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Disastro climatico, un lavoro ancora tutto da fare
C’è un caldo insopportabile in tutta l’Europa. Fra un po’ terminerà con qualche disastrosa grandinata, poi riprenderà e sarà ancora peggio, alternando sempre più spesso eventi estremi e mandando avanti processi irreversibili come lo scioglimento dei ghiacci, l’innalzamento dei mari, gli incendi delle foreste e l’inaridimento di fiumi e laghi (per non parlare dei virus e delle epidemie in vista). Ce lo dice, e non da ora, ma da decenni, “la Scienza”, o, più modestamente, la comunità scientifica. Siamo impreparati a tutto questo: lo sono i governi nazionali e locali, le istituzioni sovranazionali, le imprese, i media e il loro personale asservito, i sindacati, i partiti, le associazioni e tutti noi comuni cittadini e cittadine. E non per la disinformazione diffusa a piene mani dai molti negazionisti del clima, bensì per quella promozione dell’indifferenza e dell’irresponsabilità di fronte al disastro in arrivo e già in corso di cui siamo tutti al tempo stesso, e in diversa misura, vittime e complici. Sui media i servizi in cui si adombra la gravità della situazione – per le molte esistenze umane stroncate, per l’economia, per i raccolti agricoli, per la vita urbana – si alternano ai servizi sugli inconvenienti e le opportunità che questo caldo comporta per chi va o deve andare in vacanza. Il riconoscimento che all’origine di questa catastrofe ci sono i combustibili fossili si abbina all’augurio che lo Stretto di Hormuz riapra al più presto perché il petrolio “torni a scorrere”. La timida ammissione che questo sistema economico è ormai insostenibile non ostacola certo l’ingiunzione (convalidata dal più incensato guru di questa indecente classe dirigente europea e occidentale) a rincorrere sempre di più “crescita e  competitività”. Abbiamo avuto tre grandi piani dai nomi altisonanti, con finalità in gran parte sovrapposte (European Green Deal, Next Generation Eu e PNRR, più l’italiano “110 per cento”) per dover concludere che nulla è stato fatto per affrontare la catastrofe climatica incombente e che i denari disponibili sono stati sprecati o deviati verso altre finalità: soprattutto guerra e armi… A che cosa è dovuta tanta scriteriata indifferenza? Di chi è la colpa? Le responsabilità sono molteplici e condivise: corposi interessi a perpetuare lo stato di cose presente, soprattutto per quel che riguarda i combustibili fossili e il loro uso nella vita quotidiana: miliardi e miliardi di barili di petrolio, di metri cubi di gas, di tonnellate di carbone (e montagne di dollari) sono ancora rinchiusi nelle loro casseforti sotterranee e non possono essere “lasciati lì” senza metterli in circolo. Poi il senso di impotenza di governanti e governati di fronte all’enormità del problema e dei compiti per affrontarlo. C’è anche molto conformismo: nessuno osa gridare “al lupo!” là dove le pecore pascolano contente. Certo, conta anche l’ignoranza: basta ascoltare uno qualsiasi dei nostri politici toccare l’argomento – tipo “alle Bahamas si sta bene; staremo bene anche qui” – per capire che non se ne è mai occupato, ma soprattutto conta la nostra delega: ai governi, ai partiti, alle imprese, a “chissà chi?”, perché facciano quello che “la Scienza” dice che bisogna fare, senza mai sentirsi investiti di persona da quel “che fare”? “Di persona”: che cosa vuol dire? Vuol dire che la transizione “dall’alto” non si farà mai, per quanto forti siano le pressioni (e non lo sono) perché i governi, a tutti i livelli, cambino rotta. Di persona vuol dire “dal basso”. E come? Ce lo aveva detto trent’anni fa Alex Langer: “La conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà socialmente desiderabile”. Intanto si tratta di una conversione: un processo eminentemente spirituale o, se vogliamo, culturale, ma che non può non avere anche un solido riscontro materiale. Ma l’attenzione di chi quelle parole le ha prese sul serio si è concentrata quasi solo su quel “desiderabile”: sullo sforzo per delineare un assetto sociale diverso, ma attraente, che risponda alle fondamentali esigenze della specie umana – che in molti dimentichiamo spesso che oltre a “noi” conta altri otto miliardi di persone! – mantenendo un sano equilibrio con la rigenerazione di tutte le altre forme di vita che popolano la Terra. E’ il messaggio fondamentale dell’enciclica Laudato sì di Francesco. Certo, immaginare quell’assetto è essenziale: senza l’immagine di un mondo diverso non troveremmo la forza di agire. Ma desiderabile per chi? Per noi? Per quelli a cui questo mondo e il modo di vivere che ci impone fanno schifo? Per chi ha già compiuto un salto mentale – e in parte, ma solo in parte, anche materiale, nel proprio stile di vita – oltre lo stato di cose presente? Ma che ne è di tutti gli altri e le altre che a quel salto non hanno nemmeno mai pensato? Di tutti coloro che non partono dalle nostre premesse? Qui prende corpo il termine “socialmente”: che vuol dire mettere in moto dei meccanismi materiali, o per lo meno dei comportamenti collettivi, capaci di raggiungere anche quei mondi che il nostro “discorso”, le cose che diciamo tra noi, non riescono nemmeno a sfiorare. Bisogna smettere (cosa difficilissima) di ritenersi “nel giusto” e ricominciare “da zero”: con uno screening di ogni aspetto della nostra vita quotidiana che includa anche quelle dei tanti altri e altre diverse da noi. Certo, occorre cercare, inventare e sperimentare iniziative, proposte, rivendicazioni, progetti, lotte, verificando però ogni volta che rispondano almeno in parte anche alle preoccupazioni di chi è diverso da noi: preoccupazioni poco comprese e poco considerate, che vanno quindi indagate con un’inchiesta permanente. Innanzitutto a livello mentale, facendone, ciascuno e ciascuna, un modus vivendi interiorizzato, ma conducendola il più possibile in forme collettive e condivise. Un’inchiesta che consista soprattutto nel “mettersi nei panni degli altri”, cercando vie, sedi e modi per farlo al meglio. Quali e quante delle più comuni aspirazioni possono trovare la strada, non certo di una realizzazione immediata, ma per lo meno di una maggiore soddisfazione nel perseguirle in modi diversi da quelli correnti? Si tratta qui di cose elementari quanto fondamentali come consumi, spese, produzioni nocive (a sé e agli altri: cioè quasi tutte), trasporti, salute, istruzione, svago, affetti… Ma anche di questioni generali come migranti e guerre. Mettere al primo posto la salvaguardia del pianeta, e con essa quella delle nostre vite, non significa abbandonare la lotta di classe, ma rafforzarla; darle una direzione e un orizzonte che essa ha in gran parte perso insieme al socialismo dei secoli scorsi, rinnovarla: un lavoro per niente ideologico in gran parte ancora tutto da fare. Il caldo insopportabile e gli altri disastri che ci aspettano potrebbero facilitarci il compito. Guido Viale
June 30, 2026
Pressenza
Ciclone Harry. Il patriottismo della catastrofe …
… che ignora la crisi climatica di Demetrio Marra (*) Il ciclone Harry ha travolto Calabria, Sicilia e Sardegna con piogge torrenziali, venti di burrasca e mareggiate eccezionali, spingendo le autorità locali a chiedere lo stato d’emergenza. In molte aree si sono registrati accumuli pluviometrici fino a circa 600 mm in pochi giorni, mentre lungo le coste si sono avute
January 27, 2026
La Bottega del Barbieri
Legambiente: in Italia nel 2025 sono stati registrati 376 eventi meteo estremi, +5,9% rispetto al 2024
In Italia anche nel 2025 la crisi climatica lascia il segno, e lo fa in maniera sempre più profonda. A parlar chiaro è l’amaro bilancio di fine anno tracciato dell’Osservatorio Città Clima di Legambiente: nella Penisola nel 2025, aumentano gli eventi meteo estremi arrivando a quota 376, con +5,9% rispetto al 2024. Il 2025 diventa, così, il secondo anno con più eventi meteo registrati in Italia, negli ultimi 11 anni, dopo il 2023 (quest’ultimo segnato da 383 eventi meteo estremi). Allagamenti da piogge intense (139), danni da vento (86) ed esondazioni fluviali (37) sono i principali fenomeni che si sono abbattuti di più nel corso dell’anno. Preoccupa anche il forte aumento dei casi legati a temperature record, +94% rispetto allo scorso anno, quello delle frane da piogge intense, +42%, e danni da vento, +28,3%. Gli effetti della crisi climatica si ripercuotono anche sui territori: nel 2025 ad essere il più colpito è stato soprattutto il Nord Italia, seguito da Sud e Centro. Tra le città, Genova (12 eventi meteo estremi), Milano (7) e Palermo (7). A livello regionale, le regioni ad aver subito gli impatti maggiori degli eventi meteo estremi sono state: Lombardia, con 50 casi, Sicilia, 45, e la Toscana con 41. A livello provinciale, Genova con 16 eventi meteo estremi, seguita dalla provincia di Messina e Torino con 12, Firenze e Treviso con 11, Milano con 10, Como, Lecce, Massa Carrara e Palermo con 9. Preoccupano anche i danni che gli eventi meteo estremi stanno causando sui trasporti: 24 quelli che nel 2025 hanno provocato danni e ritardi a treni e trasporto pubblico locale nella Penisola. Interruzioni e sospensioni causate non solo da piogge intense, allagamenti e frane dovute a intense precipitazioni, ma anche dalle temperature record e dalle forti raffiche di vento. Una fotografia preoccupante quella scattata dall’Osservatorio Città Clima di Legambiente che mette in evidenza quanto la crisi climatica stia accelerando il passo anche in Italia causando danni, rendendo il territorio più fragile, e mettendo in pericolo anche la vita delle persone. “La Penisola, denuncia Legambiente, paga lo scotto di azioni di adattamento sporadiche e non coordinate, prive di multi settorialità e di un approccio multilivello. Ciò avviene in un contesto in cui i danni subiti nel Paese da ondate di calore, siccità e alluvioni nel 2025, secondo un recente studio dell’Università di Mannheim, ammontano a 11,9 miliardi di euro e in futuro, con una proiezione al 2029, saliranno a 34,2 miliardi di euro. Per evitare ciò è fondamentale avviare una governance nazionale, attuare il PNACC, approvato a fine 2023, stanziando le risorse economiche necessarie che ancora oggi mancano per “dare gambe” alle 361 misure da adottare su scala nazionale e regionale. Ad oggi la sua mancata attuazione rallenta a cascata la redazione di Piani locali di adattamento al clima. Altrettanto urgente è istituire con decreto l’Osservatorio nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici, composto dai rappresentanti delle Regioni e degli Enti locali per l’individuazione delle priorità territoriali e settoriali e per il monitoraggio dell’efficacia delle azioni di adattamento”. Il 2025 è stato un anno segnato anche dall’emergenza ormai cronica della siccità. Ad essere più colpito  è stato soprattutto il Sud Italia, in particolare il Nord della Sardegna, la Puglia e la Sicilia. In particolare, in Sardegna nella Nurra le aziende agricole sono state costrette a rinunciare a molte colture, compromettendo la produzione alimentare e generando forti ripercussioni economiche. Drammatica la situazione per gli allevamenti, con gli animali che hanno rischiato di restare senz’acqua per abbeverarsi visto il prosciugamento dei pozzi. Le aziende del settore sono state costrette ad acquistare l’acqua a costi insostenibili. A settembre, in Sicilia, i 12 sindaci del comprensorio irriguo di Ribera (Ribera, Alessandria della Rocca, Bivona, Burgio, Caltabellotta, Calamonaci, Cattolica Eraclea, Cianciana, Montallegro, Lucca Sicula, Santo Stefano Quisquina e Villafranca Sicula) hanno chiesto la terza irrigazione di soccorso, per provare a salvare le coltivazioni, in particolare dei frutteti di qualità della zona, dalle arance alle pesche. In Puglia, la Giunta comunale di San Severo (FG) ha deliberato la richiesta di dichiarazione di stato di calamità naturale a causa della prolungata siccità e delle alte temperature che hanno colpito tutta la Capitanata. Altro alert rosso riguarda le alte temperature. Secondo i recenti dati del Copernicus Climate Change Service è praticamente certo che il 2025 sarà il secondo anno più caldo mai registrato, a pari merito con il 2023, dietro solo al 2024. Secondo il set di dati analizzati (ERA5), è probabile che la temperatura media globale per il periodo 2023-2025 superi 1,5°C, il che rappresenterebbe la prima media triennale a registrare il superamento del limite stabilito dagli Accordi di Parigi. In Europa il caldo record ha segnato l’intera estate. Secondo uno studio condotto da Imperial College London e London School of Hygiene & Tropical Medicine, il cambiamento climatico ha intensificato le temperature estive in tutto il continente europeo e causato 16.500 decessi in più rispetto a un’estate “normale” senza aumento delle temperature causato dalle attività umane. Qui il Report dell’Osservatorio Città Clima di Legambiente: https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2025/12/29_12_CC25-bilancio-2025-report.pdf.  Giovanni Caprio
January 5, 2026
Pressenza