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UNA PROPOSTA CHIARA – Sulle iniziative a Viterbo degli scorsi 7 e 8 febbraio
Da https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/03/06/una-proposta-chiara-sul-convegno-di-viterbo-del-7-e-8-febbraio/ UNA PROPOSTA CHIARA Sulle iniziative di Viterbo del 7 e 8 febbraio Sabato 7 e domenica 8 febbraio si sono tenute due giornate di mobilitazione e di approfondimento contro la guerra in tutte le sue espressioni, su tutti i fronti, compreso quello interno della repressione. Il 7 febbraio più di 150 persone sono scese in piazza a Viterbo per una manifestazione dai contenuti radicali che ha indicato come sia possibile e necessario tenere assieme il tema della guerra con quello della repressione: con la resistenza palestinese, per il disfattismo rivoluzionario nella guerra fra NATO e Russia in Ucraina, contro la repressione quale espressione delle politiche di guerra sul fronte interno, contro il 41-bis come carcere di guerra e in solidarietà con Alfredo Cospito. Un’operazione sicuramente ambiziosa, vista la complessità dei contenuti trattati. Non solo nel contesto di calo della mobilitazione a sostegno della popolazione palestinese a seguito del cosiddetto “cessate il fuoco” (ovvero della prosecuzione del genocidio con altri mezzi, durante il quale ci sono già stati oltre un migliaio di morti), peraltro scendendo in piazza con posizioni radicali che rivendicavano la natura rivoluzionaria degli eventi del 7 ottobre 2023, ma anche prendendo posizione su un conflitto ben diverso, come quello NATO-Russia, dove, se non intendiamo farci arruolare in nessuna delle due fazioni capitaliste in guerra, assumiamo l’unica posizione possibile per dei rivoluzionari coerenti: dare addosso alla nostra. E ancora, collegando a questi argomenti il tema della repressione, essa stessa espressione delle politiche di guerra, come manifestazione della guerra nel fronte interno, la guerra che lo Stato porta avanti contro la nostra classe. Una serie di passaggi, sicuramente logici, come abbiamo indicato nel corso dei numerosi interventi che si sono succeduti, ma certamente non così popolari come la mera presa di posizione dal carattere umanitaristico a sostegno di una popolazione sottoposta a sterminio e vittimizzata. Se a questo quadro di clima politico aggiungiamo le condizioni climatiche in senso stretto, con i compagni e le compagne sferzati da condizioni meteorologiche a tratti proibitive, il livello della partecipazione è stato buono. Il corteo è passato davanti all’università, dove sono state ricordate le complicità con l’apparato militare e col genocidio in Palestina, per poi snodarsi per le vie del centro storico, con diversi interventi che hanno comunicato le ragioni della manifestazione nelle varie piazze in cui si è sostati. Significativo che sia finalmente tornato ad attraversare le strade uno spezzone con decine di compagni, anarchici e non solo, che gridava “Fuori Alfredo Cospito dal 41-bis”, dopo l’importante mobilitazione del 2022-’23 e a pochi mesi dal possibile rinnovo della misura (la scadenza del primo ciclo di quattro anni sarà a maggio). Ciò con un certo dispiacere per reazionari e benpensanti. E infatti sin dall’indomani mattina stampa e apparato politico di centrodestra, prevalentemente locale, gridava allo scandalo per la “convergenza di anarchici e propal” che hanno deciso di unire le lotte per liberare Cospito e Hannoun. In un qualche modo comprendendo, sia pure riportato in uno spartito scandalistico e confusionistico, il senso di fondo di questa manifestazione: la natura sostanzialmente unitaria della dinamica guerra-repressione e la necessità di unire le lotte di chi vi si oppone. Domenica 8 febbraio un ricchissimo convegno militante ha approfondito quegli stessi argomenti. Un convegno che probabilmente si è dimostrato tanto più ricco proprio perché animato da compagni e compagne, senza il bisogno di dare la parola ai professori, agli esperti e ai “tecnici” della materia trattata. Le relazioni sono state profuse da militanti che provengono dalle lotte, riuscendo a coniugare con una certa naturalezza (come dovrebbe essere) la concretezza che proviene dal conflitto di classe con un elevato livello di approfondimento teorico, analitico e finanche “tecnico” (senza scadere in tecnicismi). Abbiamo già pubblicato i contributi giunti dalle carceri italiane, da parte di Juan Sorroche e Anna Beniamino, e i saluti giunti dall’Irlanda da parte di Acton for Palestine Ireland. Nelle prossime settimane pubblicheremo altri materiali, raggruppandoli in base al loro contenuto e alla disponibilità. A questo link (in aggiornamento) si possono leggere i testi e ascoltare gli audio degli interventi: https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/02/26/sabotiamo-la-guerra-e-la-repressione-7-8-viterbo/ Dal punto di vista della partecipazione, al convegno sono intervenute un centinaio di persone. Si può quindi ritenere che nelle due giornate le nostre iniziative siano state attraversate da circa 200 tra compagni e osservatori. Una dimostrazione che la nostra iniziativa abbia colto nel segno la possiamo dedurre dalla campagna mediatica che settimane dopo si è scatenata contro di essa. A differenza degli articoli usciti all’indomani del corteo si è trattato, questa volta, di una provocazione programmata a tavolino e con un’ambizione di eco nazionale. E infatti venerdì 20 febbraio – ben due settimane dopo le nostre manifestazioni viterbesi – la prima pagina del quotidiano “Il Tempo” apriva col titolo allarmistico: “Chiamata alle armi – Attacco allo Stato”. Il riferimento è alla lettera che Anna Beniamino ci ha inviato dal carcere di Rebibbia come contributo al convegno. Nonostante le settimane impiegate per ordire la provocazione, il quotidiano romano diretto da Daniele Capezzone non ha potuto citare niente di più pericoloso da quel testo che espressioni come “lotta alla repressione” e “gentaglia al governo”. Contenuti sui quali l’indomani il giornalaccio dell’onorevole Angelucci – organo di stampa che soventemente fa da ventriloquo delle fazioni di estrema destra dei servizi segreti italiani – continuava a ricamare con un’intervista al sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro, così da occupare per un’altra mattina le prime pagine su questa vicenda. Alla domanda su come evitare che fatti così gravi potessero ripetersi – cioè che un prigioniero osasse scrivere “lotta alla repressione” e “gentaglia al governo” – Delmastro rispondeva: “implementando le misure carcerarie per questo tipo di persone, inserendole nei circuiti giusti al fine di renderle inoffensive”. Un suggerimento esplicito di trasferimento in 41 bis, o forse un’anticipazione di una ristrutturazione generale dei circuiti differenziati. Conosciamo bene il personaggio. È lo stesso che tre anni fa, mentre il governo cercava disperatamente un modo per arginare la mobilitazione a fianco dello sciopero della fame di Alfredo Cospito (e l’ampia simpatia che suscitava nella popolazione), prima faceva trasferire Alfredo in una diversa sezione, con la sola compagnia di tre persone condannate come boss della criminalità organizzata, e poi imbastiva il teorema della “alleanza tra Cospito e la mafia”, tutto basato su generiche frasi di incoraggiamento rivolte ad Alfredo dagli altri detenuti. Ovvero… le uniche persone che il compagno poteva vedere a parte le guardie! Una spregevole manovra spettacolare che, se a suo tempo ha permesso al governo di contrattaccare sul piano mediatico, è costata a Delmastro una condanna a 8 mesi per rivelazione di segreto d’ufficio. Oggi come allora Delmastro mette in campo una strategia della confusione, fondamentalmente perché debole sul terreno delle ragioni. Se è vero che non c’è un pericolo fascista in questo periodo storico, ma una svolta autoritaria di diversa natura connessa con la tendenza alla guerra, ciò non toglie che certi personaggi davvero sono usciti dalle fogne del neofascismo. Lo sono da un punto di vista biografico e come caratura morale. La menzogna, la congiura e il manganello sono nella loro cassetta degli attrezzi. Nel mentre rinnoviamo la nostra solidarietà alla compagna, osserviamo che questo tipo di reazioni isteriche sono un segno di debolezza piuttosto che di forza da parte dello Stato. Se si sente “sotto attacco” (come ha titolato “Il Tempo”) per via di un convegno è perché evidentemente barcolla. D’altronde, cari signori, in questo pasticcio vi ci siete infilati da soli. Le convergenze e le saldature che evocate con orrore sono quelle che avete creato con le vostre politiche. Uno Stato che estende sempre di più la legislazione antiterrorismo contro le lotte sociali è uno Stato che in un certo senso aiuta i rivoluzionari a uscire dall’isolamento. Se la DNAA si presta a ogni tipo di iniziativa repressiva, anche sperimentale – dal 41 bis utilizzato contro i rivoluzionari alle inchieste per la redazione di un giornale, fino agli arresti di palestinesi su espressa indicazione di Israele – è proprio essa che sta costruendo la saldatura di un fronte contro se stessa. E ancora, la stampa dabbene si lamenta della pericolosità per lorsignori della divulgazione delle idee anarchiche, ma è proprio l’aver messo Cospito in 41-bis ad aver fornito agli anarchici una tribuna con un’eco senza precedenti. E potremmo continuare. Difficilmente si potrebbe fare diversamente, in quanto il precipitare della contraddizioni internazionali in una Grande Guerra – di cui gli eventi delle ultime ore, a seguito dell’attacco sionista e statunitense all’Iran, sono un potente acceleratore – sarà sempre più accompagnato dalla stretta repressiva, non solo per i fatti ma anche per le idee: d’altronde la censura è un classico di guerra. Ma questa contraddizione di sistema indica anche la strada per chi vuole abbatterlo: inserire la resistenza contro la repressione dentro una cornice di opposizione internazionalista alla guerra, perché la repressione altro non è che l’espressione della guerra sul fronte interno. In conclusione, anche questi attacchi sguaiati sono il segno del discreto successo della nostra iniziativa. Che il messaggio che abbiamo voluto lanciare sia risultato indigesto per chi ci governa indica semmai che siamo sulla strada giusta. D’altro canto, parliamo di una classe dirigente – politici, giornalisti, magistrati – che è infangata di fronte alla storia come complice di un genocidio. E che non può davvero permettersi di darci lezioni morali. Assemblea Sabotiamo la Guerra Rete dei comitati e collettivi di lotta
March 6, 2026
il Rovescio
[it, ru] La diserzione in Ucraina non si arresta – Intervento di “Assembly” al convegno di Viterbo dello scorso 8 febbraio
Riprendiamo da https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/03/03/il-rifiuto-della-guerra-in-ucraina-tra-diserzioni-attacchi-ai-reclutatori-e-solidarieta-diffusa/ Qui alcuni interventi precedenti di “Assembly” già usciti sul giornale “disfare” utili a contestualizzare la situazione: https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/files/2026/03/assembly_disfare-2.pdf IL RIFIUTO DELLA GUERRA IN UCRAINA, TRA DISERZIONI, ATTACCHI AI RECLUTATORI E SOLIDARIETÀ DIFFUSA   Buongiorno a tutti, cari compagni! * Abbiamo iniziato quest’anno in un momento interessante. L’esercito ucraino si sta sciogliendo sotto i nostri occhi. Come ha dichiarato questa settimana Alina Mikhailova del Consiglio comunale di Kiev, dei 30.000 mobilitati ogni mese, 20.000 finiscono in SZČ (abbandono non autorizzato del servizio) e solo 10.000, «storti e malandati», non riescono a «scappare oltre la recinzione» e restano nell’esercito. Inoltre, alcuni giorni fa, il capo della Polizia nazionale Ivan Vygovskij ha riconosciuto «la riluttanza della maggioranza ad arruolarsi nell’esercito» e l’aumento dei casi di resistenza ai reclutatori. Ha anche affermato che «quasi ogni giorno si registrano episodi di aggressione contro i militari dei centri di reclutamento». * Cosa dire, se persino il giornale del Partito Democratico degli Stati Uniti scrive che «i sondaggi mostrano una crescente disponibilità a concessioni territoriali tra una popolazione stanca della guerra, a condizione che all’Ucraina vengano fornite garanzie di sicurezza affidabili» e che «ciò rappresenta un notevole cambiamento nella coscienza della popolazione ucraina stanca della guerra» * https://www.nytimes.com/2026/02/04/world/europe/ukraine-russia-war-donbas-region.html * Questo significa che siamo sull’orlo di una rivoluzione sociale? No, non lo significa. Per ora la classe lavoratrice dell’Ucraina e della Russia è ancora molto più disposta ad andare al macello che anche solo a unirsi minimamente nella lotta per i propri interessi immediati. Non esiste alcuna situazione rivoluzionaria nemmeno all’orizzonte, e persino il crollo del fronte ucraino — che potrebbe rappresentare il modo più semplice per restituire a tutti la libertà di movimento e la possibilità di scegliere il luogo dove stare — continua a essere rinviato a un futuro indefinito. Al posto di coloro che sono fuggiti o sono finiti in prigione, lo Stato ne cattura di nuovi, e non se ne vede la fine. * Alla generazione precedente, finita nelle trincee della guerra di posizione, sono bastati appena tre anni dall’inizio per realizzare la Rivoluzione di Febbraio attraverso lo sciopero generale e la conquista della capitale da parte dei soldati rivoltosi, nonché per minare la posizione di Kerenskij, che insisteva sulla prosecuzione della guerra. A ciò non impedirono né l’assenza di Internet, né l’analfabetismo della maggior parte della popolazione, né il sostegno alla continuazione della guerra da parte degli alleati della triplice intesa. * In queste condizioni vediamo il momento ideale per sviluppare forme di mutuo aiuto orizzontale nella questione oggi più urgente: come uscire dal più grande campo di concentramento del mondo. Una delle principali scoperte dello scorso anno è stata l’iniziativa «La solidarietà è la via», lanciata un paio di mesi fa e ispirata dai nostri reportage e dalle interviste con ucraini che sono riusciti a fuggire all’estero attraversando montagne e fiumi. Per saperne di più, potete visitare il sito: https://solidarityactivities.noblogs.org * Come noi, questa rete non si identifica formalmente con l’anarchismo, che in Ucraina ha ormai praticamente smesso di significare qualcosa, così come le parole «socialismo», «comunismo», «fascismo», «antifascismo» e così via. Vale a dire,che il nostro rifiuto di questa etichetta (senza modificare la nostra linea editoriale) è legato alla totale assenza di qualsiasi attività antimilitarista da parte di coloro che in Russia si definiscono anarchici internazionalisti. Come si suol dire, a questo gioco si gioca in due. Se per loro il mantenimento di tale auto-identificazione sembra essere un modo per risolvere problemi psicologici personali, noi non abbiamo tali esigenze. Preferiamo quindi unirci attorno a cause e pratiche comuni, piuttosto che a parole. * Un altro motivo per cui è così importante creare reti di questo tipo è che oggi, su entrambi i lati della linea di demarcazione che divide la nostra regione slobožana (Il territorio, che era al confine sudoccidentale del Regno russo, corrisponde all’intero oblast’ di Kharkiv e parzialmente agli oblast’ ucraini di Sumy, Donec’k e Luhansk, e agli oblast’ russi di Kursk e Voronež), l’attivismo di strada della sinistra internazionalista è praticamente impossibile. L’esempio più vicino a Kharkiv di cui siamo a conoscenza è l’Organizzazione dei marxisti di Voronež * (https://t.me/communistvrn/369),a quasi 700 km dalla nostra città. Questo è il risultato della fuga massiccia di molte persone attive e dell’inasprimento dei controlli su quelle rimaste. Tuttavia, ciò non significa che la situazione non possa cambiare improvvisamente. Costruendo ora queste reti, saremo pronti alle opportunità che si apriranno e potremo mobilitarci rapidamente per agire in nuove condizioni. * In sostanza, è più o meno così come stanno le cose. Grazie per l’invito, seguite i nostri aggiornamenti su https://libcom.org/tags/assemblyorgua e scriveteci se avete bisogno di qualcosa! * -------------------------------------------------------------------------------- * Всем доброго времени суток, уважаемые товарищи! Начало этого года мы встретили в интересный момент. Украинская армия тает на глазах. Как сказала на этой неделе Алина Михайлова из Киевсовета, из 30 тыс. ежемесячно мобилизованных 20 тысяч уходят в СЗЧ и только 10 тысяч «кривых и косых» не могут «убежать за забор» и остаются в армии. Также несколько дней назад глава Нацполиции Иван Выговский признал «нежелание большинства идти в армию» и рост числа случаев сопротивления людоловам. И что «почти ежедневно есть факты нападения на военнослужащих центров комплектования». Что говорить, если даже газета Демпартии США пишет, что «опросы показывают растущую готовность к территориальным уступкам среди уставшего от войны населения при условии предоставления Украине надежных гарантий безопасности» и что «это представляет собой заметный сдвиг в сознании уставшего от войны украинского населения» (https://www.nytimes.com/2026/02/04/world/europe/ukraine-russia-war donbas-region.html) Значит ли это, что мы на пороге социальной революции? Нет, не значит. Пока что трудящиеся Украины и России всё еще готовы шагать на убой гораздо больше, чем даже минимально объединяться в борьбе за самые насущные интересы. Революционной ситуации нет даже на горизонте, и даже обрушение украинского фронта (которое могло бы стать самым простым способом для всех вернуть себе свободу передвижения и выбора места проживания) всё сдвигается куда-то вдаль. На смену сбежавшим и посаженным в тюрьмы государство отлавливает новых, и конца-края этому не видно. Предыдущему поколению, попавшему в окопы позиционной мясорубки, трех лет с момента её начала оказалось достаточно, чтобы совершить Февральскую революцию посредством всеобщей забастовки и захвата столицы восставшими солдатами, а также расшатать кресло под требовавшим воевать дальше Керенским. Не помешали ни отсутствие интернета, ни неграмотность большей части населения, ни поддержка продолжения войны союзниками по Антанте. В этих условиях мы видим идеальное время для развития горизонтальной взаимопомощи в наиболее остром на данный момент вопросе – как покинуть крупнейший в мире коцлагерь. Одним из главных открытий прошлого года стала появившаяся пару месяцев назад инициатива «Солидарность это путь», вдохновленная нашими репортами и интервью с вышедшими за границу через горы и реки украинцами. Больше о ней вы можете узнать на сайте: https://solidarityactivities.noblogs.org/ Как и мы, эта сеть формально не причисляет себя к анархизму, который в Украине практически перестал уже что-то означать, как и слова «социализм», «коммунизм», «фашизм», «антифашизм» и пр. Не в последнюю очередь наш отказ от этого ярлыка (без изменения редакционной политики) связан с полным отсутствием какой-то либо антивоенной деятельности со стороны тех, кто причисляет себя к анархистам-интернационалистам в России. Как говорится, в эту игру нужно играть вдвоем. Если для них поддержание такой самоидентификации, похоже, является способом решения каких-то личных психологических проблем, то мы таких потребностей не имеем. Поэтому предпочитаем объединяться вокруг общих дел, а не общих слов. Еще одна причина, почему так важно создание таких сетей – если сейчас с обеих сторон нашего разделенного линией фронта Слобожанского региона практически невозможен уличный активизм для интернационалистских левых (ближайший к Харькову примеру, о котором мы знаем – это Организация воронежских марксистов: https://t.me/communistvrn/369, почти 700 км от нашего города) из-за массового выезда одних активных людей и ужесточения контроля за оставшимися, это не значит, что ситуация не способна внезапно измениться. Таким образом мы будем готовы к открывшимся возможностям и сможем оперативно мобилизоваться для действий в новых условиях. В общем, как-то так. Спасибо вам за приглашение, следите за нашими обновлениями на
March 6, 2026
il Rovescio
Futuro anteriore. Note sulla «non-sottomissione»
Pubblichiamo questo intervento per il convegno di Viterbo dello scorso 8 febbraio, pubblicato anche sul quarto numero di “disfare – per la lotta contro il mondo-guerra”. Anche all’indirizzo https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/03/03/futuro-anteriore-note-sulla-non-sottomissione/ Qui il pdf: Futuro anteriore.   Futuro anteriore. Note sulla «non-sottomissione»   Il primo a chiamarla così, mutuando l’espressione dagli antimilitaristi della penisola iberica, fu, credo, Agostino Manni. In genere la si definiva «obiezione totale», a indicare il rifiuto sia del servizio militare sia di quello civile sostitutivo. «Non-sottomissione» chiariva meglio che non si trattava di un’obiezione di coscienza più “completa” di quella prevista dalla legge, ma di un’insubordinazione a un ordine dello Stato. Quelle componenti pacifiste, non-violente, cristiane che si rifiutavano di indossare una divisa e di impugnare un fucile furono in genere “soddisfatte” dall’introduzione, nel 1972, del diritto all’obiezione di coscienza. A quel punto per alcuni di loro la battaglia continuò sotto forma di auto-riduzione del servizio civile (che durava venti mesi contro i dodici di quello militare) e di rifiuto del «congedo militare» al termine del servizio civile. Il «sacro dovere di difendere la Patria» (art. 52 della Costituzione) non veniva messo in discussione. Solo si voleva compierlo senza armi. Il nostro, invece, era l’antimilitarismo dei «senzapatria» (come infatti si chiamava il bimestrale fondato nel 1978), perché «quando lo Stato si prepara ad assassinare si fa chiamare patria». La non-sottomissione agli obblighi di leva prevedeva il carcere militare (di tali strutture in Italia ce n’erano, se non ricordo male, sette). Trascorso l’anno di carcere – a cui spesso si aggiungeva qualche mese supplementare per il rifiuto di tagliarsi i capelli, mettersi sull’attenti o fare il «cubo», cioè ripiegare lenzuola e coperte come in caserma), la Patria non era soddisfatta. Se il tribunale militare non riconosceva le ragioni dell’obiezione, e la condanna veniva emessa per «mancanza alla chiamata» o per «diserzione», scontato l’anno di carcere arrivava di nuovo la cartolina-precetto. In caso di ulteriore rifiuto, si aprivano di nuovo le porte della prigione militare, a meno che lo Stato non trovasse qualche pretesto per “congedare” l’antimilitarista – come è successo a qualche compagno. Altrimenti, per legge la spirale cartolina-rifiuto-carcere-cartolina poteva continuare fino al compimento del 45° anno di età, a partire dal quale decadevano gli obblighi di leva. La legge fu poi cambiata con una sentenza della Corte Costituzionale, in base alla quale il non-sottomesso non poteva essere condannato per più di tre volte e la pena non poteva superare complessivamente l’anno di carcere. È nota come “sentenza Cospito”, perché fu pronunciata in seguito a uno sciopero della fame condotto per oltre cinquanta giorni da Alfredo Cospito nel carcere militare – se non ricordo male – di Forte Boccea a Roma. Era il 1991. Alfredo era già stato in carcere militare qualche anno prima ed era stato riarrestato per «diserzione» (per essere definiti disertori non era necessario aver abbandonato il servizio militare; anche la «mancanza alla chiamata», se ripetuta, diventava «diserzione»). Lo sciopero di Alfredo – attorno a cui si mobilitò un discreto movimento antimilitarista – ci parve all’epoca lunghissimo. Ma fu in fondo “poca cosa” rispetto a quello, davvero impressionante, che ha condotto tre anni fa contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo. Per anni non fummo mai più di 4 o 5 a fare contemporaneamente la scelta della non-sottomissione. Solo nella seconda metà degli anni Novanta – dopo la “sentenza Cospito” e un certo allentamento nei tempi dei processi e delle condanne – arrivammo ad essere più di venti. Come noto, nel 2005 la leva fu “sospesa” (non abolita) e i casi di non-sottomissione in corso furono “congedati”. Preziosi nel sostenere i non-sottomessi furono il giornale «senzapatria» – che pubblicava le dichiarazioni di “obiezione totale” e le lettere dal carcere insieme alle azioni antimilitariste in giro per il mondo – e la Cassa di solidarietà antimilitarista, che stampava manifesti e volantoni e sosteneva economicamente i non-sottomessi nei giri di propaganda, nei periodi di latitanza e poi in carcere militare (la latitanza era in genere vissuta come sfida pubblica, con l’obiettore totale ricercato dalla polizia che prendeva parola durante le manifestazioni per farsi arrestare in modo plateale). Eravamo quasi tutti anarchici (esclusi i Testimoni di Geova, per cui andrebbe fatto un discorso a parte). La diserzione, negli ambiti dell’Autonomia e in quelli marxisti-leninisti, era una sorta di tabù. Il riferimento di quelle aree era ancora l’esperienza dei «Proletari in divisa», ma senza più quell’atteggiamento concretamente «disfattista» da mantenere in caserma. Per cui quei pochi casi di non-sottomessi che si definivano comunisti – ricordo con affetto Salvo e Guido, passati poi entrambi all’anarchia – ricevettero appoggio e solidarietà solo dal movimento anarchico. Lo stesso vale per Gianni, un simpaticissimo veneziano che si definiva «liberal-socialista» e «gobettiano», autore di una splendida lettera ai suoi coetanei (specie di sinistra) che deridevano il suo gesto perché «individuale». Come si può immaginare, la scelta della non-sottomissione – tra dichiarazioni pubbliche, periodi di latitanza e compagni detenuti da sostenere – ci univa molto anche sul piano umano. In queste parabole esistenziali ci sono stati due eventi storici che hanno fatto della non-sottomissione una sorta di precipitato collettivo e, con gli occhi di oggi, di anticipazione del futuro: la guerra nel Golfo del 1991 e poi la guerra in ex-Jugoslavia, soprattutto con i bombardamenti del 1999. Personalmente, non mi presentati alla visita di leva nel luglio del 1990. Non sottoporsi alla visita militare comportava l’accusa di «renitenza alla leva» (un reato civile per cui era previsto il carcere civile). Per una delle non poche coincidenze fortunate della mia vita, proprio quell’estate fu cambiata la legge, che prima prevedeva l’arresto immediato del renitente. Quando decisi di rispondere «signornò!» (fummo, in un lustro, quattro compagni a fare tale scelta) c’era ancora il rischio di essere subito arrestato e quindi di non finire il liceo. Tra compagne e compagni di classe, professori, amici e solidali si creò di conseguenza un certo interesse, date anche le dimensioni della città di Rovereto. Ricordo, per fare un paio di esempi, un professore che presentò una mozione di solidarietà al Collegio docenti e una sala gremita quando spiegai pubblicamente le ragioni della mia scelta. Fui, da prassi, arruolato d’ufficio, processato e condannato a 6 mesi di carcere per «renitenza alla leva» (pena sospesa con la condizionale). La cartolina con cui lo Stato mi “invitava” a presentarmi in una caserma di Casale Monferrato giunse nel gennaio del 1991, in piena guerra del Golfo. Ecco allora che la mia «mancanza alla chiamata», poi «mancanza alla chiamata aggravata» e infine «diserzione» avvenne in un contesto storico in cui la guerra non sembrava affatto lontana (giova qui ricordare che alla coalizione dei bombardatori dell’Iraq partecipò anche l’URSS). Infatti, in quanto non-sottomessi venivamo invitati a parlare ovunque – scuole, università, circoli di paese, piazze. Il nostro ragionamento era che sottrarsi individualmente all’esercito era tanto necessario quanto insufficiente, per cui quel gesto d’insubordinazione andava visto come parte di un più ampio sabotaggio della guerra. Quello contro la guerra in Iraq – chi c’era se lo ricorda bene – fu un movimento di massa, i cui momenti più significativi furono senz’altro i blocchi ferroviari per impedire il passaggio dei carri armati che dalla Germania dovevano arrivare a Livorno, per poi essere imbarcati per il Golfo. Ma a differenziare quel movimento da quelli successivi – lo spartiacque fu in tal senso la guerra in Jugoslavia – era il sentimento diffuso che la guerra avrebbe sconvolto le vite quotidiane. Mi ricordo la vera e propria trepidazione negli animi in piazza la sera – credo il 16 gennaio – in cui scadeva l’ultimatum del governo italiano a quello iracheno. Nei giorni dopo, quando le scuole e le università erano occupate, e anche le fabbriche erano in agitazione, la gente si precipitava nei supermercati a fare incetta di pasta, farina, zucchero, caffè ecc. Per una società dove in molti avevano ancora un ricordo diretto del secondo conflitto mondiale, guerra voleva dire penuria di cibo e figli al fronte. La foglia di fico della «operazione di polizia internazionale» usata dal governo Andreotti non illudeva nessuno. Per dire: che per un mese e mezzo non avessi messo piede a scuola non era sembrato strano né ai miei professori né ai miei famigliari. Mi è capitato di recente di leggere un’eccellente tesi di laurea scritta da una compagna, dedicata ai diari di alcune donne trentine sui bombardamenti del ’43-45. Una di queste donne era stata intervistata proprio nel 1991. Ebbene, raccontava di aver paura di uscire di casa e di guardare il cielo (su quest’ultimo aspetto tornerò dopo). Le guerre successive hanno invece fatto emergere che si potevano bombardare popoli in giro per il mondo senza che la nostra esistenza quotidiana ne venisse sconvolta; che in gioco erano, in fondo, le vite degli altri. Senza trascurare l’infame ruolo giocato dalla sinistra istituzionale – dal governo D’Alema in avanti – nel paralizzare una parte significativa della società, credo che sia stato soprattutto questo «choc rientrato» ad invisibilizzare la guerra. Le manifestazioni del 2003 furono sì oceaniche, ma non avevano né la composizione né l’intensità emotiva di quelle del 1991. Ricordo, durante la guerra del Golfo, la gente più “improbabile” che si lanciava con foga sui binari per fermare i treni della morte, come se da quel gesto dipendessero le sorti dell’umanità. E ricordo che, denunciati a decine, fummo tutti assolti per aver agito in «stato di necessità putativo» – tanta era la gente dentro e fuori l’aula. Uno scrittore parlava degli agguati che ci tende il futuro. In tal senso, il tempo verbale di quel sentire era il futuro anteriore. Molto più vicino, insomma, al nostro presente, segnato contemporaneamente dal moto internazionale in solidarietà con il popolo palestinese e dalla guerra mondiale come orizzonte. Il ritorno della leva obbligatoria, da un lato, e la diserzione come fenomeno di massa in Ucraina, dall’altro, tolgono ogni carattere storiografico alle riflessioni sulla non-sottomissione. Alla fine non sono andato in carcere per diserzione. Di rinvio in rinvio, la condanna a un anno era diventata esecutiva proprio a ridosso della professionalizzazione delle forze armate. Dopo un breve periodo di latitanza, al mandato di cattura si è sostituito il «congedo illimitato». Se paragono il me stesso non ancora diciottenne alle prese con la renitenza alla leva con il me stesso di oggi alle prese con il cosa e il come fare di fronte alla guerra tecno-capitalista totale, noto che in realtà in questi trentasei anni mi sono posto sempre lo stesso problema (formulato, agli albori dell’epoca moderna, dal giovane Étienne de La Boétie nel suo celebre Discorso sulla servitù volontaria). Se immaginiamo il potere come un fuoco (oggi potenzialmente termonucleare), possiamo pensare la non-collaborazione come rifiuto di fornire la legna che lo alimenta, e l’azione diretta come quell’insieme di secchiate d’acqua rese necessarie dal fatto che la non-collaborazione da sola non riesce a spegnere le fiamme. Dovremo affrontare prove molto difficili, e per tanti aspetti inedite. Di alcune cose, tuttavia, possiamo essere abbastanza certi. Scelte individuali e sconvolgimenti storici saranno sempre più intrecciati, come capita quando le tempeste non risparmiano l’ordinarietà dei giorni. La non-collaborazione con i «signori dello sfruttamento e della guerra» – come li chiamava Franco Leggio – tornerà ad essere un’opzione collettiva, a cui dare tutto il nostro contributo internazionalista (come quando, durante la guerra in Jugoslavia, fornivamo appoggio ai disertori serbi, croati, sloveni ecc.). Tale non-sottomissione non sarà sufficiente per sabotare un apparato scientifico-militare-industriale che, incorporando l’alienazione sociale estorta nei secoli, tende a sostituire la variante umana e a congelarne il futuro. Il lavoro di preparazione rivoluzionaria avrà bisogno di sperimentazioni concrete e non di proclami. Dalla guerra al carcere di guerra, un passo avanti sarebbe già quello di sentirsi, materialmente e spiritualmente, parte di un moto internazionale. Una cosa che mi ha colpito leggendo quei diari di guerra scritti da donne poco scolarizzate è come cambiava ai loro occhi la dimensione del cielo. Un cielo stravolto, là dove chi stava in basso si augurava che facesse brutto tempo (condizione atmosferica che rendeva più difficili i bombardamenti), ma soprattutto ambivalente: contemporaneamente luogo immaginario di invocazione ai Santi protettori e spazio reale da cui giungevano terrore, distruzione e morte. Come non pensare a Gaza e al profondo sentimento religioso che soccorre e anima un’umanità «per tre quarti annegata». Dal lato del dominio come da quello degli oppressi, il futuro si carica d’intensità escatologica. Anche l’ateo si fa forza, quando è all’angolo, recitando le proprie poesie preferite (non certo i passi legnosi dei suoi manuali politici). La rivoluzione è sempre stata l’ultima santa a cui votarsi. Carcere di Trento, 11 gennaio 2026 Massimo Passamani
March 6, 2026
il Rovescio
Roma- Rivendicazione Sabotaggio linea ferroviaria contro le Olimpiadi Milano Cortina – 2026
Riprendiamo da https://ispiraazione.noblogs.org/?p=336 Fuoco alle Olimpiadi! Oggi non si viaggia! La notte del 13 Febbraio in diversi punti e snodi ferroviari abbiamo incendiato e danneggiato i cavi lungo i binari provocando di fatto il blocco di diverse linee dell’alta velocità. Queste azioni sono il nostro contributo al caloroso benvenuto e augurio a questa edizione dei Giochi Olimpici Invernali. Abbiamo partecipato ai blocchi massivi delle strade e i porti durante i mesi di mobilitazione per la Palestina, abbiamo invaso le stazioni e attaccato la polizia quando è stato possibile. Ma oggi abbiamo scelto di agire protetti dalla luce della luna, in un piccolo gruppo riunito dall’affinità e dalla voglia di essere conseguenti agli slogan urlati nei mesi scorsi: blocchiamo tutto! Perché pensiamo che oltre a partecipare alle grandi mobilitazioni e al conflitto che esse possono generare sia necessario diffondere l’azione autonoma, per non lasciare che vengano disinnescate, recuperate e dirette dai professionisti della politica “militante”. Il potere si prepara alla guerra e anche noi, anarchici, rivoluzionari, individui coscienti vorremmo fare lo stesso. L’infrastruttura ferroviaria è un nodo principale della mobilità di forze e materiali bellici e l’accordo tra RFI e Leonardo, volto a implementare la logistica militare nella penisola, ne è il più chiaro esempio. Attaccare RFI quindi è un atto concreto di antimilitarismo e un gesto di solidarietà a tutti coloro che subiscono oggi l’atrocità della guerra e del colonialismo. Le olimpiadi invernali di Milano-Cortina non fanno eccezione: fiumi di denaro che alimentano una speculazione edilizia ben lieta di armare fiumi di cemento per costruire impianti usa e getta e cambiare “destinazione d’uso” sociale di interi quartieri popolari. Un grande affare che dietro l’immagine patinata e prestigiosa del grande evento sportivo nasconde ettari di boschi di larici rasi al suolo per fare spazio a piste da sci e montagne deturpate in modo irreversibile dai relativi impianti di risalita. Quest’azione infine esprime la nostra rabbia per la presenza ai Giochi di agenti dell’Ice, le squadracce anti-immigrati ormai tristemente note per omicidi, rastrellamenti, abusi e violenze perpetrate contro gli indesiderabili e gli oppositori interni negli Stati Uniti, il che ci ricorda che ogni polizia e ogni raggruppamento fascista è lì per essere utilizzato contro la propria popolazione quando la “ragion di stato” lo richieda. Servono soltanto pochi ingredienti per agire contro il mondo dello sfruttamento, dell’oppressione e della devastazione: un po’ di studio, precauzione e determinazione in uguale misura, qualche complice, qualche litro di combustibile… e tutto è possibile! Buona fortuna! Solidarietà ai prigionieri anarchici di tutto il mondo Solidarietà a Juan, Stecco, Anna, Alfredo, Tonio, Ghespe, Dayvid ai compagni repressi nell’operazione Ipogeo, ai prigionieri palestinesi Per l’Anarchia
February 24, 2026
il Rovescio
Trento: AXA = GENOCIDIO Danneggiata una filiale
Riceviamo da email anonima e diffondiamo: AXA = GENOCIDIO Nella notte tra domenica 15 e lunedì 16 febbraio, col favore delle tenebre, abbiamo danneggiato la sede di AXA assicurazioni a Trento. AXA trae enormi profitti dal genocidio in corso nei territori occupati di palestina, dato che investe direttamente più di 170 milioni di euro ogni anno in aziende che producono armi, di cui una buona fetta tratta anche armi al fosforo bianco e all’uranio impoverito. Sostanzialmente contribuisce a fornire armi di distruzione di massa ad un esercito di assassini sionisti fanatici guidati da un’elite colonialista senza scrupoli. Cosa potrebbe andare storto? Un mese fa apprendevamo la notizia della condanna del nostro compagno Juan a 5 anni di carcere per attentato con finalità terroriste (280bis) contro la scuola di polizia POLGAI a Brescia, scuola nella quale sono passate anche le milizie sioniste che oggi applicano sui palestinesi ciò che in Italia hanno appreso. Appena un giorno dopo Anan Yaesh, partigiano palestinese detenuto in Italia su mandato israeliano, veniva condannato a 5 anni e 6 mesi sempre per terrorismo, con l’accusa di aver organizzato le brigate di autodifesa di Tulkarem, gruppo della resistenza palestinese nato nel medesimo campo profughi. In una spirale di guerra interna che lo stato porta avanti ai danni dei proletari, ancor di più se essi lottano per la libertà, il nostro compito resta sempre quello di individuare il nemico in casa nostra e agire di conseguenza. Ancor di più se in “casa nostra” fa capolino la milizia razzista e assassina dell’ICE, accolta a braccia tese da tutti quegli inetti che si nascondono dietro al tema della remigrazione. Riportiamo anche la vittoria del gruppo inglese Palestine Action che, nonostante conti una trentina di membri in galera con le solite accuse di terrorismo, è riuscito con più di 50 giorni di sciopero della fame collettivo a far rescindere un accordo da più di un miliardo di euro tra il colosso militare israeliano Elbit e il governo britannico. Al loro sciopero della fame si sono uniti vari prigionieri in solidarietà, tra cui il nostro compagno Stecco, prigioniero dello stato nel carcere di Sanremo. Libertà per Anan, Juan, Stecco e Palestine action. Libertà per la Palestina e per tutti gli oppressi del mondo. Alla prossima, chissà…
February 18, 2026
il Rovescio
L’incendio
L’incendio «Come puoi spegnere un incendio dentro un cuore?», mi chiedi. «Non puoi». Puoi solo aspettare che la corrente delle cose se lo porti via. Che lo esaurisca. Puoi aspettare che quel cuore dimentichi i volti ipotetici di tutte le madri. Quelle che l’oppressione e la guerra hanno rese incapaci di provare ancora a raccogliere le lacrime. Che dimentichi l’usurpazione della terra, le sorelle e i fratelli mai visti ma sentiti, riusciti a sprigionare il battito della resistenza nel vento, oltre le montagne, lungo i fiumi. Che dimentichi persino le gabbie in cui lo avete rinchiuso, le segrete di un “paese libero” e i suoi fantasmi. E con esse la bellezza intravista nel sorriso di chi ha capito di essere libero: libero di sentire anch’esso l’incendio nel cuore. Puoi sperare che della parola libertà dimentichi proprio il significato. Puoi aspettare che l’immersione tra le gabbie tecnologiche che gli avete costruito tutt’attorno se lo mangi o che la quotidianità finisca per ridurlo ad una piccola fiamma. Ma questo non succederà, perché il fuoco si spegne solamente senza l’ossigeno, e l’ossigeno per quel cuore è l’oppressione che gli viene presentata ogni giorno senza rimedio. Puoi sperare in un’apnea, ma tornerà in superficie non appena i colpi delle mitragliatrici suoneranno fino a farsi sentire nell’acqua. Puoi aspettare che l’incendio lo consumi fino ad arrostirlo, alimentando le fiamme con qualche dose in più di violenza, ma questo non succederà. Perché le fiamme della rabbia sono ciò che lo tiene in vita. Aspetterai allora che l’organizzazione sociale sprigioni tutta la sua forza. All’interno del recinto della civiltà le minacce peggiori non sono la violenza o il terrore (di fronte alla violenza senza fine dell’organizzazione sociale queste sono solo parole che usate per convenienza), ma la libertà e il tempo. Perché possederli significa utilizzarli per mantenerli propri. Significa sapere di essere umani e capaci di esprimere il non previsto, significa poter interpretare il mondo. Scuola, lavoro, dopolavoro, assistenza, hobby, tempo-libero, gruppi d’analisi, virtualità: quante misure contenitive avete inventato affinché il mondo potesse dimenticare la sua poesia. Per potergli cavare anche gli occhi. Per fargli dimenticare che l’avanzamento stesso del Progresso è la dimensione della guerra. Perché questo non può darsi se non si annienta la vita incompatibile con la sua avanzata. Una “bomba a vuoto”. È questa l’espressione più adatta a dare l’idea del modo d’avanzare del Sistema. Perché la capacità di questo gioiello della civiltà è quella di togliere l’ossigeno nell’area in cui viene utilizzata. «Tutto ciò che è vivo semplicemente evapora», dice il vicecapo delle forze armate russe Rukshin. Ed è un’espressione tutt’altro che metaforica. Perché nemmeno uccidere è più sufficiente. Le bombe termobariche utilizzate contro la resistenza palestinese «annientano la materia» a tremila gradi Celsius. Di un corpo non resta nemmeno traccia. Perché quelle vite sono così pericolose che fanno paura addirittura all’interno della cinica conta dei morti. Perché lì dove avete fatto deserti, il vento continua a fischiare. Avete cercato di disattivare i cuori ancora innescati nelle zone della resistenza, avete provato ad isolarli dal mondo mostrandoli sul palcoscenico della civiltà come selvaggi. Avete provato ad estirpare la capacità di sentire, di portare attenzione, di capire. Ma l’incendio non si può nascondere dietro le quinte. Non lo si può nascondere a tutti. Per questo il primo compito dell’organizzazione sociale è quello di rinchiudere i cuori potenziali, i potenziali incendi che li animano. La Tecnica non poteva che divenire la forma assoluta della prevaricazione e dello sradicamento. Così come quando una “bomba a vuoto” toglie l’ossigeno, ciò che resta è una zona sconosciuta, abbandonata al deserto. Prima di tutto per distruggere tutto ciò che poteva dar senso alla libertà. Poi per stravolgerne i valori e il significato. E il suo nome sarà sempre lo stesso: modernizzazione. Ora la volete eliminare a colpi di fucile ovunque la si intraveda, perché la libertà è pericolosa. Perché quel cuore che non siete riusciti a trasformare in una pompa meccanica vuole bruciare. E brucia di vita, di qualcosa che è stato rubato al mondo. E ha fame di restituirgli almeno un po’ della sua poesia. E la poesia può essere fatta di parole o di dinamite. Perché entrambe hanno il suono dell’umanità. «Ma lascia chiedere a me, perché ti ostini a voler spegnere l’incendio?». «Perché poi uno come te perde il controllo». «Non lo perdiamo, lo acquistiamo». «Ma voi siete fortunati, potete vivere in pace. Non voglio dire che quello che dite sia sbagliato, sono i modi. I vostri modi non vanno bene». Un uomo, qualche decennio fa, diceva che il valore di una persona non si misura rispetto a ciò che le accade, ma rispetto a ciò che essa fa con quel che le accade. Ma come si misura la distanza tra ciò che accade e ciò che ti accade? Quanto possono essere distanti i cuori non ignifughi del globo per riuscire a sentirsi l’un con l’altro, come se una freccia che ne attraversasse uno soltanto ne facesse sanguinare a decine o a centinaia? Tutt’intorno il mondo della civiltà e del progresso sguaina le spade per ricordare agli schiavi che sono schiavi. Ora che il cuore degli esclusi sembra essere balzato nel tempo e ricorda d’essere stato colonizzato. Ricorda che l’automobile, il cellulare e il computer hanno un prezzo e che quel prezzo è stato troppo alto. Ora che le terre del Sud del mondo sono ridotte all’osso. E comprende, perché ancora non gli sono stati cavati gli occhi, ancora il sangue pulsa e le braci sono rimaste rosse. Comprende che la civiltà del progresso non sarà mai sazia, che proprio mentre dice di sanificare il mondo dai cancri che essa stessa ha generato programma di generarne di peggiori. Perché il cancro è quella civiltà. E comprende che il controllo e l’eliminazione coloniali tornano, approvati, ad edificare l’infrastruttura del recinto della civiltà tecnica. Così come i droni sperimentati sopra le terre della Cisgiordania ora sorvolano le città dell’Occidente. La prigione a cielo aperto si allarga. Tante “bombe a vuoto” hanno già fatto i loro deserti. Cosa significa allora avere il controllo della propria esistenza? Che cosa se non riuscire a sentire il mondo e riconoscere l’eco dei propri fratelli e delle proprie sorelle? Che cosa se non capire quando è necessario lasciare divampare l’incendio, affinché si possa rallentare l’avanzata dell’Inferno? Con in mano il passato si combatte la guerra del futuro. Gli aborigeni australiani e i nativi nordamericani utilizzavano la tecnica del “fuoco prescritto” per tenere sotto controllo un fuoco più ampio che avrebbe potuto causare danni irreversibili alle foreste. Questa tecnica consiste nell’incendiare porzioni di territorio scelte, con il fine di evitare che incendi ben peggiori si propaghino nella foresta. Poiché l’incendio è inevitabile, preferivano anticiparlo e conservavano così un ecosistema. Conservavano la vita. La guerra globale è l’incendio dell’intera foresta. Il fuoco prescritto la rivoluzione. «Vi fate ingannare dalle regole del cuore». «No. Noi vogliamo usare il cuore per innescare un incendio». «Nel mondo in cui viviamo bisogna comprendere che tutto ha un prezzo, e con questo la stabilità, la civiltà stessa. Ascoltare il cuore equivale ad essere pericolosi. Voi siete dei terroristi!». «Questa parola ha assunto così tanti significati che forse non ne ha più nemmeno uno».
February 16, 2026
il Rovescio
Contributi da dentro e fuori dalle galere per il convegno “Sabotiamo la guerra e la repressione”
Riceviamo e diffondiamo: Alcuni contributi da dentro e fuori le carceri per le iniziative “Sabotiamo la guerra e la repressione” del 7 e 8 febbraio a Viterbo Il 7 febbraio circa 150 persone sono scese in piazza a Viterbo per una manifestazione dai contenuti radicali che ha mostrato come sia possibile e necessario tenere assieme il tema della guerra con quello della repressione: con la resistenza del popolo palestinese, per il disfattismo in Ucraina, contro la repressione quale espressione delle politiche di guerra sul fronte interno, contro il 41 bis come carcere di guerra e in solidarietà con Alfredo Cospito. Tematiche che sono state approfondite l’indomani, sempre nella città di Viterbo, in un ricchissimo convegno militante. Qui il testo di indizione delle due iniziative: https://ilrovescio.info/wp-content/uploads/2025/12/Sabotiamo-la-guerra-e-la-repressione-corretto-al-23.12.pdf In attesa di pubblicare ulteriori materiali mano a mano che questi saranno disponibili, diamo diffusione alle lettere di Anna e Juan dalle carceri in cui sono rinchiusi come contributi al convegno dell’8 febbraio. Pubblichiamo inoltre un saluto giunto dall’Irlanda, quale testimonianza ancorché parziale della caratura internazionalista delle giornate di lotta e approfondimento del 7 e 8 febbraio. Contributo di Anna Beniamino dalla sezione AS2 del carcere femminile di Rebibbia (Roma) per il convegno dell’8 febbraio a Viterbo Innanzitutto vi ringrazio per la richiesta di un contributo al convegno su Guerra e Repressione, ci provo, partendo dalla prospettiva, mio malgrado più chiara qui, la repressione ed i riflessi “locali”, in ambito carcerario, di politiche di guerra, austerità economica e militarizzazione della società, globali. Nella consapevolezza che non esistono ricette teoriche e analisi articolate e risolutive, ma una banale e solida certezza, che qualsiasi lotta effettiva, non virtuale, implica reazione, repressione. Il problema è “solo” metterla in conto, esser pronti e non farsi paralizzare dal timore di questa, costruire solidarietà e consapevolezza dei propri mezzi e fini, con continuità e tenacia. Soprattutto in questi tempi in cui il lavoro repressivo preventivo si sta dislocando su più livelli, sottotraccia e palesi. A partire dal 2022 quando Alfredo è stato trasferito in 41 bis, m’è capitato di scrive più volte di circuiti e regimi differenziati oltre che, da molto prima, fuori e dentro la galera, di lotte e repressione, in chiave ordinaria e “straordinaria”; a tutto questo e agli appunti, ultimi, per l’assemblea romana contro il 41 bis mi ricollego. Essenzialmente credo che il discorso sia da riprendere… perché non è mai finito, né sono caduti i presupposti etici che lo sostenevano, per non lasciare in sospeso un discorso ben avviato, per non lasciare un compagno solo, per non sprecare un’occasione in cui in una singola battaglia si è mostrato come si può essere assieme “irrecuperabili” e riconoscibili positivamente fuori dalla ristretta area di movimento anarchico nei propri contenuti, per non lasciare soli i compagni e le compagne che si trovano adesso a fronteggiare i vari processi connessi alla mobilitazione, perché la credibilità si costruisce anche con la continuità e la costanza, perché si è tolta la maschera ad uno dei pilastri della retorica bipartisan su “mafia e terrorismo”, perché ormai la “lotta al terrorismo” è uno specchietto per le allodole di dimensioni globali e l’attuale contesto di capitalismo militarizzato e neocolonialismo sfacciati nell’approvvigionamento delle fonti e apertura delle rotte commerciali, si prestano bene a far recepire un messaggio antiautoritario, antimilitarista e di solidarietà tra gli oppressi. Ed il 41 bis è una gestione militarizzata del carcere, che stanno cercando di mantenere, non è residuale (contenitore di compostaggio per la manovalanza mafiosa in uso negli anni ’80) ma in fase di ristrutturazione, fondamentale e fondante, espressione nitida del controllo tecnologico dell’animale umano, della riduzione del corpo a macchina e dell’individuo recluso a simulacro corporeo da mantenere in vita (non sempre!) con parametri vitali accettabili, meglio se in stato vegetativo. I dati sui vari gironi danteschi delle carceri del Bel Paese sono cosa nota ormai anche sul mainstream (ed anche grazie alla mobilitazione passata), solo qualche piccola nota aggiuntiva… Il 41 bis non pare in fase di dismissione, piuttosto di ristrutturazione e centralizzazione, con un prevedibile aumento di capienza – con 7 carceri dedicati di cui 3 in Sardegna e 4 nel continente. Da quel che emerge dai media locali negli ultimi mesi, sia ad Alessandria che in Sardegna comune e regione sono stati colti da sindrome NIMBY-amministrativa, non vogliono una tipologia di carcere, così malfamato, nei loro territori o più prosaicamente la concezione è quella di nascondere la polvere sotto il tappeto (del vicino). Si può ipotizzare che da parte dell’amministrazione penitenziaria centralizzare nello stesso carcere solo 41 bis (come al momento solo a L’Aquila) significhi ridurre i costi e militarizzare ulteriormente il regime. Parallelamente dal post Pandemia stanno irrigidendo i circuiti di AS, stabilizzati a regime chiuso, con graduali riduzioni di agibilità, sempre nell’ottica, con lo spauracchio della “sicurezza” sbandierata ogni dove, di semplificare il controllo ed economizzare nella sua gestione. Facendo due conti spiccioli, che il sistema penitenziario sia in cronica e crescente crisi gestionale/economica (come d’altra parte tutta la baracca statale fuori) è palese, per cui i primi a farne le spese sono i lumpenproletariat accatastati nelle sezioni comuni, dove l’autodistruzione e l’intossicazione di droghe e psicofarmaci sono funzionali al controllo (se non gestionali nel controllo), di situazioni al limite della sopravvivenza. Dulcis in fundo le carceri minorili sono in sovraffollamento come non mai, a plastica dimostrazione di quello che è il lavoro preventivo della repressione. Nel mentre lo Stato italiano si appresta a raggiungere il primato europeo sulle carcerazioni di prigionieri politici di più lunga data, dalla stagione di lotte degli anni ’70-’80 del secolo scorso, ancora in AS, e quello nell’uso di quella tipicità nostrana del 41 bis, dell’emergenzialità elevata a sistema, che si muove costantemente sul margine del “diritto”, adattabile a seconda del target. Per quanto il dato tecnico-giurisprudenziale si presti a lettura di diritto negato e proprio questo credo sia uno dei punti critici controversi e mal interpretabili se mal gestiti/spiegati, in chiave di vittimismo e di ripristino del diritto, non credo si perda di incisività se si sottolineano nella realtà dei fatti contraddizioni formali, forzature giuridiche e processuali anche per sottolineare la tracotanza del potere, per combattere la normalizzazione della repressione, gli standard doppi o multipli a seconda del nemico (eh sì quel “diritto penale del nemico” di cui si discute) e l’ampliarsi dell’“offerta” repressiva e della platea dei papabili. Prima qualcuno diceva, per fare un esempio terra terra, “ah, ma il reato associativo, il 270 bis è impossibile per degli anarchici, è un residuo della strategia repressiva degli anni ’80” – poi ci siamo trovati con condanne e procedimenti a raffica per 270 bis e i suoi fratelli, ter, quater, quinquies, ecc., ecc., che vengono modellati e usati in base agli equilibri politici nazionali e internazionali. Dal target interno comunista a quello anarchico, a quello islamista, per attestarsi adesso sulla resistenza palestinese. Non è un laboratorio, come era d’uso dire un po’ di tempo fa, è la realtà attuale, non sono esperimenti da studiare è la prassi da combattere, l’utilizzo “multitasking” dei reati di terrorismo, malleabili su ogni oppositore politico. Per quanto il panorama globale di guerra & “Board of peace”, di genocidio & “Gaza beach” rendano ormai palese anche al cittadino occidentale più lobotomizzato da media e merce la reale natura dei regimi democratici e l’uso militare del progresso tecno-scientifico, per quanto le sirene di guerra siano sempre più vicine al cortile di casa, ho l’impressione (da qui, dall’acquario di una galera, quindi con tutti i limiti di visione che questo comporta) che da queste parti la repressione stia investendo molto a livello preventivo, goffa e tracotante come l’attuale gentaglia al potere, con il piglio marziale d’apparenza e la genuflessione effettiva alle linee guida del capitale globale. Ma comunque in grado di snocciolare impunemente nuove fattispecie di reato, lacci e lacciuoli che sezionano preventivamente semplificando il lavoro. Nei momenti di “stanca” delle lotte la platea dei papabili della repressone si amplia, quasi uno stress test del punto di tolleranza, andando a comprendere anche quelle frange di movimento e di opposizione sociale in senso lato che normalmente, nei regimi democratici occidentali si percepiscono più tutelate (o meglio si autoconvincono di esserlo, avendo barattato scampoli di libertà e pensiero critico con qualche nicchia di sopravvivenza). Si modella una legislazione di emergenza senza che un’emergenza ci sia, ancora. Potrebbe parere contradditorio, la logica vorrebbe maggiore azione, maggiore repressione ma qui siamo essenzialmente al punto della sterilizzazione preventiva. Recidere i germogli prima che diventino un ginepraio, quando è più facile farlo, dilettandosi a manipolare quello che inizia a palesarsi, non come movimento rivoluzionario ma d’opinione, indignazione e denuncia. Quando è più semplice da contenere a suon di manganelli e lacrimogeni, multe e compravendita delle componenti più recuperabili, bastone e carota, pistolettate e social media, alla bisogna, a ciascuno il suo, con qualche licenza in più. Quanti del controllo fanno studio e mestiere sanno bene che da svariati anni nelle piazze occidentali a prevalere sono gli aspetti simbolico, rituale, informativo, controinformativo delle proteste. Dai black bloc di Seattle che privilegiavano le vetrine come obbiettivo ai Fridays for Future che privilegiavano i cartelli da brandire a favore di telecamera, dalla retorica del “non credere nei media, diventalo” all’utilizzo compulsivo dei social media in un rapporto di odio-amore non risolto. Gli attuali moti di Minneapolis contro l’ICE lo mostrano, con esiti tragici: “eversivi”, “insurrezionalisti” manifestanti high tech, portatori di cellulari per filmare le malefatte di queste “forze speciali” che effettuano rastrellamenti di adulti e bambini… la polizia (dopo aver tracciato tecnologicamente migranti e manifestanti) è più old style dei suoi oppositori, spara ora come sparava in testa, ad un manifestante inginocchiato, 100 anni fa. È un cortocircuito della repressione del dissenso democratico somministrata in purezza, il campanello d’allarme di un cambio di scenario od il segno che il passaggio è già avvenuto? Nel Bel Paese, attraverso l’imbuto della pandemia si è passati dai lustrini e dobloni berlusconiani alle mostrine meloniane. Per quanto i gerarchi nazionali siano alquanto improbabili per aplomb marziale, di fatto stanno promuovendo politiche guerrafondaie, trafficano in armi ed aspirerebbero ad affari di ricostruzione post-bellica (a seconda dell’osso che gli lasciano rosicchiare sotto il tavolo) rispolverando l’armamentario retorico d’antan, Dio-Patria-Famiglia, difesa dei confini, ecc., ecc.., facendolo occhieggiare però dallo schermo di uno smartphone, la capillare forma di “educazione” politica attuale, nel collasso del sistema partitico-elettorale (se si fanno altri due conti spiccioli su quella che è la percentuale dei votanti nazionali e nei vari stati europei). “Educazione” non retorica ma necessaria alla ricerca di nuova carne da cannone per i nuovi conflitti interni e internazionali: al momento siamo nel bel mezzo di fiction e spot pubblicitari atti a vendere la carriera militare come appetibile, con suggestioni estetiche ondivaghe tra top gun e soldatini/soldatine che aiutano bambini ed anziani a trovar la strada di casa… a breve rilanceranno la leva obbligatoria come “formativa” e “performativa”, carne da cannone “smart”… Esiste però una contro-retorica ai veleni della propaganda bellica e militarista, anch’essa d’epoca, quella fatta dai distillati delle correnti rivoluzionarie, dai refrattari capaci di contrapporvi ateismo e anticlericalismo, internazionalismo e antimilitarismo. Quanto mai attuali visto che, alzando un attimo lo sguardo e distogliendosi dalle rappresentazioni più confortevoli di questi lidi, oltre che di guerra si è ripreso a parlare di diserzione da entrambi i fronti, russo e ucraino; visto che le piazze del mondo a volte si muovono per moto proprio ed il passaggio dall’indignazione per un sistema corrotto alla rottura non recuperabile avviene proprio in quelle generazioni nate e cresciute su web e social, dal Nepal all’Indonesia. Si tratta di rovesciare la prospettiva e assumere la consapevolezze anche qui del proprio ruolo, limiti, mancanze e responsabilità di liberarsi da melasse postmoderne e vaghezze interclassiste, riconoscere le differenze tra rappresentazioni mimetiche del conflitto e conflitti reali, scegliere se esercitare solidarietà tra gli oppressi od essere incapaci di riconoscere gli oppressori, nel gioco di specchi della comunicazione attuale che a volte usa la sovraesposizione, lo scorrimento veloce e la decostruzione di significato come armi preventive. Ed anche i refrattari tendono a farsi distrarre, abbagliare. Sapersi riconoscere e riconoscere la natura del conflitto in atto sarebbe un piccolo punto di partenza, non un approdo. Anna, gennaio ‘26 Roma, Rebibbia Contributo di Juan Sorroche dalla sezione AS2 del carcere di Terni per il convegno dell’8 febbraio a Viterbo Hola a tutte, compagne, e a tutti, compagni, presenti all’iniziativa che si fa oggi. Un saluto a chi ha creato questo spazio di confronto, e ci ha dato la possibilità come prigionieri di esprimerci in questo spazio, e anche per la solidarietà che spesso esprimete. lo sono Juan Sorroche, prigioniero anarchico arrestato il 22 maggio 2019, e scrivo dalla sezione AS2 del carcere di Terni dove mi trovo rinchiuso da 6 anni con una condanna complessiva di 28 anni con due processi ancora in corso. Mi preme di dire alcune cose in questo convegno, anche col rischio di passare per autoreferenziale e retorico. Come anarchico prigioniero non scrivo per il gusto estetico di farlo e il mio intento è di creare dei confronti e stimoli che portino ad auto-organizzarsi e coordinarsi per la lotta. Come prigioniero e come militante anarchico sempre ho pensato che bisogna essere chiari e non nascondere le nostre opinioni ed intenzioni ideologiche, a volte pure di fronte ai giudici, a testa alta e non lasciando che nessuno parli per noi. Sempre ho creduto e mi sono sentito intimamente legato al posto dove sono nato, però non alla terra o al luogo, ossia non in senso in nazionalista, ma cosmopolita, della cultura della storia internazionalista anarchica, spagnola. Prima ancora di essere consapevole di cosa fosse l’anarchia e l’anarchismo, la mia cara nonna (che credeva molto in dio, ma era una convinta anticlericale per le esperienze di vita vissute in quel periodo di insurrezione di rivoluzione, e poi nella guerra civile), già mi cantava da piccolissimo un pezzo di una canzone della CNT, era in particolare una sola strofa contro i preti che diceva più o meno; “se i preti sapessero quante botte stanno per prendere canterebbero libertà libertà libertà”. Poi mio zio che dopo la morte di Franco rientrò in Spagna, da piccolo abitava con noi, era un punto di riferimento per me, durante la guerra aveva disertato, era un disertore dell’esercito di Franco, e lo beccarono dandogli a scegliere: essere fucilato o andare in Tunisia a combattere per loro. Scelse, ovvio, quest’ultima possibilità: e là disertò di nuovo con il rischio d’esser fucilato. Poi raggiunge nascosto in nave la Francia, facendosi lì una vita fino al suo rientro. Potrei spiegare altre diverse esperienze e racconti della mia famiglia. Questa piccola digressione per dire che sono arrivato alla conclusione che per me e probabilmente per tante individualità anarchiche e libertarie, oltre l’aspetto razionale, c’è anche bisogno di curare, d’animare quello del cuore, dell’anima di rivolta. È fondamentale e necessario esplorarli ed osservare continuamente con curiosità per darci la forza d’animo, nonostante galera, sofferenze, sfiducia, e nonostante tutti i giudizi pessimisti che uccidono la volontà dell’anarchia. E personalmente credo che l’anima, il cuore che muove individualmente ogni anarchico e libertario non è una questione folcloristica perché ci dice tante cose sagge, se osserviamo sinceramente ci fa delle domande, serve per capirmi e capire: da dove arrivano quei lontani sentimenti profondi e i nostri primordiali moti di rivolta che hanno acceso questa fiamma? E ci dice di alzarci dal letto ogni giorno, muoverci verso la vita-lotta dell’anarchismo. E ci dice anche come Essere anarchici e dove ciò ci ha portato e dove vogliamo andare. Senza rimpianti. Ma sopratutto ci dice e ci dà la nostra volontà e lo spirito la certezza di credere in noi stessi, nell’Anarchia e nello spirito rivoluzionario-libertario. E ci dice di continuare e continuare ogni giorno, e principalmente di ascoltare, comprendere, superare quella parte nostra dell’interno che ci schiaccia, ci sfiducia, che ci fa rimanere costantemente immobili senza comprendere le nostre paure e ci corrode dall’interno accrescendo rassegnazioni e frustrazioni. Tutto ciò e tanto ancora e ancora dicono le nostre radici, il cuore, lo spirito che muove individualmente ogni anarchico. E perciò credo che è profondo il mio essere antimilitarista ed internazionalista-anarchico, per me è una questione molto intima che mi è stata tramandata nel calore e nell’amore umano; e quelle persone hanno saputo senza pretese imporsi come figure, e proprio per ciò per me rimangono radici essenziali, pilastri di riferimento che mi hanno amato e ho amato da bambino, radici da non perdere che sono in me profonde. Non riesco a sentire e a capire queste complesse sensibilità-sentimenti come questi complessi diversi concetti razionali come separati, per me sono un insieme olistico-taoista, sono integrativi, inseparabili in senso personale-ideologico. Però, attenzione, io non penso sia solo esclusivamente questione di sensibilità, di spirito di volontà anarchica o libertaria! Perché credo che ci vuole auto-organizzazione, sia come una nostra bussola che come fondamenta materiali. Ci vuole l’azione diretta libertaria, e che sia accompagnata dalla progettualità con delle prospettive chiare a livelli diversi, tattici e strategici, approfondititi tra tutti senza delega. La Chiarezza è fondamentale con i compagni/e con cui ci auto-organizziamo, siano anarchici, libertari o non. Questa chiarezza: che queste prospettive possono essere raggiunte solo dalla distruzione violenta dello Stato e del capitalismo e dell’industrialismo progressista nel mondo. Certo, compagni/e, io non credo che la lotta di classe riguardi esclusivamente azioni violente. Come anche non credo che riguardi solo ed esclusivamente lotte pacifiche e culturali. Se mai è l’incontro di tutte queste multiformi lotte e tante altre; sia lotte sociali con innumerevoli persone che minoranze, gruppi, individualità che praticano azioni dirette, e anche quelle più specifiche della propaganda armata, è tutto questo incontro diverso e diversificato ciò che fa la forza reale, le qualità necessarie per lo scontro di classe. Lottare contro, vista anche la misera pacificazione sociale interclassista dei guerrafondai che c’è oggi in Palestina, e nei nostri contesti, che serve solo ad addormentare, trasformare le coscienze per spegnere le lotte di rottura di rivolta, e che bisogna auto-organizzasi in autonomia nella lotta di classe. Perché io non credo che bastino le sole e spontanee esplosioni sociali radicali delle lotte, come le giornate stupende del 22 settembre del “blocchiamo tutto” e, attenzione, io credo siano anche comunque importantissime e fondamentali! Però in questo momento storico serve anche lo spirito, l’animo della volontà dei rivoluzionari, che devono essere anche connessi e preparati nel corpo e materialmente auto-organizzati come minoranze rivoluzionarie-libertarie ed autonome. Già Malatesta lo diceva nel lontano 1915, nella prima guerra mondiale, affermava con forza concetti che ritengo oggi ancora validissimi in un contesto come è lo scontro di classe presente, di guerra mondiale, lo affermava con il testo; “L’internazionale anarchica e la guerra“. II cosiddetto Manifesto dei trentacinque. Uscito un anno prima del nocivo e deleterio Manifesto dei sedici. lo credo come Malatesta quello che scrisse nel testo: “Gli anarchici e la guerra”. «Gli anarchici hanno, in tempi di guerra, un’azione personale, molto particolare da compiere: la loro azione, potremmo dire, azione particolare per quanto riguarda i mezzi e per quanto riguarda i fini. Noi restiamo fra noi e ci mettiamo d’accordo a tre o quattro per agire. Un gruppo di quindici, venti, quaranta individui si dovrebbe suddividere dunque in quattro, sei, dieci gruppi, liberi rispettivamente dalle preoccupazioni collettive dell’azione.» Certo qui parla solo agli anarchici. E certo io credo che questo sia solo un problema che deve essere risolto prima dagli anarchici e libertari. Però ciò dà uno spunto di riflessione e una domanda per riflettere nel convegno. Una questione per niente nuova. Ma io credo sia prioritario affrontare come dovrebbero essere auto-organizzati questi nostri diversi spazi e tempi specifici. Dico questo anche perché credo che è un grave errore fare confusione e confondere tra spazi e tempi auto-organizzativi specifici anarchici e libertari, confonderli con quelli altri e specifici non anarchici, senza chiarire ciò. Anche perché questo crea, secondo me, solo confusione e malintesi con tutti, anarchici e non, e non porta lontano nello scontro di classe. E che sia chiaro, questo per me non esclude minimamente di lottare con altri compagni/e non anarchici. Semplicemente credo che bisogna essere sinceri nell’auto-organizzazione tra tutti noi compagni/e anarchici e non, per creare diversi altri spazi e tempi con patti mutui, reciproci e chiari, che siano anti-autoritari. Però mi domando, e domando nel convegno: se noi stessi non siamo capaci d’auto-organizzarci autonomamente come si può pensare di poter apportare ed appoggiarsi mutuamente nei conflitti, nelle lotte specifiche, oppure nella lotta di classe apportare delle forza reali e qualitative? E soprattutto: come pensiamo di non trovarci costantemente impreparati e fuori del tempo e degli spazi delle lotte se non siamo auto-organizzati, senza darci progetti, e compiti chiari, con obbiettivi tattici concreti, e una bussola prospettica strategica ideologica per questi nostri specifici incontri come strumento metodologico e che sia in divenire? Un’altra questione da affrontare è come auto-organizzarsi per difendere ed attaccare il gran problema all’interno delle nostre lotte in Italia che causa e produce il recupero interclassista delle lotte sociali di rivolte radicali e autonome di rottura? lo credo che il problema arriva sempre come conseguenza di queste mancanze di spazi e tempi auto-organizzati in autonomia nella lotta di classe, lasciando dei vuoti, senza una reale difesa ed attacco per contrastarli con obbiettivi chiari sia materialmente che politicamente-ideologicamente. lo credo tutto questo, questa mancanza, a parte piccolissime e coraggiose componenti minoritarie nel mondo, è una delle principali ragioni dell’incapacità del nostro movimento anarchico e del movimento generale di rottura rivoluzionaria, di sviluppare delle lotte articolate verso una reale lotta di classe e che vada incontro alle lotte sociali e in autonomia nello scontro di classe. Questo è il problema, non è solo questione di analisi, che tra l’altro più di una volta nel nostro movimento sono state puntuali e molto buone, ma rimangono solo punti di vista teorici. Il punto è come cambiare la realtà dimostrando tali analisi nella lotta. Ma io credo che l’indirizzo d’interpretazione di alcune ultime analisi sono giuste ed utilissime – come per me il testo anarchico La fase nichilista di “Vetriolo”, ma bisogna non cadere nell’inazione, per andare al passo dello scontro di classe e dare un nostro contributo reale di prospettiva rivoluzionaria-libertaria. Perché solo l’integrazione tra la propaganda con i fatti e l’analisi, e viceversa, che è ciò che dimostra la credibilità, la concretezza reale di tali analisi e delle minoranze rivoluzionarie, che assieme alle azioni dei movimenti specifici sociali generali ed internazionali può cambiare con forze reali qualitative nello scontro di classe il contesto sociale della realtà. Certo i concetti d’analisi sono fondamentali, e lo è sopratutto saper fare una puntuale analisi tutt’oggi, ma devono avere un legame sia reale che complesso e di fatto inscindibile ed intrinseco a quello che ha scritto Malatesta. Così lo stesso per la intrinseca propaganda armata, in un rapporto integrativo che c’è tra minoranze rivoluzionarie-libertarie e movimenti specifici generali ed internazionali e la lotta di classe. Senza questo intreccio di prassi-teoria-teoria-prassi… e auto-organizzazione nel reale come forza e nel qualitativo, sia nel tempo che nello spazio, a lungo andare io credo che le analisi, per quanto buone e qualitative come ad esempio La fase nichilista, restino un semplice punto di vista filosofico. E, che sia chiaro, io credo che invece sono preziosi i movimenti internazionalisti e bisogna ritenerli degni di interesse e credo anche che sia fondamentale il relazionarsi con questi per lo sviluppo, è la linfa vitale per i diversi movimenti di lotta di classe rivoluzionaria. Ma, sinceramente, per il compito rivoluzionario io credo oggi che questi siano molto, molto, molto timidi e io non gli darei così tanta enfasi. E, ripeto, dico timidi o non gli darei enfasi per il gran compito rivoluzionario, che per me deve essere compito libertario di rottura, e soprattutto creare un rapporto di forza reale che bisognerebbe creare come rivoluzionari, per provare a difendersi per attaccare nella realtà lo Stato-nazione, il capitalismo e l’industrialismo progressista e tecnologico. Ma pure bisogna essere franchi, dibattere tra noi stessi, confrontarci ed essere auto-critici e critici costruttivamente, al nostro interno, sopratutto di fronte al “cretinismo parlamentare” e al riformismo-democratico che c’è oggi, e che, per inciso, è completamente controrivoluzionario. E sopratutto all’interno di tanti di questi nostri movimenti di lotta, e questo riformismo democratico è interclassista e molto forte. E diciamoci sinceramente che il discorso non è nuovo, certi metodi tattici-strategici di prassi, anche armata, come d’azione dirette d’attacco sia alle cose che alle persone vanno bene a certi individui, gruppi, minoranze e movimenti di lotta in Italia solo se succedono in paesi lontani “tropicali” con le loro folkloristiche guerriglie armate e partigiane. E purtroppo lo stesso anche oggi tocca di nuovo sull’Asia occidentale come la Palestina, ieri toccava con Kurdi, Algerini, Zapatisiti, Mapuche ecc.ecc. Però, soprattutto, subito prendono le distanze, come al G8 a Genova ecc., e soprattutto, mi raccomando, neanche pensarlo come possibilità qui sulle necessarie guerriglie armate e partigiane, in un contesto di lotta di classe almeno non qui, siamo in democrazia costituzionale. Cose già viste e riviste nelle diverse “ondate” universitarie, e in diverse lotte di movimenti antagonisti in venticinque anni di lotta in Italia, e non vedo perché oggi dovrebbe essere diverso senza avere fatto un duro lavoro politico e concreto di lotta rivoluzionaria e di rottura autonoma nello scontro di classe. Dunque ripeto: come contrastare fortemente e politicamente con delle prassi di rottura e in autonomia questo “cretinismo parlamentare”? lo credo che Malatesta già nel 1915 ci dava un buon indirizzo. E il caso Salis è emblematico, ci dà il polso della situazione e ci dice tanto su questo metodo interiorizzato del “cretinismo parlamentare” interclassista, che è molto grave, sopratutto per il contesto sociale e storico di guerra in qui ci troviamo! E soprattutto grave all’interno dei nostri movimenti di lotta, grave per quanti hanno delegato la lotta di classe antiautoritaria e autonoma votando un partito, per rinforzare di fatto così lo Stato-nazione, il capitalismo e l’industrialismo tecnologico e il sistema democratico guerrafondaio interclassista e così minare fortemente una già debole solidarietà reale rivoluzionaria ed internazionalista. lo credo che non affrontare tutto questo con chiarezza nel complesso è un grande errore per le lotte. Un abbraccio…. Salut i anarquia! Juan Sorroche AS2- Terni- 27/01/2026 – Un saluto da Action for Palestine Ireland alle iniziative del 7 e 8 febbraio a Viterbo Action for Palestine Ireland porge i suoi saluti rivoluzionari ai nostri compagni in Italia. Rendiamo omaggio alla vostra mobilitazione contro la guerra e la repressione e alla vostra posizione intransigente contro l’imperialismo in un periodo caratterizzato dall’accelerazione della militarizzazione, della censura e del controllo sociale nel cuore dell’imperialismo e nelle sue periferie. Dal nostro punto di vista in Irlanda, la fase attuale segna un inasprimento delle contraddizioni globali. L’intensificarsi dell’assalto sionista alla Cisgiordania e a Gaza, i continui tentativi imperialisti di destabilizzazione contro il Venezuela e l’Iran e l’ampliamento dell’arco di confronto guidato dalla NATO indicano tutti un approfondimento della strategia di guerra permanente. Questa strategia richiede non solo aggressioni esterne, ma anche un inasprimento della repressione sul fronte interno. Il prossimo anno richiederà non solo la resistenza come in passato, ma anche nuove forme di coordinamento internazionale e chiarezza politica tra i rivoluzionari. È tempo di costruire nuove ondate di resistenza radicate in un’analisi comune e in una lotta condivisa. In Irlanda, questa riconfigurazione di stampo bellico è sempre più evidente. Abbiamo assistito a una marcata escalation nella repressione delle attività anti-imperialiste: la brutalità della Garda contro le manifestazioni di solidarietà con la Palestina e contro la NATO; le violente intimidazioni nei confronti dei repubblicani irlandesi da parte della Special Branch; e la creazione di nuovi precedenti repressivi all’interno dei tribunali illegittimi dello Stato Libero d’Irlanda, che ora rispecchiano le tendenze britanniche in materia di condanne volte a criminalizzare il dissenso. Questi sviluppi non sono abusi isolati, ma espressioni di uno Stato che si prepara a disciplinare l’opposizione interna mentre si allinea più apertamente alla guerra imperialista. Un esempio recente illustra chiaramente questo concetto. Attivisti provenienti da tutta l’Irlanda hanno organizzato una protesta segreta all’aeroporto di Shannon, da tempo centro logistico per le truppe statunitensi e gli apparati militari in transito verso le guerre imperialiste. All’arrivo, sono stati accolti dai vertici della Garda e da unità speciali della polizia investigativa. Questa mobilitazione preventiva dell’apparato repressivo più alto dello Stato segnala un’intensificazione della sorveglianza sui militanti anti-imperialisti e conferma che la presunta “neutralità” militare dell’Irlanda è una finzione. Lo Stato Libero d’Irlanda sta attivamente abbandonando anche la facciata della neutralità per integrarsi più pienamente nella macchina da guerra della NATO, reprimendo al contempo coloro che denunciano e resistono a questo ruolo. Queste tendenze non promettono nulla di buono per la Palestina, né per la classe lavoratrice e gli oppressi in generale. Tuttavia, esse mettono anche in luce le vulnerabilità del sistema. È proprio quando le contraddizioni si acuiscono, quando la guerra all’estero richiede la repressione in patria, che il capitalismo rivela la sua debolezza. Il nostro compito è quello di prepararci a questi momenti, di organizzarci e di agire di comune accordo oltre i confini nazionali. Per questi motivi, accogliamo con favore le vostre mobilitazioni a Viterbo e il vostro impegno in una lotta internazionalista contro la guerra e la repressione. Auspichiamo un rafforzamento della collaborazione tra le nostre lotte, contribuendo a un fronte comune contro l’imperialismo, il colonialismo sionista e gli Stati borghesi che li sostengono. Insieme, attraverso il coordinamento e la determinazione rivoluzionaria, ci impegniamo a trasformare la resistenza in una forza concreta. Solidarietà, Action for Palestine Ireland
February 16, 2026
il Rovescio
La memoria è nella lotta contro il genocidio
Mentre viene approvata la prima bozza del cosiddetto “ddl antisemitismo”, pubblichiamo questo testo dell’Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese di Trento, distribuito in occasione di una manifestazione tenuta in città (in forma di presidio statico) nel cosiddetto “giorno della memoria”, nonostante e contro il divieto governativo di manifestare. Nel frattempo abbiamo appreso con piacere che il divieto è stato rotto anche altrove (per quanto ne sappiamo almeno a Roma, Venezia e Cagliari). La memoria è nella lotta contro il genocidio Il Ministero degli Interni ha vietato le manifestazioni durante la Giornata della Memoria, qualora prevedano il riferimento al genocidio in Palestina e critiche allo Stato d’Israele. Lo fece già due anni fa, ma ora è l’anticipazione di quello che accadrebbe ogni giorno con il disegno di legge in discussione al Senato (“Contrasto all’antisemitismo”), il quale equipara l’antisionismo all’antisemitismo, attraverso una definizione di quest’ultimo proposta da un organizzazione sionista, incentrata sul «diritto all’esistenza dello Stato di Israele», cioè il diritto di esistere di un progetto di colonialismo di insediamento a spese di nativi che vanno espulsi. Addirittura prevede corsi annuali di antisionismo per i docenti e l’obbligo di delazione per questi rispetto ad atti “antisemiti/antisionisti” (un collega che ricorda gli studenti uccisi nei bombardamenti a Gaza? uno studente con la kefiah? la diffusione di un volantino che invita al boicottaggio d’Israele?). Con il disegno di legge presentato da Gasparri di Fratelli d’Italia – non diverso da quelli presentati da Delrio e Giorgis del Partito Democratico – la propaganda sionista diventa legge e si traduce in censura e repressione. Non si potrebbe paragonare la rivolta del Ghetto di Varsavia all’azione del 7 ottobre o il ruolo di IBM nel fornire la tecnologia per i campi di sterminio nazisti a quello svolto da IBM nel genocidio algoritmico compiuto dall’IDF. Non si potrebbero criticare i progetti in corso tra Università di Trento e IBM Israel, riferendosi al ruolo di IBM Israel nel genocidio a Gaza. Non si potrebbe accostare la schedatura in Italia degli studenti palestinesi disposta a gennaio dal Ministero dell’Istruzione a quella degli ebrei sotto il fascismo. Non si potrebbe contestare la presenza di Israele ai Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina. Uno scenario già realtà in altri paesi europei, come Germania e Regno Unito, dove il gruppo d’azione diretta Palestine Action è stato dichiarato “terrorista” e una trentina di suoi appartenenti sono tuttora in carcere – alcuni dei quali hanno portato avanti uno sciopero della fame di più di due mesi, ottenendo la revoca di un contratto tra l’azienda di droni israeliana Elbit Systems e il governo britannico. Anche in Italia stanno aumentando i “colpevoli di Palestina”: Mohamed Shahin che rischia l’espulsione per frasi dette a una manifestazione, Ahmed Salem in carcere di massima sicurezza per aver diffuso dei video della resistenza palestinese, Anan Yaeesh condannato in Italia a cinque anni e sei mesi per il coinvolgimento in azioni della resistenza palestinese in Cisgiordania, Tarek Dridi in prigione per il corteo del 5 ottobre 2024 a Roma, Mohammad Hannoun e gli altri tre palestinesi incarcerati con l’accusa di aver mandato soldi alla resistenza palestinese. E centinaia di persone stanno venendo denunciate – a Trento come nel resto d’Italia – per le giornate del “Blocchiamo Tutto” e degli scioperi generali. Quelle giornate hanno tracciato una rotta che dobbiamo seguire, una rotta che può anche portarci fuori dai confini della legalità di uno Stato complice di genocidio. Se passerà il ddl “antisemitismo” ogni manifestazione, ogni conferenza, ogni serata di raccolta fondi che sollevi critiche allo Stato d’Israele sarà potenzialmente contro la legge. Questo deve farci smettere di gridare che Israele sta compiendo un genocidio col supporto dell’Occidente? Ci può giustificare dal non provare concretamente a fare qualcosa per impedirlo, agendo sulle collaborazioni attive dove viviamo? Chi ha aiutato gli ebrei a sottrarsi a rastrellamenti e deportazioni, chi ha sostenuto i partigiani (anche ebrei), chi ha disertato o sabotato la Wehrmacht, come altri eserciti, non l’ha fatto nella legalità e spesso l’ha pagato con la vita. È questa la memoria che proviamo a tenere viva oggi, ben diversa da quella ipocrita di chi finge di ricordare i genocidi di ieri mentre si fa complice di quelli di oggi. Non accettiamo lezioni sull’antisemitismo da un governo di neofascisti che hanno tra i loro “padri nobili” gli estensori delle Leggi Razziali. La Fase 2 del Piano Trump per Gaza è la premessa alla deportazione della popolazione gazawi, mentre l’imperialismo statunitense si fa sempre più violento e spudorato, attaccando il Venezuela, progettando di attaccare l’Iran, lasciando i curdi alla mercé del nuovo governo siriano, dichiarando di volersi prendere la Groenlandia con le buone o con le cattive, scatenando sul fronte interno la milizia ICE (peraltro addestrata dalle forze di sicurezza israeliane, che in quanto a deportazioni e rastrellamenti “vantano” decenni di esperienza) e prospettando guerre commerciali (di dazi e contro-dazi) che verranno pagate dai lavoratori e lavoratrici del mondo. La nostra Fase 2 può invece essere la ripresa di una lotta internazionalista contro chi fa le guerre, di cui saranno appuntamenti lo sciopero internazionale dei porti del 6 febbraio (lanciato dai portuali genovesi) e gli scioperi studenteschi di marzo in Germania contro il ripristino della leva militare. Contro i divieti, scendiamo in strada! Contro la repressione, rafforziamo la solidarietà! Contro guerra e genocidio, alla lotta! Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese
January 30, 2026
il Rovescio
Dopo la Palestina, il Rojava
Riceviamo e diffondiamo il testo di un volantino, distribuito a Trento e altrove in occasione della “giornata della memoria” (una memoria divenuta clava nelle mani dei sionisti). Lo diffondiamo volentieri per due  o tre motivi: perché ne condividiamo il messaggio internazionalista (“un solo fronte, quello degli oppressi”); perché ci sembra un buon aggiornamento su quanto sta succedendo in Rojava e in Siria; perché le complicità con l’oppressione e adesso con lo sterminio dei kurdi e di altre “minoranze etniche” in Siria sono anche qua, dato l’appoggio ad Al Jawlani dell’UE e le collaborazioni anche militari dello Stato italiano con quello turco, oltre che con gli USA: supporters, questi ultimi, della lotta del Rojava finché ha fatto loro comodo, e ora – com’era prevedibile – manutengoli dei suoi strangolatori…   DOPO LA PALESTINA, IL ROJAVA Il nuovo ordine mondiale deciso da Trump col pieno assenso e sostegno dell’Unione Europea avanza, e dopo Gaza, dove peraltro il genocidio continua a bassa intensità dietro la maschera del finto cessate il fuoco, ora tocca al popolo kurdo del Rojava. A Muhammad al Jawlani, un passato con ruoli di rilievo in Al Qaeda, ISIS e infine a capo di HTS, il movimento salafita che ha combattuto nella guerra civile siriana sotto lo slogan “prima ci prendiamo Damasco, poi arriviamo a Gerusalemme”, è bastato tornare al suo vero nome, Ahmad al Sharà, e dimenticarsi della capitale palestinese per essere promosso da Trump nel gennaio 2025 a leader della Siria del dopo Assad. Via la taglia da milioni di dollari che pure gli stessi Stati Uniti avevano messo sulla sua testa, via le sanzioni drammaticamente pagate da tutto il popolo siriano ed invito ufficiale a Washington con tanto di red carpet ad attenderlo (solo pochi mesi prima lo avrebbero deportato a Guantanamo). Il primo anno del nuovo regime si è innanzitutto macchiato del sangue di migliaia di donne e uomini alawiti e drusi, terribili massacri che qualche rara voce ha giustamente denunciato come pogrom, mentre governi e media mainstream occidentali li hanno subito liquidati come scontri con bande fedeli al deposto Assad. E così lo scorso 9 gennaio Ursula Von der Leyen è pacificamente volata in visita ufficiale a Damasco annunciando lo stanziamento di 620 milioni di euro di aiuti da parte della UE, nessun accenno che a pochi chilometri i quartieri di Aleppo a maggioranza kurda di Sheikh Maqsood e Ashrafieh fossero nelle stesse ore sotto feroce attacco per ordine di al Sharà, pesanti bombardamenti, comprese scuole e ospedali, morti e feriti, 40mila civili in disperata fuga, per moltissimi la seconda volta nella loro vita: avevano trovato precario rifugio ad Aleppo nel 2018 per l’occupazione turca e conseguente pulizia etnica nel cantone di Afrin. Dopo mesi di false trattative su quantomeno una forma di autonomia per il Rojava dove esiste di fatto una sorta di repubblica inevitabilmente a trazione kurda , ma che ha per pilastri fondamentali la parità etnica e la parità di genere, al Sharà ha deciso di cancellarla sia politicamente che fisicamente su pressione turca e sicuro del silenzio-assenso internazionale. Dopo i quartieri di Aleppo le sue bande hanno preso il controllo pure di Raqqa, scriviamo bande perché è impossibile distinguere tra effettivi di un regolare esercito statale e orde di miliziani ex jihadisti riciclati. I video che giungono attraverso la rete consegnano scene terrificanti: sangue su sangue, vilipendio di cadaveri, gli slogan del più spietato e raccapricciante fanatismo e le donne a pagare come sempre il prezzo più orrorifico, ci riportano ai tempi dell’ISIS. Sono passati solo dieci anni, eppure sembra un secolo, da quando Kobane era diventata simbolo universale della lotta contro il terrorismo integralista islamico, le piazze di tutto il mondo si riempivano di solidali, addirittura le giovani combattenti delle YPJ sulle copertine delle riviste patinate, tutto dimenticato. Al momento della stesura di questo testo, 23 gennaio, le forze miste kurdo- arabe SDF hanno deciso di ritirasi a Kobane e lì opporre una strenua resistenza. La città è già sotto assedio, manca acqua ed elettricità, terribilmente vero quanto denuncia la portavoce delle YPJ Nesrin Abdullah: “Questo assedio è più pericoloso di quello ad opera dell’ISIS del 2014, allora tutto il mondo a parte la Turchia era con noi, oggi tutti sanno chi è al Sharà, cosa è HTS, cosa è in realtà l’esercito siriano, eppure li sostengono apertamente” Nella Giornata della Memoria “MAI PIU’ PER NESSUNO” è per il Rojava come lo è per la Palestina, che nel corso della loro storia il popolo palestinese e quello kurdo abbiano confidato in “amici” diversi, Turchia e vari governi arabi il primo, innanzitutto Stati Uniti il secondo, non importa, li accomuna l’essere poi sempre stati traditi e venduti. Alla nostra coscienza li unisce essere due popoli a cui è negata l’autodeterminazione, a cui è stata usurpata la terra in un Medio Oriente dove gli stati-nazione sono sorti a tavolino con matita e righello a metà secolo scorso per interessi ed equilibri geopolitici delle grandi potenze coloniali, disperdendo etnie, vietando idiomi, perseguitando confessioni religiose, fomentando inimicizie e odi. Il palestinese “Sumud resistere per esistere, esistere per r-esistere” terribilmente uguale al kurdo “berxwedan jiyan la resistenza è vita”. Due popoli pedine sacrificabili nel nuovo ordine imperiale dove nemmeno più formalmente vengono rispettate norme e diritto internazionale per quel minimo che potessero valere, l’ONU poco più di una assemblea condominiale, la forza bruta ormai l’unica regola di cui Trump, torvo e intimidatorio quanto megalomane, è la perfetta immagine. La piazza che da 27 mesi veste i colori della Palestina non può che far proprio il grido che arriva da Kobane. CON LA RESISTENZA PALESTINESE CON LA RESISTENZA KURDA CONTRO IMPERIALISMO E NEOCOLONIALISMO UN SOLO FRONTE QUELLO DEGLI OPPRESSI
January 28, 2026
il Rovescio