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Palestina: resistenza, solidarietà, coraggio, dignità
Articoli di Ilaria De Bonis, di Donata Columbro e Roberta Cavaglia , di Daniele Ratti e Massimiliano Bonvissuto, di Enrico Semprini. Con aggiornamenti e link.   Anbamed 16 gennaio e 17 gennaio: aggiornamenti sulla situazione a Gaza e in Cisgiordania; per Peace and War, Ilaria De Bonis focalizza la situazione della condizione nelle tende; Anan, Ilan e Mansour – situazione
La trasformazione della solidarietà in terrorismo
La repressione del movimento pro Palestina e contro il genocidio a Gaza cresce in tutta Europa. Nel Regno Unito, nel giugno scorso, l’associazione Palestine Action è stata definita terroristica e messa al bando e, nei mesi successivi, gli arrestati per solidarietà nei confronti dei suoi attivisti sono arrivati quasi a 2000. Non diversa è la situazione negli Stati Uniti e negli altri Paesi dell’Unione Europea, a cominciare dalla Germania e dall’Olanda. È in questo contesto che si collocano, in Italia, diverse iniziative di segno analogo, che si affiancano a pesanti interventi nel corso di manifestazioni e cortei. Tra quelle di carattere legislativo spiccano i progetti di legge di diversa provenienza che prevedono l’adozione, a tutti gli effetti, della controversa definizione operativa di antisemitismo approvata dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (è il caso del progetto di legge n. 1722/Senato, d’iniziativa del sen. Delrio e altri) o addirittura criminalizzano le “manifestazioni di antisionismo” e la “negazione del diritto all’esistenza dello Stato di Israele” (è il caso del progetto di legge n. 1627/S d’iniziativa del senatore Gasparri). Sul piano amministrativo c’è, tra le manifestazioni più recenti, il decreto di espulsione dell’imam di San Salvario di Torino Mohamed Shahin a seguito di una controversa dichiarazione sulla natura terroristica o “di resistenza” dell’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre, e, dunque, di un supposto reato di opinione, peraltro ritenuto penalmente irrilevante dalla Procura torinese. Mancava, a parte alcune vicende minori, un’iniziativa di carattere giudiziario che, puntualmente, è intervenuta nei giorni scorsi, con l’ordinanza del 26 dicembre del giudice per le indagini preliminari di Genova, che ha applicato la misura cautelare della custodia in carcere a Hannoun Mohammad Mahmoud Ahmad, responsabile dell’Associazione benefica di Solidarietà col Popolo Palestinese, e ad altri otto attivisti, a cui è stato contestato il reato di cui all’articolo 270 bis codice penale “per avere finanziato l’associazione terroristica Hamas […] consapevolmente contribuendo all’attività dell’organizzazione terroristica, sia nella componente civile che in quella militare, anche provvedendo al sostentamento dei famigliari di persone coinvolte in attentati terroristici o di detenuti per reati terroristici, così rafforzando l’intento di un numero indeterminato di componenti di Hamas di aderire alla strategia terroristica e al programma criminoso del gruppo”. Il finanziamento sarebbe avvenuto – secondo il capo di imputazione – attraverso una rete di organizzazioni aventi sede in Italia e in Turchia e avendo come beneficiarie “associazioni con sede in Gaza, nei Territori Palestinesi o in Israele, dichiarate illegali dallo Stato di Israele, perché appartenenti, controllate o comunque collegate ad Hamas”, per un importo complessivo, dal 18 ottobre 2001 ad oggi, di poco più di 7 milioni di euro (per una media di 300mila euro all’anno). Questa la struttura dell’imputazione che desta gravi perplessità e lascia intravedere nel sottostante procedimento – al di là di eventuali (e tutte da dimostrare) responsabilità individuali per fatti specifici – una ulteriore iniziativa diretta, nei fatti, a contrastare la mobilitazione in favore della Palestina in quanto tale. Diversi sono gli elementi che depongono in questo senso. Il primo dato sconcertante è l’iter del procedimento. I fatti presi in esame si collocano nel periodo compreso tra il 2001 e oggi ma le indagini nei confronti di Hannoun Mohammad Mahmoud Ahmad risalgono addirittura, al 1991 quando la Digos di Genova inoltrò alla Procura della Repubblica una informativa sui suoi contatti con Hamas (che muoveva allora i primi passi). Orbene in tutti questi 35 anni l’attività di Hannoun e dei suoi collaboratori è rimasta sostanzialmente inalterata ed è consistita nella raccolta di denaro a beneficio della resistenza del popolo palestinese, come scritto nella denominazione della società che la coordinava e come pubblicamente dichiarato in ogni occasione. Tale attività, da sempre sotto i riflettori e scandagliata in tutti i suoi aspetti, è stata ripetutamente valutata dall’autorità giudiziaria che per ben due volte (nel 2006 e nel 2010) l’ha ritenuta priva di rilievo penale sottolineando, tra l’altro, l’assoluta ovvietà della frequentazione, “da parte di militanti della causa palestinese”, di “esponenti di quello che è il più importante gruppo palestinese”. I comportamenti degli attuali imputati – a quanto emerge dalla stessa ordinanza cautelare – sono rimasti immutati negli anni successivi e la destinazione del denaro raccolto all’aiuto alla popolazione palestinese ha trovato ulteriori conferme: nonostante anni di intercettazioni e ingenti acquisizioni documentali, non sono emerse prove di finalizzazione dei fondi al finanziamento di specifici atti terroristici, mentre la modesta entità delle somme raccolte e inviate a Gaza e nei Territori occupati (300mila euro ogni anno, come si è detto) nonché la mancanza di coperture per occultarle sembra escludere in positivo un finanziamento del terrorismo (che, come l’esperienza, anche giudiziaria, insegna, si avvale di ben altre risorse e di metodi sofisticati e criptati). Né il quadro è modificato da alcune delle circostanze riferite nell’ordinanza: -i rapporti con Hamas di alcune realtà beneficiarie degli aiuti, come rilevato in passato dai giudici genovesi, sono – qualunque sia il giudizio politico ed etico su Hamas (che, almeno per me, è ampiamente negativo) – un fatto inevitabile, ieri come oggi, dato il controllo esercitato dal movimento sull’intera striscia di Gaza (addirittura in forma di governo, dopo le elezioni del 2006); -una connotazione terroristica di tali realtà è priva di riscontri all’infuori delle attestazioni delle autorità israeliane, a cui non può certo essere riservato un particolare credito, se è vero che tale qualificazione è da esse attribuita anche alle agenzie dell’Onu e alle Ong operanti sul territorio, a cominciare da Medici Senza Frontiere; -il rinvenimento di rilevanti somme in contanti nelle sedi delle associazioni facenti capo a Hannoun non è una scelta ma una necessità, avendo gli istituti bancari di riferimento, dalla fine 2023, disposto la chiusura dei relativi conti correnti a seguito delle pressioni di Israele e degli Stati Uniti (secondo una pratica diffusa che ha toccato persino la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese); -le modalità di introduzione del denaro nella Striscia di Gaza (occultato tra altre merci) non sono particolarmente significative essendo ampiamente giustificate dalla finalità di impedirne il blocco o il sequestro da parte dell’esercito israeliano; -l’aiuto a famiglie di attivisti (e magari anche di terroristi) deceduti o detenuti, lungi dall’essere di per sé un favoreggiamento del terrorismo, è una delle attività più tipiche, ove quelle famiglie versino in stato di bisogno, dell’assistenza e della solidarietà internazionale. Tutto questo dimostra un dato fondamentale: ciò che oggi è cambiato non è l’attività delle associazioni coordinate da Hannoun ma la valutazione dei giudici. E tale ribaltamento di valutazioni dipende dal clima politico-culturale che si è determinato a seguito delle posizioni assunte dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea, dall’affermarsi della forza sul diritto e dai venti di guerra che soffiano sempre più forti. L’esistenza di questo clima e l’adesione acritica al pensiero unico dominante sono, del resto esplicite nell’ordinanza cautelare fin dal capo di imputazione, dove le organizzazioni beneficiarie degli aiuti sono ritenute terroristiche non già sulla base di specifici accertamenti ma in quanto – come già si è detto – “dichiarate illegali dallo Stato di Israele, perché appartenenti, controllate o comunque collegate ad Hamas”. Questa subalternità all’impostazione israeliana percorre, poi, l’intera ordinanza: la ricostruzione della storia, del ruolo e della struttura di Hamas, effettuata nella sua parte iniziale, è condotta senza alcun rigore storico e in modo asettico, quasi in vitro, come se non si collocasse all’interno di un conflitto nel quale il popolo palestinese è vittima di un genocidio e gli atti di terrorismo intervenuti (ripetuti e gravi) sono ascrivibili, oltre che ad Hamas, ai responsabili dello Stato di Israele (come risulta non da opinabili valutazioni politiche ma dalle decisioni delle più elevate autorità giudiziarie internazionali, come la Corte penale Internazionale, la Corte Internazionale di Giustizia e la Commissione Internazionale Indipendente d’inchiesta sui territori palestinesi occupati. Ma, soprattutto, gli indizi di colpevolezza a carico di Hannoun e dei suoi coimputati sono in larga misura tratti dalla documentazione trasmessa da autorità amministrative e dall’esercito israeliano, documentazione rispetto alla quale il problema non è la possibilità tecnica di acquisizione (su cui inutilmente si sofferma l’ordinanza) ma la credibilità, siccome provenienti da autorità che si sono spinte sino negare i bombardamenti su scuole e ospedali e l’emergenza alimentare e sanitaria in atto a Gaza e a vietare l’accesso nei territori della stampa e degli osservatori dell’Onu. Una documentazione – merita aggiungere – di cui la stessa Procura di Genova, nel 2010, aveva sottolineato «la difficoltà, in alcuni casi impossibilità, di utilizzazione […] in quanto spesso raccolta nel corso di vere e proprie operazioni militari, peraltro senza l’osservanza dei principi fondamentali che regolano l’acquisizione delle prove nel nostro ordinamento». Evidente, alla luce di quanto precede, che il procedimento genovese e le sue modalità, a prescindere – lo si ripete – da eventuali responsabilità soggettive per fatti specifici, rappresentano un’ulteriore escalation nella strategia in atto, nel nostro Paese e in tutto l’Occidente, di creazione del nemico islamico, di criminalizzazione del dissenso e di abbattimento del sistema delle garanzie dello Stato di diritto. C’è di che essere preoccupati e di che riflettere aumentando la vigilanza democratica.   *LIVIO PEPINO, GIÀ MAGISTRATO E PRESIDENTE DI MAGISTRATURA DEMOCRATICA, È ATTUALMENTE PRESIDENTE DI VOLERE LA LUNA E DEL CONTROSSERVATORIO VALSUSA Redazione Italia
Notizie da Gerusalemme, da Gaza e dalla Cisgiordania, dallo Yemen… e da Genova
Il notiziario quotidiano di ANBAMED oggi riferisce che il Parlamento israeliano ha approvato una legge per l’interruzione definitiva di corrente elettrica e acqua alle sedi a Gerusalemme dell’UNRWA, che fornisce servizi a oltre 110˙000 rifugiati e gestisce due campi profughi: il campo di Shuafat e il campo di Qalandia, enti e istituzioni come l’Indian Corner Clinic all’ingresso di Bab al-Sahira e le scuole maschili e femminili di Gerusalemme, Sur Baher. ANBAMED inoltre riferisce che il consulente per i media dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi (UNRWA), Adnan Abu Hasna, ha affermato che 1,6 milioni di palestinesi nella Striscia di Gaza soffrono attualmente di livelli pericolosi o multipli di malnutrizione o insicurezza alimentare, poiché l’occupazione israeliana continua a ostacolare l’ingresso di rifornimenti umanitari essenziali per l’inverno. Il funzionario dell’UNRWA ha spiegato che il clima di bassa pressione ha causato lo sradicamento di migliaia di tende e l’allagamento di vaste aree residenziali da parte di acqua piovana e liquami e, sottolineando che la maggior parte delle cosiddette tende sono state montate alla rinfusa con pezzi di plastica e qualche pezzo di stoffa e non sono praticamente degne di essere vere tende in grado di proteggere i loro abitanti, che la gente di Gaza ha la sensazione che la guerra continui, ma in altri modi e forme, e ha affermato che il continuo deterioramento della situazione umanitaria, il numero crescente di malati e l’impossibilità di portare centinaia di tipi di generi alimentari e non alimentari, pezzi di ricambio per le stazioni fognarie e idriche, attrezzature mediche e medicinali, rappresentano inequivocabilmente della forme di ostilità bellica contro la popolazione civile. Contemporaneamente l’UNFPA / Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione ha lanciato un allarme per la situazione sanitaria in Yemen: “Sottolineando che anni di conflitto hanno portato i servizi di base del Paese sull’orlo del collasso e lasciato milioni di donne e ragazze in una situazione di estrema vulnerabilità, UNFPA ha riferito che ogni giorno in Yemen tre donne muoiono a causa di complicazioni prevenibili della gravidanza, che 6,2 milioni di donne e ragazze non hanno accesso ai servizi di protezione di base e che 7 milioni di persone in Yemen hanno urgente bisogno di supporto psicologico”. Ricordando che sono trascorsi “3 anni, 10 mesi e 5 giorni dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina”, sull’esito dei colloqui di Trump con Zelensky e Putin ANBAMED osserva che i commenti sono contrastanti e propone le analisi di Sergio Serra su un testo scritto nel 1943 da Vasilij Semënovič Grossman, un ebreo, nato in Ucraina – a Berdičev – nel 1905, che nell’agosto 1944 fu tra i primi a entrare nel campo di sterminio di Treblinka e a documentare l’olocausto. Dell’incontro di Trump con Netanyahu, ANBAMED riferisce che “non ha portato novità”: «Elogi reciproci e carinerie per coprire il vuoto di proposte concrete. Minacce a Hamas ed all’Iran condite con promesse di un futuro di pace nella regione con l’attuazione degli accordi di Abramo e tante armi da esportare alle monarchie del Golfo». Intanto * nella Striscia di Gaza proseguono le violazioni del cessate-il-fuoco da parte di Israele, “All’alba di oggi l’artiglieria ha bombardato Rafah in contemporanea con un raid aereo sulla stessa zona. L’aeronautica israeliana ha colpito il campo profughi di Maghazi, nel centro della Striscia. Carri armati israeliani hanno lanciato obici contro Deir Balah. Nel nord, aerei israeliani hanno colpito Beit Lahia”; * in Cisgiordania nella sola giornata di ieri sono stati effettuati 35 attacchi, “I più gravi sono avvenuti a Nablus, el-Bira, el-Khalil e Jenin. A Betlemme, un gruppo di coloni armati ha invaso un villaggio, devastando case e distruggendo raccolti agricoli. Hanno ridotto in fin di vita un anziano di 80 anni, Ibrahim Iybiayat, e suo nipote Mustafà di 14 anni. Come al solito, i soldati che hanno accompagnato gli aggressori non hanno mosso un dito. Nessuno di loro è stato arrestato…”; * in Italia, del proprio colloquio con lui nel carcere di Genova, gli avvocati di Mohammed Hannoun – Emanuele Tambuscio e Fabio Sommovigo – hanno riferito: “È stato molto lucido e preciso nel ricostruire tutti i passaggi dei finanziamenti e da domani cominceremo a studiarli nei dettagli. Ha sempre operato in maniera tracciabile e sempre con associazioni registrate, molte delle quali anche in Israele. Oggi chiarirà alcuni passaggi con la Gip rilasciando una dichiarazione spontanea, ma su nostro consiglio non si sottoporrà a interrogatorio, perché ancora non abbiamo ricevuto tutti gli atti depositati”. ANBAMED riferisce gli interventi del professor Montanari e del GAP / Giuristi e Avvocati per la Palestina e che a Genova, dove domani alla 1231° ora in silenzio per la pace verrà chiesto il suo rilascio , davanti al carcere dove Mohammed Hannoun è detenuto ieri si è svolta una “manifestazione di solidarietà con gli attivisti arrestati sulla base di documentazione e giurisprudenza israeliana”. ANBAMED / NL 1951 – 30 dicembre 2025 ANBAMED
Caso Hannoun: Le perplessità del CRED (Centro di Ricerca ed Elaborazione per la Democrazia)
IL CRED (Centro di Ricerca ed Elaborazione per la Democrazia) esprime forti perplessità per le misure cautelari emesse nei confronti di Mohammed Hannoun e di altri attivisti impegnati nella solidarietà con la popolazione palestinese. L’impianto accusatorio palesa un elemento di eccezionale criticità: una parte rilevante delle contestazioni si fonda su documentazione prodotta dall’esercito israeliano nel corso di operazioni militari condotte nella Striscia di Gaza. Tali materiali vengono recepiti come prove documentali senza un effettivo vaglio di terzietà, attendibilità e verificabilità. Israele non è un soggetto neutrale né una semplice “parte in conflitto”. È uno Stato attualmente sotto scrutinio per genocidio davanti alla Corte Internazionale di Giustizia e destinatario di misure provvisorie vincolanti. Questo dato giuridico non può essere ignorato nel momento in cui le sue forze armate producono materiale probatorio destinato a incidere sulla libertà personale di cittadini e residenti in Italia. Si tratta di documenti formati in un contesto radicalmente incompatibile con le garanzie del giusto processo: assenza di contraddittorio e produzione da parte di un apparato militare direttamente coinvolto in crimini oggetto di indagine internazionale. Il loro utilizzo determina un grave slittamento tra cooperazione giudiziaria e recepimento acritico di intelligence militare. Particolarmente allarmante è la qualificazione di attività di assistenza umanitaria come “finanziamento al terrorismo”, fondata sull’inclusione delle organizzazioni beneficiarie in liste predisposte da un governo straniero. In tal modo, l’etichettamento politico sostituisce l’accertamento giudiziale: se l’esercito israeliano qualifica un soggetto come “familiare di un terrorista”, tale definizione viene assunta come presupposto di reato dal giudice italiano, senza alcuna verifica autonoma. In questo quadro, l’azione penale sembra piegarsi a una rilettura unitaria di oltre vent’anni di attività, tentando di dare rilievo penale a fatti già oggetto di passate archiviazioni. L’uso di presunti “nuovi elementi” forniti dall’esercito israeliano dopo il 7 ottobre 2023 configura una sorta di “clima di emergenza interpretativa” che travolge i principi di legalità e certezza del diritto, agendo retroattivamente su condotte nate come solidarietà lecita. Ciò che si delinea è un caso paradigmatico di lawfare: l’uso del diritto penale come proiezione di una strategia politica e militare esterna, in cui l’intelligence di uno Stato accusato di genocidio finisce per orientare le valutazioni di un tribunale della Repubblica Italiana. È un corto circuito istituzionale che compromette la sovranità della funzione giurisdizionale. Il CRED richiama la magistratura al rispetto rigoroso dei principi di autonomia e indipendenza. L’accertamento penale non può fondarsi su prove prodotte da un apparato militare in guerra, né su etichette politiche. In gioco non vi è soltanto la posizione degli indagati, ma la tenuta dello Stato di diritto e il confine, sempre più fragile, tra giustizia e guerra giuridica. articolo originale: https://www.anbamed.it/2025/12/28/caso-hannoun-le-perplessita-del-cred-centro-di-ricerca-ed-elaborazione-per-la-democrazia/ ANBAMED
Tomaso Montanari: “Chi ha manifestato contro il genocidio a Gaza non deve chiedere scusa”
Riportiamo la dichiarazione di Tomaso Montanari sulla strumentalizzazione del caso Hannoun. “Anche se esistesse davvero una rete italiana di finanziamento ad Hamas (e lo si dovrà dimostrare in tribunale, e non certo basandosi sui “dati” forniti dai servizi segreti dello Stato genocida di Israele…), davvero nessuno di coloro che hanno manifestato contro il genocidio di Gaza dovrebbe «chiedere scusa», come invece ciancia il solito funesto ciarlatano iracondo di Matteo Salvini. Quelle manifestazioni non erano per Hamas, ma per la sopravvivenza e l’autodeterminazione del popolo Palestinese (che, tra l’altro, paga tutti interi anche i danni prodotti dalle condotte criminali di Hamas). Quando la Procura nazionale antimafia e antiterrorismo specifica che l’inchiesta non toglie nulla all’enormità dei crimini del governo israeliano, sul quale pendono mandati di cattura internazionali, lo fa cercando di prevenire l’oscena, prevedibile (e puntualmente verificatasi) strumentalizzazione politica (di destra e purtroppo non solo…) degli atti (almeno in parte dovuti) della magistratura. Non è solo un problema della politica: lo spazio dedicato dai media italiani a questa inchiesta è incredibilmente sproporzionato rispetto a quello dedicato ai crimini dei vertici dello Stato di Israele, in ogni caso incomparabilmente più grandi di quelli di Hamas. E i toni sono incomparabilmente più duri: il terrorismo di Israele va benissimo, perché è fatto nel nostro interesse. I morti non sono tutti uguali, siamo ancora e sempre in piena mentalità coloniale e suprematista. Per i nostri media mainstream, i palestinesi sono umani di serie b (quando sono considerati umani…). Anche io sono stato presentato a Mohammad Hannoun, in un evento pubblico con migliaia di persone presenti: e allora? Gli attacchi a Laura Boldrini, a Francesca Albanese e ad altre personalità pubbliche che compaiono in fotografie con lui sono spregevoli e fondati sul nulla. E spesso sono scagliati da persone che si vantano dei loro ritratti in compagnia di Netanyahu (e magari di Bolsonaro, di Putin, o di Trump): i cui crimini (al contrario di quelli presunti di Hannoun) sono certi, e noti a tutti”. Redazione Italia