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Luci da dietro la scena (XXXIII) – Il punto zero della rivoluzione (tecnologia, corpo, autonomia)
Qui in pdf: Luci da dietro la scena (XXXIII)-1 Luci da dietro la scena (XXXIII) – Il punto zero della rivoluzione (tecnologia, corpo, autonomia) Per costruire un’alternativa al capitalismo dobbiamo “reincantare il mondo”, re-immaginare saperi e potenzialità umane distrutti dalla razionalizzazione del lavoro, questo non in vista di un impossibile ritorno al passato ma come ponte verso una società dove i rapporti con gli altri e la natura sono una delle maggiori fonti della nostra ricchezza. È passato quasi un secolo da quando Max Weber in Scienza come vocazione (1918-1919) sosteneva che il destino del nostro tempo è un “processo irreversibile di disincantamento del mondo”, fenomeno che attribuiva all’intellettualizzazione e razionalizzazione prodotta dalle moderne forme di organizzazione sociale. Per “disincantamento” Weber intendeva la scomparsa dal mondo di ciò che è magico, misterioso, insondabile. Ma possiamo interpretare questo concetto in modo più politico, e cioè come l’emergere di un mondo in cui si sta perdendo la capacità di riconoscere una logica diversa da quella dello sviluppo capitalista. Questo “blocco” ha senza dubbio le sue radici nella ristrutturazione del processo produttivo, che ha smantellato le comunità e le forme di organizzazione che la classe operaia aveva creato in secoli di lotta. Ma ciò che impedisce alle nostre sofferenze di diventare produttive di alternative è anche la seduzione esercitata su di noi dai prodotti della tecnologia che sembrano darci poteri senza i quali non sembra possibile vivere. Questo è un mito di cui dobbiamo liberarci. Non propongo uno sterile attacco contro la tecnologia e un impossibile ritorno a un paradiso primitivista, ma è necessario un calcolo dei costi che paghiamo per l’innovazione tecnologica e una rivalutazione dei saperi e delle capacità che abbiamo perso con l’uso di una tecnologia che è essenzialmente finalizzata allo sfruttamento del lavoro e all’accumulazione privata della ricchezza. Quando parlo di “reincantare” il mondo mi riferisco dunque alla scoperta di logiche diverse da quelle dello sviluppo capitalista – che è la condizione perché la crisi del capitale non si trasformi in una crisi dei nostri progetti di trasformazione sociale. Se, infatti, assumiamo che la liberazione dallo sfruttamento passi per un ulteriore sviluppo tecnologico non potremo evitare ulteriori catastrofi economiche ed ecologiche e un’intensa competizione di fronte allo scarseggiare delle risorse. In questo senso, la re-ruralizzazione del mondo (attraverso la bonifica delle terre e dei mari, la lotta alla deforestazione, lo smantellamento delle dighe sui fiumi) e la rivalorizzazione del lavoro di riproduzione sono condizioni indispensabili alla nostra sopravvivenza. Sono la strada per ricongiungere ciò che il capitalismo ha diviso, a cominciare dal nostro rapporto con la natura, con gli altri, e con il nostro stesso corpo. Tecnologia, corpo, autonomia La seduzione che la tecnologia esercita su di noi è l’effetto dell’impoverimento che cinque secoli di sviluppo capitalista hanno prodotto sulle nostre vite, anche (o soprattutto) nei paesi in cui il capitalismo ha raggiunto il suo apice. Questo impoverimento ha molte facce. Invece di creare le condizioni materiali per la transizione al comunismo, il capitalismo ha prodotto scarsità su scala globale, ha svalutato le attività che ricostituiscono i nostri corpi e le nostre menti consumate dal lavoro, ha affaticato la terra al punto che oggi non è più in grado di sostenere la nostra vita e la vita delle piante e degli animali. Come ha scritto Marx in riferimento all’agricoltura: “ogni progresso dell’agricoltura capitalistica costituisce un progresso non solo nell’arte di rapinare l’operaio, ma anche nell’arte di rapinare il suolo”. Oggi il furto industriale della ricchezza della terra non è immediatamente evidente perché il carattere globale dello sviluppo capitalista ci ha fatto perdere di vista molte delle sue conseguenze sociali e materiali, così che è difficile valutare il costo complessivo di ogni nuova forma di produzione. Come ha scritto il sociologo tedesco Otto Ullrich, solo la nostra incapacità di vedere i costi e le sofferenze causati dall’uso quotidiano dei dispositivi tecnologici, e il divario tra il nostro vantaggio personale e i pericoli collettivi, fa sì che si perpetui il mito secondo cui la tecnologia genera prosperità. In realtà, l’applicazione, da parte del capitale, della scienza e della tecnologia alla produzione si è dimostrata così costosa, considerati i suoi effetti sulla vita umana e sul sistema ecologico, che, se si generalizzasse, distruggerebbe la terra. Come si è spesso sostenuto, la sua generalizzazione sarebbe possibile solo se ci fosse un altro pianeta disponibile per il saccheggio e per l’inquinamento. C’è comunque un’altra forma di impoverimento, meno visibile ma ugualmente devastante, che la tradizione marxista ha ignorato. È la perdita di poteri autonomi, individuali e collettivi. Mi riferisco a quel complesso di bisogni, desideri e capacità che si sono sedimentati in noi attraverso milioni di anni di sviluppo evolutivo in stretto rapporto con la natura e che costituiscono una delle principali fonti di resistenza allo sfruttamento. Mi riferisco al bisogno di sole, vento, cielo, al bisogno di toccare, sentire gli odori, dormire, fare l’amore, stare all’aria aperta invece di esseri circondati da pareti chiuse (tenere i bambini in quattro mura è ancora in molte parti del mondo una delle principali sfide per gli insegnanti). L’insistenza accademica sulla costruzione discorsiva del corpo ha fatto perdere di vista questa realtà. Eppure, questa accumulazione di bisogni e desideri, che è la precondizione della nostra riproduzione sociale, ha costituito un potente limite allo sfruttamento del lavoro, la ragione per cui, fin dalle prime fasi del suo sviluppo, il capitalismo ha dovuto ingaggiare una guerra contro il nostro corpo, facendone un significante di tutto ciò che è limitato, materiale, opposto alla ragione. […] Come ci ricorda Vandana Shiva, tutte le culture del sud-est asiatico hanno avuto origine da società che vivevano in stretto contatto con le foreste, e anche le più importanti scoperte scientifiche hanno avuto origine in società pre- capitaliste nelle quali le vite delle persone erano profondamente marcate dall’interazione quotidiana con la natura. Quattromila anni fa astronomi babilonesi e maya, che studiavano il cielo senza telescopi, hanno scoperto e tracciato le principali costellazioni e i movimenti ciclici dei corpi celesti. A loro volta, i marinai polinesiani potevano navigare in alto mare nelle notti più buie e dirigersi sulla terraferma leggendo i rigonfiamenti dell’oceano, tanto i loro corpi erano sensibili alla direzione e ai mutevoli cambiamenti delle onde. Le popolazioni dei nativi americani hanno prodotto le colture che ancora oggi nutrono il mondo, con una padronanza che non è stata superata da nessuna innovazione introdotta nell’agricoltura negli ultimi cinquemila anni, e generando una tale abbondanza e diversità di raccolti che nessuna rivoluzione agricola ha ancora emulato. Rievoco questo passato poco noto o sottovalutato per sottolineare l’impoverimento che abbiamo subìto con lo sviluppo del capitalismo, che nessun dispositivo tecnologico ha compensato. Infatti, in parallelo alla storia dell’innovazione tecnologica nella società capitalista, potremmo scrivere la storia della disaccumulazione dei saperi e delle capacità pre-capitaliste, che è stata la premessa dello sviluppo delle nostre capacità lavorative. Infatti, la capacità di leggere gli elementi, scoprire le proprietà mediche delle piante e dei fiori, trovare sostentamento nella terra, vivere in boschi, foreste, regioni montuose, farsi guidare dalle stelle e dal vento lungo le strade e per mari è stata una fonte di “autonomia” che doveva essere distrutta. “Autonomia”, in questo contesto, non significa auto-sufficienza e isolamento dagli altri, del tipo che Rousseau e la teoria politica liberale hanno immaginato come costitutivi dell’individui nello “stato di natura”. Significa invece capacità sociale- collettiva di auto-attivazione e indipendenza da poteri esterni. La storia delle regioni montane e forestali è istruttiva a questo riguardo, perché le montagne sono state il luogo privilegiato delle comunità ribelli – di eretici, di uomini senza padroni e di schiavi fuggiaschi. Lo sviluppo della tecnologia industriale si è fondato sulla perdita di questi poteri autonomi e l’ha ampliata, catturando e incorporando nei macchinari gli aspetti più creativi del lavoro vivo. Come ha scritto Marx: “il mezzo di lavoro si presenta come mezzo di soggiogamento, mezzo di sfruttamento e mezzo di impoverimento dell’operaio”. Computer e beni comuni È importante qui ricordare che le tecnologie non sono mai riducibili a particolari dispositivi materiali, ma incorporano e producono specifici sistemi di relazioni sociali, specifici regimi disciplinari e cognitivi che si infiltrano in ogni aspetto delle nostre vite e non tollerano alternative. “A loro si accompagna – scrive Ullrich – una rete infrastrutturale di condizioni tecniche, sociali e psicologiche senza le quali macchinari e prodotti non sono in grado di funzionare”. Esemplare è la ridefinizione della produzione industriale e dello spazio-tempo urbano prodotta dall’automobile, e la militarizzazione dell’ambiente sociale imposta dallo sviluppo delle centrali nucleari. Anche le tecnologie digitali comportano uno specifico programma sociale e politico, in quanto accelerano il trasferimento delle capacità lavorative alle macchine e sono un’ulteriore tappa nella spersonalizzazione dei lavoratori. Tuttavia perdura l’illusione che l’introduzione dei computer e dell’I-phone sia stata un bene per l’umanità, poiché si continua a credere che entrambi riducano il lavoro necessario e aumentino la nostra capacità di comunicare e cooperare. In realtà, invece di ridurre la giornata di lavoro e il peso del lavoro fisico e mentale – la promessa di tutte le tecno-utopie degli anni Cinquanta – la digitalizzazione e la computerizzazione del lavoro li hanno aumentati. Oggi si lavora più che mai, perché il computer e il telefono tascabile ci rendono reperibili e sfruttabili in ogni momento della giornata. Il Giappone – la terra madre della tecnologia digitale – è in testa nel mondo riguardo al nuovo fenomeno che è la morte per lavoro. Nello stesso tempo negli Stati Uniti migliaia di lavoratori muoiono ogni anno per incidenti sul lavoro e contraggono malattie che accorciano le loro vite. La computerizzazione ha anche immensamente aumentato la capacità militare della classe capitalista, e la sorveglianza sul nostro lavoro e le nostre vite. Grazie alla computerizzazione milioni di lavoratori lavorano in condizioni per cui tutto ciò che fanno è monitorizzato e registrato e ogni sbaglio o trasgressione sono penalizzati. Con la digitalizzazione, il dominio sul lavoro e la sua irreggimentazione hanno raggiunto l’apice, portando a compimento la visione di La Mettrie dell’”uomo macchina”. Che livelli di stress questo produce lo possiamo misurare a partire dalle epidemie di malattie mentali – depressione, panico, ansia, incapacità di concentrarsi, dislessia – che sono oggi tipiche dei paesi più tecnologicamente avanzati, e che interpreto come forme di resistenza alla macchinizzazione dei nostri corpi, come rifiuto di “farsi macchina” e interiorizzare i piani del capitale. La digitalizzazione ha anche svuotato i rapporti personali, poiché quando si passano settimane di fronte agli schermi di un computer viene meno il piacere del contatto fisico e delle conversazioni faccia a faccia; la comunicazione diventa più superficiale, poiché l’attrazione esercitata dalla risposta immediata sostituisce la lettera a lungo ponderata, producendo scambi sempre più superficiali. Così nella ricerca di un’illimitata interconnettività si è prodotto un nuovo tipo di isolamento e nuove forme di separazione. Si è anche notato che i ritmi veloci a cui i computer ci hanno abituato generano una crescente impazienza nelle nostre interazioni quotidiane con altre persone, poiché queste non possono eguagliare la velocità delle macchine. Non ultimo, un bilancio di ciò che è necessario per produrre un computer preclude qualsiasi ottimismo riguardo alla rivoluzione informatica e alla società della conoscenza. Come ci ricorda Saral Sarkar, produrre un solo computer richiede in media tra le quindici e le diciannove tonnellate di materiali e trentamila litri di acqua pura, presumibilmente sottratti alle terre e acque di varie comunità in Africa o nell’America Centrale e del Sud che in molti casi non dispongono nemmeno dell’elettricità. Possiamo, quindi, applicare alla computerizzazione quello che Raphale Sanuel ha scritto a proposito dell’industrializzazione: “se si guarda alla tecnologia [industriale] dal punto di vista del lavoro invece che da quello del capitale, risulta una crudele caricatura presentare i macchinari come capaci di dispensarci dal lavoro o dalla fatica [perché] a parte le richieste che gli stessi macchinari hanno imposto, è stata necessaria un’enorme quantità di lavoro per la fornitura dei materiali grezzi”. […] Tutte queste considerazioni contrastano con la tesi che attribuisce alle nuove tecnologie digitali la capacità di aumentare la nostra autonomia, nonché con il principio secondo cui chi lavora ai più alti livelli dello sviluppo tecnologico è nella migliore posizione per promuovere cambiamenti rivoluzionari. In realtà, è tra le popolazioni meno tecnologicamente avanzate da un punto di vista capitalista che oggi troviamo le lotte più forti e più determinate a cambiare il mondo. I principali esempi di “autonomia” provengono dalle lotte quotidiane e dagli spazi autonomi costruiti dai contadini e dalle comunità indigene delle Americhe, che nonostante secoli di colonizzazione non hanno perso il rapporto con quella “altra” logica, inscritta nei nostri corpi da una vita in stretto contatto con il mondo della natura. Oggi, le basi materiali di questo mondo sono sotto attacco come mai prima, nel mirino di un incessante processo di recinzione da parte di compagnie minerarie e petrolifere, di biocarburanti e dell’agro-business. L’assalto a terre e acque è aggravato dal tentativo, altrettanto pericoloso, da parte della Banca Mondiale e di una pletora di ONG, di portare tutte le attività di sussistenza, che le donne hanno creato per sfuggire alla stretta del mercato, sotto il controllo dei rapporti monetari, attraverso la politica della microfinanza. Questo ha già trasformato in debitrici una moltitudine di donne, commercianti, contadine, dedite alla produzione di cibo e ad altre attività riproduttive nelle proprie comunità. Tuttavia, nonostante questo attacco, questo mondo, che qualcuno ha chiamato “rurbano” per sottolineare la sua reciproca e simultanea dipendenza da città e campagna, non vuole svanire. Ne sono testimoni il moltiplicarsi delle occupazioni di terre, delle guerre per l’acqua e la persistenza di pratiche solidali, come il tequio [una forma di lavoro collettivo che risale al periodo pre- coloniale nell’America Latina], anche tra gli immigrati. […] Le lotte delle donne sul terreno della riproduzione giocano un ruolo cruciale nella costruzione di forme di vita organizzate secondo una logica diversa da quella del mercato. Come ho scritto in Femminismo e politiche del comune, sia per il loro limitato accesso a un reddito monetario sia per il loro coinvolgimento nel lavoro di riproduzione, le donne sono in prima fila nella lotta per mantenere forme autonome di sussistenza. Produrre cibo ed esseri umani è infatti un’esperienza e una pratica qualitativamente diversa dal produrre macchine, in quanto richiede una costante interazione con processi naturali di cui non possiamo controllare le modalità e i tempi. Per questo, il lavoro riproduttivo genera una più profonda comprensione dei limiti naturali al nostro operare, cosa che lo rende essenziale per il re-incantamento del mondo che propongo. Non a caso, il tentativo di imporre al lavoro riproduttivo i parametri dell’organizzazione industriale del lavoro ha avuto degli effetti particolarmente dannosi. Ne sono prova le conseguenze innescate dall’industrializzazione del parto che ha trasformato questo evento, potenzialmente magico, in un’esperienza alienante e spesso terrificante, perché in molti ospedali si obbligano le donne a partorire in una catena di montaggio, con tempi fissi, uniformi, supine, con le membra collegate a varie macchine, in condizioni di totale passività che precludono la possibilità di seguire i ritmi del proprio corpo. Non a caso, sulla scia del movimento femminista degli anni Settanta, sono nate molte iniziative tendenti a ripristinare forme di parto più naturali, spesso considerate “apolitiche” e tuttavia coerenti con la logica dei movimenti che oggi lottano per recuperare il controllo sulla nostra riproduzione e contro la svalutazione a cui è stata soggetta nella società capitalista. Anche attraverso questi movimenti intravediamo l’emergere di un’altra razionalità che non solo si oppone alle ingiustizie sociali ed economiche ma ci ricongiunge con la natura, e reiventa la vita come un processo di sperimentazione e di ridefinizione di cosa significa essere umani. Questa nuova cultura è solo all’orizzonte, perché resta forte la presa dei rapporti capitalisti sulla nostra vita. La violenza che uomini in ogni paese e classe mostrano nei confronti delle donne è la misura di quanta strada ci sia ancora da fare prima di poter parlare di rapporti comunitari. Preoccupa anche il fatto che molte femministe contribuiscano alla svalutazione della riproduzione, a cui troppo spesso si contrappone il lavoro extra-domestico come unica fonte di socialità e creatività. Questo, credo, è un errore profondo, perché nella misura in cui è la base materiale della nostra vita e il primo terreno sul quale possiamo praticare la nostra capacità di autogoverno, il lavoro riproduttivo è il “punto zero della rivoluzione”. (da Silvia Feredrici, Reincantare il mondo. Femminismo e politica dei commons, ombre corte, Verona, 2018)
March 5, 2026
il Rovescio
Guerra civile in Messico
Riceviamo e diffondiamo questo interessantissimo opuscolo sulla guerra civile dall’alto in Messico, che raccoglie gli interventi dell’incontro svoltosi a Radio Blackout il 20 febbraio 2026, a cura di Torino Diserta e Happy Hour, con Claudio Albertani e Collettivo Nodo Solidale. Sarà presto disponibile anche il podcast. Guerracivile_Messico_DEF
February 27, 2026
il Rovescio
È uscito il quarto numero di “disfare – per la lotta contro il mondo-guerra”
Riceviamo e diffondiamo: È uscito il quarto numero di “disfare – per la lotta contro il mondo guerra”, dell’inverno 2026. Per richiedere copie / To request copies / pour demander des exemplaires: disfare@autistici.org * 64 pagine, 4 euro a copia, 3 euro per i distributori (dalle 3 copie in su) * 64 pages, 4 euros per copy, 3 euros for distributors (from 3 copies upwards) * 64 pages, 4 euros par exemplaire, 3 euros pour les distributeurs (à partir de 3 exemplaires) Scarica il pdf dell’editoriale: disfare_4_editoriale Editoriale I modi in cui dichiariamo che meritiamo di vivere Così avevamo chiuso l’ultimo editoriale: nei moti d’autunno si è prodotta una rottura del realismo imposto, che ha aperto spazi di possibilità. L’immaginazione, troppo a lungo ridotta a misura dell’esistente, è tornata ad eccedere ciò che è dato, contro l’idea che non c’è alternativa, contro la pace amministrata, che è continuazione della guerra dall’alto verso il basso. Il genocidio palestinese non è finito, è latente, ridotto a uno stillicidio quotidiano, mentre le manovre israelo-statunitensi preparano una Fase 2 che prefigura la sua completa riemersione. Il Piano del Board of Peace – la creazione di un organismo internazionale, anche formalmente emanazione degli Stati Uniti e del suo presidente Donald Trump, che guarda alle macerie di Gaza come a un progetto immobiliare – è un calcio ai formalismi e alle pastoie che, dal secondo dopoguerra, hanno caratterizzato il predominio statunitense sul globo. L’imperialismo a stelle e strisce si fa oggi assolutamente risoluto, come sancito dall’operazione di polizia in Venezuela (ribattezzata, per l’appunto, Absolute Resolve) e dal proposito di attaccare l’Iran per espandere il proprio dominio regionale, piegando a proprio vantaggio le sollevazioni in corso. Queste due operazioni ci dicono però qualcosa di più, manifestando l’intreccio tra guerra totale e guerra civile mondiale. Se ciò che è accaduto in Venezuela mostra come le operazioni di polizia, interne e internazionali, siano inscritte in un processo sistemico di guerra e di ristrutturazione del potere globale, ciò che accade a Caracas non è mero teatro di un conflitto intra-capitalistico tra blocchi di potenze (p. 52). Anche in Iran – dove si staglia l’ombra del ritorno dello Scià a scapito di chi si rivolta per farla finita tanto col «tempo dei padroni e dei mullah» quanto contro l’ingerenza occidentale – il conflitto non si riduce a una semplice contrapposizione tra Stato e imperialismo esterno: le rivolte popolari, esplose ripetutamente contro la povertà e l’autoritarismo riflettono tensioni profonde all’interno della società (p. 54). Esse sono manifestazioni locali di quella che va letta come guerra civile mondiale, conflitto permanente tra forze sociali senza dichiarazioni di belligeranza né vidimazioni giuridiche, dove il dilagare della barbarie che accompagna la modernità apre spazi di rottura nei quali può essere affermata la possibilità di un’altra vita. In questo contesto, se l’internazionalismo costituisce la condizione materiale di qualunque processo di rottura, perché è il conflitto ad essere mondiale, il disfattismo ne è corollario: non nega la solidarietà a chi subisce oppressione, ma rifiuta che essa venga arruolata da qualunque potere costituito. Un posizionamento ribadito da realtà in lotta nell’Est Europa, sia in un testo contro le posizioni guerrafondaie della sinistra di movimento (p. 40), sia dal collettivo antimilitarista Dezertér, che abbiamo intervistato per questo numero (p. 38). Non ci sono poteri buoni. L’aggressività esasperata degli Stati Uniti riflette il declino di una potenza egemone che, nel più classico copione da Basso Impero, per difendere la sua posizione si rifà innanzitutto sui propri subalterni rafforzandone il vassallaggio, come nel caso dell’Europa. Ne sono esempi tanto il rimpallo dell’impegno militare in Ucraina, quanto le manovre attorno alla Groenlandia – già de facto protettorato statunitense sul piano militare –, e le minacce di sanzione economica contro gli Stati europei riluttanti ad acconsentire all’acquisizione dell’isola. Il trumpismo non va letto come un’anomalia – come vorrebbero i critici del Re pronti a salvare la Corona –, ma come accelerazione coerente di un itinerario tracciato da tempo. Lo stesso terrorismo domestico agito dagli agenti dell’ICE – agenzia nata all’indomani dell’11 settembre e finanziata dai democratici quanto dai repubblicani – “riporta a casa” la war on migrants e la war on drugs da tempo condotta in Centro e Latino-America e riprodotta internamente dai poteri locali, come testimonia la storia di “Yorch”, anarchico di Città del Messico, arrestato con accuse di «narcotraffico» e ucciso per mancanza di cure in carcere (p. 50). La tendenza è quella di eliminare tutti coloro che si oppongono (o possono essere d’intralcio) alla guerra tecno-capitalista contro le popolazioni e la vita, resa oggi potenzialmente inutile. In Indonesia lo dimostra la brutale repressione delle rivolte, descritte come atti di «terrorismo» da parte di un apparato statale che negli anni ha ricevuto ingenti armi e tecnologie dall’Occidente (p. 48), in Italia lo testimonia la repressione della resistenza palestinese e la criminalizzazione dell’antisionismo (p. 33). Mentre il diritto definisce il dissenso come questione criminale e il nemico interno diventa potenzialmente chiunque, la categoria di «terrorista» si presta come dispositivo flessibile per darne la caccia ovunque. Tuttavia, dopo decenni in cui la guerra civile si è manifestata principalmente come conflitto unilaterale dall’alto verso il basso o orizzontale – “tra poveri” –, la tempesta palestinese e le rivolte popolari che infiammano il mondo pongono la possibilità di un’altra guerra, dal basso verso l’alto, capace di mettere in discussione le regole profonde di un ordine mondiale oggi quanto mai instabile. I moti d’autunno a queste latitudini hanno indicato con chiarezza una pratica insieme difensiva e offensiva: interrompere i flussi della logistica, la quale si fonda su una logica intrinsecamente genocidiaria che non si esprime solo nei bombardamenti, come ricordano i duecento morti di gennaio nel crollo di una miniera di coltan in Congo. Dedichiamo quindi un approfondimento ad alcune esperienze locali di mappatura dell’industria bellica, nella convinzione che colpire la macchina della guerra sia a portata di mano – a patto che si abbandoni l’idea che sia possibile “disarmare” la produzione perché essa continui ad espandersi in nome del “benessere generale” (p. 15). La lotta di Palestine Action contro Elbit Systems fornisce importanti spunti al riguardo: pratiche capaci di non farsi piegare da «muri d’acciaio e sensori», né isolare dalla legislazione antiterrorismo, continuando invece a colpire e interrompere materialmente il circuito del genocidio (p. 23). A ritessere il necessario nesso tra attacco alla macchina della guerra e indisponibilità all’arruolamento contribuiscono, oltre ai bagliori che continuano ad illuminare la notte (p. 37), lo sciopero internazionale dei porti del 6 febbraio e, in Germania, tanto gli scioperi studenteschi contro la leva militare quanto le azioni dirette di antimilitarismo combattivo (p. 46). Che nella locomotiva europea, oggi in profonda crisi, ci sia chi sottrae legna e getta acqua sulla guerra non può che essere una buona notizia e lascia sperare che possa aprirsi la stagione della diserzione in Europa: dai lavoratori stritolati ai giovani, carne da lavoro e da cannone. Ripercorrere l’ultima stagione di lotta e di obiezione totale contro la leva militare in Italia non è quindi esercizio storiografico, ma storia viva (p. 56, p. 59). Nei flussi della guerra, il tempo della battaglia, spogliato di ogni vincolo spazio-temporale, può sovrapporsi senza frizione ai ritmi di una quotidianità solo apparentemente pacificata. Dispositivi di tracciamento biometrico usati non solo contro il colonizzato o lo straniero, come da tempo in atto nella «guerra ai migranti» (p. 42), ma contro lo stesso cittadino, radicalizzano la logica di sospetto permanente dello Stato contro il nemico interno. Per questo si pone la centralità di immaginare e praticare forme di diserzione totale, al contempo difensive e offensive, capaci di misurarsi con la dissoluzione del concetto stesso di fronte, che è totalmente immanente alla vita, ridotta a risorsa disponibile e sacrificabile dalla razionalità calcolatoria del tecno-capitalismo (p. 9). Sono le pratiche locali capaci di interrompere materialmente il circuito del suo funzionamento ad indicare la via a tutta quella parte di umanità oggi passibile di essere considerata indesiderata, inutile, eliminabile: le reti di risposta immediata ai raid dell’ICE nei quartieri proletari statunitensi; le azioni dirette contro i reclutatori dell’esercito in Ucraina (p. 41); le pratiche indomite della resistenza palestinese, capace di muoversi dentro e contro l’architettura tecnologica e totalitaria nel contesto della Cisgiordania occupata dalla Start-up Nation per antonomasia (p. 28). Ora che qui i moti d’autunno appaiono sopiti, l’esperienza di quegli attimi resta impressa nella carne di chi c’era; e proprio per questo si riapre, con forza, la questione della consistenza e della durata di quelli a venire. Il tempo stringe, ci dicono i signori della guerra, i tecnocrati di ogni credo, gli oligarchi della democrazia. Ed effettivamente la clessidra sembra mostrare numerose crepe (p. 5). La sfida è interrompere il loro tempo, disertare totalmente le strutture del potere, sperimentare forme di autonomia e continuare a rendere il conflitto verticale. La posta in gioco è niente meno che la possibilità di una vita che meritiamo di vivere. 10 febbraio 2026  
February 25, 2026
il Rovescio
La ragnatela
Pubblichiamo una proposta di progetto di un collettivo composto da individualita`antiautoritarie nomadi e semi-nomadi: Il gancio: ” the west Is the best” (J.M.)  linee di vita e di lotta, e densità sociali da mappare,attraversare e saper maneggiare con perizia. Procedere a zigzag tessendo trame, orditi e complicità è gioco con le molteplici curvature degli spazi e dei tempi, sia individuali che sociali. È una questione di volontà e di attrezzi che possano servirci ad agganciare occasioni che si profilano nella navigazione, come a saperci sganciare da ordinarietà, autoritarismi e dalla forza di gravità sociale che ci tiene schiacciati al suolo del sempre identico e della solitudine digitalizzata. Per imbastire trame, momenti e mezzi per navigare necessitiamo di spazi e di materiali sulle rotte dove poter sperimentare forme di vita altra e di lotta. Stiamo provando a dare presa e corpo ad un nostro sogno: un punto d approdo sulle strade dove poterci incontrare e respirare assieme. Siamo una piccola tribù di nomadi e seminomadi delle Terre occidentali d’ Europa. Qui, nella zona di agen, stiamo cercando un terreno dove provare a dare vita a tutto ciò.     Le crochet : « The west Is the best » (J.M.)  Des lignes de vie et de lutte, des densités sociales à cartographier, à traverser et à savoir gérer avec habileté. Procéder en zigzaguant, en tissant des trames, des chaînes et des complicités, c’est jouer avec les multiples courbures des espaces et des temps, tant individuels que sociaux. C’est une question de volonté et d’outils qui peuvent nous servir à saisir les occasions qui se profilent dans la navigation, comme à savoir nous détacher de l’ordinaire, des autoritarismes et de la force de gravité sociale qui nous maintient écrasés au sol de l’éternel identique et de la solitude numérisée. Pour tisser des trames, des moments et des moyens de naviguer, nous avons besoin d’espaces et de matériaux sur les routes où nous pouvons expérimenter d’autres formes de vie et de lutte. Nous essayons de donner corps à notre rêve : un point d’ancrage sur les routes où nous pouvons nous rencontrer et respirer ensemble. Nous sommes une petite tribu de nomades et de semi-nomades des terres occidentales de l’Europe. Ici, dans la région d’Agen, nous cherchons un terrain où essayer de donner vie à tout cela.     The hook: ‘The West Is the Best’ (J.M.) Lines of life and struggle, and social densities to be mapped, traversed and skilfully handled. Proceeding in a zigzag pattern, weaving plots, warps and complicities, is a game with the multiple curves of space and time, both individual and social. It is a question of will and tools that can help us hook onto opportunities that arise in navigation, as well as knowing how to detach ourselves from ordinariness, authoritarianism and the social force of gravity that keeps us pinned to the ground of the ever-same and digitised solitude. In order to weave plots, moments and means of navigation, we need spaces and materials on the routes where we can experiment with other forms of life and struggle. We are trying to give shape and substance to our dream: a place on the road where we can meet and breathe together. We are a small tribe of nomads and semi-nomads from the western lands of Europe. Here, in the Agen area, we are looking for a piece of land where we can try to bring this dream to life.     El gancho: «The west is the best» (J.M.) Líneas de vida y de lucha, y densidades sociales que hay que cartografiar, atravesar y saber manejar con destreza. Avanzar en zigzag tejiendo tramas, urdimbres y complicidades es un juego con las múltiples curvaturas de los espacios y los tiempos, tanto individuales como sociales. Es una cuestión de voluntad y de herramientas que nos sirvan para aprovechar las oportunidades que se perfilan en la navegación, así como para saber desprendernos de la mediocridad, los autoritarismos y la fuerza de gravedad social que nos mantiene aplastados al suelo de lo siempre igual y de la soledad digitalizada. Para tejer tramas, momentos y medios para navegar, necesitamos espacios y materiales en las rutas donde podamos experimentar otras formas de vida y de lucha. Estamos intentando hacer realidad nuestro sueño: un lugar en las carreteras donde poder encontrarnos y respirar juntos. Somos una pequeña tribu de nómadas y seminómadas de las tierras occidentales de Europa. Aquí, en la zona de Agen, estamos buscando un terreno donde intentar dar vida a todo esto.                        
February 12, 2026
il Rovescio
È uscito “L’arpione – Sogno di un Inuk pescatore di Groenlandia” di Iqallijuq Nuummi (edizioni Fuochi d’inverno)
Segnaliamo la seconda uscita delle edizioni Fuochi d’inverno Iqallijuq Nuummi, L’arpione – Sogno di un Inuk pescatore di Groenlandia, Fuochi d’inverno, 2026, pp. 20 Per richieste di copie (3 euro a copia, 2 euro dalle 3 copie in su), scrivere a: fuochidinverno@autistici.org (Segnaliamo inoltre che è di nuovo disponibile la prima uscita delle edizioni: Giulio Berdusco, Storia di un gabbiano e del drone che smise di volare, 2025. Per richieste di copie (3 euro a copia, 2 euro dalle 3 copie in su), scrivere a: fuochidinverno@autistici.org) Dalla quarta di copertina Ataata, mio nonno, diceva sempre: “Ieri era legno, domani sarà cenere, solo oggi è fiamma che divampa”. Cercherò di gustarmi il momento dunque, tanto prezioso quanto breve. Mi riempirò gli occhi di quella fiamma, e ne sarò soddisfatto. Resterò incantato come quando pianto gli occhi davanti alla fiamma calda e fiera del qullek, la lampada ad olio, quando brilla in casa nelle lunghe notti d’inverno. Edizioni Fuochi d’inverno Che bisogno abbiamo di raccontarci storie? Non dovremmo averne abbastanza delle vicende presenti, reali? Perché la fantasia, quando anche l’intelligenza è già sostituita dalla macchina? Ancora storie invece. Non per conforto o consolazione. Ma per chiarire i contorni del presente. Figure, per riscaldare i cuori. Immagini, per continuare a coltivare la fantasia. Non un esercizio puerile per evadere il mondo. Ma la sentinella che grida l’allarme. La fiammella che sfida il gelo. E poi sogni, per bruciare anche l’inverno.
February 3, 2026
il Rovescio
Luci da dietro la scena (XXXII) – La società dei varchi
Qui in pdf: Luci da dietro la scena (XXXII)   Luci da dietro la scena (XXXII) – La società dei varchi   La fortezza automatica (o il colonialismo hi-tech)   Gli occhi della fortezza saranno ovunque. Nelle videocamere intelligenti montate sulle torri di sorveglianza ai confini o nei centri dove raccogliere e smistare i migranti. Nelle analisi a base di IA dei dati satellitari, a caccia dei comportamenti “anomali” di imbarcazioni, veicoli e individui ai confini. Nei software di riconoscimento emotivo o di analisi dei dialetti per comprendere se un richiedente asilo mente o dice il vero quando parla di sé, del suo passato e dei suoi intenti. Questo processo essenzialmente disumanizzante rende più semplice architettare procedure sommarie per detenzioni e deportazioni di massa che riducono le persone a pacchi postali o bestiame. Più semplice realizzare apartheid che sono, sempre più spesso, stabiliti da politiche di impronta discriminatoria e razzista, ma eseguiti da macchine che hanno sempre più autonomia discrezionale. […] Ma è solo l’inizio. Il direttore dell’ICE, Todd Lyons, ha esplicitamente affermato che sarà l’IA a «riempire gli aerei» delle deportazioni ordinate dal presidente Trump, mettendo a frutto alcuni degli infiniti usi di tecnologie «intelligenti» da parte del Dipartimento di Sicurezza Nazionale (DHS) dettagliati in un recente rapporto della ONG Mijente, intitolato non a caso Automating Deportation, l’automatizzazione delle deportazioni. […] Per massimizzare l’efficienza delle deportazioni, ha detto Lyons, ci sarebbe bisogno di un servizio «Amazon Prime per esseri umani». Perché «dobbiamo diventare più bravi a trattarle come un business». […] Quando politiche discriminatorie si sommano a potenti soggetti privati che promettono, senza particolari scrupoli di natura morale, di disporre delle tecnologie per realizzarle (automaticamente), il risultato è lo spettacolo di crudeltà intenzionale, separazioni e violenza che la storia ha fatto ben conoscere a chi l’ha frequentata anche solo di passaggio. Dalle complicità nell’Olocausto a quelle nell’apartheid sudafricano, passando per il regime di sorveglianza permanente subito dagli uiguri in Cina e quello israeliano che uccide i palestinesi (anche) sulla base di decisioni automatizzate tramite sistemi a base di IA come Lavender e Gospel, gli esempi non mancano. Un mondo automaticamente «chiuso» come quello immaginato dagli attori contemporanei della sicurezza sarebbe un mondo di continua, opaca e arbitraria discriminazione automatica. E se, come scrive Frantz Fanon in I dannati della terra, «il mondo coloniale è un mondo diviso in compartimenti», «un mondo tagliato in due» in cui «le frontiere si mostrano tramite caserme e stazioni di polizia», allora questo presunto mondo nuovo è in realtà unicamente una riproposizione hi-tech di quello, passato ma mai del tutto scomparso, in cui le potenze coloniali controllavano le popolazioni soggiogate a loro totale discrezione, al servizio esclusivo dei propri fini. […] Qui i privilegiati, i desiderabili, quelli considerati «affidabili» e «a basso rischio» – i membri di quelle che la letteratura definisce «élites cinetiche». Lì gli esclusi, gli indesiderabili, quelli che hanno i natali o il colore della pelle errato, e non abbastanza denaro per comprarsi una dignità che viene loro negata. Le frontiere servono alla tecnologia più di quanto non sia il contrario […] non sorprende che non ci siano reali prove che rinchiudere il mondo entro fortezze automatiche, fisiche e insieme virtuali, produca la tanto agognata salvezza dall’Altro. Perfino Frontex, che del ricorso a nuove tecnologie «intelligenti» ha fatto uno dei tratti distintivi del proprio operato, si è vista costretta ad ammetterlo. […] Ci sono al contrario svariate prove che le tecnologie della fortezza, così come le più ampie politiche repressive da cui discendono, non bastano a sigillare i confini. Si prenda per esempio quanto concluso dal Border Violence Monitoring Network dopo il lavoro di inchiesta sul laboratorio tecnologico in costruzione in Croazia, per proteggere l’Europa dai migranti in arrivo da Serbia e Bosnia. Qui, dove sappiamo che i respingimenti illegali avvengono in maniera sistematica, il ricorso a tecnologie per «catturare, detenere ed espellere rifugiati e migranti» non ha sortito gli esiti desiderati. Nonostante i fini dichiaratamente repressivi, il network di organizzazioni della società civile non ha trovato prove di «relazioni causali tra l’impiego della tecnologia e la riduzione della migrazione cosiddetta illegale» nel periodo e nell’area oggetto della ricerca. Con o senza l’aiuto della tecnologia, la violenza ai confini continua senza sosta. Come rileva il rapporto, infatti, «i respingimenti sembrano avere luogo anche senza l’utilizzo di alcuna tecnologia avanzata e la migrazione illegalizzata continua nonostante l’impiego di IA e tecnologia avanzate della frontiera». Il dato più rilevante emerso dallo studio è semmai che le frontiere sembrano servire all’innovazione tecnologica più di quanto la tecnologia serva a realizzare buone politiche di gestione delle frontiere. Se, in altre parole, «si capovolge la domanda, e si chiede non quale sia il ruolo della tecnologia per le frontiere, ma quello delle frontiere per la tecnologia», conclude il BVMN, «le aree di confine emergono come un importante banco di prova per le tecnologie su popolazioni vulnerabili con scarso accesso ai propri diritti e alla protezione dei dati personali». Le persone in movimento diventano così cavie per condurre sperimenti soluzionisti i cui risultati si possono poi diffondere, come insegna la storia recente, al resto della popolazione. Tecnocrazia e razzismo Ciò che conta, in un simile contesto, non è più il confronto con il reale, ma tra due fantasie di controllo. […]: la «fantasia liberal-tecnocratica» e la «fantasia illiberale razzista». Diverse, perché mentre la prima trova ancora possibile una migliore gestione delle questioni migratorie tramite politiche per maggiori controlli e cooperazione internazionale, la seconda parla esplicitamente di un cancro da estirpare con punizioni estreme e performative – ben riassunte nelle file di migranti deportati in catene, ridotti a meme da sbeffeggiare o esposti come trofei nelle celle-lager di El Salvador dall’amministrazione Trump. Ma soprattutto complementari, perché discendono dalla stessa concezione dello Stato-nazione, assumendo inoltre la stessa visione coloniale dell’ordine mondiale. E perché poi, nei fatti, entrambe le fantasie finiscono per informare analoghe misure reali. A partire dal tentativo di implementare soluzioni tecnologiche via via più autonome, che fanno intravedere nitidamente che il sogno del controllo totale alle frontiere debba in ultima analisi realizzarsi tramite la piena automazione. «Totalmente automatico» deve essere infatti tanto il riconoscimento di ogni possibile minaccia (threat detection) portato dall’Altro ai varchi di confine quanto il continuo comporsi di un completo resoconto dello scenario operativo (situational awareness) di zone di frontiera sempre più estese, scrivono documenti ufficiali della Direzione generale della Ricerca e dell’Innovazione e di Frontex, perfino nell’Unione Europea dell’IA «responsabile». Impossibile del resto, in presenza di una qualunque resistenza o lungaggine umana, ottenere quella mobilità «ininterrotta» – per i desiderabili, e solo per loro naturalmente – che ossessiona gli attori della sicurezza al punto di rendere l’aggettivo che la esprime, seamless, un vero e proprio mantra in ogni comunicazione ufficiale o brochure di marketing ben oltre i confini europei. Di nuovo, tra democrazie liberali e sistemi illiberali la distinzione, quando si parla di proteggersi dall’Altro, sembra più una questione di retorica che di sostanza, di parole diverse per descrivere lo stesso immaginario repressivo. Alla luce di tutto questo, e in un contesto in cui l’estrema destra può dirsi egemone nel discorso pubblico e nell’agenda delle politiche migratorie, appare inevitabile che aggiungere ulteriori restrizioni automatiche al mix non potrà che condurre ulteriore violenza e altri morti nelle tratte, sempre più ostiche, della speranza, contribuendo a creare – anziché risolvere – emergenze migratorie. La morte sul monitor, ovvero la parte sacrificabile dell’equazione Si prenda per esempio la tragedia al largo dell’isola di Pylos, in quella fatale notte del 13 giugno 2023 in cui una imbarcazione con a bordo 750 tra uomini, donne e bambini perlopiù provenienti da Siria, Egitto e Pakistan si è rovesciata in acque greche lasciando in vita appena 104 persone. […] Lo sguardo che tutto vede – o dovrebbe vedere – ha dimenticato di osservare proprio ciò che avrebbe dovuto osservare, cioè una situazione di emergenza in cui un tempestivo intervento avrebbe potuto fare la differenza tra la vita e la morte per centinaia di esseri umani. […] Così come il naufragio di Cutro del 26 febbraio dello stesso anno, in cui un’imbarcazione da diporto partita dalla Turchia si è schiantata – con a bordo quasi duecento persone – a pochi metri dal litorale di Crotone, mostra poi come l’occhio della fortezza possa effettivamente vedere senza che nessuno intervenga. […] Lungi dal salvare vite umane […] le tecnologie di sorveglianza hanno nei fatti il risultato opposto: diminuire le operazioni di salvataggio – anche quando i dati prodotti da quelle tecnologie rendono visibile che ce ne sarebbe urgente bisogno – e incrementare i respingimenti illegali. […] Gli egiziani, i siriani, i pakistani e le altre centinaia di naufraghi erano, molto semplicemente, dalla parte sacrificabile dell’equazione. (brani tratti da Fabio Chiusi, La fortezza automatica. Se l’IA decide chi può varcare i confini, Bollati Boringhieri, Torino, 2025)
February 2, 2026
il Rovescio
Segnaliamo l’uscita de “La sussistenza – Una prospettiva ecofemminista (brani scelti)”, a cura del Collettivo Terra e Libertà
Riprendiamo e rilanciamo da https://terraeliberta.noblogs.org/post/2026/01/21/la-sussistenza/ È uscito un nuovo opuscolo curato dal Collettivo Terra e Libertà: La sussistenza – una prospettiva ecofemminista. Brani scelti, di Maria Mies Veronika Bennholdt-Thomsen.  62 pagine, 3 euro a copia (2 euro per i distributori, dalle 3 copie in su) Per ordinare copie: terraeliberta@inventati.org   Nota introduttiva Là dove il suolo è stato deturpato, là dove ogni poesia è scomparsa dal paesaggio, lì si è estinta l’immaginazione, la mente si è impoverita e la routine e il servilismo si sono impadroniti dell’anima individuale inducendola al torpore e alla morte. Élisée Reclus, Il sentimento della natura, 1866   La cultura non si basa su particolari forme di tecnologia o di soddisfazione dei bisogni, ma sullo spirito di giustizia. Chiunque voglia fare qualcosa per il socialismo, deve mettersi all’opera a partire da un’intuizione di gioia e felicità ancora sconosciute. Abbiamo tutto da imparare: il piacere del lavoro, dell’interesse comune, della reciproca tolleranza. Abbiamo dimenticato tutto ciò, tuttavia ne avvertiamo ancora la presenza in noi. Gustav Landauer, Appello al socialismo, 1911   Dopo aver letto, nella versione francese, La sussistenza. Una prospettiva ecofemminista, abbiamo sentito l’esigenza di tradurne le parti a nostro avviso più significative (e in qualche modo riassuntive) per farle circolare anche in lingua italiana. Certo, scegliere qualche decina di pagine da un’opera di oltre quattrocento è sempre discutibile, e tradurre da una traduzione non è certo dar prova di rigore filologico. Al netto di queste tare, pensiamo che queste pagine offrano una preziosa base di discussione. Tanto ricca quanto in controtendenza – e ciò per diversi motivi. Maria Mies – scomparsa nel maggio del 2023, a 92 anni – e Veronika Bennholdt-Thomsen hanno animato, a partire dagli anni Settanta, la «scuola di Bielefield», basata sull’intreccio tra femminismo, sussistenza e critica del progresso, un lungo lavoro di cui questo libro è una sorta di sintesi. «La specificità del nostro approccio teorico è di tenere insieme la questione femminista, la questione ecologica e la questione economica. In questo libro, vogliamo dimostrare che la visione del mondo che preconizza una crescita infinita si basa sulla negazione dei processi naturali legati alla riproduzione della vita. Il primato dell’operatività – o, come anche si chiama, del produttivismo – porta con sé la distruzione. La svalorizzazione del femminile fa parte del suo bagaglio etico-morale. Vogliamo indicare i mezzi per liberarcene». Mescolando una ricca esperienza sul campo nelle comunità locali del Sud del mondo (Asia, Africa, America Latina) con le lezioni di Ivan Illich e dello storico inglese Edward P. Thompson, le due ecofemministe tedesche contrappongono ciò che chiamano «economia morale di sussistenza» al capitalismo, al patriarcato, al colonialismo e allo Stato. Nella loro disamina storica, colonialismo, capitalismo e patriarcato sono fenomeni consustanziali, che hanno trovato nella scienza moderna sia i mezzi della potenza sia l’ordine simbolico-culturale con cui giustificarli. «Finché la terra fu considerata viva e sensibile, ogni atto distruttivo contro di essa poté essere condannato come violazione di un comportamento etico». Con la visione meccanicistica che trionfa nel corso del Seicento, «le nuove immagini di padronanza e di dominio funzionano come sanzioni culturali a favore della spoliazione della natura» (Carolyn Merchant, La morte della natura. Donne, ecologia e rivoluzione scientifica). Ma quel processo storico chiamato «accumulazione originaria del capitale» – recinzione delle terre, distruzione dei beni comuni, violenza coloniale, esproprio del sapere medico popolare, caccia alle streghe e subordinazione delle donne – non è la nostra preistoria, bensì il nostro presente. La ferocia dell’accumulazione è più manifesta al Sud e più occultata al Nord. Centrale in questo occultamento è l’ideologia del progresso. Dentro quella storia sotterranea delle idee e dei movimenti di emancipazione che non si sono fatti stregare dalle sirene del progresso – su tutti il movimento luddista –, Maria Mies e Veronika Bennholdt non si limitano a mostrare i rovesci dello sviluppo o a criticare la concezione lineare, evolutiva e cumulativa del tempo storico. Ne mettono in discussione l’architrave: l’idea, cioè, che il «regno della libertà» sia possibile soltanto oltre il tessuto della necessità – che questo oltre venga garantito dallo sviluppo delle forze produttive, favorito dalla tecnologia o promesso dal transumanesimo. Procurarsi il cibo, stare al caldo, crescere i figli, curarsi, rigenerare i beni naturali da cui dipendiamo, sono necessità che non si possono abolire: o le affrontiamo in modo reciproco, ecologico e non gerarchico, oppure continueremo ad addossare il loro carico su altri esseri umani (innanzitutto donne e popoli del Sud), il cui sfruttamento è tutt’uno con la distruzione della natura. Contro ogni pretesa di neutralità e di immaterialità delle tecno-scienze, Mies-Bennholdt ci ricordano che ogni macchinario tecnologico – e quello digitale ancora di più, possiamo aggiungere – incorpora sempre lavoro vivo e risorse naturali, per quanto questo processo possa essere allontanato dalla nostra vista. Per le due ecofemministe tedesche, le tecno-scienze – in particolare i brevetti sulle sementi e sui geni, cioè l’artificializzazione del cibo e della riproduzione del vivente, umani compresi – sono parte dell’apparato patriarcale di dominio. Il sogno di onnipotenza, inaugurato da Bacone, sulla madre-materia – la natura-femmina a cui estorcere i segreti con la tortura – raggiunge oggi il suo apice, allorché la secolare guerra contro la sussistenza punta a privatizzare e monopolizzare gli ultimi commons: le facoltà stesse della specie. Per imparare dalle comunità locali che ancora praticano la sussistenza e dalla resistenza delle donne, è necessario – ecco un’altra posizione decisamente in controtendenza – non farsi ingannare dalle trappole del femminismo postmodernista, di cui nel libro si ricostruiscono la genesi storica e la funzione politica, per quanto – ai nostri occhi – in maniera non sempre puntuale e chiara[1]. Se di questa prospettiva ecofemminista condividiamo appieno il dove andare, certo non mancano i disaccordi su come arrivarci. Ne La sussistenza, infatti, si traccia un parallelo tra violenza rivoluzionaria, logica di guerra e ruolo delle avanguardie politiche, fenomeni accomunati da una sorta di ossessione del maschile a cui le due autrici contrappongono l’erosione del sistema capitalista e colonialista attraverso la moltiplicazione degli esperimenti comunitari. A parte che in questo modo la concezione lineare-evolutiva del tempo storico, scacciata dalla porta attraverso la critica del progresso, rientra dalla finestra nel modo di intendere la temporalità della resistenza, resta il fatto che senza rottura rivoluzionaria dello spazio-tempo tecno-capitalista, e senza sabotaggio concreto dei suoi apparati di cattura, alle nostre latitudini la sussistenza rischia di assomigliare a un eco-villaggio circondato dalle nocività. Detto ciò, la critica delle concezioni dominanti di rivoluzione – e delle loro concrete realizzazioni storiche – non può essere allontanata con il rovescio della mano, contrapponendo scolasticamente la visione anarchica a quella autoritaria, la visione federalista a quella statalista, la visione comunalista a quella incentrata sulla pianificazione industriale. Pensare la libertà nei limiti della necessità, accettando fino in fondo la nostra condizione di creature mortali e terrestri, significa praticare la più paradossale – nel senso letterale di lontana dall’opinione comune – delle rivoluzioni. Una rivoluzione la cui violenza non sia volontà di potenza, bensì distruzione del dominio, possibilità collettiva di lasciare la presa sulla natura, sugli animali, sulle piante, sulle donne, sui bambini, per riscoprire ciò che abbiamo dimenticato: un’attività umana in cooperazione con i nostri simili e con la materia vivente di cui siamo fatti. A dispetto delle astrazioni tremendamente materiali dell’idealismo tecnocratico e contro ogni confortevole fuga da ciò che produce e riproduce la vita, il sentiero verso «una gioia e una felicità ancora sconosciute» ha bisogno di terra. Uscire dalla schiavitù connessa è il primo passo per trovarne le tracce. Rifiutare ogni volontà di potenza è l’unico modo per non chiamare libertà un dominio diversamente organizzato. Rovereto, dicembre 2025 Collettivo Terra e libertà [1]. Se infatti concordiamo con la sostanza di quanto affermano al riguardo Mies e Bennholdt (la smaterializzazione del reale e la scomparsa di ogni valore qualitativamente differente, compreso quello di verità, in nome della lotta a un generico «essenzialismo», presentato come fonte di ogni oppressione), a volte fatichiamo un po’ a capire il senso di certe loro affermazioni. A titolo d’esempio: si può davvero addebitare al «femminismo postmodernista» l’essenza stessa del capitalismo, ovvero la distruzione del «legame tra ciò che entra in un processo di produzione e ciò che ne esce», perché «ciò che conta, è il risultato sotto forma monetaria»? Si tenga però presente, nel leggere queste pagine, che esse risalgono al 1988, quando l’egemonia postmodernista aveva cominciato da poco ad attecchire nei dipartimenti universitari, ed era ben lontana da installarsi negli odierni “movimenti”. Ci sembra interessante far notare come chi le ha scritte abbia riconosciuto e denunciato la radice neoliberale di queste ideologie con largo anticipo, e da un punto di vista tutt’altro che reazionario e patriarcale.  
February 1, 2026
il Rovescio
«Un pessimo affare per gli allibratori». Parole di Mahmud Darwish contro il tempo del “Board of Peace”
Ripubblichiamo, qualche giorno dopo la giornata della memoria selettiva, due testi di Mahmud Darwish, entrambi contenuti nella raccolta «Diario di ordinaria tristezza», uscito nel 1973. Parole che sembrano sbatterci in faccia il presente. Mentre il Board of Peace dell’infamia segna un nuovo capitolo del colonialismo sionista e del genocidio in corso, queste parole ci raccontano di un’altra Gaza, quella della Resistenza («Per questo Gaza sarà un pessimo affare per gli allibratori»). Una resistenza di fronte al mondo della civiltà che vuole farla «uscire dal cerchio dell’umanità perché ha cercato di oltrepassarlo». Ma una resistenza difficile da estirpare ed eliminare, non avvicinabile poiché «imbottita di un quarto di secolo di tragedia, rabbia ed esplosione». Per questo uccidere la memoria. Perché come sanno i suoi nemici, e come avverte l’autore di queste righe, «la [mia] schiavitù non equivale alla sicurezza». Qui in pdf: Darwish Silenzio per Gaza Si è legata l’esplosivo alla vita e si è fatta esplodere. Non si tratta di morte, non si tratta di suicidio. È il modo in cui Gaza dichiara che merita di vivere. Da quattro anni, la carne di Gaza schizza schegge di granate da ogni direzione. Non si tratta di magia, non si tratta di prodigio. È l’arma con cui Gaza difende il diritto a restare e snerva il nemico. Da quattro anni, il nemico esulta per aver coronato i propri sogni, sedotto dal filtrare col tempo, eccetto a Gaza. Perché Gaza è lontana dai suoi cari e attaccata ai suoi nemici, perché Gaza è un’isola. Ogni volta che esplode, e non smette mai di farlo, sfregia il volto del nemico, spezza i suoi sogni e ne interrompe l’idillio con il tempo. Perché il tempo a Gaza è un’altra cosa, perché il tempo a Gaza non è un elemento neutrale. Non spinge la gente alla fredda contemplazione, ma piuttosto a esplodere e a cozzare contro la realtà. Il tempo laggiù non porta i bambini dall’infanzia immediatamente alla vecchiaia, ma li rende uomini al primo incontro con il nemico. Il tempo a Gaza non è relax, ma un assalto di calura cocente. Perché i valori a Gaza sono diversi, completamente diversi. L’unico valore di chi vive sotto occupazione è il grado di resistenza all’occupante. Questa è l’unica competizione in corso laggiù. E Gaza è dedita all’esercizio di questo insigne e crudele valore che non ha imparato dai libri o dai corsi accelerati per corrispondenza, né dalle fanfare spiegate della propaganda o dalle canzoni patriottiche. L’ha imparato soltanto dall’esperienza e dal duro lavoro che non è svolto in funzione della pubblicità o del ritorno d’immagine. Gaza non si vanta delle sue armi, né del suo spirito rivoluzionario, né del suo bilancio. Lei offre la sua pellaccia dura, agisce di spontanea volontà e offre il suo sangue. Gaza non è un fine oratore, non ha gola. È la sua pelle a parlare attraverso il sangue, il sudore, le fiamme. Per questo, il nemico la odia fino alla morte, la teme fino al punto di commettere crimini e cerca di affogarla nel mare, nel deserto, nel sangue. Per questo, gli amici e i suoi cari la amano con un pudore che sfiora quasi la gelosia e talvolta la paura, perché Gaza è barbara lezione e luminoso esempio sia per i nemici che per gli amici. Gaza non è la città più bella. Il suo litorale non è più blu di quello di altre città arabe. Le sue arance non sono le migliori del bacino del Mediterraneo. Gaza non è la città più ricca. (Pesce, arance, sabbia, tende abbandonate al vento, merce di contrabbando, braccia a noleggio.) Non è la città più raffinata, né la più grande, ma equivale alla storia di una nazione. Perché, agli occhi dei nemici, è la più ripugnante, la più povera, la più disgraziata, la più feroce di tutti noi. Perché è la più abile a guastare l’umore e il riposo del nemico ed è il suo incubo. Perché è arance esplosive, bambini senza infanzia, vecchi senza vecchiaia, donne senza desideri. Proprio perché è tutte queste cose, lei è la più bella, la più pura, la più ricca, la più degna d’amore tra tutti noi. Facciamo torto a Gaza quando cerchiamo le sue poesie. Non sfiguriamone la bellezza che risiede nel suo essere priva di poesia. Al contrario, noi abbiamo cercato di sconfiggere il nemico con le poesie, abbiamo creduto in noi e ci siamo rallegrati vedendo che il nemico ci lasciava cantare e noi lo lasciavamo vincere. Nel mentre che le poesie si seccavano sulle nostre labbra, il nemico aveva già finito di costruire strade, città, fortificazioni. Facciamo torto a Gaza quando la trasformiamo in un mito perché potremmo odiarla scoprendo che non è niente più di una piccola e povera città che resiste. Quando ci chiediamo cos’è che l’ha resa un mito, dovremmo mandare in pezzi tutti i nostri specchi e piangere se avessimo un po’ di dignità, o dovremmo maledirla se rifiutassimo di ribellarci contro noi stessi. Faremmo torto a Gaza se la glorificassimo. Perché la nostra fascinazione per lei ci porterà ad aspettarla. Ma Gaza non verrà da noi, non ci libererà. Non ha cavalleria, né aeronautica, né bacchetta magica, né uffici di rappresentanza nelle capitali straniere. In un colpo solo, Gaza si scrolla di dosso i nostri attributi, la nostra lingua e i suoi invasori. Se la incontrassimo in sogno forse non ci riconoscerebbe, perché lei ha natali di fuoco e noi natali d’attesa e di pianti per le case perdute. Vero, Gaza ha circostanze particolari e tradizioni rivoluzionarie particolari. (Diciamo così non per giustificarci, ma per liberarcene.) Ma il suo segreto non è un mistero: la sua coesa resistenza popolare sa benissimo cosa vuole (vuole scrollarsi il nemico di dosso). A Gaza il rapporto della resistenza con le masse è lo stesso della pelle con l’osso e non quello dell’insegnante con gli allievi. La resistenza a Gaza non si è trasformata in una professione. La resistenza a Gaza non si è trasformata in un’istituzione. Non ha accettato ordini da nessuno, non ha affidato il proprio destino alla firma né al marchio di nessuno. Non le importa affatto se ne conosciamo o meno il nome, l’immagine, l’eloquenza. Non ha mai creduto di essere fotogenica, né tantomeno di essere un evento mediatico. Non si è mai messa in posa davanti alle telecamere sfoderando un sorriso stampato. Lei non vuole questo, noi nemmeno. La ferita di Gaza non è stata trasformata in pulpito per le prediche. La cosa bella di Gaza è che noi non ne parliamo molto, né incensiamo i suoi sogni con la fragranza femminile delle nostre canzoni. Per questo Gaza sarà un pessimo affare per gli allibratori. Per questo, sarà un tesoro etico e morale inestimabile per tutti gli arabi. La cosa bella di Gaza è che le nostre voci non la raggiungono, niente la distoglie. Niente allontana il suo pugno dalla faccia del nemico. Né il modo di spartire le poltrone del Consiglio Nazionale, né la forma di governo palestinese che fonderemo dalla parte est della Luna o nella parte ovest di Marte, quando sarà completamente esplorato. Niente la distoglie. È dedita al dissenso: fame e dissenso, sete e dissenso, diaspora e dissenso, tortura e dissenso, assedio e dissenso, morte e dissenso. I nemici possono avere la meglio su Gaza. (Il mare grosso può avere la meglio su una piccola isola.) Possono tagliarle tutti gli alberi. Possono spezzarle le ossa. Possono piantare carri armati nelle budella delle sue donne e dei suoi bambini. Possono gettarla a mare, nella sabbia o nel sangue. Ma lei: non ripeterà le bugie. Non dirà sì agli invasori. Continuerà a farsi esplodere. Non si tratta di morte, non si tratta di suicidio. Ma è il modo in cui Gaza dichiara che merita di vivere. Andando straniero per il mondo A tarda notte il mondo va a dormire. È stata una giornata piena. La tranquillità ha sommerso la terra: i congegni della civiltà occidentale combattono contro la volontà umana in Asia. Le terre asiatiche muoiono, le genti asiatiche muoiono. Le acque dei fiumi spazzano via chi ha mancato l’incontro con i congegni della civiltà. Vicino al mar Mediterraneo, scarponi militari di fabbricazione occidentale continuano a calpestare le antiche civiltà e l’uomo nuovo. Negli ordinari, perfettamente ordinari, telegiornali si stermina un campo di bambini perché sono arabi e sono capaci di crescere. A giorno fatto, il mondo si alza dal letto e va verso la stanza dei bottoni. Ha avuto una notte tranquilla e sogni ininterrotti di felicità. Così dorme il mondo. Così si sveglia il mondo. Così mi dimentica. Si ricorda di me solo in due casi: quando sperimento la morte e quando sperimento la vita. Sono morto da un quarto di secolo e sono sazio di morte. Oggi, oggi il mondo non va a dormire. Ritto sul bordo del globo terrestre, mi ha ordinato di uscire dal cerchio dell’umanità perché ho cercato di oltrepassarlo, ho cercato di entrare. “Che t’importa della mia storia, mondo? Che t’importa?” “La storia è il passato, l’ho studiato a scuola.” “Dove mi hai visto la prima volta?” “Ti vedevo sempre in suolo palestinese finché te ne sei andato e pace e tranquillità sono tornate in terra. Perché torni adesso? Perché rompi la tranquillità?” Così il mondo m’interpreta, così vuole che sia. La nostra lotta è finita quando me ne sono andato dalla Palestina, non c’era più il custode del fuoco. L’equazione di pace è soddisfatta: la sicurezza internazionale è condizionata alla mia assenza dalla Palestina e dall’umanità. Non ho detto addio a niente e a nessuno. Il calcio di un fucile mi ha fatto rotolare dal Carmelo al porto, mentre cercavo di aggrapparmi ai fianchi di Dio e gridavo finché ho perso la voce e i sensi. Ma il mondo mi ha promesso elemosina in cambio di una tregua con me stesso, perché la tregua con l’assassino si attua solo dopo la tregua con se stessi. Il mondo mi ha fatto l’elemosina: ha dato farina, vestiti, tende a me e ai miei figli mai nati. Io in cambio gli ho dato la patria e la sicurezza. Quando, in esilio, avevo freddo, i giornali dell’opinione pubblica internazionale mi riparavano dalla pioggia e dai brividi. Quando avevo fame, tre righe di discorso del capo di uno stato civilizzato mi saziavano. Quando avevo nostalgia, le canzoni straniere che sgorgavano dalla radio dei vicini mi rendevano la partenza una bella esperienza. Così il mondo va a dormire e mi dimentica. “Non svegliate la vittima, potrebbe gridare.” “Chi l’ha svegliata? Chi è stato?” “Un vento che soffia all’improvviso, rianima i morti.” “Da dove soffia?” “Da ogni direzione, dalla patria.” “Chi ha insegnato loro questo termine desueto?” “Poeti che cantano al suono del rababa.” “Uccideteli.” “Li abbiamo uccisi, ma hanno inventato un altro termine: libertà.” “Chi ha insegnato loro questo termine sedizioso?” “Ferventi rivoluzionari” “Uccideteli.” “Li abbiamo uccisi, ma hanno imparato un’altra parola: giustizia.” “Chi ha insegnato loro questo termine?” “L’oppressione. Possiamo uccidere l’oppressione?” “Se annientate l’oppressione, annientate voi stessi.” “Che facciamo?” “Uccidiamo la memoria.” Così il mondo dorme. Così si sveglia. Lui armato fino ai denti, io incatenato fino ai denti. Il forte è civilizzato, il debole è barbaro. La storia non è un giudice. La storia è un impiegato. Che cosa avrebbero detto i pellerossa se avessero sconfitto i loro invasori? Chi si vanta della civiltà e del progresso spesso è un assassino, un mero assassino. Considerate tre cose. La prima: in passato ha sterminato un popolo, oggi stermina una terra e un altro popolo nel Sud-est asiatico; fa esplodere il segno della sua grande civiltà, ossia la bomba atomica, nelle strade del mondo, e a me chiede di andarmene dall’arena dell’umanità e dal globo terrestre perché sono un terrorista. La seconda: non è saggio ricordargli il suo passato. Ha bruciato decine di milioni di uomini in nome della civiltà e del progresso e, ora, carnefice e vittima si abbracciano generando una nuova creatura che è la terza cosa in questione: cosa produce un connubio di terrorismo se non terrorismo? La terza è arrivata imbottita di armi e Torah, mi ha sradicato dal mio monte e dalle mie pianure e mi ha fatto rotolare dalla civiltà all’abiezione. Queste tre cose mi chiedono di uscire dal globo terrestre perché sono io il terrorista. Che cosa faceva il mondo? A tarda notte andava a letto e dormiva. Uccidere è sempre un crimine. Allora perché l’omicidio diventa uno dei pilastri del tempio della civiltà quando è praticato dai più forti? Israele è stato fondato con mezzi diversi dall’omicidio e dal terrorismo? Com’è che il mondo ha sempre estrema ammirazione per le stragi ed estrema riprovazione per l’omicidio di singoli individui? Gli stati hanno il diritto di uccidere i propri e gli altrui popoli, ma un individuo o un popolo non ha il diritto di combattere per la propria libertà. Cos’è l’opinione pubblica internazionale? Quando pretendiamo giustizia per l’operato degli assassini, usiamo questo termine in senso figurato, mentre non sta a significare altro che mezzi di comunicazione diretti da individui i cui interessi sono collusi alle ideologie. Perché le accordiamo tale sacralità? La vera opinione pubblica, ossia la coscienza umana, non si vede né si sente, poiché è già stata soffocata e falsificata dall’istituzione ufficiale di un’opinione pubblica internazionale occidentale. Se il nostro comportamento è soggetto alle richieste di profitto dell’opinione pubblica internazionale, espresse tramite i mezzi di comunicazione ufficiali, allora è arrivato il momento di scoprire che godiamo nell’essere schiavi e smarriti e facciamo in modo di rimanere tali. E siccome questa “opinione pubblica” è proprietà di alcuni individui c’è da chiedersi se loro sono degni di essere giudici. Quando non ci suicidiamo dicono che siamo codardi. Quando ci suicidiamo dicono che siamo selvaggi. Quando invochiamo la pace dicono che siamo degli ipocriti bugiardi. Quando invochiamo la lotta dicono che siamo barbari. Siamo noi gli assassini? Chi ha ucciso chi? Si sono mai fatti questa domanda? Non è vero che il mondo ha perso la memoria. Non è vero che siamo capaci di far tornare la memoria al mondo per compiacerlo. Il mondo vuole rilassarsi, vuole giocare e bere. “Perché svegli il mondo?” “Questa non è la mia voce. È il tonfo del mio cadavere che cade a terra.” “Perché non muori in silenzio?” “Perché una morte in silenzio è una vita insignificante.” “E una morte urlata?” “È una causa.” “Sei venuto a dichiarare la tua presenza?” “Al contrario, sono venuto a dichiarare la mia assenza.” “Perché uccidi?” “Non uccido che l’omicidio. Non uccido che il crimine.” “Vai all’inferno.” “Vengo dall’inferno.” Per la prima volta il mondo si chiede: “Chi gli ha detto che è una bomba?” “Quanti proiettili gli hanno sparato, quante schegge su schegge si sono accumulate tanto da sprigionare l’energia che lo ha tramutato in un ordigno esplosivo?” “Cacciatelo dal cerchio del mondo.” “Lo abbiamo cacciato, ma è tornato.” “Tendetegli un agguato al bordo della terra e spingetelo nel vuoto.” “Non è possibile avvicinarlo, perché è imbottito di un quarto di secolo di tragedia, rabbia ed esplosione.” “Un terrorista?” “Sì, un terrorista disperato.” Che cosa fanno con la disperazione? La disperazione è sorella gemella della morte. Voglio soltanto che il mondo rimuova il suo coltello dalla mia gola. Ero un ostaggio, per venticinque anni sono stato ostaggio in mano vostra e la disperazione mi ha rilasciato. Cosa mi riporta alla speranza se non dichiarare la mia disperazione? Cosa mi libera dalla prigionia se non la capacità di suicidarmi? Che il mondo vada a dormire. Io sono la sua valvola di sicurezza, questo è il ruolo che mi avete assegnato. Non spetta a voi stabilire come debba protestare contro la mia morte gratuita. Non spetta a voi stabilire come debba liberarmi dal cronico massacro. Se non mi rimane altro che la morte, allora morirò come voglio. Non sono per niente soddisfatto di questo ruolo, la mia schiavitù non equivale alla sicurezza. Chiamatemi come volete. Ora tocca a me chiamarmi come voglio e fare quel che voglio. Stare ritto in piedi nel cuore del mondo. Mi strapperò le braccia, le agiterò in aria, le trasformerò in un pallone e giocherò con voi. Lo lancerò nelle vostre reti, giudici della civiltà. Né per la patria, né per il popolo, né per la vendetta. Così, come farebbe un animale asiatico, vorrei utilizzare il mio corpo, fargli fare movimento dopo una paralisi durata un quarto di secolo, tagliarlo pezzo a pezzo per divertirvi. Questa è la mia unica libertà. Perché, esperti di stragi che trasformate i bambini in carbone, vi opponete al mio suicidio? Voi uccidete, dunque vivete. Io mi suicido, dunque vivo. D’ora in poi non permetterò a nessuno, eccetto me, di uccidermi. Mi riconoscete? Il latte dell’Unrwa non fa sangue nelle vene, fa dinamite e in quella forma il vostro alimento ritorna a voi. Quando mia madre mi ha gettato nelle vostre strade, mi avete scacciato dicendo: torna da tua madre. Quando sono tornato da mia madre, mi avete arrestato e torturato dicendo: terrorista. Da allora, sto cercando mia madre. Sapete dove posso trovarla? Il mio corpo grondava sangue. Quando ho ripreso i sensi, mi sono ritrovato in una pozza di sangue e guardandomi ho rivisto nei miei lineamenti il viso di mia madre. Quello era il mio sangue, non il vostro, giudici del mondo! Chi mi ha trasformato in profugo mi ha trasformato in una bomba. So che morirò, so che oggi mi getterò in una battaglia persa, ma è la battaglia del futuro. So che la Palestina, sulla carta geografica, è lontana da me. So che voi avete dimenticato il suo nome e utilizzate la sua nuova traduzione. So tutto questo. Perciò la porto nelle vostre strade, nelle vostre case, nelle vostre camere da letto.
January 30, 2026
il Rovescio
Nasce in Sicilia la nuova rivista “IL MOVENTE” – Appello per finanziarne la stampa
Riceviamo e diffondiamo: AIUTACI A STAMPARE E A DISTRIBUIRE la neonata rivista: IL MOVENTE finita di scrivere a gennaio 2026, formato A4, 88 pagine Dall’editoriale di questo numero 0, dal titolo “Mari Maruso” (che vuol dire “Mare Pericoloso” in siciliano) : “In Sicilia, bellezza assoluta e violenza assoluta convivono l’una di fronte all’altra, e a volte si abbracciano, ora in un abbraccio vitale, ora in un abbraccio mortale. […] Ciò che ci muove nella scrittura di questo foglio è un’esigenza esistenziale. Un’urgenza. Un sentimento che viene dalle viscere, dalla pancia. Abbiamo delle cose da dire, e vogliamo accogliere contributi scritti che possano toccare i cuori di tuttx. […] Interpretare la Sicilia, i luoghi che attraversiamo e respiriamo, capirne le relazioni di potere e sfruttamento, comprenderne le ingiustizie, le gioie e i dolori, significa capire il significato di questa insularità specifica, la Nostra insularità. […] Nella colonia, nella frontiera, lo Stato inventa le proprie mitologie di autolegittimazione, giustifica la propria esistenza, costruisce legittimità ideologica per rafforzare la cultura statale nell’Isola e allo stesso tempo nutre il potere centrale con risorse simboliche potenti.[…] Nata dalla necessità di indagare geografie incognite o innominate, come lo sono state queste pagine per il luuungo tempo della loro gestazione, alla creatura serviva un nome. Se l’armonizzazione di mezzi e fini è già un cammino impervio dell’agire, sintetizzare in poche ma significative lettere sguardi, pulsioni e posture che si vogliono dare come aperte e conflittuali lo è ancora meno. A cosa si accordano i mezzi e i fini? Alla volontà! A tutti quei “vogliamo”, a ciò che ci ha portato ad incontrarci e darci proprio questo strumento. IL MOVENTE! Sovvertendo e rovesciando il lessico della criminalizzazione e della punizione, scegliamo la scomodità di chi non cerca giustificazioni, legittimazioni o scuse, ma esploriamo radicalmente cosa vuol dire conoscersi e desiderare – di cosa vuol dire riappropriarsi e rivendicare – di cosa vuol dire davvero scegliere. Chiedendo “cosa ci muove?” impariamo cosa ci paralizza e costringe – i loro come. Chiedendo “cosa ci muove?” sperimentiamo e mettiamo alla prova chi siamo e chi possiamo essere – i nostri come. Nel porci la domanda, evadiamo la banalità mortifera delle certezze e apriamo alla condivisione di intuizioni, strumenti e tentativi di risposta. Cosa ti muove?” Qui l’editoriale e alcuni articoli del numero 0: Il movente 0 Mari Maruso editoriale-1   Tolte le spese vive, i ricavati dalla distribuzione di questa rivista vanno a sostenere la Cassa anticarceraria VUMSeC – Voglio Un Mondo Senza Carcere – vumsec@canaglie.org In questo numero dialoghiamo di: colonialismo, repressione, guerra, carceri e cpr, antimafia, Palestina e tante altre cose… dalla Sicilia… in lotta! Partecipando e condividendo questa raccolta fondi ci potete aiutare a sostenere lo sforzo necessario a questa pubblicazione e ad approfondire le crepe tra i tanti, troppi, muri che separano il presente dall’orizzonte della liberazione, il come siamo da come vorremmo essere, i corpi e i pensieri reclusi dall’aria aperta della solidarietà complice e del conflitto diretto. https://www.produzionidalbasso.com/project/aiutaci-a-stampare-la-rivista-il-movente-n-0/ Tra le “ricompense”, che sono ragionate per facilitare la distribuzione decentrallizzata e collettiva, abbiamo inserito la possibilità di regalare la rivista a compagnx detenutx che riceveranno anche carta, busta e francobollo per comunicare con chi desiderano. HAI TEMPO PER PREORDINARE FINO AL 7 MARZO POI ANDIAMO FINALMENTE IN STAMPA Ci vorranno un paio di settimane dalla fine della campagna prima che i preordini partano, viaggeranno come piego di libro (mettete l’indirizzo giusto!). Per ulteriori informazioni, ordinare copie senza passare dalla piattaforma (che è meglio), comunicazioni o contributi potete scriverci a ilmoventerivista@bruttocarattere.org diffondete liberamente CONTRO OGNI GALERA E LA LORO SOCIETÀ TUTTX LIBERX la redazione de IL MOVENTE  
January 30, 2026
il Rovescio
È nato un nuovo blog anarchico: ISPIRA-AZIONE
Riceviamo e diffondiamo: https://ispiraazione.noblogs.org/?page_id=57 ISPIRARE L’AZIONE… Come potremmo sovvertire questo mondo se non agiamo per farlo? La lotta, quando è diretta emanazione di una consapevolezza armata di idee e valori divergenti, ha il potere di far cadere la maschera che copre questo mondo ridotto a merce, scuotendo più di mille parole le coscienze assopite dalle luci degli schermi e dal mantra del produci-consuma-crepa. A patto che ci sia qualcuno disposto a guardare oltre, distogliendo lo sguardo dalla routine accattivante del conformismo; che qualcuno sia disposto ad ascoltare le voci dell’abisso che si levano contro la vita spogliata di senso e le devastazioni e le guerre che sono il motore dell’eterna rincorsa alla potenza che caratterizzano il capitalismo e lo stato. L’agire non è mai privo di senso, perché rappresenta la ripresa tra le proprie mani di una vita espropriata, è esperienza viva di liberazione, è libertà in atto. La lotta stessa è azione, se non vuole ridursi a mera voce dissonante. L’autorità ha mille facce e il dominio è globale e pervasivo, non mancano gli obiettivi da colpire o le motivazioni per farlo. Ciò che manca, forse, è un progetto che conferisca senso ed entusiasmo, fiducia nelle proprie capacità e possibilità e la percezione di riuscire a superare i limiti dell’azione per l’azione sentendosi unite ad altre molteplici volontà determinate a sconvolgere l’ordine leviatanico che governa questo mondo. Questo blog nasce con l’ambizioso proposito di stimolare le menti e armare le mani di chiunque, anarchiche, anarchici, ribelli di ogni risma, senta l’insopprimibile bisogno di liberarsi dalle catene dell’autorità e distruggere le gabbie mentali, virtuali e materiali del carcere a cielo aperto che chiamiamo società. Qui ci proponiamo di diffondere la conoscenza di ciò che accade anche altrove, tradurre testi di rivendicazioni e notizie di azioni prese dai siti di controinformazione di tutto il mondo come contributo allo sviluppo dell’immaginazione, di progetti di lotta che si pongano in continuità e dialogo con le prospettive di chi condivide una propensione all’azione diretta. Uno sguardo internazionale insomma, che permetta di scorgere e tessere i sottili fili che collegano l’agire anarchico aldilà dei confini degli stati e delle coscienze. È un contributo volto ad ampliare gli orizzonti di lotta, affinare le nostre competenze pratiche e conoscenza dei punti deboli del nemico, imparando dalle intuizioni altrui e diffondendo le idee che scorgiamo materializzarsi tra i densi fumi le scintille e le detonazioni, con la convinzione che le parole che accompagnano i gesti di rivolta aprano nuovi immaginari, permettendo di individuare bersagli, scoprire modalità di agire ed ispirare ad attaccare i molteplici volti di ciò che opprime quotidianamente le nostre vite. Questo sito è aperto a contributi, traduzioni e comunicati di chiunque lo reputi uno strumento utile: si pubblicherà tutto ciò che va nella direzione di promuovere l’azione diretta antiautoritaria, compresi manuali per la diffusione di competenze pratiche e informatiche. È completamente anonimo e tale vuole rimanere, per la sicurezza di chi lo cura e di chi vi contribuisce, perciò caldeggiamo l’utilizzo di Tails, i sistemi di anonimizzazione come i servizi di TempMail e l’uso di chiavette criptate per salvare materiale scaricato (consultare il manuale nella sezione dedicata). Vista la tendenza sempre più diffusa delle polizie di ogni stato a reprimere la semplice parola nel timore che si trasformi in qualcos’altro di ben più pericoloso, crediamo sia importante affinare pratiche di sicurezza collettive per spezzare l’illusione di un controllo infallibile a darci nuovo respiro. Per comunicazioni dirette (e criptate) al blog è disponibile un form di contatto in basso a sinistra, oppure è possibile contattarci all’indirizzo e-mail “ispira-azione[at]autistici.org” (disponibile chiave PGP nella pagina “Contatti”).
January 19, 2026
il Rovescio