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Groenlandia tra Danimarca e USA: quale sarà il prezzo da pagare per l’isola più estesa al mondo?
> La Groenlandia, l’isola più estesa del mondo (che non è affatto verde, ma > ricoperta da ghiaccio bianco), negli ultimi mesi è diventata uno dei punti > cruciali nelle contese geopolitiche mondiali e nelle relazioni internazionali. L’isola, che da due secoli fa parte amministrativamente del Regno di Danimarca, ha attirato seriamente l’attenzione degli Stati Uniti, in particolare dell’amministrazione Trump, che sostiene con fermezza che l’isola debba essere sotto il controllo e l’amministrazione diretta degli Stati Uniti per motivi di sicurezza nazionale, altrimenti rischierebbe di essere “inghiottita” dalla Russia (i cui sottomarini già operano intorno all’isola) e dalla Cina. Le ultime dichiarazioni da parte dei leader della NATO sottolineano il timore “dell’occupazione russa della Groenlandia” per giustificare l’aumento dell’esigua presenza di soldati della NATO sull’isola, ma in sostanza tale posizione appoggia il trasferimento dell’isola sotto l’amministrazione Trump. La Groenlandia appartiene politicamente alla Danimarca, ovvero all’Unione Europea, e in senso militare-politico al patto NATO. Geograficamente, appartiene al continente nordamericano ed è più vicina al Canada che agli Stati Uniti, oltre che molto lontana dalla Danimarca. Tuttavia, in senso puramente militare, la Groenlandia è stata sotto l’“occupazione” degli Stati Uniti dall’estate del 1940 (dopo l’invasione della Danimarca da parte della Germania nazista) e, in tale contesto, l’isola è molto più legata all’amministrazione americana che a quella danese, ovvero europea. Se, e questo è più o meno un fatto compiuto, la Groenlandia appartiene effettivamente agli Stati Uniti in una forma o nell’altra, si tratterà solo di un riconoscimento formale della situazione reale dal periodo della seconda guerra mondiale fino ad oggi. MA COS’È LA GROENLANDIA? La Groenlandia è un’isola artica, la più grande al mondo, situata al largo della parte nord-orientale del continente nordamericano, vicino al Canada. Ha una superficie di 2.175.600 km², e una popolazione di poco più di 56.000 abitanti (la superficie dell’Europa è di circa 10.180.000 km²). La Groenlandia fa parte politicamente del territorio del Regno di Danimarca con un certo grado di autonomia locale. L’isola si trova per lo più nel Circolo Polare Artico, con il suo punto più settentrionale a 708 km dal Polo Nord. È lunga circa 2.650 km da nord a sud e larga circa 1.300 km da est a ovest. L’isola si erge generalmente ripida dai mari, dalle baie e dagli stretti circostanti fino a raggiungere un terreno montuoso con un’altitudine superiore ai 3.000 m. L’isola ha una costa molto frastagliata con un gran numero di fiordi. La costa orientale, nonostante la sua grande frastagliatura, è praticamente inaccessibile per la maggior parte a causa degli iceberg. L’interno della Groenlandia, insieme alla calotta glaciale, forma un altopiano tra i 2000 e i 3000 metri sul livello del mare. Si stima che circa 1.860.900 km² del territorio dell’isola siano permanentemente coperti da ghiaccio, con uno spessore compreso tra 500 e 1500 m, e solo il 13% circa della superficie della Groenlandia è privo di ghiaccio. La vetta più alta si trova sul Monte Gunnbjørn, a 3693 m. Il Mare della Groenlandia è il principale collegamento tra l’Artico e l’Atlantico occidentale. È di grande importanza per la pesca e la caccia alle balene nell’Artico. La sua parte settentrionale è prevalentemente coperta di ghiaccio, mentre quella meridionale è ricoperta da iceberg o banchi di ghiaccio. Probabilmente il più grande valore geopolitico dell’isola della Groenlandia è che chiunque la possieda controlla essenzialmente l’accesso al Nord Atlantico. Il clima della Groenlandia è di tipo artico. La parte meridionale della costa occidentale è la più favorevole alla vita perché raggiunta dalla corrente atlantica più calda, dove la temperatura media di gennaio è di circa -14 °C e quella di luglio di circa +8 °C. Nell’interno dell’isola la temperatura può raggiungere i -50 °C. È importante tenere presente, almeno dal punto di vista militare-economico, che i mari, le baie e gli stretti che circondano la Groenlandia sono ghiacciati, tranne nella parte sud-occidentale, ovvero queste acque sono ricoperte da iceberg e da montagne staccatesi dai ghiacciai, che scendono dall’interno del continente verso il mare. Lungo la costa settentrionale, il mare è costantemente ghiacciato. Non vi sono comunicazioni terrestri sull’isola. I porti nella parte meridionale dell’isola non hanno una capacità significativa, almeno in termini militari. In Groenlandia, le slitte trainate da cani sulla terraferma e le barche in mare sono gli unici mezzi di trasporto. Tuttavia, in termini di traffico aereo, la Groenlandia riveste un ruolo molto importante poiché le rotte aeree più brevi dal Nord America alle regioni settentrionali dell’Europa e alla Siberia occidentale la attraversano. L’ECONOMIA DELLA GROENLANDIA L’attuale economia dell’isola è molto povera, ovvero insignificante, poiché l’attività economica principale degli isolani è limitata alla pesca, che non è redditizia come nei casi dell’Islanda o della Norvegia. Si tratta principalmente della cattura di merluzzi, balene, foche, trichechi e, sulla terraferma, della caccia all’orso per la pelliccia. Sull’isola viene allevato un piccolo numero di pecore e capre, mentre nella fascia costiera meridionale vengono coltivati con parsimonia ortaggi e patate. Il territorio dell’isola è ricco di minerali naturali, in particolare di criolite, rame, piombo, grafite e uranio. La Groenlandia possiede le più grandi miniere di criolite al mondo, utilizzata nell’industria dell’alluminio. Il minerale di criolite viene estratto nella parte sud-occidentale dell’isola ed esportato. La grafite e il carbone vengono estratti in quantità minori, mentre i minerali di piombo e zinco vengono sfruttati dal 1956. Si ritiene che nelle profondità dell’isola siano presenti grandi quantità di petrolio e soprattutto di gas naturale. In questo contesto, la Groenlandia può essere considerata una parte dell’Artico che ha dato prova di possedere enormi riserve di gas naturale e probabilmente altre fonti energetiche, il che sarebbe la ragione principale della corsa internazionale per la più grande isola del mondo. POPOLAZIONE E COSTITUZIONE La popolazione indigena della Groenlandia è di origine eschimese e si è stabilita principalmente nella parte meridionale (più civilizzata) lungo la costa. Vi è un piccolo numero di danesi e di cittadini statunitensi dislocati nelle basi militari americane, in particolare nella grande base navale e aerea di Pituffik (in passato Thule Air Base), sulla costa nord-occidentale dell’isola. La capitale della Groenlandia è Gothop/Nuuk, che nel 1965 contava 4.000 abitanti, mentre oggi ne ha oltre 20.000. È anche la capitale più settentrionale del mondo. Secondo la Costituzione del Regno di Danimarca del 5 giugno 1953, dal 2009 la Groenlandia è una provincia integrante del Regno di Danimarca con autonomia speciale (come le Isole Faroe). La Groenlandia ha una propria bandiera e un’amministrazione locale. L’isola invia due rappresentanti al Parlamento del Regno di Danimarca. Il potere esecutivo sull’isola è esercitato dal Landsråt (Consiglio nazionale), composto da 13 membri eletti tra gli abitanti della Groenlandia. Il presidente del Landsråt è nominato dal primo ministro del Regno di Danimarca. BREVE STORIA DELL’ISOLA L’isola fu scoperta nel 982 dai Vichinghi e, in seguito, la costa sud-occidentale della Groenlandia fu colonizzata dai Normanni, ma i loro insediamenti scomparvero in seguito. Nuovi insediamenti dall’Europa iniziarono alla fine del XVIII secolo. Gli insediamenti nella Groenlandia meridionale passarono sotto il dominio del Regno di Danimarca nel 1814 e l’intera isola fu annessa nel 1921. Quando i tedeschi occuparono la Danimarca il 9 aprile 1940, per decisione del presidente degli Stati Uniti F. D. Roosevelt, unità militari dell’esercito statunitense sbarcarono in Groenlandia, dove rimasero per tutta la durata della seconda guerra mondiale e fino ad oggi. La Danimarca è uno dei 12 membri fondatori del patto NATO del 1949, così come gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno costruito la base aerea e navale di Pituffik (Thule) nella parte nord-occidentale dell’isola e la base aerea di Narssarssuaq nella parte meridionale. Con un accordo di mutua difesa con il Regno di Danimarca del 27 aprile 1951, agli Stati Uniti è stato concesso il diritto di utilizzare queste due basi militari, che fungono anche da traffico aereo. A est di Pituffik, gli Stati Uniti hanno costruito una centrale nucleare in accordo con la Danimarca, nonché un sistema radar di intelligence aerea a lungo raggio collegato alle regioni settentrionali del Canada. In altre parole, le principali infrastrutture militari ed economiche dell’isola sono state costruite dagli Stati Uniti, non dalla Danimarca. IL FUTURO DELLA QUESTIONE GROENLANDIA Da un punto di vista realistico, gli Stati Uniti acquisiranno sicuramente il controllo della Groenlandia dalla Danimarca; l’unica domanda è se ciò avverrà entro il 4 luglio o entro il 3 novembre 2026, data delle elezioni statunitensi. Esistono due scenari pratici per questa acquisizione: 1) utilizzando capacità di persuadere senza coercizione, ovvero corruzione, acquisti, ricatti politici e/o sanzioni economiche; 2) Oppure utilizzando la coercizione, ovvero un intervento militare diretto o l’occupazione e l’annessione dell’isola con la giustificazione della sicurezza o di qualsiasi altra motivazione geopolitica. La prima opzione prevede una propaganda filoamericana tra gli abitanti della Groenlandia, che sono tanti quanti gli abitanti di una delle principali strade di New York. Verrà loro promesso un futuro e una vita migliori negli Stati Uniti, e soprattutto un tenore di vita più elevato. Gli americani prometteranno ingenti investimenti nello sfruttamento delle risorse minerarie e naturali dell’isola, di cui gli abitanti della Groenlandia beneficeranno direttamente, cosa che non era affatto il caso quando la Groenlandia era sotto il dominio danese, poiché è risaputo che le autorità danesi non hanno investito molto nell’economia della Groenlandia. L’isola è, tra l’altro, una delle regioni più povere dell’Unione Europea in termini di infrastrutture, economia e tenore di vita. Pertanto, non sarà molto difficile per l’amministrazione Trump indottrinare la maggioranza degli abitanti dell’isola e corromperli con la propaganda economica, soprattutto sapendo che in Groenlandia esiste già un solido nucleo filoamericano. Dopo il suo lavoro di propaganda, la capacita di persuadere senza coercizione si concluderebbe con un voto generale sull’isola per la sua indipendenza, che sarebbe dichiarata con tutte le possibili manipolazioni elettorali sotto la supervisione della “comunità internazionale” (filoamericana). Pertanto, il passaggio della Groenlandia dall’amministrazione danese a quella statunitense avverrebbe secondo principi formalmente “democratici”. L’ammontare della somma che la Danimarca riceverebbe dagli Stati Uniti per questa transizione “democratica” dalla Danimarca agli Stati Uniti probabilmente non sarà mai reso noto. Non dimentichiamo che Trump ha già minacciato i paesi europei che si oppongono alla sua politica di annessione della Groenlandia con l’introduzione di dazi doganali inizialmente pari al 10% e, se i paesi in questione non collaboreranno, con dazi sempre più elevati sulle esportazioni dei loro prodotti verso il mercato statunitense. Questo momento è estremamente importante perché i governi dei paesi europei avranno un argomento forte da presentare ai propri cittadini per spiegare perché non stanno difendendo con maggiore determinazione l’integrità territoriale della Danimarca. Il secondo scenario prevede l’uso diretto della forza militare in Groenlandia, che sarebbe formalmente giustificato da ragioni di sicurezza. Per “occupare” l’isola, gli Stati Uniti avrebbero bisogno di un cacciatorpediniere e di un battaglione di marines, per ogni evenienza. In ogni caso, sull’isola sono già presenti due basi militari statunitensi. In caso di sbarco americano sull’isola, la “comunità internazionale” non intraprenderebbe alcuna azione concreta e le proteste si ridurrebbero a una noiosa ripetizione della storia sulla violazione del “diritto internazionale”. Ricordiamo che gli Stati Uniti hanno una lunga tradizione di aggressioni militari contro altri Stati che violano questo diritto, per un totale di 33 dal 1945, compresi i colpi di Stato e i colpi di mano militari istigati direttamente. Un esempio classico è l’occupazione militare dello Stato insulare indipendente di Grenada nel Mar dei Caraibi, nell’ottobre 1983, sotto l’amministrazione del presidente Ronald Reagan, sotto la cui amministrazione il presidente di Panama, il generale Manuel Noriega, fu rapito nel 1989 (comunque un collaboratore di lunga data della CIA). La “comunità internazionale” non ha intrapreso alcuna azione concreta contro il genocidio israeliano a Gaza o il rapimento del presidente venezuelano Maduro, e non lo farà nemmeno nel caso dell’occupazione militare della Groenlandia. Solo la Danimarca protesterà per un po’, ma presto si calmerà. La Gran Bretagna, la Polonia e gli Stati baltici probabilmente daranno un sostegno diretto all’occupazione, mentre la burocrazia dell’UE e della NATO cercherà di insabbiare l’intera questione il più presto possibile, al fine di consolidare i propri membri contro il loro principale nemico: la Russia “aggressore”. L’attuale dispiegamento di bizzarre truppe militari dell’UE/NATO in Groenlandia è principalmente una dimostrazione improduttiva di “forza” contro l’“occupazione russa e cinese” dell’isola, non una “forza” per contenere la reale occupazione statunitense della Groenlandia. Le minacce di Washington e Parigi di lasciare la NATO sono di natura diplomatica, ovvero un modo per passare la palla da una parte all’altra. È chiaro a chiunque abbia anche solo una minima comprensione delle relazioni internazionali che si tratta principalmente di frasi vuote e retorica priva di significato volte a guadagnare punti politici da entrambe le parti, principalmente contro la Russia. IL PREZZO DEL TRASFERIMENTO E LE POSSIBILI CONSEGUENZE NELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI Secondo le stime di alcuni esperti occidentali, e come riportato dalla rete televisiva americana NBC TV Network, il valore della Groenlandia oggi ammonta a 700 miliardi di dollari. L’interesse degli Stati Uniti ad acquistare l’isola in contanti risale al 1946, quando il presidente americano Harry Truman offrì 100 milioni di dollari in oro. Tuttavia, questa informazione è stata resa nota solo nel 1991. A titolo di confronto, nel 1999 la CIA americana stimò il valore totale della provincia meridionale della Serbia, il Kosovo, in 500 miliardi di dollari. In sostanza, dal punto di vista militare e geopolitico, il trasferimento della Groenlandia agli Stati Uniti non cambierà nulla di fondamentale, poiché l’isola è di fatto già sotto il controllo degli Stati Uniti dal giugno 1940 e il completo trasferimento dell’isola dalle mani danesi a quelle statunitensi sarebbe un’operazione insignificante nel quadro del patto NATO. L’unica domanda è: chi sarà il prossimo ad essere occupato per motivi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti? I candidati sono molti: Colombia, Messico, Iran, ecc. Per ora, l’amministrazione Trump sta promuovendo l’attuazione della “Dottrina Monroe” del 1823 – “L’America agli americani”, ovvero che l’intero emisfero occidentale (americano) ricada sotto il dominio degli Stati Uniti. È chiaro che se questo progetto regionale dell’imperialismo americano verrà realizzato, sarà solo questione di giorni, nel contesto dell’attuazione del progetto globale MAGA, prima che l’imperialismo americano si sposti nell’emisfero orientale, dove dispone anche di un numero maggiore di solide roccaforti militari e politiche (soprattutto intorno all’Iran). Infine, in tutta questa politica di trasferimento della Groenlandia agli Stati Uniti, i veri vincitori saranno la Cina e la Russia, mentre l’unico perdente, insieme alla Danimarca, sarà l’Unione Europea. Le mosse diplomatiche di Pechino e Mosca su questo tema indicano chiaramente che stanno di fatto rimanendo in disparte, con la concessione alla Russia, da parte degli Stati Uniti, di una soluzione alla “questione ucraina” secondo la volontà russa, mentre la possibile remunerazione alla Cina rimane un segreto, come in molti altri casi simili finora. -------------------------------------------------------------------------------- Dichiarazione di non responsabilità L’autore scrive per questa pubblicazione a titolo personale, senza rappresentare alcuna persona o organizzazione se non le proprie opinioni personali. Nulla di quanto scritto dall’autore deve essere confuso con le opinioni editoriali o le posizioni ufficiali di qualsiasi altro mezzo di comunicazione o istituzione. L’autore del testo non ha alcuna responsabilità morale, politica, scientifica, materiale o legale per le opinioni espresse nell’articolo. -------------------------------------------------------------------------------- L’autore: Dr. Vladislav B. Sotirović, ex professore universitario, Vilnius, Lituania. Ricercatore presso il Centro Studi Geostrategici, Belgrado, Serbia. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI MARIA ROSARIA LEGGIERI. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Pressenza New York
Pillole di bancarotta n.7
Anche oggi le analisi di Alessandro Volpi ci aiutano a rendere intelleggibili le “follie” di Trump, che sono follie solo in apparenza e nella forma, ma nella sostanza rappresentano la violenta reazione degli USA alla caduta della loro egemonia. Buona lettura da Alexik. A questo link le pillole precedenti. I testi delle pillole sono tratti da qui e da Altreconomia.
Pillole di bancarotta n. 6
Le pillole di oggi di Alessandro Volpi sono molto trumpiane. Spaziano dall’oro e dal petrolio venezuelano sui quali gli USA si apprestano a mettere le mani, alla speculazione sui titoli delle aziende belliche statunitensi, al riarmo USA, alla demolizione del diritto internazionale ad opera del tycoon, agli attacchi alla Fed. Il tutto ad uso e consumo dei grandi fondi finanziari,
La perturbazione Trump in Venezuela – di Massimo De Angelis
Evento-soglia L’intervento militare di Trump in Venezuela non è un episodio isolato né una semplice mossa geopolitica avventata. È un evento-soglia, una rottura che rende visibile ciò che da tempo opera sotto traccia: una ricalibrazione profonda delle pulsazioni del comando nella fase di crisi egemonica globale. Per comprenderla non basta appellarsi al lessico consueto [...]
Trump: nessun potere al di sopra di me. Inammissibile. Rimozione
Alla domanda dei giornalisti di The New York Times,     dell’ 8 gennaio « Do you see any checks on your power on the world stage? Is there anything that could stop it you wanted to?”,     Donald Trump ha risposto in maniera chiara e netta : “Yeah,     there’s one thing: my own morality,     my own mind. It’s the only thing that can stop me. And that’s very good. Trump ha inoltre affermato «  I don’t need any international law. (….) ( My power is ) limited by strenght rather than treaties or conventions ». Ha,     infine,     dichiarato « “Well it does,     to me it’s ownership. Ownership is very important,     yeah. (….) Ownership gives you things and elements that you can’t get from just signing a document that you can have a b … ». Quest’ultima affermazione chiarisce molto bene ll pensiero e l’azione di Trump.  Dall’insieme di queste dichiarazioni, inammissibili da tutti i punti di vista,  emerge l’evidenza che non si puo’ tollerare che una persona portatore di siffatte concezioni possa ancora esercitare legittimamente la funzione di presidente degli Stati Uniti La realtà ne dà una drammatica conferma: i suoi atti sono già fonte di disastri per la vita della Terra in campo ambientale,     economico,     umano,     sociale e politico. La sua rimozione è necessaria ed urgente. Non un giorno di più. La rimozione deve essere l’opera,     anzitutto,     dei cittadini e del popolo USA. Ma deve essere anche un dovere irrefutabile per la grande maggioranza dei cittadini e dei popoli del mondo,     i cui diritti e la cui dignità sono stati calpestati con grande disprezzo e cinismo da parte di Trump. Il disprezzo degli altri popoli del mondo non è dovuto esplicitamente a fattori razziali,     di classe,     di religione,     il che sarebbe gravissimo,     ma al fatto che secondo lui,     contano meno di un fico secco. Perché ? Perché, assicura, non hanno alcuna forza economica e militare, alcun potere, non essendo « proprietari » delle loro terre e risorse, della loro vita. Il concetto di « proprietà » cui si riferisce Trump nell’intervista occupa un ruolo chiave nella sua visione del mondo che sta cercando d’imporre come « suo ordine ». L’affermazione « non ho bisogno di leggi internazionali »» significa che Trump considera che grazie alla forza (il denaro e le armi) derivata dall’essere il « proprietario » economico e tecnologico dominante al mondo,     egli può imporre il « suo ordine » ed esercitare  « il potere ». secondo i suoi « bisogni » e principi. Se come afferma limpidamente il solo potere che può fermarlo è la sua morale (non parla di etica)  e le sue convinzioni , siamo di fronte a principi assurdi. il solo metodo che accetta è quello della forza. In questo senso egli sostiene che il destino dei deboli (persone, gruppi sociali,  organizzazioni, popoli, Stati) sarà di sottomettersi al più forte o perire (altra assurdità).  Le concezioni di Trump ((le ho analizzate e criticate un anno fa in un lungo articolo « Comprendere perché il sistema America costituisce il pericolo più grande per il mondo )(1) sono concezioni antiumane e antisociali,  apertamente criminali.  Non è possibile pensare che si possa accettare che questi principi siano impunemente applicati e tollerare che essi restino obbiettivi strategici mondiali del presidente dello Stato più forte sul piano militare autodichiaratosi « fuorilegge » e al di sopra di ogni altro potere. Rileggere ora, alla luce di detti principi, i rapporti di Trump con gli Ucraini,     i Palestinesi,     i Venezuelani,  i Nigeriani,     i Cubani e gli Europei …. cosi come l’evoluzione della situazione riguardante la Groenlandia ,     il Canada,     il Messico  …; e, all’opposto , i rapporti con Israele, Russia,  Cina, Arabia Saudita.    Per non parlare della devastazione del clima e della vita della Terra e la lotta per la supremazia nell’ultrapotente universo dell’Intelligenza artificiale. Allo stato attuale delle cose,     soprattutto dopo la quasi-totale blanda reazione degli altri Stati latino -americani, del Medio Oriente e dell’Europa per quel che ha fatto in Venezuela (presa di controllo manu militari del governo del paese,  in particolare del suo petrolio),     tutto indica che non dovremmo aspettare per molto tempo il giorno in cui Trump deciderà di occupare la Groenlandia,    con le buone o con le cattive,  come sostiene apertamente. L’annessione della Groenlandia mi sembra più vicina e probabile dell’invasione militare del Canada,  malgrado il fatto che in questi giorni circoli surrettiziamente un documento »segreto » del governo USA relativo ad un piano d’ invasione del Canada. Tutto dipenderà dalla mobilitazione dei cittadini americani ed europei. la reazione dei governi europei essendo probabilmente portata a cercare la sottomissione via compromessi.  Una breve osservazione finale su quel che Trump ha deliberatamente taciuto e che se menzionato avrebbe messo alla luce del sole una delle sue più grandi contraddizioni che fanno di lui un personaggio ancora più pericoloso per il divenire del mondo. Parlando della « my own morality, my own mind » non ha fatto alcun riferimento alla sua proclamata fede cristiana. Ricordiamo che in occasione dell’attentato armato di cui si dice sia stato vittima senza conseguenze, lo stesso Trump ha affermato, con convinzione apparente, che Dio lo avrebbe salvato per dargli modo di continuare la sua opera in favore della grande America, simbolo della libertà,  in quanto guida mondiale. Trump ha così confermato la sua adesione alla concezione mistica fideistica del «  Destino manifesto » degli USA, dominante dal 1849 in tutti i gruppi politici USA. Secondo questa concezione – specie nella versione del 1914 del Presidente Woodrow Wilson, fervente sostenitore della creazione della Società delle Nazioni Unite,  e cioè “Credo che Dio abbia presieduto alla nascita di questa nazione e che siamo stati scelti per mostrare la via alle nazioni del mondo nel loro cammino verso la libertà” (2),  gli statunitensi credono che sia evidente che Dio abbia deciso di destinare alla loro « nazione » il ruolo di guidare il mondo. Indipendentemente dalla solidità della fede cristiana di Trump (ho l’impressione che non creda a nessun Dio se non in termini strumentali), la realtà è lungi dall’essere mistica :  Trump crede solo in se stesso in quanto  egli si considera « il potere » legittimato dalla potenza fondata sulla proprietà di ciò che è strategicamente potente, incluso lo Stato,     ridotto a « amministrazione » e quindi strumento di proprietà del presidente che ha vinto la competizione elettorale e delle forze che lo hanno sostenuto finanziariamente. In sintesi,  le concezioni e le pratiche del potere/potenza messe in atto da Donald Trump  sono distruttrici della vita e della società globale,     in tutti i loro aspetti chiave. Come tali, non sono buone né per il popolo statunitense ed i popoli delle Americhe, né per i popoli del mondo  detto « occidentale »,    né per i popoli africani, medio-orientali o asiatici.   Osare la cooperazione e la giustizia planetarie Il mondo ha iniziato a rifiutare di essere dominato dagli Stati Uniti già ancor prima dell’avvento alla presidenza di Donald Trump. Con Donald Trump al potere di uno Stato che resta il primo e l’unico ad avere usato ad oggi l’arma atomica,  è diventato inammissibile per una parte sempre maggiore della popolazione mondiale di tollerare le distruzioni del divenire del mondo in corso ad opera degli USA-made Trump. La rimozione di Trump è urgente e pregiudiziale, ma le concezioni e gli obiettivi espressi da Trump non spariranno con la sua rimozione perché egli rappresenta la forma estrema e più violenta delle concezioni ancora oggi sostenute dalla forze sociali dominanti del sistema America e,     più in generale,     del sistema economico,     sociale e politico della società capitalista fondata sull’economia di mercato della libera proprietà dei beni e dei servizi essenziali per la vita.  Solo una mobilitazione mondiale,  marcata da una stretta cooperazione reale e non retorica,     tra i cittadini USA,     i cittadini latino-americani,   europei,     africani,     medio-orientali e asiatici potrà far emergere un patto globale planetario per la costruzione di nuove regole,   istituzioni e strumenti. Il tempo è maturo per far nascere una nuova costituente planetaria degli Abitanti della Terra o Costituente della Terra, a partire da ciò che resta dell’ONU e dalle nuove strutture multipolari messe in piedi negli ultimi anni (BRICS è un esempio fragile ma essenziale) per favorire la gestazione di un mondo più cooperativo, giusto e pacifico. (1)Riccardo Petrella,     https://www.pressenza.com/it/2025/03/comprendere-perche-il-sistema-america-costituisce-oggi-il-piu-grande-pericolo-per-il-mondo/ (2) Per un’analisi delle minacce legate ad una visione mistico-fideisica degli Stati Uniti,     vedi op.cit.   Riccardo Petrella
In piazza per il Venezuela: contro l’imperialismo
Sabato 10 gennaio manifestazioni in molte città. Una nota redazionale, con il comunicato dell’Usb (Unione Sindacale di Base) e la mobilitazione di Osa (Opposizione Studentesca d’Alternativa). Nonostante in molte parti d’Italia sia previsto un gelo quasi polare, il 10 gennaio si torna in piazza contro la guerra permanente (e dilagante), contro l’aggressione Usa al Venezuela e per la Palestina. Qui
CONVERGIAMO IN TUTTE LE PIAZZE. COSTRUIAMO “GABINETTI DI PACE” UNITARI
A Trump non basta il Venezuela.  Vuole anche il Messico, la Colombia, Cuba, la Groenlandia. Senza nessun tentativo di giustificazione, solo la rivendicazione esplicita e dichiarata dei propri interessi economici, energetici e strategici. Non è follia, è un Continua a leggere L'articolo CONVERGIAMO IN TUTTE LE PIAZZE. COSTRUIAMO “GABINETTI DI PACE” UNITARI proviene da ATTAC Italia.
Dalla parte degli Inuit, dei cani, delle slitte
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- Prima che ci sbilanciamo nelle fantasmagoriche visioni dei bombardieri statunitensi che colpiscono la Danimarca, facendo attivare l’articolo 5 della Nato e dunque, le contraeree europee contro gli stealth, e innescando così la rivoluzione mondiale (ho letto anche questo ve lo giuro), suggerisco sommessamente di dare un occhio a cos’è e com’è la Groenlandia. Una serie “leggera” su Netflix può essere utile, giusto per capire il “sentiment”: Borgen – il potere. Innanzitutto stiamo parlando di una terra abitata da 56.000 persone. Un normale quartiere di una città medio piccola italiana. Perché è danese nonostante sia geograficamente molto più vicina agli Usa e al Canada che a Copenhagen? Per via del colonialismo. Un lungo processo storico, dai Vichinghi alla colonizzazione norvegese e poi danese dal 1700, fa diventare la Groenlandia parte integrante del Regno di Danimarca nel 1953. Ha ottenuto un elevato grado di autonomia attraverso l’autogoverno (Home Rule) nel 1979 e il Self-Government Act nel 2009, ma la sovranità è danese su difesa e politica estera. Particolare importante, che credo faccia comprendere meglio quale possa essere una delle leve che The Donald potrebbe utilizzare per il successo della sua “negoziazione armata” o, come ho sentito definire per l’operazione militare speciale in Venezuela, per l’ “OPA ostile” (molto calzante secondo me come qualificazione): attraverso referendum nel 1982, i 50.000 cittadini della terra del ghiaccio scelgono l’uscita dalla Comunità economica europea che avverrà nel 1985. Quindi la Groenlandia a differenza della Danimarca, non fa più parte dell’Unione Europea, e ha cambiato il suo status in Territorio Speciale dell’Unione Europea, un territorio dipendente che ha una relazione speciale con uno stato membro dell’UE. Gli Stati Uniti sono stabilmente piazzati in Groenlandia dal 1951. In base al trattato di difesa stipulato con la Danimarca. La Pituffik Space Base (in passato Thule Air Base) è un’enclave amministrativa statunitense nel comune di Avannaata, nella Groenlandia settentrionale. Inizialmente erano censiti ufficialmente 235 militari, oggi sono qualche migliaio, ovviamente in aumento, nel quadro della centralità geostrategica dell’Artico, contesa dagli Usa con le altre due potenze imperiali, Russia e Cina. Quindi a me sembra che non occorra al nuovo Monroe del “baciami il culo”, scatenare guerre (quelle vanno bene se a morire sono soldati e popoli non occidentali) per sostenere “l’acquisizione “ della Groenlandia sotto un quadro “legale”. La lotta al narco-terrorismo qui è inutilizzabile, a meno che Trump non convinca il mondo che tutta quella distesa bianca non è ghiaccio ma coca congelata ( cosa anche possibile visti i tempi ). L’Opa ostile potrebbe essere incardinata a partire da un rinnovato afflato di spinta indipendentista groenlandese trasformato in volontà della maggioranza, bastano due decine di migliaia di persone, di affrancarsi definitivamente dal controllo danese, per poi diventare la 51ma stella sulla bandiera americana. D’altronde cosa ci vuole, pistola alla mano da una parte, e promessa di un reddito pro capite per i 56.000 dall’altra, tale da far vivere da nababbi per generazioni? “La vita è tutto un business” ha detto il Tycoon, quando descriveva la strategia adottata sul Venezuela, per ottenere un “chavismo ad amministrazione controllata”. E certo la ricompensa di 50 milioni di dollari messa sulla testa di Maduro, sembra che abbia contato eccome per organizzare la sua cattura. Tutto si compra, in Trumpworld. E quando mai il “commercio” non ha avuto a che fare con la “pistola”? Nel 1848 con il trattato di Guadalupe Hidalgo, gli Stati Uniti si comprarono, per 15 milioni di dollari di allora, la California dal Messico. E finì la Guerra messicano-americana. Pistola e soldi. E che dire della Louisiana, quarant’anni prima? Comprata dai francesi. Ecco c’è un piccolo particolare, insignificante per The Donald e quelli come lui: che dentro quelle terre, e anche in Groenlandia, ci sono delle persone, dei popoli, delle storie antiche. Gli Stati Uniti nascono dallo sterminio di chi abitava prima quelle terre, di chi ci era nato. L’ostacolo più grande per l’annessione della Groenlandia ad esempio, non sono certo i pusillanimi dell’Ue – un’entità che non esiste secondo Trump che la vuole smembrare attraverso le sue quinte colonne tra cui la proconsole di casa nostra. L’Europa non parla e se parla, come dice Massimo Cacciari, fa danni. Ma quei nativi organizzati per difendere la loro terra dal saccheggio minerario e di devastazione ambientale. Quello che c’è sopra quella terra, quello che è vivo, non interessa a Trump: il morto, ciò che giace sottoterra, è il desiderio necrofilo di questa grande politica del nostro tempo. E se quello che c’è sotto terra fosse vivo, beh si elimina. Si dice che Trump voglia stupire con effetti speciali su questo tema, il 4 di luglio. Indipendence Day, appunto. E noi? Dalla parte di quelli che Trump definisce “della slitta con i cani”. Dalla parte degli Inuit. Dei cani da slitta, delle slitte. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI AMADOR FERNANDEZ SAVATER: > L’impero del racket? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Dalla parte degli Inuit, dei cani, delle slitte proviene da Comune-info.