Richard Powers / Il banco vince sempre
Su Makatea, un’isola della Polinesia francese, si incontrano per l’ennesima e
decisiva volta i destini di quattro esseri umani le cui vite sono legate, per un
motivo o per l’altro, da lunghi anni di vita e reciproca influenza. Todd Keane,
uno che ha raggiunto la ricchezza, il riscatto sociale a seguito di una caduta e
la fama grazie alla tecnologia il cui ultimo sviluppo è un’intelligenza
artificiale all’avanguardia; Rafi Young, un letterato di estrazione proletaria
impegnato con Todd in un confronto a distanza nel gioco strategico in cui hanno
trasformato la loro amicizia pluridecennale; Ina Aroita, artista e moglie di
Rafi, cresciuta tra le basi militari; Evelyne Beaulieu, oceanografa che ha fatto
della ricerca sul campo la sua vita senza mai riuscire fino in fondo a vivere la
propria famiglia. Si incontrano in occasione di un progetto gestito da
Playground, l’azienda di Todd, che consiste nella costruzione della prima isola
artificiale completamente autonoma e abitabile, per la cui realizzazione è
necessario appoggiarsi a Makatea. Il progetto definirà il destino dell’isola e
vedrà le vite i Rafi, Todd, Ina ed Evelyne misurarsi con i limiti dell’umanità e
dell’agency che le persone hanno sul mondo.
Il termine opera-mondo non è solo una moda in letteratura, indica anche
l’esigenza di trovare determinate caratteristiche in un libro, sopra tutte le
altre la complessità intesa non tanto come struttura articolata, moltiplicazione
dei piani temporali, non linearità e quantità elevata di punti di vista. Questi
sono certamente strumenti tecnici per ottenerla, ma non esauriscono il concetto
stesso di complessità. La stratificazione è anche a livello tematico, ampie e
profonde sono le riflessioni che dalla semplice visione di trama come
traiettoria, che non va comunque per forza a scomparire, anzi in definitiva può
essere un aiuto a mantenere coordinate solide per una leggibilità la cui
importanza è troppo spesso sottovalutata, evolvono il romanzo in un dispositivo
che produce metafore, concetti, immagini e paradigmi. E la metafora che funge da
spina dorsale a Un gioco senza fine, è come minimo solida: il gioco come
primordiale e intramontabile creazione di una realtà artificiale mediata da
regole stabilite dagli esseri umani, nata dall’esigenza di una forma di
controllo sulla realtà stessa, una creazione sulla cui efficacia la domanda
resta aperta. Todd e Rafi costruiscono su questo la loro relazione, passando
dagli scacchi al go con il farsi più profondo e complesso il loro rapporto, e a
modo suo Evelyne stessa usa le immersioni a scopo scientifico come forma di
downgrade della vita da una forma di gioco più complicata a una più semplice,
limitata e dai confini più definiti.
L’arrivo dell’intelligenza artificiale va a intaccare questa metafora e la
sineddoche di questa svolta, che si compie a diversi livelli nella trama e nelle
interazioni fra i personaggi, è la notizia di Kasparov battuto da Deep Blue con
la strategia della forza bruta, che di per sé non risolve il conflitto, comunque
il computer fu aiutato dagli scienziati che inserirono quella mole immensa di
aperture scacchistiche, mosse e contromosse, ma indica quella che poi sarà la
via del futuro, la pura capacità di calcolo come campo in cui l’IA supera di
netto l’essere umano e l’unica possibilità, che non è detto si attualizzi, di
forma di controllo sulla realtà tutta a fronte del possesso di una mole di dati
che le persone non saranno mai in grado né di registrare né di elaborare. Un
altro limite dell’umanità, perché essa e ciò che la definisce sono uno dei
nuclei tematici di Un gioco senza fine insieme alle ormai imprescindibili
riflessioni sull’antropocene, è quello della caducità del corpo. I protagonisti
crescono, alcuni di loro partecipano al superamento dei limiti della dimensione
fisica attraverso l’applicazione concreta dell’immaginazione – Evelyne con il
padre che inventa il respiratore automatico subacqueo – ma sperimentano anche la
temporaneità di detto superamento. Il corpo invecchia, si ammala e decade,
talvolta è addirittura una tragedia a ucciderlo accidentalmente ben prima di un
termine accettato come ragionevole, ma sta di fatto che alla fine il banco vince
sempre. Non importa quante mani giochiamo e quanto bene le giochiamo, queste
sono le regole e non è possibile barare.
Non diversamente da Il sussurro del mondo, quest’ultimo lavoro di Powers è un
grande romanzo corale che si apre nello spazio e nel tempo, prendendosi tutta
l’ampiezza di respiro di cui ha bisogno per comporre un’architettura ricca e
articolata, un’opera che se inserita nella produzione dell’autore, in particolar
modo se la si vuol comparare con un romanzo breve e raccolto nella sua altissima
densità come Smarrimento, ne testimonia la versatilità e soprattutto muscoli di
narratore possenti come in pochi altri, capaci di misurarsi con efficacia con
l’iperoggetto mortoniano chiamato realtà nel gestire una mole di racconto non
certo mai vista, ma tale da creare un universo narrativo credibilmente
definibile come mondo.
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