È uscito il terzo numero di “disfare – per la lotta contro il mondo-guerra”Riceviamo e diffondiamo:
È uscito il terzo numero di “disfare – per la lotta contro il mondo guerra”,
dell’autunno 2025.
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Editoriale
Interrompere il flusso, ritrovare il mondo
Quella avvenuta tra fine settembre e inizio ottobre è stata per certi versi una
tempesta perfetta. L’appello lanciato dai portuali di Genova (e raccolto nei
porti di Ravenna, Livorno, Salerno, Marghera, Trieste, Napoli…) a “bloccare
tutto”, in occasione del tentativo di rompere il blocco navale israeliano su
Gaza da parte della Sumud Flotilla, ha visto milioni di persone scendere in
strada con l’idea di partecipare a uno sforzo concreto contro il genocidio. Le
ambivalenze a bordo si riflettevano nelle piazze – solidarietà internazionalista
contro umanitarismo, azione diretta contro rappresentazione, rottura della legge
contro proposta costituente, rifiuto della delega contro mediatizzazione,
riconoscimento tra sfruttati contro interclassismo – senza permetterne facili e
immediate letture. Moti “spuri”, “opachi” – come usano dire gli analisti della
politica dall’epoca dei Forconi a quella dei Trattori passando per i No Green
Pass – la cui simultaneità e i cui numeri hanno messo in difficoltà il governo,
mentre varie componenti della sinistra più o meno istituzionale tentavano di
garantirsi uno spazio di rappresentazione[1]. Foschia e strumentalizzazioni,
certo, ma nella rottura della normalità si è aperta una breccia per ciò che fino
a poco prima sarebbe stato impensabile. Bloccare fabbriche, porti, stazioni,
autostrade, aeroporti, scuole, università. Prendersi strade non concesse e
scontrarsi con chi le nega. Non più la domanda “perché scendere in strada?” ma,
per molti, ritrovarsi in strada senza niente da chiedere, con l’anelito che
tutto l’orrore finisca e la sensazione che il tempo d’agire non sia più
procrastinabile.
La propaganda ci aveva abituati a pensare alla guerra in Europa come a un fatto
novecentesco, ebbene sempre dal Novecento è tornato anche il mito dello sciopero
generale, con tutta la forza – e le faglie[2] – che si porta dietro. Centinaia
di migliaia di persone sono scese in strada in tutta Europa (in Francia, in
Spagna e in Grecia) producendo, volontariamente o no, irregolarità e
disallineamenti che – così come nelle manifestazioni di massa che hanno
infiammato il “Sud globale” grazie ai giovani no future (p. 41), quelli che
rischiano di trovarsi nei prossimi anni di fronte alla prospettiva
dell’arruolamento – hanno dischiuso la possibilità di inceppare la macchina del
terrore, con un connubio tra azione e non-collaborazione[3]. La pratica del
blocco diffuso ha infatti infranto il mortifero ordine costituito secondo un
gioco di scomposizioni e corrispondenze: “bloccare per avanzare”, diceva uno
slogan dal gusto per l’ossimoro. Scomporre la guerra totale nelle sue
ramificazioni determinate – una fabbrica, una strada, un porto, un palazzo del
governo, un cavo, la polizia – e, attaccandole, ricomporre il quadro generale
dei rapporti gerarchici e mercantili.
Dopo due anni di genocidio in streaming e mentre sul fronte orientale si
perpetua la minaccia della distruzione totale che la scienza vuole rendere
tecnicamente senza fine[4], quegli istanti – alcuni inaspettati, come l’attacco
alla Tech Week e alla Leonardo a Torino (p. 28), altri organizzati e collettivi,
come le pratiche di blocco (p. 22) e mobilitazione in diversi snodi decisivi per
la guerra – hanno talvolta rotto il tempo della rappresentazione, del diritto,
dell’umanitaria banalità del bene che non mette in discussione le strutture del
dominio, dell’ineluttabilità. E, contro il mare piatto della rassegnazione,
hanno reso palpabile una ritrovata tensione etica.
Disallineamenti e rotture contro la normalità, talvolta dentro e contro gli
stessi cortei, capaci di svelare la logistica – scienza e tecnologia la cui
razionalità si origina in ambito militare (p. 7) – quale perno centrale
nell’organizzazione della guerra totale. L’organizzazione dei flussi, sempre più
sofisticata ed ingegnerizzata ed in cui rotte civili e militari si sovrappongono
quotidianamente senza soluzione di continuità, presenta al contempo delle
evidenti vulnerabilità e diventa quindi potente terreno di lotta
antimilitarista, come emerge nelle azioni di anonimi sabotatori disfattisti in
molteplici punti del vecchio continente – contro ferrovie, porti e centri di
ricerca (p. 30, p. 46).
I recenti blocchi e sabotaggi della logistica di guerra (sia essa di merci,
esseri umani o informazioni), assumono un significato ben più profondo di quel
semplice “disarmare” la produzione e la tecnologia (affinché continuino ad
espandersi per il benessere generale) invocato nelle rappresentazioni della
sinistra – la cui storia dice guerra, che si chiami privatizzazione, missione di
pace, riforma del lavoro, ordine pubblico o detenzione amministrativa (p. 49). È
la vita stessa che giunge ad essere concepita come un flusso manipolabile e
ottimizzabile. Per questo interrompere i flussi della guerra può significare
mettere in questione tutto, rompendo con la concezione per cui la vita è ridotta
a un’entità in tutto analoga alle macchine, che è alla base del tentativo di
replicare l’intelligenza umana attraverso i computer – un progetto che fin dai
suoi albori è teso all’accrescimento della potenza militare (p. 14). Il concetto
stesso di militarizzazione, al netto della condivisibile sensibilità che spesso
ne muove l’utilizzo, è fuorviante: esso implica una corruzione o distorsione in
senso bellico di conoscenze, tecnologie, istituzioni che sarebbe solo recente o
localizzata. In realtà, il tecno-mondo e la guerra – come approfondiamo in
questo numero in particolare rispetto alla logistica e all’intelligenza
artificiale – sono implicati in un rapporto storico di co-produzione tramite cui
si sono dati e si danno forma a vicenda, e condividono le stesse logiche
profonde.
La Storia che vorrebbero scrivere i dominatori, nel frattempo, continua a
prendere forma. Il conflitto militare sembra sempre essere sull’orlo di
precipitare (dalla Polonia all’Iran), mentre la mobilitazione pre-bellica e la
complicità autoritaria si rafforza – ad esempio attraverso la caccia ai
disertori, oggi braccati in Ucraina dagli stessi droni che li rimpiazzano in
trincea (p. 31, p. 33). I BRICS+ – che hanno contribuito a fabbricare la
macchina del genocidio (dai droni cinesi e indiani, al petrolio brasiliano, al
carbone sudafricano e russo, alla logistica egiziana, emiratina e saudita…) –
non rappresentano affatto una “alternativa”; mentre la “pace eterna” sbandierata
da Trump in Medioriente è la stessa che viene proposta in Ucraina: tregue
traballanti o inesistenti, che prefigurano altri massacri in quella macabra
sequenza distruzione-spopolamento/ricostruzione-riordinamento che palesa la
continuità tra il piano genocidario e quello di un ordinario sgombero o progetto
di riqualificazione urbana. Mentre le alleanze tra Stati assumono sempre più
frequentemente geometrie variabili e inestricabili, l’attacco statunitense al
Venezuela conferma un vecchio e arcinoto adagio: l’America First comporta
innanzitutto il riserrare i ranghi nei “cortili di casa”. Infatti, se in America
Latina, dietro la retorica della guerra al narcotraffico (p. 35) si consolida il
dominio neocoloniale su materie e corpi considerati strategici per la logistica
militare-commerciale, per l’energia, per il dollaro (p. 44), in Europa la bolla
del riarmo (p. 11) spinta con retoriche diverse tanto dall’élite sovranista
quanto da quella globalista, apparecchia grossi affari per i finanzieri
d’assalto.
Il declino del potere occidentale ne svela la ferocia e rende l’incarceramento
di massa una realtà, già pienamente visibile a Gaza e in Cisgiordania, nelle
deportazioni di migranti negli USA come in Europa, nelle retate in periferia che
nelle favelas di Rio diventano carneficine, nella messa al bando di “nemici
interni” – terroristi, trafficanti, poveri “cattivi”. Riflettere sul «rapporto
di implicazione reciproca tra le forme della carcerazione e le caratteristiche
della resistenza» (p. 38) diventa quindi più che mai necessario. Proprio nel
momento in cui, a seguito della proscrizione e oltre duemila arresti, i
prigionieri di Palestine Action intraprendono uno sciopero della fame, e la
presenza della polizia penitenziaria in tenuta antisommossa durante il corteo
del 4 ottobre a Roma rende plastica l’immagine del futuro previsto per quella
parte di umanità considerata nemica o minaccia, dentro e fuori dalle mura
cintate. In questo scenario di guerra, che sia definita ad “alta” o a “bassa”
intensità, a difendere le popolazioni dall’abisso non ci saranno Diritti più o
meno internazionali, costituzioni, enti sovranazionali, per questo compito
«siamo tutto ciò che abbiamo».
Se l’umano è da tempo “senza mondo”, disfare il mondo-guerra – l’orrore che è
semplicemente “dato” – significa precisamente (ri)trovare il mondo come
intenzione e significato per quella parte di umanità tagliata-fuori o mai
ammessa alla Storia della classe dominante. Nel momento in cui, tramite le armi
di distruzione totale, si dischiude lo scenario di un mondo-senza-umani, le
brecce aperte a settembre e ottobre che si intrecciano all’imprevisto del 7
ottobre ci dicono che è possibile riattivare le storie dei dominati
interrompendo il continuum storico del dominio. Come sottolinea il contributo “I
compiti dell’ora presente” (p. 5): «Dobbiamo uscire da quello che Riccardo
d’Este chiamava “totalitarismo del frammento” (…). Se i nostri privilegi
differiscono alquanto in base al colore della pelle, alla classe e al sesso,
tutte le nostre vite si riproducono grazie al saccheggio planetario di materie e
corpi, foreste e infanzia, sussistenza comunitaria, ghiacciai e cosmovisioni.
Dal “Sud Globale” sta arrivando un’inaspettata notifica: materie e corpi sono
sempre meno disponibili, poiché il moto-Palestina cita all’ordine del giorno
cinquecento anni di depredazioni e di resistenza».
«Di doman non v’è certezza», dice la più grande rivolta carceraria della storia,
in Palestina. E come affermano i moti d’autunno, qui come altrove, rifiutare lo
spossessamento tecnologicamente equipaggiato e la predazione materiale e
spirituale delle nostre vite è forse diventato pensabile.
[1] Limitiamoci qui alla CGIL, che ha proclamato prima uno sciopero il 19
settembre – depotenziando lo sciopero del 22 settembre indetto dai sindacati di
base – per poi, senza tema di contraddizione, unirsi allo sciopero generale del
3 ottobre convocato inizialmente da SI Cobas, a rincorsa della propria base.
[2] Secondo la nota riflessione di Walter Benjamin (Per la critica della
violenza, 1920) che, riprendendo la critica di Sorel, distingue lo sciopero
generale politico – che mira ad un cambiamento nei rapporti di forza tutto
interno all’orizzonte dello Stato e del Diritto – da quello proletario, che pone
«la questione di una violenza di altro genere», rivoluzionaria perché non ha il
fine di impadronirsi dello Stato, ma si manifesta distruggendone l’ordine e la
temporalità.
[3] Su cui ci eravamo soffermati nel primo numero di disfare, con l’articolo “Il
fuoco di Prometeo”.
[4] Il nuovo missile a propulsione nucleare Burevestnik – “uccello delle
tempeste” –, testato dalla Russia riattivando la competizione tecno-scientifica
globale, può restare in volo a bassa quota per ore in forza del motore atomico.