Contributi da dentro e fuori dalle galere per il convegno “Sabotiamo la guerra e la repressione”Riceviamo e diffondiamo:
Alcuni contributi da dentro e fuori le carceri per le iniziative
“Sabotiamo la guerra e la repressione” del 7 e 8 febbraio a Viterbo
Il 7 febbraio circa 150 persone sono scese in piazza a Viterbo per una
manifestazione dai contenuti radicali che ha mostrato come sia possibile e
necessario tenere assieme il tema della guerra con quello della repressione: con
la resistenza del popolo palestinese, per il disfattismo in Ucraina, contro la
repressione quale espressione delle politiche di guerra sul fronte interno,
contro il 41 bis come carcere di guerra e in solidarietà con Alfredo Cospito.
Tematiche che sono state approfondite l’indomani, sempre nella città di Viterbo,
in un ricchissimo convegno militante. Qui il testo di indizione delle due
iniziative:
https://ilrovescio.info/wp-content/uploads/2025/12/Sabotiamo-la-guerra-e-la-repressione-corretto-al-23.12.pdf
In attesa di pubblicare ulteriori materiali mano a mano che questi saranno
disponibili, diamo diffusione alle lettere di Anna e Juan dalle carceri in cui
sono rinchiusi come contributi al convegno dell’8 febbraio. Pubblichiamo inoltre
un saluto giunto dall’Irlanda, quale testimonianza ancorché parziale della
caratura internazionalista delle giornate di lotta e approfondimento del 7 e 8
febbraio.
Contributo di Anna Beniamino dalla sezione AS2 del carcere femminile di Rebibbia
(Roma) per il convegno dell’8 febbraio a Viterbo
Innanzitutto vi ringrazio per la richiesta di un contributo al convegno su
Guerra e Repressione, ci provo, partendo dalla prospettiva, mio malgrado più
chiara qui, la repressione ed i riflessi “locali”, in ambito carcerario, di
politiche di guerra, austerità economica e militarizzazione della società,
globali.
Nella consapevolezza che non esistono ricette teoriche e analisi articolate e
risolutive, ma una banale e solida certezza, che qualsiasi lotta effettiva, non
virtuale, implica reazione, repressione.
Il problema è “solo” metterla in conto, esser pronti e non farsi paralizzare dal
timore di questa, costruire solidarietà e consapevolezza dei propri mezzi e
fini, con continuità e tenacia. Soprattutto in questi tempi in cui il lavoro
repressivo preventivo si sta dislocando su più livelli, sottotraccia e palesi.
A partire dal 2022 quando Alfredo è stato trasferito in 41 bis, m’è capitato di
scrive più volte di circuiti e regimi differenziati oltre che, da molto prima,
fuori e dentro la galera, di lotte e repressione, in chiave ordinaria e
“straordinaria”; a tutto questo e agli appunti, ultimi, per l’assemblea romana
contro il 41 bis mi ricollego.
Essenzialmente credo che il discorso sia da riprendere… perché non è mai finito,
né sono caduti i presupposti etici che lo sostenevano, per non lasciare in
sospeso un discorso ben avviato, per non lasciare un compagno solo, per non
sprecare un’occasione in cui in una singola battaglia si è mostrato come si può
essere assieme “irrecuperabili” e riconoscibili positivamente fuori dalla
ristretta area di movimento anarchico nei propri contenuti, per non lasciare
soli i compagni e le compagne che si trovano adesso a fronteggiare i vari
processi connessi alla mobilitazione, perché la credibilità si costruisce anche
con la continuità e la costanza, perché si è tolta la maschera ad uno dei
pilastri della retorica bipartisan su “mafia e terrorismo”, perché ormai la
“lotta al terrorismo” è uno specchietto per le allodole di dimensioni globali e
l’attuale contesto di capitalismo militarizzato e neocolonialismo sfacciati
nell’approvvigionamento delle fonti e apertura delle rotte commerciali, si
prestano bene a far recepire un messaggio antiautoritario, antimilitarista e di
solidarietà tra gli oppressi.
Ed il 41 bis è una gestione militarizzata del carcere, che stanno cercando di
mantenere, non è residuale (contenitore di compostaggio per la manovalanza
mafiosa in uso negli anni ’80) ma in fase di ristrutturazione, fondamentale e
fondante, espressione nitida del controllo tecnologico dell’animale umano, della
riduzione del corpo a macchina e dell’individuo recluso a simulacro corporeo da
mantenere in vita (non sempre!) con parametri vitali accettabili, meglio se in
stato vegetativo.
I dati sui vari gironi danteschi delle carceri del Bel Paese sono cosa nota
ormai anche sul mainstream (ed anche grazie alla mobilitazione passata), solo
qualche piccola nota aggiuntiva…
Il 41 bis non pare in fase di dismissione, piuttosto di ristrutturazione e
centralizzazione, con un prevedibile aumento di capienza – con 7 carceri
dedicati di cui 3 in Sardegna e 4 nel continente. Da quel che emerge dai media
locali negli ultimi mesi, sia ad Alessandria che in Sardegna comune e regione
sono stati colti da sindrome NIMBY-amministrativa, non vogliono una tipologia di
carcere, così malfamato, nei loro territori o più prosaicamente la concezione è
quella di nascondere la polvere sotto il tappeto (del vicino). Si può ipotizzare
che da parte dell’amministrazione penitenziaria centralizzare nello stesso
carcere solo 41 bis (come al momento solo a L’Aquila) significhi ridurre i costi
e militarizzare ulteriormente il regime.
Parallelamente dal post Pandemia stanno irrigidendo i circuiti di AS,
stabilizzati a regime chiuso, con graduali riduzioni di agibilità, sempre
nell’ottica, con lo spauracchio della “sicurezza” sbandierata ogni dove, di
semplificare il controllo ed economizzare nella sua gestione. Facendo due conti
spiccioli, che il sistema penitenziario sia in cronica e crescente crisi
gestionale/economica (come d’altra parte tutta la baracca statale fuori) è
palese, per cui i primi a farne le spese sono i lumpenproletariat accatastati
nelle sezioni comuni, dove l’autodistruzione e l’intossicazione di droghe e
psicofarmaci sono funzionali al controllo (se non gestionali nel controllo), di
situazioni al limite della sopravvivenza. Dulcis in fundo le carceri minorili
sono in sovraffollamento come non mai, a plastica dimostrazione di quello che è
il lavoro preventivo della repressione.
Nel mentre lo Stato italiano si appresta a raggiungere il primato europeo sulle
carcerazioni di prigionieri politici di più lunga data, dalla stagione di lotte
degli anni ’70-’80 del secolo scorso, ancora in AS, e quello nell’uso di quella
tipicità nostrana del 41 bis, dell’emergenzialità elevata a sistema, che si
muove costantemente sul margine del “diritto”, adattabile a seconda del target.
Per quanto il dato tecnico-giurisprudenziale si presti a lettura di diritto
negato e proprio questo credo sia uno dei punti critici controversi e mal
interpretabili se mal gestiti/spiegati, in chiave di vittimismo e di ripristino
del diritto, non credo si perda di incisività se si sottolineano nella realtà
dei fatti contraddizioni formali, forzature giuridiche e processuali anche per
sottolineare la tracotanza del potere, per combattere la normalizzazione della
repressione, gli standard doppi o multipli a seconda del nemico (eh sì quel
“diritto penale del nemico” di cui si discute) e l’ampliarsi dell’“offerta”
repressiva e della platea dei papabili.
Prima qualcuno diceva, per fare un esempio terra terra, “ah, ma il reato
associativo, il 270 bis è impossibile per degli anarchici, è un residuo della
strategia repressiva degli anni ’80” – poi ci siamo trovati con condanne e
procedimenti a raffica per 270 bis e i suoi fratelli, ter, quater, quinquies,
ecc., ecc., che vengono modellati e usati in base agli equilibri politici
nazionali e internazionali. Dal target interno comunista a quello anarchico, a
quello islamista, per attestarsi adesso sulla resistenza palestinese.
Non è un laboratorio, come era d’uso dire un po’ di tempo fa, è la realtà
attuale, non sono esperimenti da studiare è la prassi da combattere, l’utilizzo
“multitasking” dei reati di terrorismo, malleabili su ogni oppositore politico.
Per quanto il panorama globale di guerra & “Board of peace”, di genocidio &
“Gaza beach” rendano ormai palese anche al cittadino occidentale più
lobotomizzato da media e merce la reale natura dei regimi democratici e l’uso
militare del progresso tecno-scientifico, per quanto le sirene di guerra siano
sempre più vicine al cortile di casa, ho l’impressione (da qui, dall’acquario di
una galera, quindi con tutti i limiti di visione che questo comporta) che da
queste parti la repressione stia investendo molto a livello preventivo, goffa e
tracotante come l’attuale gentaglia al potere, con il piglio marziale
d’apparenza e la genuflessione effettiva alle linee guida del capitale globale.
Ma comunque in grado di snocciolare impunemente nuove fattispecie di reato,
lacci e lacciuoli che sezionano preventivamente semplificando il lavoro.
Nei momenti di “stanca” delle lotte la platea dei papabili della repressone si
amplia, quasi uno stress test del punto di tolleranza, andando a comprendere
anche quelle frange di movimento e di opposizione sociale in senso lato che
normalmente, nei regimi democratici occidentali si percepiscono più tutelate (o
meglio si autoconvincono di esserlo, avendo barattato scampoli di libertà e
pensiero critico con qualche nicchia di sopravvivenza).
Si modella una legislazione di emergenza senza che un’emergenza ci sia, ancora.
Potrebbe parere contradditorio, la logica vorrebbe maggiore azione, maggiore
repressione ma qui siamo essenzialmente al punto della sterilizzazione
preventiva. Recidere i germogli prima che diventino un ginepraio, quando è più
facile farlo, dilettandosi a manipolare quello che inizia a palesarsi, non come
movimento rivoluzionario ma d’opinione, indignazione e denuncia.
Quando è più semplice da contenere a suon di manganelli e lacrimogeni, multe e
compravendita delle componenti più recuperabili, bastone e carota, pistolettate
e social media, alla bisogna, a ciascuno il suo, con qualche licenza in più.
Quanti del controllo fanno studio e mestiere sanno bene che da svariati anni
nelle piazze occidentali a prevalere sono gli aspetti simbolico, rituale,
informativo, controinformativo delle proteste. Dai black bloc di Seattle che
privilegiavano le vetrine come obbiettivo ai Fridays for Future che
privilegiavano i cartelli da brandire a favore di telecamera, dalla retorica del
“non credere nei media, diventalo” all’utilizzo compulsivo dei social media in
un rapporto di odio-amore non risolto.
Gli attuali moti di Minneapolis contro l’ICE lo mostrano, con esiti tragici:
“eversivi”, “insurrezionalisti” manifestanti high tech, portatori di cellulari
per filmare le malefatte di queste “forze speciali” che effettuano
rastrellamenti di adulti e bambini… la polizia (dopo aver tracciato
tecnologicamente migranti e manifestanti) è più old style dei suoi oppositori,
spara ora come sparava in testa, ad un manifestante inginocchiato, 100 anni fa.
È un cortocircuito della repressione del dissenso democratico somministrata in
purezza, il campanello d’allarme di un cambio di scenario od il segno che il
passaggio è già avvenuto?
Nel Bel Paese, attraverso l’imbuto della pandemia si è passati dai lustrini e
dobloni berlusconiani alle mostrine meloniane. Per quanto i gerarchi nazionali
siano alquanto improbabili per aplomb marziale, di fatto stanno promuovendo
politiche guerrafondaie, trafficano in armi ed aspirerebbero ad affari di
ricostruzione post-bellica (a seconda dell’osso che gli lasciano rosicchiare
sotto il tavolo) rispolverando l’armamentario retorico d’antan,
Dio-Patria-Famiglia, difesa dei confini, ecc., ecc.., facendolo occhieggiare
però dallo schermo di uno smartphone, la capillare forma di “educazione”
politica attuale, nel collasso del sistema partitico-elettorale (se si fanno
altri due conti spiccioli su quella che è la percentuale dei votanti nazionali e
nei vari stati europei). “Educazione” non retorica ma necessaria alla ricerca di
nuova carne da cannone per i nuovi conflitti interni e internazionali: al
momento siamo nel bel mezzo di fiction e spot pubblicitari atti a vendere la
carriera militare come appetibile, con suggestioni estetiche ondivaghe tra top
gun e soldatini/soldatine che aiutano bambini ed anziani a trovar la strada di
casa… a breve rilanceranno la leva obbligatoria come “formativa” e
“performativa”, carne da cannone “smart”…
Esiste però una contro-retorica ai veleni della propaganda bellica e
militarista, anch’essa d’epoca, quella fatta dai distillati delle correnti
rivoluzionarie, dai refrattari capaci di contrapporvi ateismo e
anticlericalismo, internazionalismo e antimilitarismo. Quanto mai attuali visto
che, alzando un attimo lo sguardo e distogliendosi dalle rappresentazioni più
confortevoli di questi lidi, oltre che di guerra si è ripreso a parlare di
diserzione da entrambi i fronti, russo e ucraino; visto che le piazze del mondo
a volte si muovono per moto proprio ed il passaggio dall’indignazione per un
sistema corrotto alla rottura non recuperabile avviene proprio in quelle
generazioni nate e cresciute su web e social, dal Nepal all’Indonesia.
Si tratta di rovesciare la prospettiva e assumere la consapevolezze anche qui
del proprio ruolo, limiti, mancanze e responsabilità di liberarsi da melasse
postmoderne e vaghezze interclassiste, riconoscere le differenze tra
rappresentazioni mimetiche del conflitto e conflitti reali, scegliere se
esercitare solidarietà tra gli oppressi od essere incapaci di riconoscere gli
oppressori, nel gioco di specchi della comunicazione attuale che a volte usa la
sovraesposizione, lo scorrimento veloce e la decostruzione di significato come
armi preventive. Ed anche i refrattari tendono a farsi distrarre, abbagliare.
Sapersi riconoscere e riconoscere la natura del conflitto in atto sarebbe un
piccolo punto di partenza, non un approdo.
Anna,
gennaio ‘26
Roma, Rebibbia
Contributo di Juan Sorroche dalla sezione AS2 del carcere di Terni per il
convegno dell’8 febbraio a Viterbo
Hola a tutte, compagne, e a tutti, compagni, presenti all’iniziativa che si fa
oggi. Un saluto a chi ha creato questo spazio di confronto, e ci ha dato la
possibilità come prigionieri di esprimerci in questo spazio, e anche per la
solidarietà che spesso esprimete.
lo sono Juan Sorroche, prigioniero anarchico arrestato il 22 maggio 2019, e
scrivo dalla sezione AS2 del carcere di Terni dove mi trovo rinchiuso da 6 anni
con una condanna complessiva di 28 anni con due processi ancora in corso.
Mi preme di dire alcune cose in questo convegno, anche col rischio di passare
per autoreferenziale e retorico. Come anarchico prigioniero non scrivo per il
gusto estetico di farlo e il mio intento è di creare dei confronti e stimoli che
portino ad auto-organizzarsi e coordinarsi per la lotta. Come prigioniero e come
militante anarchico sempre ho pensato che bisogna essere chiari e non nascondere
le nostre opinioni ed intenzioni ideologiche, a volte pure di fronte ai giudici,
a testa alta e non lasciando che nessuno parli per noi.
Sempre ho creduto e mi sono sentito intimamente legato al posto dove sono nato,
però non alla terra o al luogo, ossia non in senso in nazionalista, ma
cosmopolita, della cultura della storia internazionalista anarchica, spagnola.
Prima ancora di essere consapevole di cosa fosse l’anarchia e l’anarchismo, la
mia cara nonna (che credeva molto in dio, ma era una convinta anticlericale per
le esperienze di vita vissute in quel periodo di insurrezione di rivoluzione, e
poi nella guerra civile), già mi cantava da piccolissimo un pezzo di una canzone
della CNT, era in particolare una sola strofa contro i preti che diceva più o
meno; “se i preti sapessero quante botte stanno per prendere canterebbero
libertà libertà libertà”. Poi mio zio che dopo la morte di Franco rientrò in
Spagna, da piccolo abitava con noi, era un punto di riferimento per me, durante
la guerra aveva disertato, era un disertore dell’esercito di Franco, e lo
beccarono dandogli a scegliere: essere fucilato o andare in Tunisia a combattere
per loro. Scelse, ovvio, quest’ultima possibilità: e là disertò di nuovo con il
rischio d’esser fucilato. Poi raggiunge nascosto in nave la Francia, facendosi
lì una vita fino al suo rientro. Potrei spiegare altre diverse esperienze e
racconti della mia famiglia.
Questa piccola digressione per dire che sono arrivato alla conclusione che per
me e probabilmente per tante individualità anarchiche e libertarie, oltre
l’aspetto razionale, c’è anche bisogno di curare, d’animare quello del cuore,
dell’anima di rivolta.
È fondamentale e necessario esplorarli ed osservare continuamente con curiosità
per darci la forza d’animo, nonostante galera, sofferenze, sfiducia, e
nonostante tutti i giudizi pessimisti che uccidono la volontà dell’anarchia. E
personalmente credo che l’anima, il cuore che muove individualmente ogni
anarchico e libertario non è una questione folcloristica perché ci dice tante
cose sagge, se osserviamo sinceramente ci fa delle domande, serve per capirmi e
capire: da dove arrivano quei lontani sentimenti profondi e i nostri primordiali
moti di rivolta che hanno acceso questa fiamma? E ci dice di alzarci dal letto
ogni giorno, muoverci verso la vita-lotta dell’anarchismo. E ci dice anche come
Essere anarchici e dove ciò ci ha portato e dove vogliamo andare. Senza
rimpianti.
Ma sopratutto ci dice e ci dà la nostra volontà e lo spirito la certezza di
credere in noi stessi, nell’Anarchia e nello spirito rivoluzionario-libertario.
E ci dice di continuare e continuare ogni giorno, e principalmente di ascoltare,
comprendere, superare quella parte nostra dell’interno che ci schiaccia, ci
sfiducia, che ci fa rimanere costantemente immobili senza comprendere le nostre
paure e ci corrode dall’interno accrescendo rassegnazioni e frustrazioni. Tutto
ciò e tanto ancora e ancora dicono le nostre radici, il cuore, lo spirito che
muove individualmente ogni anarchico.
E perciò credo che è profondo il mio essere antimilitarista ed
internazionalista-anarchico, per me è una questione molto intima che mi è stata
tramandata nel calore e nell’amore umano; e quelle persone hanno saputo senza
pretese imporsi come figure, e proprio per ciò per me rimangono radici
essenziali, pilastri di riferimento che mi hanno amato e ho amato da bambino,
radici da non perdere che sono in me profonde.
Non riesco a sentire e a capire queste complesse sensibilità-sentimenti come
questi complessi diversi concetti razionali come separati, per me sono un
insieme olistico-taoista, sono integrativi, inseparabili in senso
personale-ideologico.
Però, attenzione, io non penso sia solo esclusivamente questione di sensibilità,
di spirito di volontà anarchica o libertaria!
Perché credo che ci vuole auto-organizzazione, sia come una nostra bussola che
come fondamenta materiali. Ci vuole l’azione diretta libertaria, e che sia
accompagnata dalla progettualità con delle prospettive chiare a livelli diversi,
tattici e strategici, approfondititi tra tutti senza delega.
La Chiarezza è fondamentale con i compagni/e con cui ci auto-organizziamo, siano
anarchici, libertari o non.
Questa chiarezza: che queste prospettive possono essere raggiunte solo dalla
distruzione violenta dello Stato e del capitalismo e dell’industrialismo
progressista nel mondo.
Certo, compagni/e, io non credo che la lotta di classe riguardi esclusivamente
azioni violente. Come anche non credo che riguardi solo ed esclusivamente lotte
pacifiche e culturali. Se mai è l’incontro di tutte queste multiformi lotte e
tante altre; sia lotte sociali con innumerevoli persone che minoranze, gruppi,
individualità che praticano azioni dirette, e anche quelle più specifiche della
propaganda armata, è tutto questo incontro diverso e diversificato ciò che fa la
forza reale, le qualità necessarie per lo scontro di classe.
Lottare contro, vista anche la misera pacificazione sociale interclassista dei
guerrafondai che c’è oggi in Palestina, e nei nostri contesti, che serve solo ad
addormentare, trasformare le coscienze per spegnere le lotte di rottura di
rivolta, e che bisogna auto-organizzasi in autonomia nella lotta di classe.
Perché io non credo che bastino le sole e spontanee esplosioni sociali radicali
delle lotte, come le giornate stupende del 22 settembre del “blocchiamo tutto”
e, attenzione, io credo siano anche comunque importantissime e fondamentali!
Però in questo momento storico serve anche lo spirito, l’animo della volontà dei
rivoluzionari, che devono essere anche connessi e preparati nel corpo e
materialmente auto-organizzati come minoranze rivoluzionarie-libertarie ed
autonome.
Già Malatesta lo diceva nel lontano 1915, nella prima guerra mondiale, affermava
con forza concetti che ritengo oggi ancora validissimi in un contesto come è lo
scontro di classe presente, di guerra mondiale, lo affermava con il testo;
“L’internazionale anarchica e la guerra“. II cosiddetto Manifesto dei
trentacinque. Uscito un anno prima del nocivo e deleterio Manifesto dei sedici.
lo credo come Malatesta quello che scrisse nel testo: “Gli anarchici e la
guerra”.
«Gli anarchici hanno, in tempi di guerra, un’azione personale, molto particolare
da compiere: la loro azione, potremmo dire, azione particolare per quanto
riguarda i mezzi e per quanto riguarda i fini. Noi restiamo fra noi e ci
mettiamo d’accordo a tre o quattro per agire. Un gruppo di quindici, venti,
quaranta individui si dovrebbe suddividere dunque in quattro, sei, dieci gruppi,
liberi rispettivamente dalle preoccupazioni collettive dell’azione.»
Certo qui parla solo agli anarchici. E certo io credo che questo sia solo un
problema che deve essere risolto prima dagli anarchici e libertari.
Però ciò dà uno spunto di riflessione e una domanda per riflettere nel convegno.
Una questione per niente nuova. Ma io credo sia prioritario affrontare come
dovrebbero essere auto-organizzati questi nostri diversi spazi e tempi
specifici.
Dico questo anche perché credo che è un grave errore fare confusione e
confondere tra spazi e tempi auto-organizzativi specifici anarchici e libertari,
confonderli con quelli altri e specifici non anarchici, senza chiarire ciò.
Anche perché questo crea, secondo me, solo confusione e malintesi con tutti,
anarchici e non, e non porta lontano nello scontro di classe.
E che sia chiaro, questo per me non esclude minimamente di lottare con altri
compagni/e non anarchici.
Semplicemente credo che bisogna essere sinceri nell’auto-organizzazione tra
tutti noi compagni/e anarchici e non, per creare diversi altri spazi e tempi con
patti mutui, reciproci e chiari, che siano anti-autoritari.
Però mi domando, e domando nel convegno: se noi stessi non siamo capaci
d’auto-organizzarci autonomamente come si può pensare di poter apportare ed
appoggiarsi mutuamente nei conflitti, nelle lotte specifiche, oppure nella lotta
di classe apportare delle forza reali e qualitative?
E soprattutto: come pensiamo di non trovarci costantemente impreparati e fuori
del tempo e degli spazi delle lotte se non siamo auto-organizzati, senza darci
progetti, e compiti chiari, con obbiettivi tattici concreti, e una bussola
prospettica strategica ideologica per questi nostri specifici incontri come
strumento metodologico e che sia in divenire?
Un’altra questione da affrontare è come auto-organizzarsi per difendere ed
attaccare il gran problema all’interno delle nostre lotte in Italia che causa e
produce il recupero interclassista delle lotte sociali di rivolte radicali e
autonome di rottura?
lo credo che il problema arriva sempre come conseguenza di queste mancanze di
spazi e tempi auto-organizzati in autonomia nella lotta di classe, lasciando dei
vuoti, senza una reale difesa ed attacco per contrastarli con obbiettivi chiari
sia materialmente che politicamente-ideologicamente.
lo credo tutto questo, questa mancanza, a parte piccolissime e coraggiose
componenti minoritarie nel mondo, è una delle principali ragioni dell’incapacità
del nostro movimento anarchico e del movimento generale di rottura
rivoluzionaria, di sviluppare delle lotte articolate verso una reale lotta di
classe e che vada incontro alle lotte sociali e in autonomia nello scontro di
classe.
Questo è il problema, non è solo questione di analisi, che tra l’altro più di
una volta nel nostro movimento sono state puntuali e molto buone, ma rimangono
solo punti di vista teorici. Il punto è come cambiare la realtà dimostrando tali
analisi nella lotta. Ma io credo che l’indirizzo d’interpretazione di alcune
ultime analisi sono giuste ed utilissime – come per me il testo anarchico La
fase nichilista di “Vetriolo”, ma bisogna non cadere nell’inazione, per andare
al passo dello scontro di classe e dare un nostro contributo reale di
prospettiva rivoluzionaria-libertaria. Perché solo l’integrazione tra la
propaganda con i fatti e l’analisi, e viceversa, che è ciò che dimostra la
credibilità, la concretezza reale di tali analisi e delle minoranze
rivoluzionarie, che assieme alle azioni dei movimenti specifici sociali generali
ed internazionali può cambiare con forze reali qualitative nello scontro di
classe il contesto sociale della realtà.
Certo i concetti d’analisi sono fondamentali, e lo è sopratutto saper fare una
puntuale analisi tutt’oggi, ma devono avere un legame sia reale che complesso e
di fatto inscindibile ed intrinseco a quello che ha scritto Malatesta. Così lo
stesso per la intrinseca propaganda armata, in un rapporto integrativo che c’è
tra minoranze rivoluzionarie-libertarie e movimenti specifici generali ed
internazionali e la lotta di classe.
Senza questo intreccio di prassi-teoria-teoria-prassi… e auto-organizzazione nel
reale come forza e nel qualitativo, sia nel tempo che nello spazio, a lungo
andare io credo che le analisi, per quanto buone e qualitative come ad esempio
La fase nichilista, restino un semplice punto di vista filosofico.
E, che sia chiaro, io credo che invece sono preziosi i movimenti
internazionalisti e bisogna ritenerli degni di interesse e credo anche che sia
fondamentale il relazionarsi con questi per lo sviluppo, è la linfa vitale per i
diversi movimenti di lotta di classe rivoluzionaria.
Ma, sinceramente, per il compito rivoluzionario io credo oggi che questi siano
molto, molto, molto timidi e io non gli darei così tanta enfasi. E, ripeto, dico
timidi o non gli darei enfasi per il gran compito rivoluzionario, che per me
deve essere compito libertario di rottura, e soprattutto creare un rapporto di
forza reale che bisognerebbe creare come rivoluzionari, per provare a difendersi
per attaccare nella realtà lo Stato-nazione, il capitalismo e l’industrialismo
progressista e tecnologico.
Ma pure bisogna essere franchi, dibattere tra noi stessi, confrontarci ed essere
auto-critici e critici costruttivamente, al nostro interno, sopratutto di fronte
al “cretinismo parlamentare” e al riformismo-democratico che c’è oggi, e che,
per inciso, è completamente controrivoluzionario.
E sopratutto all’interno di tanti di questi nostri movimenti di lotta, e questo
riformismo democratico è interclassista e molto forte.
E diciamoci sinceramente che il discorso non è nuovo, certi metodi
tattici-strategici di prassi, anche armata, come d’azione dirette d’attacco sia
alle cose che alle persone vanno bene a certi individui, gruppi, minoranze e
movimenti di lotta in Italia solo se succedono in paesi lontani “tropicali” con
le loro folkloristiche guerriglie armate e partigiane. E purtroppo lo stesso
anche oggi tocca di nuovo sull’Asia occidentale come la Palestina, ieri toccava
con Kurdi, Algerini, Zapatisiti, Mapuche ecc.ecc. Però, soprattutto, subito
prendono le distanze, come al G8 a Genova ecc., e soprattutto, mi raccomando,
neanche pensarlo come possibilità qui sulle necessarie guerriglie armate e
partigiane, in un contesto di lotta di classe almeno non qui, siamo in
democrazia costituzionale.
Cose già viste e riviste nelle diverse “ondate” universitarie, e in diverse
lotte di movimenti antagonisti in venticinque anni di lotta in Italia, e non
vedo perché oggi dovrebbe essere diverso senza avere fatto un duro lavoro
politico e concreto di lotta rivoluzionaria e di rottura autonoma nello scontro
di classe.
Dunque ripeto: come contrastare fortemente e politicamente con delle prassi di
rottura e in autonomia questo “cretinismo parlamentare”?
lo credo che Malatesta già nel 1915 ci dava un buon indirizzo.
E il caso Salis è emblematico, ci dà il polso della situazione e ci dice tanto
su questo metodo interiorizzato del “cretinismo parlamentare” interclassista,
che è molto grave, sopratutto per il contesto sociale e storico di guerra in qui
ci troviamo! E soprattutto grave all’interno dei nostri movimenti di lotta,
grave per quanti hanno delegato la lotta di classe antiautoritaria e autonoma
votando un partito, per rinforzare di fatto così lo Stato-nazione, il
capitalismo e l’industrialismo tecnologico e il sistema democratico
guerrafondaio interclassista e così minare fortemente una già debole solidarietà
reale rivoluzionaria ed internazionalista.
lo credo che non affrontare tutto questo con chiarezza nel complesso è un grande
errore per le lotte.
Un abbraccio….
Salut i anarquia!
Juan Sorroche
AS2- Terni- 27/01/2026 –
Un saluto da Action for Palestine Ireland alle iniziative del 7 e 8 febbraio a
Viterbo
Action for Palestine Ireland porge i suoi saluti rivoluzionari ai nostri
compagni in Italia. Rendiamo omaggio alla vostra mobilitazione contro la guerra
e la repressione e alla vostra posizione intransigente contro l’imperialismo in
un periodo caratterizzato dall’accelerazione della militarizzazione, della
censura e del controllo sociale nel cuore dell’imperialismo e nelle sue
periferie.
Dal nostro punto di vista in Irlanda, la fase attuale segna un inasprimento
delle contraddizioni globali. L’intensificarsi dell’assalto sionista alla
Cisgiordania e a Gaza, i continui tentativi imperialisti di destabilizzazione
contro il Venezuela e l’Iran e l’ampliamento dell’arco di confronto guidato
dalla NATO indicano tutti un approfondimento della strategia di guerra
permanente. Questa strategia richiede non solo aggressioni esterne, ma anche un
inasprimento della repressione sul fronte interno. Il prossimo anno richiederà
non solo la resistenza come in passato, ma anche nuove forme di coordinamento
internazionale e chiarezza politica tra i rivoluzionari. È tempo di costruire
nuove ondate di resistenza radicate in un’analisi comune e in una lotta
condivisa.
In Irlanda, questa riconfigurazione di stampo bellico è sempre più evidente.
Abbiamo assistito a una marcata escalation nella repressione delle attività
anti-imperialiste: la brutalità della Garda contro le manifestazioni di
solidarietà con la Palestina e contro la NATO; le violente intimidazioni nei
confronti dei repubblicani irlandesi da parte della Special Branch; e la
creazione di nuovi precedenti repressivi all’interno dei tribunali illegittimi
dello Stato Libero d’Irlanda, che ora rispecchiano le tendenze britanniche in
materia di condanne volte a criminalizzare il dissenso. Questi sviluppi non sono
abusi isolati, ma espressioni di uno Stato che si prepara a disciplinare
l’opposizione interna mentre si allinea più apertamente alla guerra
imperialista.
Un esempio recente illustra chiaramente questo concetto. Attivisti provenienti
da tutta l’Irlanda hanno organizzato una protesta segreta all’aeroporto di
Shannon, da tempo centro logistico per le truppe statunitensi e gli apparati
militari in transito verso le guerre imperialiste. All’arrivo, sono stati
accolti dai vertici della Garda e da unità speciali della polizia investigativa.
Questa mobilitazione preventiva dell’apparato repressivo più alto dello Stato
segnala un’intensificazione della sorveglianza sui militanti anti-imperialisti e
conferma che la presunta “neutralità” militare dell’Irlanda è una finzione. Lo
Stato Libero d’Irlanda sta attivamente abbandonando anche la facciata della
neutralità per integrarsi più pienamente nella macchina da guerra della NATO,
reprimendo al contempo coloro che denunciano e resistono a questo ruolo.
Queste tendenze non promettono nulla di buono per la Palestina, né per la classe
lavoratrice e gli oppressi in generale. Tuttavia, esse mettono anche in luce le
vulnerabilità del sistema. È proprio quando le contraddizioni si acuiscono,
quando la guerra all’estero richiede la repressione in patria, che il
capitalismo rivela la sua debolezza. Il nostro compito è quello di prepararci a
questi momenti, di organizzarci e di agire di comune accordo oltre i confini
nazionali.
Per questi motivi, accogliamo con favore le vostre mobilitazioni a Viterbo e il
vostro impegno in una lotta internazionalista contro la guerra e la repressione.
Auspichiamo un rafforzamento della collaborazione tra le nostre lotte,
contribuendo a un fronte comune contro l’imperialismo, il colonialismo sionista
e gli Stati borghesi che li sostengono. Insieme, attraverso il coordinamento e
la determinazione rivoluzionaria, ci impegniamo a trasformare la resistenza in
una forza concreta.
Solidarietà,
Action for Palestine Ireland