Pirateria senza regole
L’atto di pirateria compiuto dagli USA in Venezuela, che ha portato al rapimento
del presidente Maduro, ha costretto le cancellerie europee a fare i salti
mortali per difendere l’operato del loro alleato-padrone d’oltre oceano. La
Meloni, dopo una iniziale incertezza, si è inventata, a giustificazione del
misfatto, l’esigenza da parte degli USA di doversi difendere dai
narcotrafficanti di cui Maduro sarebbe, a loro dire, uno dei maggiori esponenti.
Altri leader europei, Macron in testa, se la sono cavata in modo più semplice
affermando che “il Venezuela è stato liberato da un dittatore”.
Di fronte a tali risibili giustificazioni non c’è cosa più controproducente che
rispondere per le rime, entrando nel merito di argomenti così pretestuosi. È
invece quello che purtroppo molti hanno fatto, mossi dalla voglia di difendere
la legittimità della presidenza Maduro e di affermare il loro giudizio positivo
sulla storia recente del Venezuela. Un modo di cadere nella trappola di
giudicare (anche se in modo molto positivo) la vittima piuttosto che cercare
altrove il senso delle azioni del carnefice. Un modo per infilarsi in infinite
discussioni che non colgono l’essenza dei fatti.
Quello che invece andava ribadito è che l’illegittimità (oseremmo anzi dire:
l’assoluto “orrore”) dell’aggressione trumpiana doveva essere valutata a
prescindere da chi ne fosse stata la vittima. Avessero anche rapito il più
illegittimo e sanguinario dittatore della terra (decidete voi, secondo i vostri
gusti) non doveva essere cambiata di una sola virgola l’assoluta negatività del
giudizio da dare.
Anche considerazioni specifiche, come quella di volere mettere le mani sul
petrolio venezuelano, seppure importanti per comprendere le motivazioni delle
scelte operate, tuttavia da sole non colgono la reale portata, storica e
valoriale, dei fatti accaduti. (Qualcuno, in vena di Realpolitik, ha pure detto
che tanto il petrolio venezuelano, se non gli Usa, se lo intascano i russi o i
cinesi. – E da qui altre infinite discussioni).
In sostanza, la vera questione è che l’azione militare di Trump ha totalmente
sovvertito il diritto internazionale, non solo nel senso di avere trasgredito
alle norme attualmente in vigore, ma col significato più profondo di avere fatto
a pezzi, in un attimo solo, una lunga storia di regole condivise, maturate nel
corso di migliaia di anni di relazioni tra entità statali. (Dal diritto romano
al pensiero di Grozio e alla pace di Vestfalia del 1648, con la quale si era
definita l’idea del diritto internazionale come relazione pattizia tra Stati).
Si tratta, in breve, di affermare quello che comunemente viene definito come il
diritto del più forte, e che più correttamente andrebbe considerato come “l’uso
libero della forza in assenza di regole”. In pratica quanto Hobbes descriveva
come lo stato di natura: “la guerra di tutti contro tutti”.
Considerata da questo punto di vista, l’aggressione degli Usa rappresenta una
sorta di legittimazione a priori di qualunque uso indiscriminato della forza
potrebbe darsi sullo scenario internazionale: la Cina che si riprende Taiwan; la
Russia che fa un boccone dell’Ucraina; Israele che porta a compimento la
cancellazione del popolo palestinese.
Tutto è possibile, anche che i grandi della terra, nell’ansia di spartirsi il
mondo, si pestino i piedi tra loro, coinvolgendoci in un conflitto mondiale. È
in fondo uno scenario già visto, quando la Germania nazista, esattamente come
gli odierni Usa di Trump, in preda ad una profonda crisi che, oltre che
economica e politica, riguardava la perdita dei valori, sprofondò il mondo nella
catastrofe. Allora però le armi nucleari emettevano solo i loro primi vagiti.
Oggi le cose stanno messe anche molto peggio.
Antonio Minaldi