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Oltre le aggressioni armate i soldi per corrompere i sistemi elettorali
1. Non si può dire che l’operazione speciale varata da Trump in Venezuela, con il sequestro del presidente Maduro e della moglie sia stata un successo. Tutti i membri del governo venezuelano, tutti i comandanti delle forze armate e tutti i vertici degli organi giurisdizionali sono rimasti al loro posto. Il cambio di regime atteso dagli oppositori non c’è stato, e  neppure appare all’orizzonte. Alla domanda dei giornalisti se gli Stati Uniti richiederanno alla presidente del Venezuela Rodríguez il rientro degli esponenti dell’opposizione o il rilascio dei prigionieri politici, Trump ha risposto: “Non siamo ancora così lontani. Al momento, vogliamo far ripartire l’industria petrolifera, ricostruire il paese, rimetterlo in piedi e poi tenere le elezioni”. La stessa presidente Rodriguez ha subito espresso la volontà di collaborare con gli Stati Uniti, ma su “un’agenda di cooperazione orientata allo sviluppo congiunto e al rafforzamento di una coesistenza duratura nella comunità, nel quadro del diritto internazionale”. Adesso Trump minaccia una nuova operazione militare se la presidente non obbedirà ai suoi ordini. Una ulteriore escalation, anche nella violazione del diritto internazionale, che potrebbe produrre scontri tra la popolazione civile ed una serie di conflitti più estesi, anche all’esterno del Venezuela. Nessuno oggi in Italia, ed in Europa, sembra comprendere quanto sia alto il rischio di una devastante guerra civile, con possibili ripercussioni sui paesi confinanti. L’opposizione venezuelana, d’altra parte, ha dimostrato in questi giorni, di fronte all’intervento americano, di non essere in grado di promuovere una significativa mobilitazione popolare. I media occidentali hanno nascosto le strade del Venezuela piene di sostenitori del governo e di cittadini venezuelani mobilitati per respingere un intervento militare straniero al di fuori della legalità internazionale.  Edmundo Gonzáles Urrutia, che ancora contesta la legittimità delle ultime elezioni che lo hanno visto sconfitto, ha riconosciuto la cattura di Maduro da parte degli Stati Uniti come un “passo importante” che ora dovrebbe essere seguito da ulteriori sviluppi. Il dispiegamento delle forze statunitensi sarebbe “un passo importante, ma non sufficiente” per riportare il paese alla normalità, ha affermato Gonzáles Urrutia. Un intervento militare ancora più esteso da parte degli Stati Uniti rimane la prospettiva sulla quale si impegna ancora in questi giorni il premio Nobel “per la pace” Machado, che Trump per il momento sembra ignorare. Ma le improvvise svolte del presidente degli Stati Uniti potrebbero portare in pochi giorni ad ulteriori e più estese iniziative militari, con ricadute imprevedibili. L’attacco americano al Venezuela ha avuto nell’immediato l’effetto di rafforzare il fronte dei paesi centroamericani che subiscono più da vicino la pressione degli Stati Uniti con Trump che cerca di ottenere a basso costo il controllo delle risorse petrolifere di cui dispongono. Il presidente colombiano Gustavo Petro ha reagito bruscamente alle recenti minacce di Trump. Se si dovesse agire contro di lui, Petro ha avvertito di gravi conseguenze. “Se dovessero arrestare il presidente, che gran parte della mia gente apprezza e rispetta, scateneranno la rabbia del popolo. Allo stesso tempo, il capo dello Stato ha invitato le forze di sicurezza a essere leali. “L’ordine alle forze di sicurezza non è di sparare contro la gente, ma contro l’aggressore”. Il ministro degli Esteri colombiano Rosa Villavicencio ha risposto alle minacce di Donald Trump: “Se tale aggressione dovesse verificarsi, i militari devono difendere il territorio e la sovranità del Paese”. Secondo il diritto internazionale, anche la Colombia, come altri Stati centroamericani, avrebbero il diritto all’autodifesa. 2. L’Onu ha criticato l’operazione militare Usa in Venezuela, avvertendo che ha chiaramente “minato un principio fondamentale del diritto internazionale”. Gli Stati non dovrebbero “sequestrare o usare la violenza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di altri Stati”, ha detto ai giornalisti a Ginevra la portavoce della Commissione delle Nazioni Unite, Ravina Shamdasani. “La responsabilità per le violazioni dei diritti umani non può essere raggiunta attraverso interventi militari unilaterali in violazione del diritto internazionale”, ha sottolineato la portavoce. Secondo la stessa portavoce Onu, si può temere che “l’attuale instabilità e l’ulteriore militarizzazione nel paese sulla scia del dispiegamento militare degli Stati Uniti non faranno altro che peggiorare la situazione”. La nuova strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti costituisce un punto di svolta nell’ordine mondiale, che va ben oltre la dimensione regionale del continente americano. Si tratta di una strategia molto articolata, che non è difficile ricondurre alla nozione di guerra ibrida permanente, articolata su scala globale, con un impegno diretto dei padroni della tecnologia, dal controllo satellitare all’intelligenza artificiale, e dei grandi gruppi finanziari che possono influenzare i processi elettorali nei paesi che si intende aggredire, creando quel cambio di regime che gli attacchi militari non garantiscono. Sono anni che le destre stanno conquistando consensi e governi sfruttando strumenti informatici, disinformazione di massa, questioni economiche, e soprattutto strumentalizzando le politiche migratorie. Come era prevedibile da tempo, dalla guerra ai migranti, che si inasprisce ogni giorno di più, si è passati alla legittimazione della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. Le ultime dichiarazioni di Trump non escludono neppure il ricorso alla forza militare per prendere il controllo della Groenlandia, anche a costo di una crisi diplomatica con gli odiati alleati europei. Che certamente non potrebbero opporsi con le armi, visto i livelli di dipendenza che hanno dagli Stati Uniti, sul fronte dei rifornimenti di gas e petrolio. La partita in corso a livello globale tra le grandi potenze va ben oltre le pretese di Trump sulla Groenlandia, che pure potrebbero disgregare la NATO, ma che potrebbero costare anche molto care allo stesso presidente americano. Diventa sempre più concreta la possibilità di un isolamento finanziario degli Stati Uniti, afflitti da un colossale debito pubblico e con una economia che non può fare ancora a meno dell’Unione Europea, come è stato dimostrato dal ripiegamento sulla questione dei dazi. 3. La guerra in corso in Ucraina, il genocidio a Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania, sono le conferme di una rottura definitiva con le regole del diritto internazionale e con il multilateralismo, naufragato con la crisi delle Nazioni Unite. Nel diritto internazionale, ci sono due eccezioni che possono giustificare l’intervento militare in un altro paese che si può basare soltanto su un mandato del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite – che non esisteva nel caso del Venezuela, o configurarsi come diritto all’autodifesa se uno stato è stato attaccato. Una “guerra alla droga”, o un attentato terroristico, non hanno alcuna rilevanza legale che possa giustificare un intervento militare contro un altro paese o contro una popolazione civile. Questo valeva già dopo l’11 settembre 2001, come vale ancora oggi. Non c’è solo il precedente terribile della guerra in Palestina, un conflitto che si trascina da decenni per la negazione sistematica del diritto internazionale e del ruolo dell’Onu. Il rovesciamento di Saddam Hussein in Iraq non ha portato pace, ma guerra civile, terrore e un paese permanentemente destabilizzato. In Libia, l’eliminazione di Gheddafi, che pure era un dittatore, ha portato alla disintegrazione del paese, al dominio delle milizie ed all’incremento dei traffici di armi, droghe e persone. L’Afghanistan, infine, dimostra che anche una guerra inizialmente giustificata con l’autodifesa può finire in un disastro: con il ritorno dei vecchi governanti, le speranze di democrazia distrutte e una popolazione traumatizzata. Rovesciare un Capo di stato può risultare relativamente facile. Creare un ordine giusto e stabile, dopo la destituzione di un governo, risulta estremamente difficile, e quasi sempre sono le popolazioni civili a pagare il prezzo più alto. Lo vediamo da anni, lo stiamo vedendo giorno dopo giorno in tanti paesi africani, soprattutto nell’area del Sahel, nei quali si succedono i colpi di Stato, con un peggioramento continuo delle condizioni di vita della popolazione civile, e con la diffusione esponenziale del terrorismo. Lo svuotamento del ruolo delle Nazioni Unite non potrà essere compensato dagli accordi tra i leader delle grandi potenze mondiali, che hanno interessi tanto divergenti da fare apparire come transitorio, e sempre revocabile, qualunque accordo di spartizione. 4. Sarebbe un errore in questo quadro ritenere che le nuove forme di guerra ibrida si esauriscano nel ricorso alla tecnologia, o nell’uso di armi sempre più sofisticate. Siamo di fronte ad un ribaltamento della morale politica. Il primo ministro ungherese Viktor Orban vede il “potente fenomeno di un nuovo mondo“ nell’attacco degli Stati Uniti al Venezuela e nella cattura del suo presidente Maduro. Non lo considera da un punto di vista morale, ma guarda solo a ciò che è conveniente per l’Ungheria, come ha detto nella sua conferenza stampa annuale a Budapest. “Per l’Ungheria, è una buona notizia che gli Stati Uniti porteranno i giacimenti di petrolio del Venezuela sotto il loro controllo e quindi il prezzo del mercato mondiale del petrolio scenderà”, ha aggiunto. Per questa ragione l’Ungheria non ha sostenuto la posizione del rappresentante della politica estera dell’UE Kaja Kallas, che ha chiesto il rispetto del diritto internazionale. “Il diritto internazionale del vecchio ordine mondiale – chiamiamolo “ordine mondiale liberale” – non ha più alcuna validità”, ha detto Orban. In modo soltanto più brutale di quanto affermato poco tempo fa dal ministro degli esteri Tajani, per il quale il diritto internazionale vale solo “fino a un certo punto”. E’ noto quanto sia crescente il seguito di Orban in Europa, e chi sono in Italia i suoi epigoni. Tutti artefici del disfacimento delle residue possibilità di sopravvivenza dell’Unione europea. Adesso i politici antieuropei dovranno prendere una posizione netta, o continueranno a giocare su diversi tavoli, come sta tentando Giorgia Meloni ? Appare evidente come la politica dei partiti populisti e nazionalisti sia uno strumento di conquista non solo di territori e risorse, ma anche di aggressione ai principi liberali dello Stato democratico, con la frantumazione della giurisdizione nazionale e degli organismi sovranazionali che potrebbero imporre il rispetto del diritto internazionale. Esemplari in questa direzione sono, oltre alla più vicina riforma della giustizia in Italia, gli attacchi alla Corte europea dei diritti dell’Uomo, alla Corte internazionale di giustizia ed alla Corte penale internazionale, quasi ridotta quest’ultima all’impotenza, dopo essere stata costretta a ritardare le sue attività di indagine sulla Libia per la mancata collaborazione dell’Italia. La resistenza a livello europeo contro questi attacchi è ridotta ormai a livelli minimi, anche perché a Bruxelles, sui dossier relativi alle politiche migratorie, si sta realizzando giorno dopo giorno una nuova maggioranza che vede sempre più spesso i popolari votare con i gruppi di estrema destra. La definiscono la nuova “maggioranza Meloni”, che pure continua a proclamarsi grande amica del presidente americano, con il quale condivide le scelte di chiusura contro le persone migranti. Mentre gli Stati Uniti sono sempre più lontani dall’Europa nella gestione del conflitto in Ucraina rimane un asse di forte condivisione politica proprio sulle questioni dell’asilo e dell’immigrazione. Si attende evidentemente una svolta elettorale in senso sovranista in Francia ed in Germania, su un progetto da Internazionale nera che su scala globale si va consolidando negli anni. Al centro di questo progetto rimangono le questioni migratorie come leva per conquistare il consenso popolare, anche se nel periodo più recente sembrano accantonate e occultate dietro uno scontro più ampio di natura commerciale e militare tra le grandi potenze che si contendono le aree di influenza. Con i soldi provenienti dagli Stati Uniti, e dalla grande finanza globale, proprio a partire dalla questione del controllo delle migrazioni, si potrebbero decidere elezioni con l’affermazione di partiti sovranisti e nazionalisti, anche in paesi di lunga tradizione democratica. I tentativi fino ad oggi non sono mancati e sono stati ben documentati. Del resto i condizionamenti dei sistemi elettorali provengono da tutte le grandi potenze, che in questi ultimi anni stanno trovando preoccupanti convergenze per fare ottenere ai partiti sovranisti il controllo dei principali Stati dell’Unione europea. Una tenaglia per la democrazia in tutto il mondo, che le flebile reazioni russa, e cinese, all’attacco al Venezuela sembra confermare al di là delle parole di circostanza. La Commissione europea di Ursula von der Leyen ha evitato una chiara valutazione dell’attacco statunitense in Venezuela, arrivando a sottolineare invece aspetti positivi. “Gli eventi del fine settimana offrono la possibilità di una transizione democratica guidata dal popolo venezuelano”, ha detto la portavoce Paula Pinho a Bruxelles. La sua collega Anita Hipper, a nome della Commissione, ha superato Trump ed ha chiesto addirittura il coinvolgimento della leader dell’opposizione Machado nel processo di transizione: “I prossimi passi riguardano il dialogo verso una transizione democratica, che deve coinvolgere Edmundo González e María Corina Machado”. Se questa è la posizione dell’Unione europea si può riconoscere la giustezza delle affermazioni di Trump quando ne dichiara la irrilevanza. Una irrilevanza che tutti gli europei potrebbero pagare cara con la ulteriore prosecuzione del conflitto in Ucraina, con l’assunzione di costi, sociali ed umani, ad oggi inimmaginabili. Ora sarebbe invece il momento di ripensare finalmente la responsabilità europea, non contro l’America, o contro la Russia, ma per riaffermare la sua stessa forza economica, politica e sociale, non necessariamente sul piano militare. Il diritto internazionale, i diritti umani e la sicurezza internazionale possono essere rappresentati in modo credibile solo se si è disposti a prescindere dal ricorso agli apparati militari, e se si garantisce il principio di autodeterminazione ed il libero funzionamento dei sistemi democratici, senza concessioni a quei politici che invocano i “pieni poteri”. Su queste basi, e non soltanto sulle prospettive di riarmo, si dovrebbe ricostruire una nuova solidarietà europea. Solidarietà che dovrebbe attraversare l’intero corpo sociale, con la fine della pretesa assurda di costruire una “fortezza Europa” di fronte alle migrazioni. Quasi l’opposto delle politiche europee del governo Meloni che partecipa ai vertici a Parigi ed a Bruxelles, ma è stato il primo a riconoscere come legittimo l’intervento degli Stati Uniti in Venezuela per allinearsi qualche giorno dopo con la diversa posizione dell’Unione europea. In realtà sembra che ormai l’unica politica davvero unificante a livello europeo rimanga quella della difesa di fronte alla mobilità umana, considerata una forma di guerra ibrida, con la esternalizzazione dei controlli di frontiera sulla base di accordi con paesi terzi che non rispettano i diritti umani. 5. La più grande minaccia per il futuro è ancora l’imperialismo economico, oltre che militare, nelle diverse forme che assume, sul piano dei rapporti tra finanza e politica, negli Stati Uniti, in Russia ed in Cina, i cui governi sono ormai prossimi ad una spartizione del mondo, con Israele sempre più legato al trumpismo, che è solo il profilo più recente del suprematismo e della discriminazione razziale. Questa minaccia non si concretizza soltanto sul piano militare, ma assume un carattere più sfuggente, ma ancora più pervasivo, se si pensa agli immensi capitali ed alle enormi risorse informatiche, anche attraverso l’uso distorcente dei social, destinati ad incidere sul consenso elettorale, ed a realizzare attraverso “libere” elezioni quei cambi di regime che non si riesce ad ottenere attraverso il ricorso alle armi. Rimane da decifrare il ruolo che rispetto a questa tripartizione del mondo possono avere paesi emergenti come l’India o altri paesi dei cd. BRICS, ma l’attacco al Venezuela, ed in prospettiva ad altri paesi sudamericani, potrebbe frantumare legami economici che oggi appaiono più legati a congiunture del momento che non ad un progetto politico comune. Non possono essere soltanto i politici “con pieni poteri”, i nuovi autocrati, a decidere i destini del mondo, esautorando le assemblee democratiche e cancellando il diritto alla autodeterminazione dei popoli. L’unico modo per salvare il pianeta è il ritorno alla solidarietà ed alla giustizia sociale, non solo al diritto internazionale ed al multilateralismo. Per questo occorre costruire nuovi canali di rappresentanza, rilanciare gli organismi elettivi, rafforzare i legami transnazionali ed il radicamento territoriale delle organizzazioni non governative, attualmente sottoposte ad attacchi sempre più violenti, promuovere nuovi strumenti indipendenti di comunicazione, produrre cultura diffusa e senso comune tra le persone, intercettando le menzogne sulle quali si sta costruendo il nuovo ordine mondiale. A partire dalla considerazione degli immigrati come nemici interni, con la prospettiva della cd. remigrazione. Chiunque taccia oggi, o rimanga inerte, quando un paese sovrano venga attaccato, o una intera popolazione, come quella palestinese, venga dichiarata massa di smaltimento geopolitico, non dovrà sorprendersi domani, se verrà considerato a sua volta, superfluo, sacrificabile, eliminabile, anche soltanto sotto il punto di vista lavorativo, abitativo o sanitario. Se si pensava che la difesa dello Stato sociale potesse passare attraverso l’abbattimento del diritto di asilo e il contrasto degli ingressi dei migranti, sbandierato anche come panacea per garantire sicurezza, oggi sono i fatti che smentiscono i politici che hanno speculato sulla paura del diverso, e dimostrano il fallimento delle politiche migratorie a tolleranza zero, a partire proprio dagli Stati Uniti. Un mondo in cui il potere dei soldi ed i diritto della forza sostituiscono o svuotano i principi costituzionali e le garanzie democratiche dello Stato di diritto, come le destre mondiali stanno permettendo, non sta diventando più sicuro, ma più pericoloso per tutti. Perché potranno vincere ancora qualche elezione, condizionare la giurisdizione, rompere i legami con le organizzazioni a livello internazionale, propagandare espulsioni di massa, ma verranno soltanto altro disordine e guerra, di tutti contro tutti. Fulvio Vassallo Paleologo
“L’America, uno Stato canaglia”, di Chris Hedges
Traduzione in italiano dell’articolo che il giornalista statunitense, ex corrispondente di guerra da Medio Oriente, America centrale, Africa e Balcani, autore di molti libri, tra cui War Is a Force That Gives Us Meaning e The World As It Is. Dispatches on the Myth of Human Progress, ha pubblicato ieri – 5 gennaio – nel proprio canale Substack. LO SVUOTAMENTO DELLO STATO DI DIRITTO IN PATRIA E ALL’ESTERO CONSOLIDA L’AMERICA COME STATO CANAGLIA * di Chris Hedges Scollata dall’universo fondato sui fatti, e accecata dall’idiozia, dall’avidità e dall’arroganza, la classe dirigente degli Stati Uniti ha sacrificato i meccanismi interni che impediscono la dittatura e i meccanismi esterni progettati per proteggere da un mondo senza legge, caratterizzato dal colonialismo e dalla diplomazia delle cannoniere. Le nostre istituzioni democratiche sono moribonde. Sono incapaci o non disposte a frenare la nostra classe dirigente gangsteristica. Il Congresso, infestato dalle lobby, è un’appendice inutile. Ha rinunciato da tempo alla propria autorità costituzionale, compreso il diritto di dichiarare guerra e approvare leggi. L’anno scorso ha inviato alla scrivania di Donald Trump solo 38 miseri disegni di legge da firmare. La maggior parte erano risoluzioni di “disapprovazione” che revocavano le normative emanate durante l’amministrazione Biden. Trump governa con decreti imperiali per mezzo di ordini esecutivi. I media, di proprietà di grandi imprese e di oligarchi, da Jeff Bezos a Larry Ellison, sono una cassa di risonanza per i crimini di Stato, tra cui il genocidio in corso dei palestinesi, gli attacchi all’Iran, allo Yemen e al Venezuela e il saccheggio da parte della classe miliardaria. Le nostre elezioni saturate dal denaro sono una farsa. Il corpo diplomatico, incaricato di negoziare trattati e accordi, prevenire guerre e costruire alleanze, è stato smantellato. I tribunali, nonostante alcune sentenze emesse da giudici coraggiosi, tra cui il blocco dello schieramento della Guardia Nazionale a Los Angeles, Portland e Chicago, sono al servizio del potere delle grandi aziende e controllati da un Dipartimento di Giustizia la cui funzione principale è quella di mettere a tacere i nemici politici di Trump. Il Partito Democratico, asservito alle grandi aziende e nostra presunta opposizione, blocca l’unico meccanismo che può salvarci – i movimenti di massa e gli scioperi – sapendo che la sua leadership corrotta e disprezzata verrebbe spazzata via. I leader del Partito Democratico trattano il sindaco di New York, Zohran Mamdani – un barlume di luce nell’oscurità –, come se avesse la lebbra. Meglio affondare l’intera nave che rinunciare al proprio status e ai propri privilegi. Le dittature sono unidimensionali. Riducono la politica alla sua forma più semplice: fai quello che ti dico o ti distruggerò. Le sfumature, la complessità, il compromesso e, naturalmente, l’empatia e la comprensione, vanno oltre la minuscola larghezza di banda emotiva dei gangster, compreso il Gangster in Capo. Le dittature costituiscono il paradiso dei criminali. I gangster, che siano a Wall Street, nella Silicon Valley o alla Casa Bianca, cannibalizzano il proprio Paese e saccheggiano le risorse naturali di altri Paesi. Le dittature capovolgono l’ordine sociale. L’onestà, il duro lavoro, la compassione, la solidarietà, il sacrificio di sé vengono considerati qualità negative. Coloro che incarnano queste qualità vengono emarginati e perseguitati. I senza cuore, i corrotti, i mendaci, i crudeli e i mediocri prosperano. Le dittature danno potere ai teppisti per tenere immobilizzate le loro vittime, in patria e all’estero. Teppisti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE). Teppisti della Delta Force, dei Navy Seals e delle squadre Black Ops della CIA, che, come qualsiasi iracheno o afgano può dirvi, sono le squadre della morte più letali del pianeta. Teppisti del Federal Bureau of Investigation (FBI) e della Drug Enforcement Administration (DEA) – visti scortare il presidente Nicolás Maduro ammanettato a New York – del Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS) e dei dipartimenti di polizia. Qualcuno può seriamente sostenere che gli Stati Uniti siano una democrazia? Esistono istituzioni democratiche funzionanti? Esiste un controllo sul potere dello Stato? Esiste un meccanismo in grado di far rispettare lo Stato di diritto nel Paese, dove i residenti legali vengono rapiti dalle strade da teppisti mascherati, dove una fantomatica “sinistra radicale” è una scusa per criminalizzare il dissenso, dove la più alta corte del Paese conferisce a Trump poteri e immunità da monarca? Qualcuno può fingere che con la demolizione delle agenzie e delle leggi ambientali – che dovrebbero aiutarci ad affrontare l’incombente ecocidio, la più grave minaccia all’esistenza umana – ci sia qualche preoccupazione per il bene comune? Qualcuno può sostenere che gli Stati Uniti siano i difensori dei diritti umani, della democrazia, di un ordine basato sulle regole e delle “virtù” della civiltà occidentale? I nostri gangster al potere accelereranno il declino. Rubano tutto quello che possono, il più velocemente possibile, mentre stanno cadendo. La famiglia Trump ha intascato più di 1,8 miliardi di dollari in contanti e regali dalla rielezione del 2024. Lo fanno mentre si prendono gioco dello Stato di diritto e stringono la loro morsa. I muri si stringono. La libertà di parola è stata abolita nei campus universitari e nelle trasmissioni radiofoniche. Coloro che denunciano il genocidio perdono il lavoro o vengono espulsi. I giornalisti vengono diffamati e censurati. L’ICE, alimentato da Palantir – con un budget di 170 miliardi di dollari in quattro anni – sta gettando le basi per uno stato di polizia. Ha aumentato il numero dei suoi agenti del 120%. Sta costruendo un complesso nazionale di centri di detenzione. Non solo per i clandestini. Ma anche per noi. Chi si trova fuori dai confini dell’impero non se la passerà meglio con un budget di 1˙000 miliardi di dollari destinati alla macchina da guerra. E questo mi porta al Venezuela, dove un capo di Stato e sua moglie, Cilia Flores, sono stati rapiti e portati di nascosto a New York, in aperta violazione del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. Non abbiamo dichiarato guerra al Venezuela, ma d’altra parte non c’è stata alcuna dichiarazione di guerra quando abbiamo bombardato l’Iran e lo Yemen. Il Congresso non ha approvato il rapimento e il bombardamento delle strutture militari a Caracas perché non ne era stato informato. L’amministrazione Trump ha mascherato il crimine – che è costato la vita a 80 persone – come un’operazione antidroga e, cosa ancora più bizzarra, come una violazione delle leggi statunitensi sulle armi da fuoco: “possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi; e cospirazione per il possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi”. Queste accuse sono assurde quanto tentare di legittimare il genocidio a Gaza come “il diritto di Israele di difendersi”. Se si trattasse di droga, l’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández non sarebbe stato graziato da Trump il mese scorso, dopo essere stato condannato a 45 anni di carcere per aver cospirato per distribuire oltre 400 tonnellate di cocaina negli Stati Uniti, una condanna giustificata da prove molto più consistenti di quelle a sostegno delle accuse mosse contro Maduro. Ma la droga è solo un pretesto. Sull’onda del successo, Trump e i suoi funzionari parlano già di Iran, Cuba, Groenlandia e forse Colombia, Messico e Canada. Il potere assoluto in patria e il potere assoluto all’estero si espandono. Si nutrono di ogni atto illegale. Si trasformano in totalitarismo e in un disastroso avventurismo militare. Quando la gente si rende conto di ciò che è successo, è troppo tardi. Chi governerà il Venezuela? Chi governerà Gaza? Ha importanza? Se le nazioni e i popoli non si inchinano davanti al grande Moloch di Washington, vengono bombardati. Non si tratta di stabilire un governo legittimo. Non si tratta di elezioni corrette. Si tratta di usare la minaccia della morte e della distruzione per ottenere una sottomissione totale. Trump lo ha chiarito quando ha avvertito la presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodríguez che “se non fa ciò che è giusto, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di Maduro”. Il rapimento di Maduro non è stato effettuato a causa del traffico di droga o del possesso di mitragliatrici. Si tratta di petrolio. È, come ha detto Trump, affinché gli Stati Uniti possano “governare” il Venezuela. “Faremo entrare le nostre grandi compagnie petrolifere statunitensi, le più grandi al mondo, che spenderanno miliardi di dollari per riparare le infrastrutture gravemente danneggiate, le infrastrutture petrolifere, e inizieranno a fare soldi per il Paese”, ha detto Trump durante una conferenza stampa sabato. Gli iracheni, un milione dei quali sono stati uccisi durante la guerra e l’occupazione statunitense, sanno bene cosa succederà dopo. Le infrastrutture, moderne ed efficienti sotto Saddam Hussein – ho fatto reportage dall’Iraq sotto Hussein, quindi posso attestare questa verità – sono state distrutte. I fantocci iracheni insediati dagli Stati Uniti non avevano alcun interesse nel governare e, secondo quanto riferito, hanno rubato circa 150 miliardi di dollari di entrate petrolifere. Alla fine, gli Stati Uniti sono stati cacciati dall’Iraq, anche se controllano i proventi del petrolio iracheno che vengono convogliati alla Federal Reserve Bank di New York. Il governo di Baghdad è alleato con l’Iran. Il suo esercito comprende milizie sostenute dall’Iran nelle Forze di Mobilitazione Popolare irachene. I maggiori partner commerciali dell’Iraq sono la Cina, gli Emirati Arabi Uniti, l’India e la Turchia. Le debacle in Afghanistan e Iraq, che sono costate al pubblico americano dai 4˙000 ai 6˙000 miliardi di dollari, sono state le più costose nella storia degli Stati Uniti. Nessuno degli artefici di questi fiaschi è stato chiamato a rispondere delle proprie responsabilità. I paesi scelti per un “cambio di regime” implodono, come ad Haiti, dove Stati Uniti, Canada e Francia hanno rovesciato Jean-Bertrand Aristide nel 1991 e nel 2004. Il rovesciamento ha portato al collasso della società e del governo, alla guerra tra bande e all’aggravarsi della povertà. Lo stesso è accaduto in Honduras quando un colpo di Stato sostenuto dagli Stati Uniti nel 2009 ha destituito Manuel Zelaya. Hernández, recentemente graziato, è diventato presidente nel 2014 e ha trasformato l’Honduras in uno Stato narco, così come ha fatto il fantoccio degli Stati Uniti Hamid Karzai in Afghanistan, che ha supervisionato la produzione del 90% dell’eroina mondiale. E poi c’è la Libia, un altro Paese con vaste riserve di petrolio. Quando Muhammar Gheddafi è stato rovesciato dalla NATO durante l’amministrazione Obama nel 2011, la Libia si è frammentata in regioni controllate da signori della guerra e da milizie rivali. L’elenco dei disastrosi tentativi degli Stati Uniti di “cambiare regime” è esaustivo e comprende il Kosovo, la Siria, l’Ucraina e lo Yemen. Tutti sono esempi della follia dell’eccessiva ambizione imperiale. Tutti prevedono dove stiamo andando. Gli Stati Uniti hanno preso di mira il Venezuela sin dall’elezione di Hugo Chávez nel 1998. Sono stati dietro al fallito colpo di Stato del 2002. Hanno imposto sanzioni punitive per oltre due decenni. Hanno cercato di consacrare il politico dell’opposizione Juan Guaidó come “presidente ad interim”, sebbene non fosse mai stato eletto alla presidenza. Quando questo non ha funzionato, Guaidó è stato scaricato con la stessa freddezza con cui Trump ha abbandonato la figura dell’opposizione e premio Nobel per la pace María Corina Machado. Nel 2020 abbiamo messo in scena un tentativo maldestro da parte di mercenari mal addestrati di scatenare una rivolta popolare. Niente di tutto ciò ha funzionato. Il rapimento di Maduro dà l’avvio a un’altra debacle. Trump e i suoi tirapiedi non sono più competenti, e probabilmente lo sono meno dei funzionari delle amministrazioni precedenti, che hanno cercato di piegare il mondo al loro volere. Il nostro impero in decadenza arranca come una bestia ferita, incapace di imparare dai propri disastri, paralizzato dall’arroganza e dall’incompetenza, che brucia lo Stato di diritto e fantastica che la violenza su scala industriale indiscriminata gli consentirà di riconquistare l’egemonia perduta. Capace di proiettare una forza militare devastante, il suo successo iniziale ha inevitabilmente portato a costosi e controproducenti pantani. La tragedia non è che l’impero americano stia morendo, ma che sta trascinando con sé così tanti innocenti.   AMERICA THE ROGUE STATE. THE EVISCERATION OF THE RULE OF LAW AT HOME AND ABROAD SOLIDIFIES AMERICA AS A ROGUE STATE / THE CHRIS HEDGES REPORT – 05.01.2026   * STATO CANAGLIA Denominazione spregiativa (ingl. rogue state) di ciascun paese che sostenga e finanzi il terrorismo internazionale. L’espressione è entrata ufficialmente nel linguaggio politico negli anni Novanta del Novecento, quando è stata usata dall’amministrazione statunitense guidata da Bill Clinton per indicare quegli stati (Cuba, Corea del Nord, Iran, Iraq e Libia) guidati da governi considerati aggressivi e pericolosi per il loro appoggio diretto o indiretto al terrorismo internazionale, per la detenzione o la volontà di acquisire armi di distruzione di massa e per l’esplicita minaccia rappresentata nei confronti dei valori del mondo occidentale. Come è stato sottolineato da numerosi analisti, la locuzione è diventata il perno concettuale intorno al quale gli Stati Uniti hanno elaborato una serie di strategie d’intervento politico e militare volte a legittimare il loro ruolo nel nuovo contesto geopolitico emerso dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine della Guerra fredda. Oggetto di numerose critiche, sia all’interno del Paese che all’estero, l’espressione è stata sostituita negli ultimi anni del governo Clinton con states of concern («stati che destano preoccupazione») ma è tornata in auge durante la presidenza di George W. Bush. La teorizzazione della ‘guerra preventiva’ come risposta a possibili attacchi da parte di s. c., costituenti l’ è diventata il perno della cosiddetta dottrina Bush elaborata nel 2002 dopo l’attacco dell’11 settembre 2001 a New York e al Pentagono. All’elenco iniziale sono stati, nel tempo, aggiunti o cassati alcuni stati secondo criteri più o meno restrittivi – Enciclopedia Treccani / Lessico del XXI Secolo (2013) Il significato base del termine inglese rogue è quello di “persona disonesta, senza princìpi, inaffidabile, che assume iniziative stravaganti e potenzialmente pericolose”; per estensione tale epiteto viene applicato a quegli animali che, per le loro tendenze aggressive e distruttrici, vengono tenuti alla larga dai loro stessi simili (a rogue elephant, ad esempio). Nel linguaggio politico di lingua anglosassone, rogue state esplicita questa condizione di Stato tenuto ai margini dalla comunità. Un rogue State è uno Stato che si isola dalla comunità internazionale, opera secondo logiche proprie, non si confronta diplomaticamente con gli altri membri della comunità e per questo può coltivare, nella propria cultura politica e sociale, ossessioni, paure persecutorie ed idee pericolose di aggredire anche preventivamente a scopo di difesa … Secondo alcune fonti, l’espressione è stata usata per la prima volta da Ronald Reagan nel 1980, nei confronti della Libia, al tempo del dittatore Gheddafi, il quale nei propri discorsi propagandistici, incoraggiava il terrorismo islamico contro gli Stati Uniti. Secondo Paolo Cacace e Sergio Romano il primo riconoscimento ufficiale della nozione di “stato canaglia” sarebbe rinvenibile nel Missile Defense Act promulgato nel 1999 durante la presidenza di Bill Clinton … sostituita con state of concern (traducibile con “stato da seguire con attenzione”) ma con George W. Bush si ritornò alla prima espressione – Wikipedia / stato canaglia Giorgio Riolo
Caos sistemico: un vecchio mondo che non riesce a morire e un nuovo mondo che non riesce a nascere
L’aggressione al Venezuela e la cattura di Maduro è senza dubbio il primo tassello in America Latina della Nuova Strategia di Sicurezza degli Stati Uniti presentata il 5 dicembre scorso, in cui gli USA riscrivono la loro strategia di sicurezza a livello globale. Ma soprattutto evidenzia un caos sistemico, in cui i conflitti e l’impossibilità di far funzionare il sistema diventino ogni qualvolta più profondi e si assiste a una normalizzazione degli stessi. Dalla Russia alla Cina, dall’Europa all’America Latina, dal Medio Oriente all’Africa, ‘los gringos’ hanno lo scorso 5 dicembre detto al mondo qual è la loro strategia. Una strategia di instabilità e anarchia nelle relazioni interstatali, instabilità economica e sociale sia a livello interno che internazionale. I diversi conflitti sparsi nel mondo non sono altro che l’espressione di questo caos sistemico, in cui la potenza in declino – gli USA – cercano disperatamente di far valer la loro forza per il controllo delle risorse naturali, in un mondo nel quale loro non sono già da tempo i padroni indiscussi. Solamente in una logica di transizione egemonica, dove il caos sistemico si evidenzia attraverso la disorganizzazione severa ed apparentemente irrimediabile del sistema capitalistico mondiale, è possibile analizzare il mondo attuale. È evidente come, lo hanno spiegato Arrighi e Silver in Caos e governo del mondo,  i meccanismi precedentemente efficaci per ristabilire il normale funzionamento non sono più sufficienti. E quindi vediamo con maggior forza dall’inizio del XXI secolo, conflitti, espansione finanziaria, disorganizzazione del sistema, incapacità di farlo funzionare e anarchia nelle relazioni interstatali. Dopo il Venezuela, sono già sotto mira la Groenlandia, la Colombia, il Panama, Cuba ed il Messico. Per non parlare poi dell’aggressione ed il genocidio palestinese, dello scontro tra la NATO e la Russia in Ucrania, dei bombardamenti in Yemen, in Iran e in Nigeria. Tutti hanno un minimo comune denominatore: enormi risorse naturali con territori strategici per gli Stati Uniti. Quale sarà quindi la risposta dell’UE, della Russia,  e della Cina?  Quale sarà il posizionamento dei Brics+? Sarà la Cina  in grado di “domare il caos sistemico” per stabilire un nuovo ordine e un nuovo ciclo di accumulazione? Sono domande a cui dobbiamo molto presto saper dare risposte. Come dicevo in una precedente analisi, il parallelismo con l’espansione nazista degli anni ‘30 del XX secolo è enorme.  Arriveremo ad un Congresso di Monaco del XXI secolo per saziare l’appetito di Trump? Lo scenario verso un conflitto di scontro mondiale purtroppo è ogni giorno più reale. Non dobbiamo dimenticare che  l’ultima fase della transizione egemonica costò al mondo 50 milioni di morti. E che la successiva normalizzazione di questa transizione implicò un mondo diviso in due blocchi. Il mondo che abbiamo conosciuto è ornai scomparso e tra un vecchio ordine che non muore ed un nuovo ordine che non riesce a nascere ancora una volta la transizione egemonica si manifesta attraverso il caos sistemico. * DIRECTOR PRESSO INSTITUTO DE CIENCIAS SOCIALES Y HUMANIDADES “ALFONSO VÉLEZ PLIEGO”, ICSYH Redazione Italia
La befana vien di notte…
Di anno in anno tutto va bene e nel cuore dell’Europa e dell’Oriente si gioca il futuro del mondo, confezionato dagli Stati Uniti con le frontiere aperte alla guerra e chiuse negli atti di pace da equilibrare e de-formare nel riso e nel pianto. Di anno in anno tutto va bene e il capo dello Stato, che tiene la Carta, crede nella coesione sociale e mattarella le vie e le viuzze del terrorismo e ignora i migranti… e La Russa-ta liberticida che spalanca le autostrade del futuro senza dimenticare il passato repubblichino. Di anno in anno tutto va bene nella vecchia e nuova potestà dittatoriale, che tiene i suoi pro-fili fallocratici dall’unità d’Italia alla dis-unità antifascista, rafforzata dalle parole ri-pugnanti di questo governo che va snidato prima che sia… ancora una volta troppo tardi. Di anno in anno tutto va bene e la democrazia si lascia svolazzare e adagiare nella pancia molle del sistema e la befana Trump-iana scende di notte e getta DrONI a piccini e adulti sulla terra che trema e subisce il gretto rigore del Grande Paese… senza diritti. Pino Dicevi
Venezuela: l’importanza delle risorse naturali in un contesto di ‘disputa’ globale e di una economia del terrore
L’aggressione commessa dagli Stati Uniti è l’ennesima dimostrazione della morte prolungata del diritto internazionale, ma sopratutto l’evidenza di come la Carta delle Nazioni Unite sia solo carta straccia per la potenza egemonica in declino, gli USA. Al centro dell’attacco al Venezuela e della cattura di Nicolas Maduro ci sono il controllo strategico delle più grandi riserve di idrocarburi al mondo e di immense risorse naturali presenti nell’Orinoco. L’analisi geopolitica va fatto su diversi fronti: l’interno, il regionale ed il globale. Passando al fronte interno non è per niente affatto una questione di difesa dei valori di libertà e democrazia l’aggressione. Non è neanche un tema di equilibri politici tra la maggioranza e l’opposizione. Le dichiarazioni di Trump su Machado, subito dopo la cattura di Maduro, dimostrano come lo stesso governo statunitense non abbia fiducia nella figura di Machado (altro che premio Nobel per la Pace, dovrebbe essere stata condannata per incitazione costante all’uso della violenza. Del resto sia lei che la pseudo opposizione sono espressione della destra più violenta e antiquata del Venezuela). Dal punto di vista regionale, le condanne del Messico, Colombia, Brasile e Cile confermano che per lo meno le socialdemocrazie progressiste latinoamericane hanno avuto il coraggio di prendere posizione di fronte a tale aggressione, ben sapendo d’essere – sia il Messico che la Colombia ed il Brasile – nel mirino di Trump: il Cile con la vittoria di Kast è già passato all’estrema destra. La sfida sulle risorse del Venezuela mette dunque in evidenzia la competizione tra i BRICS+ e gli USA. Del resto il Venezuela ha fatto richiesta di aderire ai Brics già alla fine del 2024, ma il veto del Brasile lo impedì. Nonostante tutto il Venezuela è d’interesse strategico sia per la Cina che per la Russia. Tale aggressione è un altro tassello della sfida globale. Un’altra guerra che riflette la la lotta per l’egemonica globale. Ed é effettivamente sul fronte globale dove va concentrata l’analisi per capire ancora meglio il perché di tale aggressione. Come detto in precedenza, siamo di fronte ad una serie di guerre in diversi continenti che evidenziano la scontro tra Cina ( e i BRICS+) e gli Stati Uniti. D’altronde l’aver aumentato le spese militari, fino a portarle al 5% del Pil – come nel caso dell’UE nel 2030 -, vuol dire che siamo di fronte a una vera e propria Economia del Terrore che cerca la sua crescita attraverso la guerra per l’accaparramento delle risorse naturali, in un momento storico in cui la rivoluzione tecnologica ha sempre più bisogno dei cosiddetti minerali rari e – della gestione di quelle ultime – risorse di idrocarburi che possono dare ancora vita e forza – almeno per i prossimi 100 anni – a chi li possiede. Ma a quest’analisi bisogna aggiungere almeno altri due elementi. In primis il parallelismo tra le azioni politiche di questo secondo governo Trump e le azioni pre seconda guerra mondiale della Germania nazista. Entrambi i governi hanno evidenziato la necessità dello spazio vitale per l’accaparramento delle risorse naturali ed il ripudio verso qualsiasi forma di diritto internazionale. Alla fine, per entrambi, invadere per interessi propri giustifica qualsiasi azione politica e militare. In secondo luogo – ritornando al motivo dell’aggressione al Venezuela e alla cattura di Maduro – resta il sospetto di un’azione con il consenso dell’establishment venezuelano. Delcy Rodriguez, Padrino y Diosdado Cabello sono apparsi tranquilli e con la situazione sotto controllo nonostante abbiano catturato Maduro senza un solo sparo o opposizione dell’esercito. La real politik alla fine si manifesta sino agli estremi e forse, data l’impossibilità di un rovesciamento politico da parte degli Stati Uniti, in accordo con l’establishment venezuelano per togliere di mezzo Maduro e continuare con il progetto politico chavista (magari un pó più light) ha permesso questo scenario. Ma in definitiva, la violazione della sovranità di un paese sovrano e la violazione a ciò che resta del diritto internazionale (che è morto senza dubbio con il genocidio di Gaza) sono gli elementi che in questo momento storico particolare mettono il mondo di fronte a un futuro incerto, in cui la guerra sarà purtroppo il leitmotiv dell’economia. Il XXI secolo, come già da noi affermato nel 2016 nel libro Siglo XXI la economía del terror: América Latina, Oriente Medio y Mediterráneo en un mundo en crisi, è senz’ombra di dubbio, il secolo dell’Economia del Terrore. * DIRECTOR PRESSO INSTITUTO DE CIENCIAS SOCIALES Y HUMANIDADES “ALFONSO VÉLEZ PLIEGO”, ICSYH Redazione Italia
Venezuela sotto attacco Usa. Trump: “Abbiamo catturato Maduro”
Gli Stati Uniti hanno attaccato il Venezuela, così come Donald Trump aveva minacciato negli ultimi mesi con il pretesto di una presunta lotta al narcotraffico. Nelle ultime ore si sono udite numerose esplosioni nella capitale venezuelana, Caracas, e la parte meridionale della città, nei pressi di un’importante base militare, è rimasta senza elettricità.  Secondo testimoni si sono uditi aerei da combattimento in volo sopra la capitale ed erano visibili  colonne di fumo.  Potenti esplosioni hanno scosso l’area vicino alla base aerea “Generalissimo Francisco de Miranda”, sollevando dense colonne di fumo sui quartieri circostanti. Sono state riferite parziali interruzioni della fornitura elettrica nel sud di Caracas. Elicotteri militari statunitensi sono stati osservati anche operare a bassa quota vicino alle esplosioni. Il Venezuela respinge “l’aggressione militare” degli Stati Uniti, ha dichiarato il governo del presidente Nicolas Maduro. Secondo la dichiarazione, gli attacchi hanno avuto luogo nella capitale Caracas e negli stati di Miranda, Aragua e La Guaira. Il governo venezuelano afferma inoltre che l’obiettivo americano è impadronirsi del petrolio e dei minerali del Paese. Aggiunge che gli Stati Uniti “non riusciranno” a impadronirsi delle risorse venezuelane. Maduro ha proclamato lo stato di emergenza nazionale e ha invitato le forze sociali e politiche ad “attivare piani di mobilitazione”. Con un post su Truth Social, il presidente Usa Donald Trump ha poi dichiarato che forze statunitensi hanno sequestrato Maduro e sua moglie, portandoli fuori dal Venezuela.   qui l’intervista a Geraldina Colotti da Caracas Venezuela sotto attacco Usa. Trump: “Abbiamo catturato Maduro” – Pagine Esteri Geraldina Colotti