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Con la riforma i giudici dipenderanno dalla politica? risponde Enrico Grosso
Necessario fermare l’invadenza della magistratura? risponde Enrico Grosso Presidente del Comitato Giusto dire No – (trascrizione dell’intervento in video pubblicato il 30 gennaio 2026 – in calce) ANNA MARIA BIANCHI MISSAGLIA: Professore Enrico Grosso, Presidente del Comitato Giusto Dire No, le chiediamo subito un commento sul famoso slogan che appare sui manifesti del comitato Giusto dire NO che sono stati affissi, in particolare nelle stazioni italiane: “Vorresti giudici che dipendono dalla politica?” Uno slogan che ha sollevato le contestazioni del fronte del SI,  addirittura con  iniziative legali, perché molti sostengono che la  riforma non tocca l’autonomia della magistratura, che resta  scritta a caratteri cubitali nella Costituzione, e che quindi quello slogan è una fake news dei Comitati del NO. Ma è veramente una fake news? PROF. ENRICO GROSSO: Provo a spiegarlo con le parole più semplici di cui sono capace. E’ ovvio che la Costituzione continuerà a proclamare in astratto “la magistratura è un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere“. Ma questo di per sè non è sufficiente a garantire che lo sia davvero. Perché, vedete, le Costituzioni sono meccanismi complessi, sono impasti di principi e regole. Vengono proclamati dei principi, poi a questi principi si affiancano delle regole che servono a renderli effettivi, perché i principi, finché sono lasciati soli, restano scritti sulla carta. Ai miei studenti faccio sempre questo esempio: durante la Rivoluzione francese, la prima cosa che scrissero gli autori della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 era che la libertà personale doveva essere inviolabile, che nessuno poteva essere arbitrariamente arrestato in mezzo alla strada. Dopodiché, durante il Terrore giacobino, la gente veniva appunto arrestata indiscriminatamente e ghigliottinata il giorno dopo. Mancava un corpo di regole che rendesse effettivo quel principio così solennemente proclamato, e così il potere, di quel principio, poteva farsi beffe allegramente. Che cosa ci insegna tutto ciò? Che i principi non basta proclamarli, bisogna poi garantirne l’effettività con un sistema di regole che li inverino e li difendano nel quotidiano. Allora che cosa ha fatto il Costituente nel 1947? Dopo aver proclamato il principio dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, cioè della separazione e dell’equilibrio dei poteri, ha introdotto una serie di regole che rendessero effettivo quel principio, che scongiurassero il rischio che esso restasse scritto solo sulla carta. La principale di queste regole è stata l’istituzione di un organo costituzionale, che si chiama Consiglio Superiore della Magistratura, al quale è stato affidato il delicatissimo compito di sottrarre alla politica, al potere politico, tutta una serie di decisioni concernenti lo status giuridico (e anche la vita personale) del magistrato che, se assunte da chi è titolare di potere politico, rischiano inevitabilmente di condizionare le decisioni giudiziarie che quel magistrato si troverà ad assumere. I magistrati devono essere liberi di assumere le loro decisioni, in applicazione del diritto, senza timore delle conseguenze che ne potranno derivare. Il giudice davvero “terzo e imparziale” è il giudice che non ha paura, non ha paura di subire un arbitrario trasferimento ad altra sede, di avere un ritardo ingiustificato nella sua progressione in carriera, di vedersi incolpato disciplinarmente senza ragione, e così via. Tutti i provvedimenti amministrativi e disciplinari concernenti i magistrati devono essere assunti senza alcun condizionamento, neppure solo potenziale, da parte della politica. Perché tale condizionamento rischia inevitabilmente di “ricondurre”, per usare un verbo che forse piace ai membri del nostro attuale governo, i magistrati, inducendoli magari a non assumere quelle decisioni scomode e sgradite. E allora che cosa fece il saggio Costituente nel 1947? Disse: tutte queste decisioni – le assunzioni, le assegnazioni, le promozioni, i trasferimenti, i provvedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati – devono essere assunte da un organo che garantisca piena indipendenza dalla politica. Questo organo si chiama Consiglio Superiore della Magistratura, che non a caso è composto in maggioranza di magistrati eletti dai loro colleghi – ed è importante che siano “eletti” – e da una parte minoritaria di professori universitari in materie giuridiche e avvocati, eletti dal Parlamento in seduta comune. Per inciso, l’idea dei Costituenti era che questi componenti “laici” (ossia individuati tra professori e avvocati e non tra magistrati) sarebbero stati scelti tra i migliori giuristi del Paese, i quali, in perfetta autonomia come dovrebbe garantire il loro status, insieme ai componenti eletti dai magistrati avrebbero garantito un vero “autogoverno” della magistratura. Il che non è avvenuto, da quando la politica ha cominciato a designare al CSM persone che assicurassero il massimo grado di fedeltà alle linee politiche dei partiti che li esprimevano. Che cosa fa la riforma? Smonta il CSM, lo smonta in tre mosse. Primo: lo divide in due, e tutte le volte che tu dividi un organo in due lo indebolisci, perché secondo il noto principio “divide et impera” due consigli tenderanno a confliggere l’uno con l’altro, a prendere decisioni magari in contrasto reciproco, a delegittimarsi a vicenda. In ogni caso i due CSM non rappresenteranno più il complesso della magistratura italiana, ma due corpi separati (che si vorrebbero pure antagonistici) e già solo per questa ragione risulteranno indeboliti. Secondo: si sorteggiano i membri che provengono dalla magistratura. Non è una banalità, perché il sorteggio, oltre a essere umiliante in sé in quanto sembra presupporre che chiunque possa indifferentemente esercitare quella funzione senza badare a competenza, attitudine, carisma, credibilità personale e così via, impedisce che si realizzi quel necessario nesso di responsabilità e fiducia che solo l’elezione produce. Se io eleggo alcuni miei colleghi a svolgere un compito così delicato, quelle persone, che sono state investite con un mandato elettivo, si sentiranno particolarmente responsabili nell’esercitare quel delicatissimo ruolo. Invece si vuole sorteggiarli per sminuirne il ruolo, per banalizzarlo, quasi a dire “tu conti poco, ti sorteggio perché tanto potevo scegliere te come chiunque altro“. In un contesto in cui, invece, i membri laici non sono affatto sorteggiati, ma accuratamente scelti, dalla politica, tra i più fedeli, tra coloro che assicurino che gli interessi politici di coloro che li hanno scelti siano puntualmente perseguiti e realizzati. Una componente organizzata, da un lato, che si fronteggerà con una componente deliberatamente disarticolata, dall’altro. Terzo: si sottrae al Consiglio Superiore la più delicata delle funzioni attualmente svolte dal CSM, e cioè la funzione disciplinare, quella che concerne il controllo deontologico sul corretto esercizio della funzione giurisdizionale, che può costituire la leva più potente per il condizionamento delle decisioni giudiziarie. E questa funzione a chi la si conferisce? La si conferisce a una fantomatica Alta Corte Disciplinare, che solo il nome sembra inventato apposta per intimorire i magistrati, la quale sarà a sua volta composta da magistrati e professori (o avvocati), naturalmente sorteggiati i primi, e invece accuratamente scelti i secondi, con i medesimi meccanismi sopra descritti. Tutto ciò che cosa produce? Produce un aumento del timore da parte dei giudici delle conseguenze che potranno derivare dall’assunzione di determinate decisioni. Essi cominceranno di nuovo a pensare, come avveniva prima che la Costituzione istituisse quel CSM elettivo e autorevole: “ma se io prendo decisioni scomode, che cosa mi succede?” Oggi questo non avviene perché il CSM funge da scudo, da barriera, e difende i magistrati contro i tentativi della politica di condizionarne le decisioni. Il risultato è molto semplice: la Riforma abbassa in concreto le garanzie di indipendenza, che pure continuano ad essere proclamate in astratto. ANNA MARIA BIANCHI MISSAGLIA: Le motivazioni del Sì, che sono anche  in contraddizione tra garantismo e deriva securitaria, parlano di “invadenza della magistratura nelle decisioni della politica“.  PROF. ENRICO GROSSO Questa è una storia veramente curiosa, perché qui dobbiamo metterci d’accordo. I fautori del sì sviluppano due argomenti che sono tra di loro in aperta contraddizione. Da un lato sento dire che i magistrati devono essere ricondotti a un sistema in cui un giudice davvero “terzo” valuti con maggiore imparzialità le richieste del pubblico ministero, così da evitare che vi siano eccessi nella privazione della libertà personale, o che i cittadini siano perseguiti penalmente anche quando non dovrebbero esserlo. Insomma, il sì servirebbe a limitare il potere eccessivo che oggi avrebbero i pubblici ministeri di pregiudicare i diritti dei cittadini innocenti. Si tratta di una narrazione garantistica e liberale, attraverso la quale si vorrebbe far passare il messaggio che la riforma serva a difendere gli individui dalle ingerenze arbitrarie da parte della magistratura sulla loro libertà. Circola però anche la narrazione opposta. Quella secondo cui oggi i magistrati si ribellerebbero alle politiche securitarie del governo, e dunque sarebbe per colpa dei magistrati se circolano nel paese così tanti criminali e così tanti immigrati irregolari, mentre il governo vorrebbe tanto difenderci dai criminali ma non riuscirebbe a farlo per colpa dei giudici che “si mettono di traverso”. Ora, si devono mettere d’accordo tra di loro: il sistema attuale è sbagliato perché è troppo repressivo o è sbagliato perché è troppo liberale e garantista? La verità è che sono erronee entrambe le narrazioni. Ciò che davvero disturba il potere, il potere politico, è una magistratura che si sottragga ai suoi condizionamenti, che assuma decisioni libere, applicando la legge e – soprattutto – la Costituzione senza guardare in faccia a nessuno, anche contro il volere di chi sta al governo, qualunque sia il colore politico di quel governo. Ma vogliamo ricordare quello che è successo nell’ultimo anno? Il Governo è riuscito a litigare con la Corte di Cassazione, con la Corte Costituzionale, con la Corte dei Conti, con la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con la Corte Europea dei diritti dell’uomo, financo con la Corte Penale Internazionale (vi ricordate il caso Almasri?). Allora, quando un governo comincia a litigare con tutte le massime corti giudiziarie, interne e sovranazionali, c’è qualcosa che non va. Ciò significa che in realtà è il potere politico ad essere sempre più insofferente nei confronti di qualsiasi forma di controllo. Ed è proprio questo lo spirito della riforma: abbassare di fatto l’indipendenza e l’autonomia della magistratura per sottrarre la politica ai controlli cui oggi è per fortuna sottoposta. Questa riforma è figlia dell’insofferenza nei confronti di qualsiasi attività di controllo e di tutela della legalità, che è l’attività tipica di ogni organo di garanzia nello Stato di diritto. Del resto, tutto ciò è stato ampiamente confermato dal Ministro Nordio nel suo libro recentemente pubblicato, quando ha scritto, in un passo che cito sempre, a pagina 122 – ormai mi ricordo pure la pagina – “non vedo perché l’opposizione dovrebbe contrastare questa riforma, in fondo anche l’opposizione quando tornerà al governo con questa riforma recupererà la sua libertà d’azione“. Ecco, è proprio questo che vogliono i sedicenti riformatori, ed è proprio questo che non voglio io. Cioè che la politica abbia una completa libertà d’azione dai controlli giudiziari. La politica non può pretendere, in uno stato costituzionale, di sottrarsi ai controlli giudiziari che qualificano lo Stato, appunto, come Stato costituzionale di diritto. ANNA MARIA BIANCHI MISSAGLIA  Questa riforma della magistratura non finisce qui, se sarà confermata dal  referendum ci saranno ulteriori  sviluppi, forse ancora peggiori.  Il ministro Tajani proprio recentemente ha dichiarato: “Dobbiamo andare avanti, non basta la separazione delle carriere, penso alla responsabilità dei magistrati, penso ad aprire un dibattito se è giusto o meno conservare la polizia giudiziaria sotto l’autorità dei magistrati, discutiamone...” PROF. ENRICO GROSSO : Forse quest’ultimo particolare, rivelato in un impeto di sincerità, dovrebbe far riflettere ancora di più tutti gli italiani sul possibile futuro che ci aspetta se questa riforma dovesse passare. Mi chiedo veramente se quella che hanno lanciato non cominci ad avere l’aspetto di una vera e propria crociata nei confronti del potere giudiziario, additato di tutte le colpe, e al quale si vorrebbe ora addirittura sottrarre la possibilità di disporre della polizia giudiziaria. Vorrei fare presente che oggi, per fortuna, la polizia è sotto il controllo della magistratura, cioè la polizia, nel momento in cui svolge attività di indagine e di controllo sulla commissione di reati, obbedisce agli ordini dei magistrati e non dei politici. Sapete qual è oggi, tra i tanti, il principale Paese in cui organi di polizia rispondono e obbediscono direttamente agli ordini del governo, e sono espressamente sottratti al controllo da parte della magistratura, tanto che quest’ultima non riesce più neppure a incriminare singoli agenti per i loro eccessi di violenza a danno dei cittadini? Sono gli Stati Uniti d’America: a Minneapolis il corpo dell’Immigration and Customs Enforcement, ormai famigerato in tutto il mondo civile, agisce fuori da qualsiasi controllo giudiziario preventivo, e si è messo a sparare per le strade ai cittadini americani inermi. Ovviamente io non sto dicendo che domani in Italia la polizia sparerà sui cittadini italiani inermi, ci mancherebbe! Ma quella è la possibile deriva di una polizia sottratta al controllo dell’autorità giudiziaria e direttamente rispondente ai governi: quando le autorità di polizia non sono più sotto il controllo dei magistrati, ma sono direttamente sotto il controllo del governo, il rischio è che il governo finisca per utilizzare la polizia per i suoi scopi, che oggi magari sono scopi perfettamente compatibili con le regole dello Stato di diritto e con l’amministrazione imparziale della giustizia, ma che non sappiamo se e fino a quando continueranno ad essere intesi nello stesso modo. Ricordiamoci che le leggi (e le costituzioni) sono scritte nei momenti di saggezza, per potersene servire nei momenti di follia. Le leggi (e le costituzioni) sono le corde che legano Ulisse all’albero maestro, per impedirgli di saltare in acqua e inseguire le sirene che lo perderanno. Teniamoci stretta, per favore, almeno la garanzia che l’attività di polizia sia controllata rigorosamente e quotidianamente dall’autorità giudiziaria. Questa è una delle grandi conquiste che il costituzionalismo ha saputo infine realizzare, e che la Costituzione italiana ha voluto prevedere proprio allo scopo di superare definitivamente una fase storica, nella quale credo nessuno di noi vorrebbe essere ricacciato. Quel periodo buio della storia d’Italia, quando la polizia era a disposizione, e a discrezione, del governo. Era il ventennio fascista. Spero che nessuno rimpianga quei tempi. 1 febbraio 2026 vai a I video – Riforma della magistratura: Risposte competenti a slogan ingannevoli con gli altri video della serie e il calendario vedi anche Riforma costituzionale della magistratura, cronologia e materiali Per osservazioni e precisazioni: laboraatoriocarteinregola@gmail.com
February 1, 2026
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Emilio Ricci: i buoni motivi per votare No al referendum sui magistrati e la vera essenza della riforma
l’avvocato Emilio Ricci, vicepresidente nazionale ANPI, Marina Pierlorenzi, presidente ANPI provinciale Roma Da Patria indipendente l’intervento dell’avv. Emilio Ricci, vicepresidente nazionale ANPI,   al Convegno tenutosi a Roma il 14 novembre scorso su “Separazione delle carriere e Legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” Le norme introdotte dal governo vengono presentate nella propaganda come soluzione per rendere il processo più trasparente e veloce, ma è un falso. In realtà l’elemento fondamentale che entra in gioco è l’equilibrio dei poteri dello Stato. Se si volessero davvero velocizzare i procedimenti in tribunale, si dovrebbero adottare ben altri strumenti, come la depenalizzazione dei “reati da cortile”. E non a caso preoccupano al contempo le misure approvate in materia di ordine pubblico. Intervento al convegno “Separazione delle carriere e Legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” organizzato dall’Associazione nazionale dei partigiani Siamo tutti qui per ragionare su questa questione molto complessa e delicata che va approfondita anche perché la battaglia che noi intendiamo fare, la battaglia referendaria, è una battaglia che ci vede impegnati come ANPI in prima fila, affiancati all’Associazione Nazionale Magistrati che ha organizzato un proprio comitato per il No. Vorrei spiegare rapidamente per quale ragione oggi noi abbiamo ritenuto di organizzare un incontro che parli della separazione delle carriere da un lato e della legge sicurezza dall’altro: sembrerebbero due questioni tecnicamente tra di loro molto diverse, ma in realtà sono strettamente collegate da un filo comune. La separazione delle carriere incide sull’ordinamento giudiziario, sul rapporto tra magistratura requirente e giudicante e sugli aspetti di rilevanza costituzionale della giurisdizione. La nuova legge sulla sicurezza pubblica incide su ambiti diversi (sull’immigrazione, sull’ordine pubblico, sulle misure prevenzione, sui poteri delle forze dell’ordine) ma, in realtà, io ritengo che queste due riforme debbano essere osservate con un’attenzione comune: secondo me, il motivo politico fondamentale e strutturale per il quale questo governo oggi si muove su questi terreni, è perché ritiene che il sistema vigente, munito di contrappesi significativi sia troppo garantista, troppo complicato, troppo lento, per cui è necessario “semplificare” per rendere più efficienti i meccanismi decisionali e ridurre gli spazi di conflitto e di controllo sul suo operato. La separazione delle carriere in realtà viene presentata come un modo per rendere il processo più trasparente. “Chi accusa accusa… Chi giudica giudica” … uno slogan semplicistico che colpisce la fantasia delle persone in maniera mediatica, non in maniera sostanziale, perché in realtà l’elemento che entra in gioco fondamentale è quello dell’equilibrio dei poteri dello Stato. Nello stesso modo anche la legge sicurezza viene presentata come una risposta a emergenze reali: criminalità, terrorismo e gestione flussi migratori. Quando vengono sollevati dubbi sul sistema normativo che si vuole introdurre con la riforma costituzionale, coloro i quali pongono dubbi e prospettano i rischi insiti nelle modifiche vengono additati come nemici dell’ordine, come persone che in realtà non vogliono una gestione più garantista, più serena delle questioni legate all’ordine pubblico, e che vogliono condizionare lo sviluppo della sicurezza nel nostro Paese. Quindi il profilo che valuterei è quello della necessità di comprendere se le nuove disposizioni in qualche modo rafforzano o se indeboliscono quelli che sono i contrappesi costituzionali. Abbiamo intanto una valutazione di tipo generale su questo profilo. Sulla separazione delle carriere credo di essere uno dei pochi avvocati in Italia che è contrario alla separazione delle carriere. Vi sono molti, come le associazioni di categoria e, in particolare, la Camera penale che sono favorevoli alla riforma, con un orientamento dal quale dissento. La mia opinione è che oggi l’ordinamento costituzionale prevede un unico Consiglio Superiore della Magistratura, quindi con un’unica garanzia di indipendenza dei magistrati sia per quanto riguarda la funzione del pubblico ministero sia in relazione alla funzione del giudicante: noi, infatti, abbiamo di fronte una garanzia di tipo generale nel senso che i magistrati sono garantiti da una ormai sostanziale separazione delle carriere realizzata progressivamente nel tempo e confermata anche dalla ulteriore riduzione della possibilità di passare da una funzione all’altra sancita nell’ultima riforma Cartabia. La voce di chi, invece, è favorevole è quella di sostenere che la imparzialità del giudice sarebbe garantita maggiormente da una diversa cultura rispetto a quella del pubblico ministero: quindi, la separazione dovrebbe garantire da un lato l’autonomia del pubblico ministero rispetto al giudice, quando – al contrario noi riteniamo, e anch’io ritengo – che la attuale unità delle carriere, la presenza di un unico Consiglio Superiore sia proprio una garanzia della indipendenza della Magistratura da qualsiasi potere esterno. Quindi, anche se ovviamente nella proposta di legge costituzionale non è esplicitamente detto, noi sappiamo bene quali siano i rischi inseriti in una riforma di questo tipo. Noi sappiamo oggi e lo sanno bene coloro i quali svolgono l’ufficio di Procura, quale sia il carico di lavoro che i PM hanno, carico che determina che molte attività di indagini siano delegate alla polizia giudiziaria nelle sue varie articolazioni: nel caso in cui la riforma costituzionale venisse approvata in sede referendaria e la funzione del Pubblico ministero venisse separata da quella del giudice, la dipendenza della polizia giudiziaria dal potere esecutivo potrebbe portare ad un significativo condizionamento dell’attività di indagine da parte delle procure. Questo ve lo dico anche per una mia lunghissima esperienza personale come avvocato: vi è, infatti, la necessità di individuare le priorità ed è proprio questo il profilo che noi temiamo perché leggiamo che dietro a queste idee vi è il rischio che il Pubblico ministero possa un domani, (anche se – l’ho detto e lo ripeto – non è oggi esplicitamente previsto dalla norma costituzionale) essere condizionato dal potere esecutivo sulla individuazione dei reati da perseguire e che di fatto si giunga alla cosiddetta rinunciabilità dell’azione penale che sarebbe, per noi cittadini, una violazione importante, significativa e molto compromettente di quello che è invece il fondamento democratico sul quale si basa l’esercizio dell’azione penale obbligatoria. Tenete presente che tutte queste modifiche vengono contrabbandate come norme di riforma per la velocizzazione dei processi, ma non è così. In realtà, il problema è assolutamente diverso, ed è fondato esclusivamente sul fatto che noi non siamo in grado di gestire la quantità dei processi che pendono, problema che mai nessuno ha voluto affrontare: sono più di 50 anni che svolgo questo lavoro, e non solo io ma tanti colleghi e amici che con me lavorano nei Tribunali si rendono conto che la vera riforma della Giustizia, l’unica vera riforma della Giustizia penale significativa, sia una importante depenalizzazione dei reati, quelli che io definisco i reati da cortile, che però intasano gli uffici giudiziari e non consentono lo svolgimento, invece, di attività di indagine più importanti e anche di carattere più pregnante per quanto riguarda la coltivazione della legalità nel nostro Paese. È chiaro che il problema della depenalizzazione pone un problema importante dal punto di vista della gestione poi di tutte queste situazioni depenalizzate. Noi abbiamo purtroppo un sistema per cui tutte le sanzioni amministrative che sono migliaia e migliaia, decine di migliaia, se non addirittura centinaia di migliaia, non vengono discusse. Vi dò un dato che ho avuto appunto in relazione allo svolgimento dell’attività professionale: Equitalia Giustizia che è delegata la raccolta delle sanzioni, riscuote il 2% delle spese di giustizia che vengono comminate dai Tribunali. Voi capite bene che con questo sistema non è possibile pensare a una riforma che non sia anche una riforma del sistema di esazione delle sanzioni o di gestione di quelle che potrebbero essere domani le sanzioni amministrative per quelle legate ai reati eventualmente depenalizzati. Ma io non sto parlando di una parte di depenalizzazione del 10%: io parlo del 60-65% dei reati poi non giungono a processo. La magistratura giudicante riesce a smaltire meno del 50% dei reati che vengono portati dalle Procure all’attenzione dei giudici per la fase dibattimentale: quindi sotto questo profilo il problema è che, di fatto, si determina una sorta di depenalizzazione indotta alla quale si associa il problema fondamentale della certezza della giustizia, del diritto e della pena, che sono questioni che a livello sociale impattano significativamente sull’immagine della giustizia perché noi non stiamo parlando qui dei grandi processi, delle grandi indagini che hanno una loro corsia preferenziale, un loro modo di essere oggetto di interesse sia da parte dei giudici inquirenti che della parte giudicante, ma parlo di quella enorme quantità di procedimenti che non vedono una fine se non attraverso la prescrizione, determinando quindi una sostanziale fondamentale incertezza del diritto che causa una serie di problemi e di disvalori di carattere sociale. Vi sono processi che durano 10 – 11 – 12 anni e che determinano, come potete immaginare, danni in tutte le situazioni e articolazioni: pensate ai dipendenti pubblici che vengono inquisiti per anni e che non possono avere avanzamenti di carriera; pensate alle persone che subiscono processi per cui devono pagarsi avvocati, devono provvedere a una serie di questioni che sicuramente li condizionano pesantemente nel corso della vita. Queste sono le questioni che io pongo in maniera generale, in maniera politica perché l’obiettivo che abbiamo non è quello ovviamente di fare una o, quantomeno, non solo quello di fare una battaglia tecnica nei confronti di questa legge costituzionale ma anche quello di assumere posizioni rispetto alle involuzioni autoritarie sanzionatorie della legge sicurezza. Io credo che questo sia un profilo che si lega (e l’ANPI, diciamo, nelle ultime riunioni anche del Comitato nazionale di questo ne ha parlato e ne ha discusso) anche all’esercizio delle proprie libertà, dei propri diritti, della libertà di parola, della libertà di associazione, di tutte quelle che sono le libertà garantite costituzionalmente e che devono essere rafforzate piuttosto che indebolite. Quindi l’ANPI su questo tema è contro la riforma costituzionale e contro la legge sicurezza e ritiene che sia un vulnus significativo all’interno del comparto della struttura costituzionale che da anni ci governa e che, a parte qualche deviazione, esistente in tutti i Paesi, ha garantito una forte presenza democratica, all’interno della quale noi riusciamo comunque a gestire la libertà in maniera autonoma, tale da farci pensare che questo sia comunque, al di là delle varie involuzioni, un Paese dove si vive bene e dove, proprio per questo, bisogna contrastare in maniera forte ogni involuzione di tipo antidemocratico. Mi soffermo rapidissimamente su due questioni che caratterizzano questa riforma costituzionale, tenendo conto che del sorteggio dei magistrati parleranno altri meglio e più di me. Farò quindi riferimento ancora a due punti: il referendum (di cui dirò alla fine) e l’Alta Corte di Giustizia. Noi oggi abbiamo un Consiglio Superiore della Magistratura che giudica attraverso una propria sezione disciplinare e poi eroga le sanzioni a tutti i magistrati: pubblici ministeri e giudici. Il magistrato che viene sanzionato ha la possibilità di ricorrere alle Sezioni Unite della Cassazione. È una garanzia molto importante, di rilevanza costituzionale in quanto il magistrato, per la delicatezza dell’attività che svolge, deve essere tutelato al massimo quando viene sottoposto a procedimento disciplinare. La riforma prevede un organo ibrido che non si comprende bene cosa sia. L’Alta Corte di Giustizia è caratterizzata da una “trazione politica”: inoltre emerge un evidente problema di costituzionalità in quanto, qualora il magistrato venisse condannato in primo grado dall’Alta Corte di Giustizia, si prevede che l’appello debba essere fatto di fronte allo stesso organo senza alcuna previsione del ricorso alle sezioni unite della Corte di Cassazione. Mi ricordo un po’ del medesimo problema, quando mi sono occupato delle questioni legate alla revoca degli emolumenti dei parlamentari dei senatori: anche lì, l’Autodichia è in primo e secondo grado sostanzialmente dinanzi allo stesso organo. Questa è una cosa molto, molto grave e molto delicata sulla quale noi dobbiamo batterci perché lì sta, a mio avviso, uno degli aspetti involutivi sostanziali e fondamentali della riforma. Cioè, se noi non garantiamo il doppio grado di giudizio dinanzi a organi diversi e al di sopra delle valutazioni politiche delle parti, noi corriamo il rischio di andare verso un degrado del quale non conosciamo la fine. Questione referendum. Noi ovviamente siamo per il No deciso e rispetto a ciò la mancanza del quorum potrebbe rappresentare una garanzia importante. Io personalmente sono convinto di una cosa: in realtà, credo che sia più la società civile, quella che è qui e che è fuori, che debba, in qualche modo, contrastare questo disegno autoritario e debba andare a votare per il No. Il Sì secondo me è legato a una percentuale limitata, non dimentichiamo che il governo che millanta il favore della maggioranza dei cittadini, è stato eletto grazie anche a una legge elettorale demenziale dal 14% dei votanti, con una tensione pari al 50%… Quindi io ritengo che debba condursi una battaglia culturale e intellettuale che non coinvolga, almeno per quanto riguarda l’ANPI, soltanto il profilo tecnico (di difficile comprensione da parte della maggioranza della popolazione), ma che venga condotta come una battaglia fatta per i diritti, con parole semplici e comprensibili. Perché dietro a questa questione della separazione delle carriere vi sono in agguato tutta una serie problemi che minerebbero in maniera sostanziale la nostra libertà e la nostra Costituzione: parlo della difesa dei diritti fondamentali che attualmente vengono garantiti e che potrebbero essere compromessi. Avvocato Emilio Ricci, vicepresidente nazionale ANPI. Trascrizione della introduzione al Convegno tenutosi a Roma il 14 novembre scorso su “Separazione delle carriere e Legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” 30 dicembre 2025 > Vai alla registrazione del Convegno del 14 novembre 2025 “Separazione delle > carriere e legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” su > Radio Radicale > > Vai a Riforma costituzionale della magistratura, cronologia e materiali Per osservazioni e precisazioni sulla pubblicazione del testo di Patria Indipendente scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com
December 30, 2025
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