Bret Anthony Johnston / Salvarsi e conservare l’innocenza
Sembra impossibile conservare l’innocenza, o anche solo la bontà, in certe
circostanze. Sembra impossibile salvarsi, da certe famiglie e da certe
situazioni. Eppure può succedere, succede. Anche quando intorno tutto brucia, e
prima di bruciare corrompe, confonde, disorienta. Roy e Jaye sono due
adolescenti. Lui abita ed è cresciuto in un paesino sperduto del Texas. È il
figlio dello sceriffo, e la sua famiglia sembra una famiglia qualunque di
un’America qualunque. Roy va a scuola, ha pochi amici, non sa bene cosa fare
della sua vita, è curioso e tende a cacciarsi nei guai. È affascinato e insieme
disturbato dal lavoro del padre, che alle volte lo porta con sé quando va nelle
case per eseguire fermi e arresti. Anche il nonno di Roy era sceriffo, e insomma
c’è nell’aria di famiglia un forte senso della legge e del rispetto della legge,
insieme a un certo cinismo nei confronti del prossimo. Jaye è cresciuta in
California, anche lei in una famiglia qualunque, che però smette di essere
qualunque il giorno in cui la madre incontra Perry, uno sbandato riciclatosi in
sedicente predicatore, e decide di seguirlo in Texas, nel ranch dove si
raccolgono i suoi seguaci, a leggere e rileggere la Bibbia, a pregare in attesa
della fine del mondo. Jaye parte con la madre ma non ne condivide la fede cieca,
e cerca in tutti i modi di sottrarsi all’influenza di Perry.
E fin qui siamo nel classico racconto di ignoranza e disperazione americana: un
uomo che mette insieme a casaccio qualche nozione presa dalla Bibbia, la mescola
con qualche precetto religioso e li diffonde grazie a un carisma che è
esattamente l’altra faccia del bisogno di credere in qualcosa di persone
frustrate, sperdute, sofferenti e in balìa degli eventi. Molte donne a cui
sembra che finalmente quest’uomo le veda, le guardi, le ascolti. Molti bambini
per cui la preghiera è un gioco, diverso da quelli ci sono in giro. E qualche
uomo, altrettanto sperduto, senza lavoro, senza arte né parte. Persone così
senza radici e senza punti di riferimento da accettare di vivere in condizioni
quasi primitive, senza bagni, al freddo, con poco cibo di pessima qualità e
moltissimo lavoro manuale: pulire, lavare, preparare le cose basilari della vita
come si faceva una volta, cento, duecento anni fa.
Tuttavia, a dispetto della Bibbia, delle preghiere e della dedizione a Dio, il
vero business, la vera fonte di sopravvivenza del gruppo, sono le armi. In parte
costruite in loco e in parte commerciate in fiere locali. Se le fiere di armi
sono per noi europei totalmente inconcepibili (pensate una domenica mattina di
non avere nulla di particolare da fare e andare a comprarvi un paio di pistole),
quel traffico desta i sospetti anche dell’FBI. E con il pretesto (non sapremo
mai se fondato o meno) di maltrattamento e abuso di minori, il ranch viene messo
sotto assedio e il predicatore invitato ad arrendersi. Ma naturalmente non si
arrende, e l’Apocalisse si realizza lì, nel ranch, in un crescendo di violenza e
follia, fino a un finale tragico e grottesco. Come si dice dei gialli o dei
thriller, se c’è un fucile prima o poi dovrà sparare. E qui di fucili e altre
armi ce ne sono molte.
Eppure in questo racconto dell’orrore, veritiero e impossibile nello stesso
tempo, i due ragazzi si innamorano, e il loro amore è goffo e maldestro ma anche
puro e autentico. Un amore in grado di sopravvivere alla devastazione e alla
follia. Al punto di diventare una sorta di metafora. In un mondo in cui tutto
brucia, in cui il buio ci avvolge non solo la notte, in cui da un lato sembra di
stare tornando indietro da quello che credevamo fosse l’evoluzione e il
progresso, e dall’altro di stare accelerando verso le peggiori previsioni e i
peggiori incubi, in un mondo troppo complicato per essere decifrato e troppo
contorto per essere affrontato, in questo mondo sì, si può sopravvivere.
Si può scegliere di fidarsi, di provarci, di trovare il coraggio, di tirare
dritto, di accogliere e raccogliere. Si può scegliere di nascondersi per
proteggersi, di cambiare nome, di stare dietro le scene anziché sul palco. Per
custodire la vita. Alla fine, non è che abbiamo molto di più della nostra vita
e, parzialmente, della vita di quelli che amiamo davvero. E allora il coraggio,
il rischio, la determinazione e l’intelligenza e qualsiasi altra risorsa sia in
nostro possesso, li useremo per quello. Per continuare a vivere nonostante
tutto, e per dare a qualcun altro la possibilità di vivere. Il giorno che brucia
è un romanzo molto più attuale di quello che sembra, e per fortuna anche molto
più ottimista di quello che sembra.
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Pulp Magazine.