Brescia, distruzione muro della Caffaro dopo 50 anni di ingiustizie
La Caffaro è la storica fabbrica chimica nel cuore di Brescia che da decenni
sparge veleni comepoliclorobifenili (PCB), le policlorodibenzodiossine(PCDD),
dibenzofurani (PCDF), mercurio, arsenico, cromo esavalente e clorati in un
raggio di oltre 22km e che dal 2002 è sito di interesse nazionale inattesa di
bonifica.
Era il 1982 quando il giornalista ed ambientalista bresciano Sergio Isonni (1),
a Radio Monte Maddalena, denuncio’ – grazie alle testimonianze dell’ operaio
dipendente della Caffaro, Elidio De Paoli – che un reparto della Caffaro
produceva policlorobifenile (Pcb).
All’epoca la Caffaro era considerata alla periferia della città di Brescia, ma
negli anni venne inglobata nel centro ed aveva come confinanti una scuola
elementare e il Campo Morosini, dove la grande saltatrice Sara Simeoni ha fatto
il record del mondo. Vicino vi erano inoltre le case operaie e le polveri della
Caffaro invadevano la zona.
Le signore stendevano la biancheria e, inaspettatamente, diventava marrone.
Atleti e bambini respiravano l’aria mefitica della Caffaro che divenne un
problema di salute pubblica in quanto riguardava gli operai di quel reparto, gli
atleti che si allenavano al Morosini e tutti i cittadini.
Dalla Caffaro la contaminazione si estese ai territori vicini, al quartiere di
Chiesanuova, a oltre il Ponte Mella, per non parlare del quartiere di Fiumicello
che è in pieno centro. A Campo Morosini la contaminazione è arrivata fino a 5 e
6 metri di profondità. C’è gente che per vent’anni non ha potuto piantare un
radicchio perché il terreno e le case erano contaminati.
Non solo, per via delle contaminazioni, il valore dei loro immobili era sceso
drasticamente, quindi oltre il danno, la beffa! Chi voleva vendere la casa non
poteva.
La produzione di PCB fu vietata per la prima volta in Giappone nel 1972, a
seguito di un incidente che coinvolse più di 2.000 persone. Nel 1977 fu vietato
anche negli Stati Uniti. L’Italia era rimasto l’unico Paese al mondo, con la
Caffaro, che lo produceva perché nessuno lo voleva, nemmeno i Paesi più poveri
come il Burkina Faso perché sapevano quale era il pericolo che questa sostanza
scatenava. Dobbiamo tener presente che la Caffaro ha iniziato a produrre questo
veleno nel 1932 dopo che, nel 1930, acquisì i diritti di utilizzo del brevetto
dalla multinazionale Monsanto.
Fino agli anni Ottanta la Caffaro è stata produttrice di Pcb in quanto prodotto
necessario per alimentare i trasformatori della corrente elettrica. Nel 1983
anche in Italia cessa la produzione di Pcb e, in seguito, la produzione venne
convertita al settore delle pastiglie di cloro, portando anch’esso inquinamento.
Ma, con il Pcb, il danno era fatto: si è lasciato che 25.000 persone
continuassero a vivere nel veleno. Tutta la falda acquifera era ormai
contaminata e la gente si ammalava di tumore.
All’epoca, Sergio Isonni e il Dottor Zucca erano gli unici su tutta Brescia, a
battersi affinchè questo reparto venisse chiuso e a sostenere, con dati alla
mano, la cancerogenicità del Pcb.
Fin dagli anni Ottanta avevano le prove scientifiche di come la Caffaro
inquinasse: mostrando analisi su aria, acqua e terra che gli fornì Elidio De
Paoli. Vi erano anche le prove che il Pcb provocasse il cancro. Il tema era la
salute pubblica di cui tutti se ne fregavano.
Tra il 1982 e il 1984 misero in allarme la popolazione di Castegnato e di
Passirano vicini alla discarica della Vallosa, dove ancora oggi sono seppelliti
i fusti delle scorie del Pcb della Caffaro. I fusti alla Vallosa vennero sepolti
di notte, evidentemente per nascondere qualcosa. Erano tutte cose che si
sapevano con tanto di prove alla mano. Avvertirono la popolazione e le
istituzioni del luogo della sepoltura, del fatto che i fusti pieni di Pcb si
sarebbero spaccati poichè contenevano materiale corrosivo, che il materiale dei
fusti non era resistente al Pcb, che i reflui del Pcb e di altri veleni
avrebbero intaccato la falda acquifera.
Isonni e Zucca vennero tacciati di “eco-terrorismo” e Isonni venne definito da
un quotidiano e bresciano “terrorista radiofonico”, quasi insinuando che il suo
fosse un procurato allarme.
Al posto di controllare e verificare la veridicità di quello che aveva detto, un
quotidiano locale preferiva additarlo: erano già i segnali della fine del
giornalismo.
Ricevettero minacce di morte e di pestaggio e Isonni si trovò i crisantemi sul
cofano dell’auto: un avvertimento mafioso per sottintendere di stare attento a
parlare altrimenti ci avrebbe rimesso la pelle.
Ma ciò non li fermò. Non vennero ascoltati, passarono guai seri, ma tutto si
avverò. Oggi i Pcb percolano dal fondo e dalle pareti della discarica della
Vallosa, arrivando in falda fino a 60 metri di profondità. In questi anni si è
parlato di bonificare la Vallosa in mille modi, sempre a spese ovviamente delle
collettività senza mai chiedere un soldo ai responsabili diretti e, nonostante
tutto, non si è risolto il problema.
Tra gli operai, l’opinione all’epoca era confusa da una narrazione mediatica che
contrapponeva diritto al lavoro con il diritto alla salute e da una narrazione
padronale più volta al ricatto.
All’epoca la Cgil, di cui Isonni era stato sindacalista, – fatta eccezione per
qualche sindacalista in solitaria – non si comportò da sindacato e non esercitò
il ruolo di organizzazione di massa che aveva. All’epoca dichiarò guerra a
Isonni e, al posto di richiamare alla responsabilità imprenditoriale, si oppose
alla chiusura del reparto e alla sua riconversione.
Purtroppo la reazione di gran parte dell’opinione pubblica fu l’omertà: rendere
il caso Caffaro un tabù. Forse questo ha contribuito scoprire la delinquenza di
chi ha fatto morire, con i suoi veleni, un sacco di gente.
Il 13 agosto 2001, scoppia sulle pagine di La Repubblica il “caso Caffaro”. A
seguito di quella ed altre indagini, a giugno 2001 è stata presentata una
denuncia di disastro ambientale alla Procura della Repubblica di Brescia.
Se dal 2001 il Caso Caffaro scoppiò con tutta la sua dirompenza, mettendo a nudo
una situazione che da decenni si trascinava fra inconsapevolezza dei rischi
provocati dal PCB e dalla irresponsabiltà di chi era deputato ai controlli, fu
per merito di Marino Ruzzenenti, storico dell’ambiente e studioso del caso
Caffaro, che ha pubblicato diverse opere sull’inquinamento di Brescia, con un
focus specifico sulla fabbrica chimica (2).
Ruzzenenti è diventato un punto di riferimento per la documentazione storica su
questo disastro ambientale, avendo contribuito a far emergere la gravità
dell’inquinamento da PCB e diossine a partire dal 2001. Ed è proprio in quegli
anni che cresce la consapevolezza sul caso e i movimenti ambientalisti bresciani
iniziano a denunciare con forza.
Per 50 anni la Caffaro ha disperso ogni giorno 10 kg di Pcb, ovvero più di 150
tonnellate, quando la sua tossicità per l’uomo si calcola in nanogrammi. La
Caffaro, insieme al caso Anniston in Alabama adopera della Monsanto Company,
rappresenterebbe al mondo uno dei maggiori esempi di inquinamento massivo da
policlorobifenili in termini di quantità di sostanza tossica letale dispersa
nelle acque e nel suolo per estensione del territorio contaminato, numerosità
della popolazione coinvolta e durata della produzione.
I valori rilevati dalla ASL bresciana a partire dal 1999, sono anche 5.000 volte
al di sopra dei limiti fissati dal DM 471/1999 (livelli per area residenziale,
0,001 mg/kg).
Il 26 settembre 2023, il gup del Tribunale bresciano, Matteo Guerrerio, ha
deciso l’apertura del Processo Caffaro 2, avvenuto nell’aprile 2024, a carico
degli amministratori di Caffaro Brescia Srl – la società che fino all’autunno
2019 ha gestito lo stabilimento- e della società CSA – incaricata delle
demolizioni, smantellamenti di impianti dismessi e di parte della bonifica – con
l’accusa di disastro ambientale colposo, deposito incontrollato e omessa
bonifica di rifiuti industriali pericolosi, gestione illecita di rifiuti e
falso. Gli imputati erano l’ex commissario straordinario Roberto Moreni, il
direttore dello stabilimento Alessandro Francesconi, il rappresentante legale
dell’azienda Alessandro Quadrelli, il Presidente del cda di Caffaro Brescia Srl
Antonio Donato Todisco, i manager della Caffaro ex Snia Vitantonio Balacco,
Marco Cappelletto e Alfiero Marinelli, ed i manager di Csa Claudia Lucchiaro,
Alessandro Gasparini e Pietro Avanzi.
Il processo Caffaro 2 non è altro che la ripresa del processo Caffaro 1, in cui
erano costituiti come parti civili Medicina Democratica e Legambiente,
archiviato nel 2010 non definitivamente, ma con la trasmissione alla procura
della Nota come parte civile del 17 settembre 2009 in cui si sosteneva che il
disastro ambientale non potesse essere prescritto in quanto “in ogni caso
risulta evidente che a Brescia la dispersione degli inquinanti in questione
nell’ambiente circostante è proseguita e prosegue ancora oggi nelle acque di
falda”. Ed è a partire da quella nota che si è riaperto il processo, purtroppo
con grandissime lacune.
La distruzione del primo muro della Caffaro, in data 13 febbraio 2026, è un
evento storico che molti bresciani attendono da decenni, ma è pur sempre una
dose omeopatica di giustizia.
I territori vicini alla Caffaro non sono coltivabili e vi è tutt’oggi in alcune
zone il divieto di coltivare per questioni di biosicurezza. Le bonifiche non
sono mai cominciate ed è ancora oggi proibito camminare sull’erba: nessun suolo
verde, non asfaltato o cementificato, può entrare in contatto con l’uomo. Nel
quartiere di Chiesanuova devono ancora carotare i terreni. Ancora oggi si pensa
a bonificare un’area danneggiata a spese della collettività – si parla di 85
milioni di euro messi tra Regione Lombardia e Governo – mentre i responsabili
diretti – i delinquenti in questione – non hanno mai pagato di tasca loro, sono
rimasti impuniti e non hanno mai fatto un giorno di carcere. Hanno usato il Pcb
per i loro profitti privati ed hanno socializzato le perdite, facendole pesare
sulla comunità. Le amministrazioni comunali che si sono succedute – per certi
versi – si sono impegnate, hanno fatto carotaggi, e forse oggi alcuni -dopo
anni – raccolgono le prime foglie di insalata, si fa per dire.
(1) Sergio Isonni è cantante lirico, attore, giornalista, cronista radiofonico
ed ex-sindacalista, nonchè un simbolo della brescianità per moltissime
generazioni. La famosa cantante bresciana Pierina Gorianz (1881-1952) che lo
ebbe giovanissimo come allievo, espresse su di lui un lusinghiero giudizio sia
per la potenza della voce che per la sua duttilità d’espressione nonostante
fosse non più che un quattordicenne, perché si vedeva specchiata nell’Isonni,
avendo ella esordito a 12 anni cantando il Pater nel Ratcliff di Mascagni. Dopo
la Gorianz, Sergio Isonni prese lezioni di canto dal maestro Luigi Campana
(1879-1957) che lo preparò per il grande debutto teatrale che avvenne
nientepopodimeno che a Milano, alla Piccola Scala “Cadetti”, nel Rigoletto di
Verdi. Abbandonata la lirica Sergio Isonni si dedicò ad altre attività rimanendo
però sempre fedele al ramo artistico quale attore e “fine dicitore” in
memorabili serate di poesia accompagnato dai vari strumenti del musicista
Virginio Cattaneo, ottenendo strepitosi successi sia in città che in provincia.
Da ricordare la serata conclusiva del concorso di poesia “Scovolo” a S. Felice
del Benaco del 12 ottobre 1985 e, soprattutto, al Quadriportico di Brescia l’8
marzo 1989 con un pubblico straripante ad ascoltare le poesie sulla donna che il
complesso cameristico “Florentio Maschara” diretto dal Cattaneo, intervallava
alle letture di Sergio Isonni. Vediamo un particolare della stampa di allora:
“Sergio Isonni ha interpretato la poesia della “donna” nel momento celebrativo
sublimandola con il calore della voce”. L’Isonni ha svolto attività presso
“Radio Monte Maddalena” quale responsabile dei programmi culturali. E’ esperto
di musica classica. Attualmente collabora con varie realtà nel campo teatrale.
(2) Il suo libro più recente e completo sul tema è Veleni negati. Il caso
Caffaro, edito da Jaca Book nel 2021. In precedenza, ha pubblicato un’altra
opera fondamentale sulla storia dell’azienda: “Un secolo di cloro e PCB. Storia
delle industrie Caffaro di Brescia”.
Per info:
https://www.blog-lavoroesalute.org/veleni-industriali/
https://www.lavoroesalute.org/images/pdf/2023ottobre/inserto%20caffaro%20les%2010%20ottobre%2023.pdf
> Caso Vallosa, i PCB della Caffaro sepolti in Franciacorta. Intervista a Silvio
> Parzanini
> Brescia, Processo Sin Caffaro: “Concentrazione di clorati anche 2.400 volte
> quelle consentite”
> Brescia: livelli record di cromo esavalente alla Caffaro. Allarme degli
> ambientalisti
Lorenzo Poli