Arturo Pérez-Reverte / Fra realtà e finzione
“L’assassino è il creatore di un’opera?” “Sì” “E cos’è allora il detective?”
indagai divertito. “Il critico di quell’opera”. Uno scambio di battute che ben
rappresenta il tono dell’ultimo romanzo di Arturo Pérez-Reverte, Il problema
finale, sorta di divertissement sul genere del giallo. Protagonisti un attore in
declino il quale, essendo considerato il massimo interprete filmico di Sherlock
Holmes, viene investito suo malgrado del ruolo di detective per indagare
riguardo una serie di misteriosi delitti, e uno scrittore che si fa chiamare
Frank Finnegan, affascinato dall’arte narrativa dell’inganno. Man mano che si
procede la vicenda si complica, assumendo le fattezze di un gioco intellettuale,
di una partita a scacchi fra l’assassino e l’improvvisato investigatore.
Possiamo dire che è proprio l’assunzione dell’improbabile incarico a fungere da
motore per l’azione, generando conseguenze inattese.
Il luogo, la piccola isola greca di Utakos che, resa irraggiungibile da una
tempesta, tiene in forzata e perigliosa intimità un variegato gruppo di persone,
come nella migliore tradizione cinematografica. Il gusto ludico diviene scoperto
quando il narratore evoca atmosfere da effetto notte, chiamando in causa il
cinema di Truffaut e svelando i trucchi della messinscena. “Un bravo attore
passa la vita a essere quello che non è, ma che il pubblico crede che sia”. In
quest’ottica Hopalong Basil, questo il nome del protagonista, penetra tanto a
fondo nella parte che gli viene assegnata da trovarsi coinvolto
nell’inarrestabile spirale di omicidi. Solitarie rovine fanno da scenario alla
vicenda, quasi accostando il declino di una civiltà a quello dell’attore
incamminato sul viale del tramonto, protagonista effimero di una ennesima e
forse estrema avventura per uno strano capriccio del destino.
Il narratore spagnolo gioca con gli elementi della tradizione, anche se il tutto
si risolve in un citazionismo tanto filmico quanto letterario che a volte appare
un poco fine a sé stesso. Le ombre dei grandi protagonisti hollywoodiani
balenano nella narrazione, mescolando realtà e fantasia. L’idea appare
interessante, anche se a tratti l’intenzione non coincide con la realizzazione,
in particolare quando chiamiamo in causa il labile confine fra realtà e
apparenza, indagato con maggiore pregnanza da altri narratori (mi viene in mente
Lernet-Holenia, ma l’elenco potrebbe essere molto lungo). Più apprezzabili
alcune riflessioni riguardo le dinamiche che muovono l’umanità, come quando si
afferma che la massa è “un gruppo di indifesi in cerca di qualcuno che offra
speranza fisica o spirituale”, e qui si allude al sorgere delle dittature e
all’affermarsi delle ortodossie religiose. Il comportamento di un gran numero di
persone, paradossalmente, è più facile da intuire rispetto a quello di un
singolo individuo, in questo caso l’autore dei misteriosi omicidi. Pérez-Reverte
risolve la trama in un fluire dialogico serrato e ritmicamente ben articolato,
servendosi con parsimonia delle descrizioni. Il progressivo svelamento degli
indizi interesserà gli estimatori dei meccanismi logici, portati alle loro
estreme conseguenze. Lo scrittore si diverte a sfidare apertamente il lettore,
il quale si trova coinvolto in prima persona. Da questo punto di vista il
romanzo è anche un’indagine sul processo della scrittura e sulle dinamiche della
fruizione. Gli appassionati del genere troveranno, nel frenetico susseguirsi di
queste pagine, un piacevole intrattenimento, mentre coloro i quali cercano di
più anche fra le pieghe del giallo e del noir resteranno forse un poco delusi.
Reverte, da buon Homo ludens quale è, sembra dire che tutto nel mondo non è
altro che gioco e burla. In quest’ottica il romanzo offre un piacevole
godimento.
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