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Il contraddittorio a senso unico: come si censura la Palestina nella scuola
Al liceo scientifico “Augusto Righi” di Roma il Consiglio d’Istituto approva la lista dei relatori per un convegno, da svolgersi il 24 ottobre 2025, dedicato a Gaza, che prevede la partecipazione dello storico israeliano Ilan Pappé, di Wasim Dahmash (saggista, docente e traduttore palestinese nato in Siria) e di Moni Ovadia. Nelle settimane successive l’iniziativa viene ripresa dalla stampa e diventa oggetto di un attacco pubblico da parte del deputato leghista Rossano Sasso, che ne denuncia la presunta faziosità filopalestinese. Il dirigente scolastico, senza sottoporre la questione né al Collegio dei docenti né al Consiglio d’Istituto che aveva approvato l’iniziativa, ne dispone la cancellazione, motivandola con la mancanza di un adeguato contraddittorio tra posizioni diverse (clicca qui per la notizia). Poche settimane dopo, in occasione del Giorno della Memoria, lo stesso dirigente organizza un incontro con Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e sostenitrice dichiarata dell’operato dell’Idf, insieme a un rappresentante dell’Associazione Solomon (nata nel 2015 come associazione anti-BDS e per la difesa delle ragioni di Israele). In questo caso l’evento non risulta essere stato sottoposto all’approvazione degli organi collegiali. Il collettivo studentesco Ludus denuncia inoltre che, pur essendo l’iniziativa organizzata da tempo, la comunicazione ufficiale alla componente docente e studentesca è arrivata soltanto uno o due giorni prima dello svolgimento (clicca qui per la notizia). Il criterio del contraddittorio, dunque, risulta applicato in un solo senso: come condizione ostativa per l’evento che dà spazio a una lettura critica della politica israeliana, e come principio del tutto assente nel caso dell’evento simmetricamente opposto (clicca qui). Per lo svolgimento dell’incontro con Di Segni il liceo viene presidiato da diciassette agenti della Digos in borghese, armati, schierati all’interno dell’Aula Magna e davanti alla sede centrale dell’istituto. Una camionetta delle forze dell’ordine staziona nelle vicinanze della scuola, a disposizione per un eventuale intervento. Gli agenti procedono a riprendere sistematicamente, con telecamere e telefoni cellulari, i volti degli studenti e delle studentesse presenti, minorenni, senza che risulti dichiarata alcuna finalità di ordine pubblico proporzionata all’entità dello schieramento né un consenso informato delle famiglie alla ripresa. Un gruppo di studenti e studentesse che tenta di accedere all’Aula Magna per assistere all’incontro viene a sua volta filmato dagli agenti e allontanato, con la comunicazione che non sarebbe stato in alcun modo consentito l’ingresso. Il dirigente scolastico si sottrae al confronto diretto con gli studenti e le studentesse, lasciando alla Digos la gestione della situazione. Il caso pone una questione distinta rispetto a quella del contraddittorio: non riguarda il contenuto ammesso o escluso dal dibattito scolastico, ma l’importazione di un modello securitario proprio di altri contesti, non riconducibile alle prassi ordinarie della scuola pubblica italiana. Che senso ha un dispositivo di sicurezza di tali dimensioni dispiegato non come risposta a un incidente in corso, bensì in via preventiva? E cosa dire dei suoi effetti: la ripresa non consentita di minori, l’impedimento all’accesso di studenti che intendevano semplicemente presenziare, non contestare, un’iniziativa interna alla propria scuola? Come se non bastasse, in vista dell’incontro con Di Segni, il dirigente dispone la rimozione di un murale raffigurante una bandiera palestinese, realizzato dagli studenti nell’ambito delle attività didattiche curricolari di un progetto di Disegno e storia dell’arte, e di una mostra fotografica sul tema del genocidio a Gaza, allestita dagli studenti nello stesso corridoio. Vengono inoltre rimosse le bandiere della Palestina esposte alle finestre dell’istituto. Le rimozioni sono motivate, secondo quanto riportato, dalla necessità di garantire un percorso libero da elementi imbarazzanti per la relatrice ospite. In questo caso siamo alla soppressione preventiva di ogni traccia visibile, all’interno dello spazio scolastico, di una posizione politica — quella di solidarietà con la popolazione palestinese — in occasione della visita di un’ospite di segno opposto. Il perimetro censorio non riguarda soltanto gli eventi pubblici, ma si estende alla didattica ordinaria. Il professor Salvo Bullara, docente di storia e filosofia, nel corso di un’ispezione ministeriale, si è visto chiedere direttamente perché stesse svolgendo lezioni sulla Palestina nelle sue classi. All’ispezione ha fatto seguito l’avvio di un procedimento disciplinare da parte del Ministero, fondato sull’accusa di aver riservato troppo spazio al tema della Palestina nelle proprie lezioni (Clicca qui per l’intervista su Radio Onda d’Urto; e anche qui). Il caso sposta il piano della vicenda dall’organizzazione di un convegno alla libertà di insegnamento della storia contemporanea in aula: non è contestato il metodo didattico né l’accuratezza dei contenuti, ma la quantità di tempo dedicata a un argomento, il che equivale a sindacare nel merito la programmazione didattica del singolo docente sulla base dell’argomento trattato (clicca qui). Il 7 novembre 2025 il Ministero dell’Istruzione e del Merito, tramite una nota del capo dipartimento Carmela Palumbo, richiama le scuole al rispetto del pluralismo e del contraddittorio negli eventi pubblici di rilevanza politica e sociale organizzati all’interno degli istituti. A questa si affianca una nota dell’Ufficio Scolastico Regionale del Lazio, che ricorda ai dirigenti come le riunioni degli organi collegiali debbano essere finalizzate esclusivamente al buon funzionamento dell’istituzione scolastica e sottratte a qualunque altra finalità — nota emessa in un contesto di crescente preoccupazione ministeriale per il numero di mozioni contro il genocidio approvate nei Collegi dei docenti di diversi istituti. Entrambe le disposizioni sono formulate in termini neutri — pluralismo, contraddittorio, corretto funzionamento degli organi collegiali — ma trovano applicazione asimmetrica: attivate per impedire la trattazione di un tema, la Palestina, e non per garantirne una trattazione plurale; invocate per restringere il perimetro degli organi collegiali proprio quando questi esprimono una posizione critica su Gaza. L’articolo 33 della Costituzione stabilisce che «l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento»: non una libertà concessa entro i confini di un programma ministeriale, ma una garanzia posta a tutela dell’autonomia del docente nella scelta dei contenuti, dei metodi e delle fonti. La giurisprudenza amministrativa e la prassi consolidata riconoscono al singolo insegnante un margine di discrezionalità didattica che nessuna circolare — men che meno una nota priva di valore di legge, come quella del capo dipartimento Palumbo — può comprimere fino a sindacare quanto tempo un docente dedichi a un argomento del programma. Avviare un procedimento disciplinare contro un docente perché ha “dedicato troppo spazio” alla Palestina nelle proprie lezioni non è un atto di vigilanza sulla correttezza didattica: è un atto che sposta la valutazione dal piano scientifico-storiografico — dove la Palestina contemporanea è materia di programma di storia e diritto internazionale al pari di qualunque altro conflitto in corso — al piano dell’opportunità politica. È esattamente il terreno che l’articolo 33 intende sottrarre al potere esecutivo. Theodor Adorno in L’educazione dopo Auschwitz, afferma che «la prima richiesta da rivolgere all’educazione è che Auschwitz non si ripeta» (Adorno 1971, p. 79). La pretesa di una scuola “apolitica” è essa stessa una posizione politica, e generalmente la posizione politica di chi detiene il potere di definire cosa sia neutro. Paulo Freire, fin da Pedagogia degli oppressi (1968) e in modo ancora più diretto in Pedagogy of Freedom: Ethics, Democracy, and Civic Courage (1998), sostiene che non esiste educazione neutrale: l’educazione o addomestica o libera, e la pretesa neutralità pedagogica finisce sistematicamente per confermare i rapporti di forza già dati. Henry Giroux, allievo e collaboratore diretto di Freire, sviluppa l’argomento specificamente sull’attivismo giovanile. In Schooling and the Struggle for Public Life: Democracy’s Promise and Education’s Challenge (Paradigm, 2005) sostiene che la scuola resta uno dei pochi spazi rimasti in cui i giovani possono apprendere le conoscenze e le competenze necessarie per diventare cittadini critici e impegnati, dedicando parte del lavoro proprio al valore della voce studentesca organizzata. Nei suoi interventi successivi insiste sul fatto che l’educazione debba formare agenti critici disposti a rivendicare la propria capacità di azione morale e politica, non semplici destinatari passivi del sapere: l’attivismo studentesco, in questa lettura, non è un’intrusione impropria nella scuola ma l’esercizio di ciò per cui la scuola pubblica dovrebbe essere il luogo elettivo. Joel Westheimer e Joseph Kahne, in Educating the “Good” Citizen: Political Choices and Pedagogical Goals (PS: Political Science & Politics, 2004), offrono una cornice tipologica utile a precisare l’argomento: distinguono il cittadino “personalmente responsabile” (che si limita a comportamenti individuali corretti), il cittadino “partecipativo” (che si attiva in organizzazioni collettive) e il cittadino “orientato alla giustizia” (che analizza le cause strutturali dell’ingiustizia e agisce per cambiarle) — mostrando con dati empirici che le scuole tendono a privilegiare il primo modello proprio perché meno conflittuale, a scapito della formazione di una cittadinanza realmente capace di incidere sui rapporti di potere. È precisamente il tipo di “neutralità” imposta al Righi attraverso la circolare Palumbo: non assenza di posizione, ma imposizione selettiva del modello meno conflittuale di cittadinanza. Il pedagogista olandese Gert Biesta porta lo stesso argomento nel contesto europeo, riprendendo esplicitamente Giroux tra le proprie fonti. In Education and the Democratic Person: Towards a Political Conception of Democratic Education (2007) e in Learning Democracy in School and Society: Education, Lifelong Learning, and the Politics of Citizenship (2011), critica la riduzione dell’educazione a mera “produzione” di un soggetto dotato di competenze misurabili — ciò che chiama “learnification” — a scapito della sua dimensione politica. In What Kind of Citizenship for European Higher Education? Beyond the Competent Active Citizen (2009) sostiene che l’idea di competenza civica riduce l’apprendimento civico a una forma di socializzazione che indebolisce, anziché sostenere, l’agency politica, e che l’istruzione europea dovrebbe sostenere forme di apprendimento civico più critiche e autenticamente politiche piuttosto che la produzione del “cittadino attivo competente” richiesto dalla retorica delle politiche UE. È lo stesso argomento di Westheimer e Kahne, riportato nel registro linguistico — pluralismo, cittadinanza attiva, competenza civica — con cui viene oggi giustificata, anche in Italia, la restrizione del perimetro di ciò che può essere discusso a scuola. Va aggiunto un rilievo procedurale, non teorico: nei casi qui documentati non è nemmeno in discussione l’equilibrio tra posizioni diverse all’interno della stessa iniziativa studentesca, poiché sia il convegno con Pappé sia la mostra fotografica sia il murale erano stati approvati attraverso i canali collegiali propri dell’autonomia scolastica. Il conflitto non nasce dall’assenza di procedura da parte studentesca, ma dalla sua violazione da parte della dirigenza quando la procedura produce un esito sgradito al potere politico esterno. Il dispiegamento di diciassette agenti in borghese, armati, all’interno di un liceo, con il compito di riprendere sistematicamente i volti di studenti minorenni, non trova giustificazione nella funzione di ordine pubblico se non si dimostra un pericolo concreto e attuale — pericolo che, in questo caso, non risulta essere stato dichiarato né tantomeno documentato. In assenza di tale presupposto, la ripresa video di minori da parte delle forze dell’ordine configura una raccolta di dati personali e biometrici priva di base giuridica dichiarata, al di fuori delle garanzie previste dal Codice della privacy e dal Regolamento generale sulla protezione dei dati per il trattamento di dati di minori, e priva del consenso informato dei titolari della potestà genitoriale. L’effetto non è solo giuridico, ma pedagogico: uno studente o una studentessa che sa di poter essere filmata/o e identificata/o da un agente della Digos per aver semplicemente tentato di entrare in un’aula magna della propria scuola apprende, prima di ogni altra lezione, che l’esercizio del proprio diritto a essere presente in un dibattito pubblico comporta un rischio personale. È l’introduzione, dentro le mura scolastiche, di una logica di controllo preventivo che la scuola pubblica italiana non prevede né per le assemblee studentesche né per le occupazioni, regolate dal proprio ordinamento interno e non dal diritto di polizia. Lo Statuto delle studentesse e degli studenti (DPR 249/1998) riconosce esplicitamente il diritto alla libertà di espressione e di associazione, e il diritto a una vita della comunità scolastica come luogo di partecipazione e non di mera ricezione passiva. Impedire fisicamente a un gruppo di studenti l’accesso a un’aula magna della propria scuola perché intendevano assistere — non contestare, come riportato dalle stesse fonti — a un evento interno, mentre nello stesso istituto un convegno approvato dagli organi collegiali viene cancellato per pressione politica esterna, produce un risultato preciso: non un bilanciamento tra posizioni diverse, ma l’affermazione coatta, sostenuta dalla presenza fisica delle forze dell’ordine, di un solo punto di vista sulla questione israelo-palestinese all’interno dello spazio scolastico. La forza pubblica, in questo schema, non arbitra tra posizioni: ne protegge una e ne impedisce l’espressione di un’altra, capovolgendo la propria funzione istituzionale di garante neutrale delle condizioni di esercizio dei diritti (clicca qui). Va, infine, considerato l’effetto che questi episodi producono a prescindere dal loro esito immediato: la convocazione ministeriale di un docente per gli argomenti trattati in classe, la schedatura filmata di studenti e studentesse all’ingresso di un’aula magna, la segnalazione di una famiglia al ministro per le parole di un insegnante — sono tutti atti che comunicano, a chi li osserva anche indirettamente, che occuparsi pubblicamente della Palestina a scuola comporta un costo personale: un’ispezione, un’identificazione, una convocazione, un procedimento disciplinare. È il meccanismo classico del chilling effect o effetto dissuasivo: non serve sanzionare tutti per ottenere il silenzio della maggioranza, basta rendere visibile e credibile il rischio per chi si espone. L’effetto si estende alle famiglie, chiamate implicitamente a scegliere tra il sostegno all’iniziativa dei figli e l’esposizione a una segnalazione istituzionale — una dinamica che sposta il conflitto dal piano pubblico e collettivo, dove potrebbe essere affrontato collegialmente, al piano privato e individuale, dove la pressione istituzionale pesa in modo sproporzionato su chi ha meno strumenti per contrastarla. I fatti qui ricostruiti si inseriscono nella dinamica già osservata altrove dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sotto la categoria della militarizzazione soft: l’uso di dispositivi procedurali a formulazione neutra — sicurezza, pluralismo, contraddittorio, corretto funzionamento degli organi collegiali — per produrre, nell’applicazione concreta, l’effetto opposto a quello dichiarato: la restrizione, e non l’ampliamento, del perimetro di ciò che può essere insegnato, discusso e mostrato come storia contemporanea all’interno della scuola pubblica. Silvia Delitala, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Corso annullato in una scuola di Roma: manca il “contraddittorio” quando si parla di genocidio
++ALL’ATTENZIONE DELLA COMUNITÀ SCOLASTICA++ Oggi 23 marzo è iniziata la settimana di cogestione, proposta dalla rappresentanza d’istituto in accordo con il corpo docenti e la presidenza. Nelle ultime settimane come liste abbiamo lavorato per permettere un adeguato svolgimento dei corsi e delle attività proposte dalla comunità scolastica, costituendo un calendario […] L'articolo Corso annullato in una scuola di Roma: manca il “contraddittorio” quando si parla di genocidio su Contropiano.
March 24, 2026
Contropiano
Diecifebbraio.info: Un ricordo senza contraddittorio. Scuola, Giorno del ricordo il doppio standard della memoria
DI ROSANNA RIZZI SU DIECIFEBBRAIO.INFO DELL’8 FEBBRAIO 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Rosanna Rizzi, pubblicato sul sito della Diecifebbraio.info l’8 febbraio 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo, in occasione del Giorno del ricordo. «Qui interessa soprattutto un elemento: la parola “contraddittorio” usata come grimaldello per impedire la parola a uno storico antifascista. Un uso tanto più significativo se confrontato con ciò che accade nel resto del Paese, dove – spesso nelle stesse scuole –iniziative chiaramente sbilanciate sul Giorno del Ricordo si svolgono senza che nessuno sehttps://osservatorionomilscuola.com/2026/02/06/proposito-censura-eric-gobetti-parlare-iis-rapisardi-paterno/nta il bisogno di pretendere una voce diversa...continua a leggere su www.diecifebbraio.info. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Roma. Al liceo Righi c’è chi può parlare e chi no, “senza contraddittorio” e con la polizia nei corridoi
Un convegno al liceo Righi di Roma con studiosi del calibrodi Ilan Pappè, Wasim Dahmash, Moni Ovadia era stato vietato dal dirigente scolastico pochi mesi fa perché “mancava il contraddittorio”, ma ieri nello stesso liceo la presidente delle Comunità Ebraiche Noemi Di Segni, ha presieduto una conferenza sul Giorno della […] L'articolo Roma. Al liceo Righi c’è chi può parlare e chi no, “senza contraddittorio” e con la polizia nei corridoi su Contropiano.
January 27, 2026
Contropiano
Lettera aperta al Ministro Valditara a proposito di contraddittorio, pluralismo e ispezioni
Gentile ministro Giuseppe Valditara, L’Educazione Civica, secondo le linee guida, «favorisce il riconoscimento di valori e comportamenti coerenti con la Costituzione attraverso il dialogo e il rispetto reciproco, volti a incoraggiare un pensiero critico personale, aperto e costruttivo». Tutti obiettivi che, a nostro avviso, dovrebbero sempre caratterizzare i processi educativi. Non a caso la nostra Costituzione (art. 33) mette al centro la libertà di insegnamento per garantire la formazione di cittadine/i libere/i e consapevoli. La scuola pubblica statale italiana, a partire dal reclutamento dei docenti, garantisce professionalità e pluralità di presenze, diversamente dalle scuole private (abbondantemente finanziate dal governo di cui Lei è un autorevole esponente) che assumono il personale con altri criteri privatistici e di omogeneità ideologica. Comprenderà, quindi, il nostro stupore (e la nostra indignazione) di fronte alle ispezioni decise dal “Suo” ministero in seguito all’intervento, in alcune scuole, di un’alta carica dell’ONU. Ispezioni apparentemente giustificate dalla necessità di verificare delle ipotesi di reato legate ad alcune dichiarazioni rilasciate dalla Relatrice Speciale. Ispezioni che sono state immediatamente seguite da una circolare che alludeva alla necessità del rispetto del pluralismo che ha avuto come effetto immediato la cancellazione di diverse iniziative educative già programmate. Una censura, in evidente contrasto con il citato art. 33, avvenuta, peraltro, senza rispettare quanto previsto dalla normativa vigente (OOCC). Una censura che non accettiamo anche perché in evidente contrapposizione con un corretto metodo educativo che deve abituare gli studenti ad ascoltare, a valutare argomenti diversi, a documentarsi e a formare una propria opinione ragionata. Educare, infatti, non significa incoraggiare uno scontro fra opposte fazioni, ma imparare a contrastare i pregiudizi, non a promuoverli. Il corpo docente deve, infatti, guidare gli studenti nella valutazione delle fonti e delle argomentazioni, sempre nel rispetto della scientificità dei ragionamenti e della dignità della persona. Nel caso specifico, non vorremmo che il suo intervento fosse stato motivato soltanto dalla preoccupazione che la Relatrice delle Nazioni Unite avrebbe potuto condannare alcuni comportamenti dello Stato o dell’Esercito israeliani. D’altro canto non ci risultano interventi da parte del Ministero da lei diretto intesi a garantire la presenza di un contraddittorio pacifista o antimilitarista nei numerosissimi casi, denunciati dall’Osservatorio, di presenza di esponenti delle Forze Armate con funzioni didattiche o di orientamento nelle scuole. Peraltro, se queste Sue preoccupazioni fossero reali, Ella dovrebbe proporre di affiancare, ogni giorno, accanto a ciascun docente un “controllore ministeriale”, per verificare che nel lavoro quotidiano nessuno/a si dedichi alla propaganda e all’indottrinamento, ipotesi decisamente improbabile, poiché, al contempo, anticostituzionale e irrealizzabile, visto che il Suo governo predilige le spese militari e non quelle sociali. Ci avviciniamo al 27 gennaio, con tutto il carico storico e emotivo che questa data comporta. Immaginiamo che Lei non proporrà, per garantire il pluralismo, che nelle attività programmate siano presenti relatori sostenitori della validità del programma di distruzione degli ebrei d’Europa praticato dal regime nazista e dai suoi alleati. Nel Giorno della Memoria preferiamo ricordare Primo Levi. Pensiamo, infatti, che sia decisivo andare oltre la dicotomia annientatrice (carnefici da una parte e vittime dall’altra), perché solo una logica capace di cogliere la complessità può evitare di farci ricadere nella disumanizzazione: ieri con il programma segreto di eutanasia della Germania nazista (Aktion T4) e i successivi campi di concentramento, oggi con il genocidio nella Striscia di Gaza. Questo è per noi il compito fondamentale della scuola della Repubblica, censure e imposizioni fanno parte di un passato di cui non andare fieri. Cordiali Saluti Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Alla Scuola di Polizia lezioni sioniste sulle menzogne della Palestina: e il contraddittorio?
Ci siamo imbattuti in un articolo pubblicato su «Il Fatto Quotidiano» di inizio 2026 dal titolo E per i futuri agenti seminario su Gaza: “Sono tutte bugie” di Stefania Maurizi. In sostanza si denunciava un corso di aggiornamento alla scuola di polizia italiana tenuto da una associazione sionista, di nome ISGAP, che da anni opera una perseverante campagna contro i palestinesi, la cultura woke e la campagna di boicottaggio, il cosiddetto BDS. Sarebbe utile consultare il sito https://isgap.org/  e le pubblicazioni contenute a cura del Institute for the Study of Global Antisemitism & Policy (Isgap), per comprendere il tenore delle argomentazioni: «Il Genocidio contro Gaza? Non è mai esistito, si tratta di una macchinazione orchestrata dagli antisemiti, nelle università e nelle scuole sono in corso mobilitazioni a favore del popolo palestinese? sono frutto dell’odio e della penetrazione dei Fratelli Musulmani». Il Fatto Quotidiano riporta la notizia che l’Isgap avrebbe condotto un seminario alla Scuola di polizia italiana, la domanda che sorge spontanea è: per quale motivo ogni qual volta si parla della questione palestinese nella scuola il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara richiama al contraddittorio, ma se invece si tratta di formare i futuri tutori dell’ordine la sola campana ascoltata è quella degli ambienti sionisti che, come abbiamo visto, oscura e ridicolizza ogni posizione critica proveniente anche dalle stesse comunità ebraiche? Ma, attenzionato nei minimi particolari è proprio il mondo dell’istruzione, dalle scuole secondarie alle università pubbliche e private. Sia sufficiente menzionare una pubblicazione Negazione del terrorismo nel campus » ISGAP, da cui estrapoliamo un passaggio eloquente: «Alcuni studenti, principalmente stranieri o migranti provenienti da paesi anti-israeliani e antisemiti, sono arrivati negli Stati Uniti e in Europa con convinzioni predeterminate e radicali, percepiscono gli ebrei come malvagi e promuovono l’antisemitismo, opponendosi anche all’esistenza dell’unico stato ebraico – sostengono qualsiasi opposizione agli ebrei, all’ebraismo e a Israele. Alcuni studenti possono essere indottrinati in ideologie estremiste attraverso forum online, istituzioni religiose, centri accademici finanziati da paesi stranieri o gruppi di pari, portandoli a sostenere atti di terrorismo come mezzo per promuovere le proprie convinzioni. Le organizzazioni estremiste che finanziano centri “islamisti” o radicali di sinistra americani ed europei spesso si attaccano a individui vulnerabili, offrendo loro un senso di scopo e appartenenza attraverso ideologie radicali». Lo schema è sempre lo stesso, che ritroviamo anche su certa stampa occidentale, ossia che esiste un indottrinamento studiato a tavolino: i centri studi, le istituzioni religiose e non, i forum sono costruiti ad arte per l’indottrinamento, non mancano occulti finanziatori, si denuncia la saldatura tra islamisti e radicali di sinistra europei e statunitensi. Ergo, qualunque sia l’iniziativa deve essere attenzionata, sminuita, denunciata e repressa con un immediato capovolgimento della realtà (forse chiunque critichi l’operato di Israele è un nemico influenzato dal terrorismo israeliano?). Le pressioni sono indicibili perfino sul Parlamento europeo per spingere i Paesi UE a prendere posizione contro i movimenti filopalestinesi, quanto accade in Francia, Germania e Inghilterra tra arresti e messa fuori legge di organismi di solidarietà con il popolo palestinese dovrebbe essere fonte di insegnamento: I campus europei abbracciano l’aumento dell’antisemitismo: presentato al Parlamento Europeo (Bruxelles) » ISGAP. Sono quindi gli/le insegnanti, i/le ricercatori/trici, gli studenti e le studentesse mobilitatisi da mesi contro il genocidio i principali agenti dell’odio e della discriminazione; è il mondo della conoscenza a rappresentare un pericolo per la normalizzazione culturale e la propaganda del riarmo oltre al sostegno acritico verso l’operato di Israele che caratterizza la politica estera di tanti Paesi. E, alla luce di queste considerazioni, si capiscono meglio le ragioni delle ispezioni nelle scuole ordinate dal Ministro Giuseppe Valditara. Ci vogliono obbedienti e supini a una narrazione unica, quella narrazione che un sapere critico sa invece smontare e ridicolizzare. E articoli come Segui il denaro: Qatar e i Fratelli Musulmani finanziano l’istruzione superiore negli Stati Uniti » ISGAP dovrebbero indurre a riflettere sulla campagna di odio che ormai accompagna ogni dichiarazione di Francesca Albanese e di altri attivisti schierati contro il colonialismo da insediamento e il genocidio, è quel genere di giornalismo che presto prenderà il sopravvento anche in Italia. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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