Honduras: un golpe sotto l’albero di Natale
Quale miglior data per l’ultimo atto del golpe elettorale che la vigilia di
Natale? In Honduras, i poteri forti non stanno con le mani in mano e, lungi dal
partecipare alla messa di mezzanotte da bravi cattolici, cospirano contro la
democrazia. Ancora una volta, i fatti smentiscono il vecchio adagio per cui “a
Natale siamo tutti più buoni”.
Dopo 24 giorni dalle elezioni nel Paese centro-americano, il Consiglio Nazionale
Elettorale (CNE) ha appena proclamato vincitore delle elezioni
presidenziali Nasry Asfura, candidato del Partido Nacional sponsorizzato da
Donald Trump.
La proclamazione è stata fatta da un CNE totalmente delegittimato a maggioranza
(non all’unanimità), dato che uno dei suoi 3 membri, Marlon Ochoa,
rappresentante del governante partito LIBRE, si è rifiutato di firmare il
verbale di proclamazione. Prima del voto finale, Ochoa ha abbandonato la
sessione del CNE nella quale aveva esposto punto per punto le incongruenze e
falsificazioni del conteggio elettorale: caduta del segnale internet,
interruzioni per giorni e giorni del conteggio, manipolazione del “codice
sorgente” del programma di trasmissione dati, ingerenza della criminalità
organizzata, e un lungo etc. di “anomalie” e corrispondenti denunce. Ochoa aveva
anche ricordato che solo nel 30% dei seggi (5690) c’è stata coincidenza tra il
rilevamento biometrico e i verbali redatti, mentre nei restanti 13.135 erano
palesi le difformità.
Tra le altre “anomalie” del processo elettorale, salta agli occhi che la
proclamazione sia avvenuta senza che fosse concluso il conteggio di migliaia di
voti contestati, sia per non avere riscontro biometrico, che per la incongruenza
nei dati numerici ed altro. A giudizio di Ochoa, la proclamazione di Asfura
manca di validità legale, sia nella forma che nel contenuto, visto che
l’organismo deve prima esaminare i verbali contestati e finire lo scrutinio. Uno
scrutinio iniziato con un ritardo di 5 giorni, tra le denunce degli altri 2
candidati alla Presidenza, Salvador Nasralla (Partito Liberale) e Rixi Moncada
(Libre) e delle mobilitazioni di piazza di entrambi i partiti.
Ochoa ha inoltre depositato una denuncia penale alla giustizia honduregna per
investigare possibili “reati elettorali”.
Le reazioni nel Paese
Nasralla, che secondo il conteggio “ufficiale” era a poche migliaia di voti di
distanza quando è stato interrotto, non ha fatto sconti: “In Honduras non
governerà Nasry Asfura, ma la criminalità organizzata diretta da Juan Orlando
Hernández”. Quest’ultimo è l’ex-Presidente (dello stesso Partido Nacional di
Asfura) che scontava 45 anni di carcere negli USA per narcotraffico, indultato
da Trump alla vigilia delle elezioni. “Stanno impedendo il conteggio dei voti”,
aveva affermato Nasralla, aggiungendo che non avrebbe accettato alcun risultato
proclamato senza revisionare tutta la documentazione ed il riconteggio di tutte
le schede elettorali. Nasralla ha messo in dubbio sia i risultati delle elezioni
presidenziali, che quelle di deputati e sindaci. Tra le altre irregolarità, ha
citato l’interruzione a singhiozzo della trasmissione dei dati, l’uso di schede
elettorali di dimensioni diverse ed altre arbitrarietà commesse da membri del
Partito Nazionale. Azioni che, a suo avviso, hanno compromesso la credibilità
dell’organo elettorale con “risultati totalmente falsi”.
Da parte sua, Rixi Moncada, candidata del governante Partito Libre, in un
messaggio diffuso su X, ha detto che “In Honduras, il CNE, seguendo le
istruzioni dell’impero, ha ucciso la nostra democrazia nascente, ma il nostro
popolo non è ingenuo: la proclamazione del “presidente eletto” è una frode e
un’imposizione straniera”. “I popoli civilizzati del mondo devono sapere che il
presidente eletto è uno degli imprenditori che hanno chiesto l’intervento di
Donald Trump” ha continuato. “Nel periodo di obbligatorio silenzio elettorale,
hanno pagato l’invio massiccio di messaggi minacciosi contro gli elettori che
ricevono rimesse, con l’unico intento di distorcere la volontà popolare”, ha
scritto la candidata di Libre.
Al coro pro-Nasfura, non poteva mancare la voce dei padroni. “L’Honduras sta
attraversando una profonda crisi post-elettorale che ha messo alla prova la
solidità della sua democrazia e delle sue istituzioni”, ha avvertito Anabel
Gallardo, presidente del Consiglio honduregno delle imprese private (Cohep),
riferendosi al clima elettorale a 24 giorni dallo svolgimento delle elezioni
generali. Gallardo ha difeso a spada tratta le due consigliere golpiste del CNE,
Cossette López e Ana Paola Hall. “Il loro operato è stato caratterizzato da
coraggio, integrità morale, impegno patriottico e un forte senso democratico”,
ha affermato Gallardo.
In un clima di crescente tensione e di conflitto istituzionale, il presidente
del Parlamento, Luis Redondo, ha appena qualificato la proclamazione di Asfura
come un “tradimento alla Patria”, rifiutandosi di riconoscerlo come Presidente
eletto. Una dichiarazione che lascia aperta la strada ad una crisi istituzionale
di cui, al momento, non si vede lo sbocco.
L’ingerenza a stelle e a strisce
Tra le reazioni internazionali degne di nota, quella del Segretario di
Stato, Marco Rubio, il falco anti-cubano, anti-chavista e anticomunista della
Casabianca. “Il popolo dell’Honduras ha espresso il proprio verdetto: Nasry
Asfura è il prossimo presidente dell’Honduras. Gli Stati Uniti si congratulano
con il presidente eletto e auspicano di poter collaborare con la sua
amministrazione per promuovere la prosperità e la sicurezza nel nostro
emisfero”. Una “sicurezza emisferica” che, nella concezione monroista del
Dipartimento di Stato coincide con la “sicurezza nazionale” degli Usa.
Dapprima Trump aveva minacciato sanzioni all’Honduras (oltre a rimandare
indietro le migliaia di migranti) se il “suo candidato” non avesse vinto. Dopo
che le azioni golpiste erano state denunciate, prima della scadenza elettorale,
con la divulgazione di 26 intercettazioni telefoniche che ne evidenziavano la
strategia, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti aveva espresso la sua
“profonda preoccupazione per le azioni di alcuni partiti e candidati che
continuano a perturbare il processo elettorale honduregno”. Anche qui, il bue
dice cornuto all’asino: i principali organizzatori del golpe elettorale
dichiaravano quindi che “Chiunque ostacoli o tenti di ritardare il lavoro del
CNE dovrà affrontare delle conseguenze. Il popolo honduregno ha aspettato troppo
a lungo. Merita un processo tempestivo, trasparente e credibile”. Della serie:
si fa come diciamo noi e chiunque si frapponga dovrà vedersela con l’impero.
Il bastone Usa senza la carota.
Rimane incerta la posizione delle gerarchie militari, protagoniste del golpe
civile-militare contro Mel Zelaya del 2009. A scanso di equivoci, poche ore
prima della proclamazione di Asfura, il capo di Stato Maggiore delle forze
armate dell’Honduras, il generale di brigata Héctor Benjamín Valerio Ardón, si
era riunito con il capo delle truppe degli Stati Uniti in Honduras, il
colonnello statunitense Victor Allan Kent. Secondo una nota stampa, “i due
leader militari hanno scambiato opinioni su questioni di interesse bilaterale, e
rafforzato i legami di cooperazione e fiducia tra le istituzioni militari
dell’Honduras e degli Stati Uniti, nel quadro della sicurezza emisferica e
dell’impegno condiviso per la pace e la stabilità regionale” [i].
Prima della proclamazione di Nasfura, con un comunicato di Marco Rubio, il
Dipartimento di Stato Usa ha imposto restrizioni sui visti a Mario Morazán,
magistrato titolare del Tribunale elettorale (TJE), e a Marlon Ochoa,
consigliere del Consiglio nazionale elettorale (CNE). L’accusa è di “aver minato
la democrazia ed impedito lo scrutinio dei voti” nel Paese centroamericano. “Gli
Stati Uniti non tollereranno azioni che minino la nostra sicurezza nazionale e
la stabilità della nostra regione. Prenderemo in considerazione tutte le misure
appropriate per dissuadere coloro che ostacolano il conteggio dei voti in
Honduras”, ha concluso. Il visto di entrata è stato negato anche al presidente
del Parlamento honduregno, Luis Redondo, per “aver minato la democrazia”.
Altre reazioni internazionali
Sul versante del fascismo internazionale, si è pronunciato anche il
cosiddetto Foro di Madrid, un’alleanza politica internazionale delle destre,
lanciata nel 2020 dalla Fondazione Disenso, il centro studi legato al partito
politico spagnolo Vox. Il Foro attacca il candidato del Partito Liberale,
Salvador Nasralla, definito “ex vicepresidente alleato degli Zelaya” e “agente
destabilizzatore”. In perfetto stile neocoloniale, l’organizzazione a guida
spagnola esige che “Mel Zelaya accetti la sua schiacciante sconfitta e taccia”.
Nella narrazione del “mondo al rovescio”, il Foro sostiene che “il golpista
consumato Mel Zelaya intende compiere un nuovo colpo di Stato, come quello del
2009, approfittando delle falle del software elettorale acquistato dal Consiglio
Nazionale Elettorale (CNE) dell’Honduras”. “Su ordine di Maduro, Zelaya vuole
approfittare della differenza di voti tra Nasry Asfura e Salvador Nasralla per
destabilizzare il Paese”, afferma il Foro nel suo farneticante e aggressivo
comunicato.
Tra coloro che si sono congratulati con Nasfura, oltre ai governi di Argentina e
Perù, c’è stato il governo cileno di Gabriel Boric, che ha immediatamente
accettato i dati “ufficiali”, nonostante le denunce nazionali ed internazionali
sulla mancata trasparenza del processo. Il governo cileno ha assicurato che
rispetta la decisione del CNE: “Garantisce la certezza giuridica del processo
elettorale”, ha affermato il Ministero degli Esteri, facendo riferimento alle
relazioni dell’OEA e dell’UE. Un atteggiamento molto diverso da quello
utilizzato nei confronti delle elezioni presidenziali in Venezuela del 2024,
quando chiese il riconteggio di tutti i voti, rifiutandosi di riconoscere
l’elezione di Maduro. Una posizione che ha trovato d’accordo anche il prossimo
presidente cileno, il pinochetista José Antonio Kast, che ha mandato le proprie
congratulazioni ad Asfura.
Hanno brillato per il loro silenzio complice la missione della OEA e quella
della UE che, a parte il rosario di parole retoriche, ipocritamente si sono
limitati a chiedere al CNE di “accelerare lo scrutinio, rispettando la volontà
del popolo honduregno”. Una posizione degna delle famose tre scimmiette, “non
vedo, non sento, non parlo”.
Conclusioni?
Lungi dal concludersi, la vicenda del golpe elettorale apre scenari incerti, sia
in termini istituzionali, che nella vita quotidiana di milioni di honduregni-e,
nonché sul versante internazionale. Oltre alle mobilitazioni di piazza nel
Paese, c’è bisogno di un accompagnamento internazionale contro il golpe
elettorale, per il rispetto della Costituzione e della normativa elettorale.
Ciò che succede in Honduras ha effetto sul resto del continente la cui svolta a
destra marca la controffensiva statunitense contro i governi “progressisti”: una
vera e propria “rivoluzione conservatrice” e reazionaria a guida Trump.
Honduras: un golpe sotto l’albero di Natale | Il blog di Marco Consolo
[i] https://www.latribuna.hn/2025/12/23/jefe-del-emc-de-las-ffaa-se-reune-con-titular-del-grupo-militar-de-eeuu-en-honduras/
Redazione Italia