Lo stesso fenomeno delle foibe, cui fa riferimento la legge, non è storicamente “univoco”. Come ha osservato lo storico Eric Gobetti, “le “foibe” sono due momenti distinti di violenza contro persone inermi. Il primo avviene nel 1943, dopo l’8 settembre, nella parte interna dell’Istria. In questo caso c’è un vuoto di potere dovuto alla scomparsa improvvisa dello Stato e dell’esercito italiano, che i partigiani jugoslavi cercano di colmare. Partigiani e popolazione approfittano del momento per vendicare i torti subiti in precedenza: venti anni di oppressione fascista contro le popolazioni slave […] e due anni e mezzo di occupazione militare, con veri e propri crimini di guerra”. “Le vittime non sono dunque “gli italiani in quanto tali”, ma coloro che sono ritenuti responsabili delle violenze precedenti, in sostanza i funzionari pubblici dello Stato fascista e l’élite economica e sociale. Sono circa 400-500 persone, quasi tutti uomini adulti di nazionalità italiana, perché questi detenevano il potere. La seconda fase di violenza è parte della colossale resa dei conti che avviene nel 1945, a fine guerra, in tutta Europa. Qui le vittime sono soprattutto militari e funzionari fascisti che avevano collaborato con i nazisti fino alla fine”. Tali vittime sono stimate in numero tra 3.000 e 5.000, ma non mancano stime che portano il numero a oltre diecimila e altre, più moderate, tra 500 e 1200. Tutto, sfondo storico, quadro politico, dati, scaturigini della violenza e modalità stesse della genesi normativa e delle celebrazioni pubbliche indicano come, intorno alle celebrazioni del Giorno del ricordo, si consumi non solo un uso pubblico della storia, ma anche una nitida operazione revisionistica.     Riferimenti: Davide Maria de Luca, «Si ammazza troppo poco!», Domani, 06.04.2021:  https://www.editorialedomani.it/fatti/invasione-italia-jugoslavia-foibe-guy8xn06  Giovanni Giovannetti, Il giorno della memoria per le vittime del colonialismo italiano non dimentichi i Balcani, Domani, 13.11.2023: https://www.editorialedomani.it/politica/italia/il-giorno-della-memoria-per-le-vittime-del-colonialismo-italiano-non-dimentichi-i-balcani-vouqky28  Davide Conti, Italiani brava gente, criminali impuniti, Il Manifesto, 06.04.2021: https://ilmanifesto.it/italiani-brava-gente-criminali-impuniti  Il problema del confine orientale italiano nel Novecento, ANPI Vicenza: https://www.anpi-vicenza.it/storia/il-problema-del-confine-orientale-8 Il Giorno del ricordo e il punto di vista dello storico: una chiacchierata con Eric Gobetti, Articolo 33, 09.02.2022: https://www.articolotrentatre.it/articoli/cultura/tempi-moderni/giorno-ricordo-punto-vista-storico-chiacchierata-eric-gobetti  Laura Bordoni, La questione dei crimini di guerra italiani nei Balcani, 10.01.2014:  https://www.viqueria.com/la-questione-dei-crimini-di-guerra-italiani-nei-balcani  Matteo Zola, La tragedia delle foibe e il nazionalismo italico. Una memoria selettiva?, EastJournal, 12.02.2016: https://www.eastjournal.net/archives/70115  Giuseppe Virone, “E allora le foibe?” di Eric Gobetti, storia di un ricordo (mal) condiviso, Articolo 33, 09.02.2022: https://www.articolotrentatre.it/articoli/cultura/libri/foibe-eric-gobetti-storia-ricordo-mal-condiviso   Inoltre le pagine sui Crimini di guerra italiani (it.wikipedia.org/wiki/Crimini_di_guerra_italiani) e sui Campi di concentramento per slavi (it.wikipedia.org/wiki/Campi_di_concentramento_per_slavi).    Gianmarco Pisa
February 7, 2026
Pressenza
Non “vendetta” contro le vittime della Shoah ma dar la voce alle vittime di oggi
Presidio Cagliari, 27 gennaio 2026 (Foto di Pierpaolo Loi) Stupisce la dichiarazione della senatrice a vita Liliana Segre durante la celebrazione al Quirinale del Giorno della Memoria il 27 gennaio scorso. Ha affermato, infatti, che si deve parlare di Gaza, “Ma non si può usare il dramma di Gaza contro il Giorno della Memoria, non può diventare occasione di vendetta contro le vittime di allora”. Personalmente credo che l’offesa maggiore alle vittime della Shoah e alla loro memoria sia il comportamento del governo dello Stato d’Israele, e dei governi delle nazioni complici che lo hanno sostenuto, nel compiere il genocidio a Gaza (genocidio interrotto solo di facciata, da tre mesi a questa parte). Giustamente, Il Giorno della Memoria, istituito in Italia con la legge 211 del 20 luglio 2000 unisce la memoria delle vittime della Shoah a tutte le vittime delle persecuzioni nazifasciste: «… in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti». L’Assemblea Generale dell’ONU, con la risoluzione 60/7 del 1° novembre 2025 istituì a sua volta l’”Holocaust remembrance”. Tra le vittime, molte furono le persone che si opposero anche a costo della propria vita all’ideologia fascista e poi nazista, che sfociarono nella “soluzione finale” che portò alla deportazione di milioni di ebrei, rom e sinti, e altre categorie di persone (omosessuali e lesbiche, disabili, oppositori politici) nei campi di sterminio. Il testo della risoluzione richiama «l’articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti umani e l’articolo 18 del Patto internazionale sui diritti civili e politici»; e ricorda che il principio fondante della Carta delle Nazioni Unite è «salvare le generazioni future dal flagello della guerra». La risoluzione ricorda anche «la Convenzione per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio, adottata al fine di evitare il ripetersi di genocidi come quelli commessi dal regime nazista». Chiede, infine, di «di adottare misure volte a mobilitare la società civile per la memoria e l’educazione sull’Olocausto, al fine di contribuire a prevenire futuri atti di genocidio». Rileggendo la Lettre à un religieux di Simone Weil, mi sono imbattuto ancora una volta in una frase riguardante il popolo ebraico che mi fa molto riflettere: «La vera idolatria è la cupidigia (πλεονεξίαν ἥτις ἐστὶν εἰδωλολατρεία, Col. 3:5), e la nazione ebraica, nella sua sete di beni terreni, ne era colpevole nello stesso momento in cui adorava il suo Dio. Gli ebrei avevano come idolo non il metallo o il legno, ma una razza, una nazione, qualcosa di altrettanto terreno. La loro religione è nella sua essenza inseparabile da questa idolatria, a causa del concetto di “popolo eletto”»[1]. Simone Weil era un’ebrea francese, studiosa di storia e filosofa greca, filosofa lei stessa. Antifascista fece parte delle brigate internazionali che combatterono (1936-1939) a fianco della Repubblica spagnola contro il fascismo di Franco e militò attivamente nella resistenza francese contro il regime d’occupazione nazista. La “Lettre” del 1941 fu indirizzata al padre domenicano Couturier, al quale espone delle domande e dei dubbi che accompagnano la ricerca spirituale di Simone Weil, il suo desiderio di convertirsi al cristianesimo. La frase che ho riportato è dentro un paragrafo in cui la Weil afferma la presenza nelle civiltà antiche (India, Egitto, Grecia, Cina) di una certa visione di Dio: «Perché la verità essenziale riguardo a Dio è che Egli è buono. Credere che Dio possa comandare agli uomini di commettere atti atroci di ingiustizia e crudeltà è il più grande errore che si possa commettere nei Suoi confronti». Nella sua disamina dimostra che i greci (IIiade) e gli egizi (Il libro dei morti) non contemplavano un Dio che ordina delle atrocità, ma un Zeus supplice (che invocava la pietà verso lo sventurato) e lo spirito di dolcezza, di compassione, di carità su cui Osiris giudicava coloro che si presentavano al suo cospetto. Gli ebrei, invece, come appare dall’Antico Testamento, veneravano “Il Dio degli eserciti” e non solo quelli celesti, ma dei guerrieri d’Israele. Solo, afferma Simone Weil, dopo l’esilio la concezione di un Dio onnipotente si trasforma: “Ciò suggerirebbe che Israele abbia appreso la verità più essenziale su Dio (vale a dire che Dio è buono prima di essere potente) da tradizioni straniere, caldea, persiana o greca, e in seguito all’esilio”. Vista l’approvazione del testo base per il disegno di legge sull’antisemitismo da parte della La Commissione Affari costituzionali del Senato in occasione del giorno della memoria, che tende ad assimilare antisionismo con antisemitismo, la diffusione di questo scritto di Simone Weil sarebbe considerato un atto antiebraico e antisemita. In realtà, l’ideologia sionista si fonda sul presupposto che la terra di Canaan, la Palestina storica, sia la terra data da Dio al popolo ebraico, e a causa di questa elezione divina, gli appartenga in eterno. Questa ideologia, primariamente religiosa, è diventata un progetto politico coloniale di insediamento, la creazione di Israele, uno Stato ebraico, che con la complicità internazionale ha causato la tragedia del popolo palestinese (la Nakba) da ormai più di ottant’anni, il cui ultimo atto criminale è il genocidio della popolazione palestinese nella Striscia di Gaza. L’antisemitismo di cui è stato vittima il popolo ebraico per secoli, è sfociato nella Shoah durante il nazifascismo in Europa: lo sterminio degli ebrei in Germania e nei paesi europei suoi alleati, un orrendo genocidio. Ma non possiamo dimenticare allo stesso tempo lo sterminio di rom e sinti, disabili e omosessuali, oppositori politici. I presidi che quotidianamente nel nostro Paese rompono il silenzio su quanto accade a Gaza e nei Territori occupati in Palestina non sono una “vendetta” contro le vittime della Shoah, non si nutrono di odio, ma danno voce alle vittime di oggi. Per concludere queste riflessioni, faccio mie le parole di Hetty Hillesum: «Ma la ribellione che nasce solo quando la miseria comincia a toccarci personalmente non è vera ribellione, e non potrà mai dare buoni frutti. E assenza d’odio non significa di per sé assenza di un elementare sdegno morale. So che chi odia ha fondati motivi per farlo. Ma perché dovremmo scegliere sempre la strada più corta e a buon mercato? Laggiù (campo di concentramento Westerbork) ho potuto toccare con mano come ogni atomo di odio che si aggiunge al mondo lo renda ancora più inospitale. E credo anche, forse ingenuamente ma ostinatamente, che questa terra potrebbe ridiventare un po’ più abitabile solo grazie a quell’amore di cui l’ebreo Paolo scrisse agli abitanti di Corinto nel tredicesimo capitolo della sua prima lettera»[2].     [1] Il testo in francese: «La véritable idolâtrie est la convoitise (πλεονεξίαν ἥτις ἐστὶν εἰδωλολατρεία, Col. iii, 5), et la nation juive, dans sa soif de bien charnel, en était coupable dans les moments mêmes où elle adorait son Dieu. Les Hébreux ont eu pour idole, non du métal ou du bois, mais une race, une nation, chose tout aussi terrestre. Leur religion est dans son essence inséparable de cette idolâtrie, à cause de la notion de “peuple élu”». [2] Etty Hillesum, Lettere 1942 – 1943, Adelphi, Milano 2009, p. 51.       Pierpaolo Loi
January 29, 2026
Pressenza
Giorno della memoria: come ogni giorno in piazza Duomo a Milano
Da oltre sette mesi continua la presenza di attivisti ed attiviste dalle 18 alle 19 in piazza Duomo. Sempre con le medesime modalità: due lunghe file, distanziati, in silenzio, fermi, con i loro cartelli che ricordano come la situazione in Palestina continui ad essere folle e disastrosa, come la politica di Israele tra esercito e coloni sia un criminale stillicidio che tormenta un popolo fino ai limiti della sopportabilità.  Ieri è stato il 27 gennaio, una data nella quale chi manifesta per i diritti del popolo palestinese rischia di essere accusato di antisemitismo. Scusa ricorrente, accentuata in quel giorno. Invece è stata una giornata importante in piazza Duomo. Il gruppo di Mai indifferenti (Voci ebraiche per la pace) e di LEA (Laboratorio ebraico antirazzista) avevano chiesto di potersi unire a noi quel giorno. Uniti nel dire “Mai più per nessun popolo”, per fermare quello che si considera tuttora un genocidio in corso, nulla è terminato. Una presenza importante in piazza la loro, ieri. Insieme, siamo stati durante la nostra ora sotto i portici, pioveva e i cartelli non devono bagnarsi, ma verso la fine, raccolti i cartelli si è andati insieme in piazza per comporre la scritta che si era decisa: MAI PIU’ PER NESSUN POPOLO. In silenzio, sotto una fredda pioggerellina.  Durante l’azione anche un collegamento online con un incontro presso la biblioteca milanese di Chiesa Rossa, in remoto c’è anche Luisa Morgantini che conosce bene la piazza di Milano: dalla sala applaudono gli attivisti e le attiviste della piazza. Alla fine, ci si saluta calorosamente, si raccolgono le lettere che hanno oramai più di due anni. La prima volta, qualcuno ricorda, vennero fatte per un’iniziativa dentro il Duomo, venti giorni dopo il 7 Ottobre 2023. https://www.pressenza.com/it/2023/10/milano-attiviste-e-attivisti-in-duomo-contro-le-guerre-e-le-ingiustizie/ Ne vennero fatte nella prima occasione 28, ora sono più di 50, per fare le tante scritte composte da allora.  Nei prossimi giorni arrivano le Olimpiadi a Milano. Nessun problema, siamo abituati in piazza a fare fondo… Passeranno anche loro, continueremo, fino a che non spunti un vero sole di pace e giustizia in Palestina. Lo stesso giorno, il presidio “fratello” nella piazza di Cagliari che continua da 3 mesi, ha pubblicato sull’Unione Sarda una mezza pagina a pagamento: bravissimi e bravissime. Un gemellaggio che scalda reciprocamente i nostri cuori e ci aiuta a resistere. Andrea De Lotto
January 28, 2026
Pressenza
Scuola, Italia oggi e la “banalità del male”
Proprio nel Giorno della Memoria, nelle scuole italiane si percepisce un clima che ricorda fortemente la Germania degli anni Trenta. Non è un caso che, nella storia, l’educazione sia sempre stata uno dei primi terreni di controllo e conflitto. Non è un caso che le donne siano state escluse dall’istruzione e dalla vita politica e che tutte le dittature abbiano iniziato il proprio percorso censurando e bruciando libri, epurando docenti, adattando e limando il mondo culturale fino a renderlo sterile propaganda. La cultura libera, studiare e sviluppare pensiero critico fa paura a chi non vuole critiche né oppositori, a chi preferisce il silenzio all’elaborazione collettiva, l’obbedienza alla coscienza. Per questo il Giorno della Memoria non riguarda solo il passato, ma interpella direttamente il presente, e in modo particolare la scuola. L’educazione è sempre una pratica di libertà oppure uno strumento di addomesticamento. Non esiste neutralità. Pensare non è un esercizio astratto ma un atto politico e morale. Hannah Arendt lo intendeva come responsabilità verso il mondo comune, Paulo Freire come pratica di libertà; non a caso Frederick Douglass testimoniava già nel 1845 come, nel sistema schiavista, l’alfabetizzazione fosse percepita come un atto sovversivo, capace di incrinare l’ordine imposto. Nel gennaio 2026, mentre si ricordano le vittime della Shoah, il sistema educativo italiano è attraversato da episodi che mettono in discussione il ruolo stesso dell’istruzione in una società democratica. A Roma, il liceo scientifico Augusto Righi è stato trasformato, per un giorno, in una vera e propria “scuola-caserma”: presenza massiccia delle forze dell’ordine, limitazioni di accesso, rimozione di materiali prodotti dagli studenti e controllo degli spazi in occasione di una conferenza istituzionale¹. Quasi in parallelo, in diverse città italiane, sono emerse iniziative che invitavano gli studenti a segnalare i “professori di sinistra”², alimentando un clima di delazione, paura e autocensura. Parlare di diritti umani, ambiente, migrazioni, inclusione, antifascismo diventa così, per alcuni, una colpa da denunciare. Proprio nel Giorno della Memoria, questo clima richiama dinamiche storiche che dovrebbero metterci in guardia. A questo si aggiunge una vicenda che ha suscitato forte preoccupazione nel mondo della scuola: la richiesta di raccolta di dati sugli studenti palestinesi presenti nelle scuole italiane³. Una misura presentata come amministrativa, ma percepita da sindacati e realtà educative come una schedatura su base nazionale o etnica, tanto più grave perché riguarda minorenni. In questo quadro, vale la pena ricordare che la tradizione ebraica custodisce un insegnamento di grande profondità dialogica e pluralità interpretativa. Lo studio dei testi sacri ebraici — sviluppatosi nella pratica della chavruta e nei dibattiti rabbinici che attraversano la Mishnah e il Talmud — non è un’attività solitaria o dogmatica, ma un continuo dialogo e confronto di opinioni diverse che non sempre sono destinate a trovare accordo. Questo patrimonio culturale dialogico, che ha contribuito in modo significativo alla formazione del pensiero critico nella cultura occidentale, appare oggi in netto contrasto con la rigidità e l’imposizione di silenzi che caratterizzano il clima attuale. Il paradosso è doppio: repressione, autoritarismo e censura crescono proprio intorno alle critiche allo Stato di Israele⁴ e si manifestano in un paese guidato da una donna che, senza i diritti duramente conquistati — dall’alfabetizzazione al voto — non sarebbe lì; eppure, sotto la sua leadership, quei diritti e la libertà educativa subiscono regressive limitazioni. La parola dei docenti e il senso della Costituzione La storia insegna che i processi autoritari non iniziano con atti eclatanti, ma con una lenta assuefazione: controlli presentati come necessari, liste giustificate come strumenti amministrativi, silenzi che diventano consuetudine. Hannah Arendt, nel riflettere sul processo Eichmann, parlò di “banalità del male”: non come eccezione mostruosa, ma come prodotto di obbedienze, routine, piccoli atti quotidiani che smettono di essere messi in discussione. Di fronte a questo scenario, una parte del mondo della scuola ha scelto di non tacere. Docenti e intellettuali stanno prendendo parola pubblicamente, consapevoli del momento storico che stiamo vivendo e della responsabilità educativa che ne deriva. Il professore e divulgatore Matteo Saudino, conosciuto come Barbasophia, ha ricordato che l’insegnamento non può essere separato dalla dimensione civica e democratica: «Fare l’insegnante è sempre fare politica», perché significa parlare di convivenza, diritti, pluralità e democrazia. Quando un docente si muove entro questi solchi non sta facendo propaganda, ma esercitando il proprio ruolo nel pieno spirito della Costituzione italiana⁵. Sulla stessa linea, il professor Giorgio Peloso Zantaforni ha denunciato pubblicamente la gravità delle liste promosse in ambito studentesco, osservando che «fa più paura l’antifascismo insegnato piuttosto che il fascismo mai disimparato». Un’affermazione che mette a nudo una contraddizione profonda: ciò che viene percepito come pericoloso non è l’assenza di una rielaborazione critica del passato, ma la sua presenza viva nelle aule scolastiche. Memoria viva, cultura e pluralità Ricordare, oggi, non può ridursi a una commemorazione vuota. Significa difendere i principi iscritti nella Costituzione, nella Dichiarazione universale dei diritti umani e nelle convenzioni nate dalle macerie della Seconda guerra mondiale. I diritti non vivono solo nelle carte, ma nelle pratiche quotidiane: nel modo in cui si insegna, si discute, si accoglie il pensiero critico e il dissenso. La scuola non è un luogo neutro, ma nemmeno uno spazio da sorvegliare e addestrare. È — o dovrebbe essere — una comunità educante, capace di ospitare il conflitto senza reprimerlo, la pluralità senza temerla, la complessità senza ridurla a slogan. Questo richiamo riguarda l’intero mondo della cultura: l’università, la ricerca, l’arte, chiunque produca sapere e bellezza. Non prendere posizione non equivale a essere neutrali: non è imparzialità, ma rinuncia che delega ad altri la responsabilità del pensiero. Significa accettare, più o meno consapevolmente, di funzionare come ingranaggi di un sistema di autoritarismo, propaganda e disciplinamento. Il panem et circenses ha sempre avuto bisogno di operatori dello spettacolo e della distrazione. Difendere la pluralità oggi significa difendere la memoria come pratica viva, non come parola svuotata. Perché senza educazione libera, la memoria si spegne. E senza memoria, i diritti conquistati diventano carta straccia su cui prospera il vuoto. Note 1. Il Righi diventa una “scuola-caserma” per la conferenza di Noemi Di Segni, L’AntiDiplomatico, 26 gennaio 2026. https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_righi_diventa_una_scuola_caserma_per_la_conferenza_di_noemi_di_segni/45289_64961/   2. “Segnala il tuo prof di sinistra”, campagna promossa da Azione Studentesca, organizzazione giovanile di destra legata a Fratelli d’Italia; iniziative documentate a Bergamo, Alba, Cuneo, Palermo, Pordenone e altre città. Corriere della Sera, 27 gennaio 2026. https://www.corriere.it/scuola/26_gennaio_27/segnala-il-tuo-prof-di-sinistra-indignazione-per-la-campagna-di-azione-studentesca-il-movimento-di-cooperazione-educativa-la-db4b6b30-2fed-4479-954f-da1ec4d95xlk.shtml 3. Scuola, circolare del Ministero per schedare bambini e bambine palestinesi, Radio Onda d’Urto, 16 gennaio 2026. https://www.radiondadurto.org/2026/01/16/scuola-circolare-del-ministero-per-schedare-bambini-e-bambine-palestinesi-la-denuncia-dellunione-sindacale-di-base/ 4. In Italia sono in discussione ddl che modificano la definizione di “antisemitismo” secondo l’IHRA, con possibili ricadute penali sulle critiche allo Stato di Israele, insieme a misure di “sicurezza” che normalizzano la repressione. Vedi: Il ddl che normalizza la repressione prima ancora di essere votato, 20 gennaio 2026. https://comune-info.net/il-ddl-che-normalizza-la-repressione-prima-ancora-di-essere-votato/  5. Intervento video di Barbasophia sulla schedatura dei docenti, gennaio 2026 https://youtu.be/1ogvXGF5n7Y Valentina Fabbri Valenzuela
January 28, 2026
Pressenza
Per il giorno della memoria presidio per ricordare tutti i genocidi.
Ieri pomeriggio, nonostante il tempo avverso,  il presidio in Piazza dei Ciompi a Firenze nel centro storico della città, indetto da Casa Diritti dei Popoli e Firenze per la palestina,  ha raccolto un nutrito numero di ascoltatori. Vari interventi hanno portato testimonianze e racconti  dei vari genocidi  storici che non vengono ricordati  o ricordati solo marginalmente  nel Giorno della Memoria il 27 di gennaio centrato sulla Shoah ebraica. Questo il volontantino distribuito nell’evento: Per tutti i popoli vittime di genocidio e di sterminio La civiltà occidentale ci viene presentata come l’unica portatrice dei valori di libertà e democrazia. In realtà la nostra storia nei confronti del resto del mondo è costellata di genocidi. Nella colonizzazione e saccheggio dei territori altrui le varie potenze si sono sempre aperta la strada con violenza, massacri e cancellazione delle culture dei popoli considerati inferiori. Schiavismo, apartheid, sterilizzazioni forzate sfruttamento disumano sono stati crimini commessi sistematicamente. Lo sterminio nazifascista degli “indegni di vivere” è stato l’espressione di questa ideologia suprematista. Per l’opinione pubblica occidentale lo scandalo è stato il fatto che questa barbarie, generalmente riservata ai popoli di altri continenti, sia stata attuata nel cuore dell’Europa nei confronti di cittadini europei. Per questo motivo si è considerato l’Olocausto un fatto unico, un orrore mai avvenuto prima e irripetibile, un corpo estraneo rispetto alla nostra cultura “illuminata”. Ma non è così. All’orrore del genocidio di 6 milioni di Ebrei a opera della Germania nazista e dei suoi alleati fascisti, realizzato con l’uso agghiacciante della tecnologia, ne dobbiamo aggiungere molti altri : ROM Nei campi di sterminio nazisti si calcola che siano stati uccisi dai 200.000 ai 500.000 Rom che ebbero lo stesso, identico trattamento degli Ebrei. NAMIBIA 1904-1907 Fu destinata dalla Germania a essere colonia di popolamento. I popoli indigeni, gli Herero e i Nama, furono derubati delle loro terre a vantaggio dei coloni tedeschi e quando si ribellarono furono letteralmente sterminati. Furono uccisi i 2/3 della popolazione. CONGO 1885 – 1908 Inizialmente proprietà del re del Belgio Leopoldo II, fu sfruttato intensamente per il lattice di caucciù, usato per la produzione della gommaLa popolazione fu schiavizzata e coloro che non producevano abbastanza venivano uccisi o subivano il taglio di una mano o di un piede. Le coltivazioni andarono distrutte e molti morirono di fame. I morti furono più di 5 milioni.   CONTINENTE AMERICANO I popoli nativi morirono a decine di milioni, vittime di massacri, della fatica del lavoro forzato, delle malattie diffuse dai colonizzatori anche volutamente. Gli storici parlano di almeno 50 milioni di morti ARMENI Nel corso del primo conflitto mondiale il governo turco, impegnato in guerra contro la Russia, decise di sterminare il popolo armeno, considerandolo un pericolo all’interno del territorio anatolico. Terribili furono le marce della morte con le quali gli Armeni erano costretti a camminare senza sosta fino alla morte. Le vittime furono circa 1.500.000 PALESTINA Dopo i massacri del 1948, le continue aggressioni nei territori occupati con uno stillicidio di uccisioni da parte sia dell’esercito israeliano che dei coloni, mentre continua l’opera di “pulizia” e sostituzione etnica ai danni del popolo palestinese, il genocidio di Gaza, che non è affatto terminato, ha già provocato la morte di almeno 70.000 persone e la completa distruzione delle abitazioni.   E ricordiamo anche i 200.000 etiopi uccisi nella guerra d’Etiopia dall’Italia fascista, con le esecuzioni sommarie e l’uso dei gas. I Saharawi, depredati delle loro terre e costretti a vivere a decine di migliaia nei campi profughi nel deserto algerino. I Curdi, che hanno subito massacri di civili per i bombardamenti a opera dell’Iraq e della Turchia e che adesso vengono aggrediti dai Jihadisti del nuovo governo siriano. E ricordiamo i Rohingya nel Myanmar, le stragi nel Sudan, gli aborigeni dell’Australia. RICORDIAMO OGNI POPOLO VITTIMA DI CONQUISTA, DI GENOCIDIO,DI STERMINIO OGGI COME IERI CASA DEI DIRITTI DEI POPOLI  , FIRENZE PER LA PALESTINA Redazione Toscana
January 25, 2026
Pressenza
Primo Levi e il Genocidio: proposte didattiche per il Giorno della Memoria 2026
Nessuno dei fatti è inventato: Giornata di studio Primo Levi,  27 gennaio 2026 Nel Giorno della Memoria 2026 l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e La scuola per la pace Torino e Piemonte propongono alle/i docenti di dedicare una giornata di studio a Primo Levi, perché dalla sua cristallina e integra figura di scrittore e testimone abbiamo imparato e interiorizzato che cosa sono stati i campi di distruzione, il genocidio, la disumanizzazione. Il risuonare della sua voce pacata e delle sue alte parole nelle nostre aule, come da molti decenni già avviene, è un antidoto alla macabra politica della sistematica distruzione dei popoli, all’idea che “ogni straniero è nemico”, alle pulsioni identitarie e alla logica eliminatoria nei confronti dell’”Altro”, che ha molti altri tragici esempi nella storia moderna del colonialismo e nell’attualità contemporanea. Primo Levi (1919-1987) era di Torino e coloro che ne hanno avuto la fortuna lo hanno ascoltato quando andava nelle scuole a parlare: proprio dall’incontro con lui molte/i hanno cominciato a sviluppare una coscienza politica antifascista. E moltissime/i di noi hanno imparato dai suoi libri, e hanno poi instancabilmente insegnato, che cosa è stata la disumanizzazione nei “campi di distruzione”. Scrive Primo Levi: «Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno (…) tale quindi, che si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte, al di fuori di ogni senso di affinità umana». In altri termini, deprivati della loro cultura, gli esseri umani sono vuoti simulacri alla mercé dei loro aguzzini. Perché appunto noi esseri umani siamo esseri sociali e culturali, la cultura è la nostra natura, è la nostra umanità, e deprivare della cultura è disumanizzare. Ma come si arriva al Lager? Una limpida risposta di Primo Levi è nella breve introduzione a Se questo è un uomo: «A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che “ogni straniero è nemico”. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo». Primo Levi vuole dirci che quando ogni straniero diventa nemico per un’intera società, quando si affermano fascismo e nazismo, la logica conseguenza è il lager, il genocidio. In un breve e pregnante video del 1975 egli infatti individua un filo conduttore tra le azioni delle squadre d’azione fasciste dei primi anni Venti a Torino e in Italia con i campi di concentramento e con il fascismo attuale, «a cui manca soltanto il potere per ridiventare quello che era, cioè la consacrazione del privilegio e della disuguaglianza». Questo pericolo non era scongiurato per sempre e Levi non si stancava di ripetere nelle scuole e ovunque: «Fate attenzione, alla fine del fascismo c’è il Lager». Invitiamo dunque docenti delle scuole di ogni ordine e grado a dedicare il 27 gennaio 2026 a riflettere e ripensare, costruendo i propri originali percorsi didattici in base alle loro classi, quanto Primo Levi ha insegnato, consapevoli che già molto lavoro didattico è stato fatto nel tempo. PER QUESTO CHIEDIAMO A COLORO CHE DISPONGONO DI MATERIALI DIDATTICI, BIBLIOGRAFIE O RIFLESSIONI ORIGINALI DA CONDIVIDERE DI INVIARLI AL SEGUENTE INDIRIZZO EMAIL: OSSERVATORIONOMILI@GMAIL.COM. SARANNO INSERITI IN UN DRIVE, INSIEME CON I MATERIALI QUI DI SEGUITO ELENCATI, E MESSI A DISPOSIZIONE DI TUTTE/I A SCOPO DI CONOSCENZA E ISPIRAZIONE. Un importante approfondimento e aggiornamento storiografico sul Genocidio nella didattica della storia è l’intervento di Marco Meotto al convegno dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università tenuto online il 4 novembre 2025, che consente di rileggere criticamente “il genocidio come un fenomeno strutturale e ricorrente nella modernità”. Qui il link al video (dal minuto 27’): https://www.youtube.com/watch?v=hDRJ__CI2Vs Materiali audio e video Se questo è un uomo (1947), Audiolibro, https://www.youtube.com/watch?v=ypfCf2vRUJI Documentari di Rai Cultura, Primo Levi. L’uomo, lo scrittore, il testimone https://www.raicultura.it/webdoc/primo-levi/index.html#welcome Contiene tre documentari: Gad Lerner racconta Primo Levi (1997); Gli sci di Primo Levi; La storia editoriale di Se questo è un uomo; Numerose interviste a Primo Levi, tra cui: Levi si racconta; Il mestiere di raccontare: Se questo è un uomo, EP 1, EP 2, EP 3; Scrivere sul campo di concentramento, 25 gennaio 1975; Auschwitz, la lunga ombra, 16 maggio 1979; Il veleno di Auschwitz, 1984; Ritorno ad Auschwitz, 1983.   Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
January 17, 2026
Pressenza
Le parole di Hurbinek a Pistoia quarta edizione
Sta per prendere avvio a Pistoia la quarta edizione di Le parole di Hurbinek, percorso culturale dedicato al pensiero sull’Olocausto e alle sue vittime, costruito con l’idea di tenersi lontani da commemorazioni formali e spesso troppo brevi, che rischiano di occultare invece che porre l’accento sull’oggetto e il valore della memoria. Ideato e curato da Massimo Bucciantini, realizzato da Fondazione Teatri di Pistoia, con il sostegno di Fondazione Caript, con il patrocinio del Comune di Pistoia, della Provincia di Pistoia e della Regione Toscana e sponsorizzato da Unicoop Firenze, il progetto prevede una serie di lezioni civili, laboratori nelle scuole, spettacoli, secondo un programma fitto di eventi, che culmineranno il 27 gennaio. Il tema di quest’anno è la fuga. Dalla locandina di presentazione del festival leggiamo: “Siamo un’umanità in fuga, in fuga dal nostro essere umani. Se Primo Levi ci aveva insegnato a riconoscere ciò che è umano e ciò che non lo è, a ottant’anni dalla sua testimonianza e dalle sue riflessioni dobbiamo dire che la lezione la stiamo tradendo. Questa è l’aspra verità che non ci potrà essere perdonata. Chi verrà dopo di noi ci chiederà ragione del nostro comportamento, della fuga dalle nostre responsabilità di esseri umani” Di seguito riportiamo programma degli appuntamenti 10 gennaio, Libreria Lo Spazio • ore 18.30 Ingresso libero Il sentiero dei dieci. Una storia tra Israele e Gaza Presentazione del libro di Davide Lerner 18 gennaio, Piccolo Teatro Mauro Bolognini • ore 17.00 Ingresso libero Todesfuge. La guerra come malattia della specie Lezione civile di Nicola Lagioia Letture di Massimiliano Barbini 19 gennaio, Teatro Manzoni • ore 20.45 Biglietto €10 Toni Servillo Spinoza di Via del Mercato Lettura scenica, dal racconto di Isaac B. Singer 20 gennaio, Piccolo Teatro Mauro Bolognini • ore 10.30 Ingresso libero Igiaba Scego incontra le e gli studenti delle scuole superiori 21 gennaio, Saloncino della Musica, Palazzo de’ Rossi • ore 18.00 Ingresso libero Fuga dalla realtà? Fotografie della Shoah che mentono (o forse no) Lezione civile di Laura Fontana 23 gennaio, Saloncino della Musica, Palazzo de’ Rossi • ore 18.00 Ingresso libero Fuga dalla logica della guerra Lezione civile di Tommaso Greco 24 gennaio, il Funaro • ore 20.45 Biglietto €6 Django Reinhardt: un musicista errante Lezione-spettacolo di Francesco Martinelli Musiche dal vivo di Maurizio Geri, Nico Gori, Giuseppe “Pippi” Dimonte, Kim Chomiak, Paolo Prosperini, Giacomo Tosti 25 gennaio, il Funaro • ore 17.30 Biglietto €6 Rebetiko: la colonna sonora ribelle di un popolo oppresso Lezione-spettacolo di Francesco Martinelli Musiche con la band Eví Eván e Muammer Ketencoğlu 26 gennaio, Sala Soci Coop, viale Adua 6 • ore 17.30 Ingresso libero Gaza è Auschwitz. Non è Auschwitz. Non è meno di Auschwitz Lezione civile di Paola Caridi 27 gennaio, Piccolo Teatro Mauro Bolognini  ore 10.00 riservato alle scuole Biglietto €5 Soit gentil et tiens courage! Nel cuore dell’alloggio segreto Spettacolo teatrale di Orto degli Ananassi 27 gennaio, Teatro Manzoni • ore 18.00 Ingresso libero Impotenza della parola Lezione civile di Massimo Cacciari https://www.leparoledihurbinek.it/ Redazione Toscana
January 8, 2026
Pressenza