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Sempre a fianco di Juan, condannato a 5 anni nel processo di Brescia
Giovedì 15 gennaio il nostro amico e compagno Juan è stato condannato a 5 anni per «atto con finalità di terrorismo» (280bis) nel processo bresciano per l’azione contro la POLGAI. Se questa condanna divenisse definitiva, il fine pena per Juanito, al momento fissato al 2045, si sposterebbe ancora più in là. Data la fragilità dell’inchiesta e degli elementi a carico del compagno, puntualmente contestati dalla difesa, si poteva sperare in un’assoluzione. Così non è stato: evidentemente i giudici bresciani e i giudici popolari che componevano la corte d’assise, con la consueta viltà e indifferenza per le vite degli altri, non hanno voluto mandare al macero un’indagine durata anni e costata molte migliaia di euro, poiché giunta al terzo tentativo di attribuire a Juan (e inizialmente anche a un altro compagno, poi definitivamente scagionato) la responsabilità dell’azione. Dal canto nostro, nell’attesa del processo d’appello, continuiamo la mobilitazione al fianco del nostro Juan: se è “innocente” merita tutta la nostra solidarietà, se è “colpevole” la merita ancora di più! I NOSTRI COMPAGNI NON LI SCORDIAMO MAI! JUAN LIBERO, ABBASSO LA POLGAI! Compagni e compagne Per continuare a scrivere al compagno: Juan Antonio Sorroche Fernandez C. C. di Terni strada delle Campore 32 05100 Terni -------------------------------------------------------------------------------- Di seguito il volantino distribuito già dal giorno dopo (all’udienza aquilana in cui è stato condannato Anan Yaeesh e altrove): Sempre al fianco di Juan, Anan, Alì e Mansour Ieri, 15 gennaio 2025, il nostro amico e compagno Juan è stato condannato in primo grado dal tribunale di Brescia a 5 ulteriori anni di reclusione. L’azione di cui è accusato è un attacco esplosivo avvenuto nel 2015 nella stessa città contro la POLGAI, una struttura che collabora con le polizie di vari Paesi nelle tecniche di antisommossa e controguerriglia. Quando i dispensatori di terrore di Stato si vedono restituire una piccola parte della loro violenza, polizia politica e magistratura lavorano senza sosta per trovare i responsabili di un tale affronto – nessuno osi contrastare il monopolio borghese e statale della violenza! –, al punto che è la terza volta che Juan viene indagato per la stessa azione. Questa volta la farsa giudiziaria è riuscita a condannare il nostro compagno. Qual è la massima espressione del monopolio statale della violenza? La guerra. E mentre i diversi complessi scientifico-militar-industriali ci stanno trascinando verso la terza guerra mondiale – di cui il genocidio in corso a Gaza è la più brutale anticipazione –, le retrovie di questa mobilitazione totale devono rimanere pacificate. Per questo la stretta repressiva verso ogni pratica di lotta non simbolica (pensiamo alle misure repressive contro le manifestazioni in solidarietà col popolo palestinese, al drastico aumento di pene per i blocchi stradali, per le azioni di contrasto ai cantieri delle Grandi Opere o anche solo per la diffusione di testi ritenuti “istigatòri”). Per questo le manganellate contro gli studenti o le rappresaglie padronali-giudiziarie contro i facchini. Per questo le precettazioni in caso di sciopero. Per questo le continue inchieste contro compagne e compagni. Per questo il 41 bis applicato ad Alfredo Cospito. Per questo l’attacco alle idee e alle pubblicazioni anarchiche. In tempi di guerra finiscono le pantomime garantiste. Lo Stato mostra il suo grugno e il suo maglio. I confini tra fronte esterno e fronte interno si fanno sempre più sfumati; l’immigrato in lotta si confonde con l’antagonista, le sollevazioni nelle periferie incalzano i movimenti antimilitaristi nel ventre della bestia. Oggi, 16 gennaio, si celebra invece nel tribunale dell’Aquila l’ultima udienza del primo grado di giudizio contro il prigioniero palestinese Anan Yaeesh, insieme ai coimputati Mansour e Alì, durante la quale probabilmente ci sarà la sentenza. Benché la resistenza condotta da Anan nei territori palestinesi sia legittima persino secondo la carta straccia del Diritto internazionale; benché sia noto a tutti che nelle carceri israeliane si pratica sistematicamente la tortura contro i prigionieri palestinesi, la resistenza armata contro il colonialismo genocida sionista per i giudici italiani diventa “terrorismo”, la stessa accusa mossa a Juan per l’azione contro la POLGAI. Ricordiamo allora che questa struttura è attiva a Brescia dal 1974 (anno della strage di Piazza della Loggia) e che tra le polizie con cui collabora vi è anche quella israeliana. E ricordiamo che in provincia di Brescia (Ghedi) si trova uno snodo fondamentale di quell’imperialismo occidentale attivamente complice della strage senza fine del popolo palestinese: una base NATO in cui sono stipate bombe nucleari in grado di disintegrare popolazioni intere. Il cerchio si chiude. Dopo la condanna di Juan dunque, nell’esprimergli la nostra solidarietà e vicinanza, non possiamo che avere in testa ancora di più lo stesso pensiero: Per un’Intifada mondiale delle oppresse e degli oppressi. Per trasformare la guerra dei padroni in guerra ai padroni. compagne e compagni Qui in pdf: Juan-Anan sentenze
“Il tempo dei padroni e dei mullah è finito”. Voci dall’Iran in rivolta
In vista di una nostra posizione più articolata, pubblichiamo alcuni materiali sull’Iran da cui emerge la natura generalizzata della rivolta in corso. Attanagliata dalla morsa tra un regime anti-proletario e le mire imperialiste di Stati Uniti, Israele ed Europa, tra riferimenti espliciti alle Shora (Consigli) della rivoluzione contro lo Scià e manipolazioni da parte delle organizzazioni monarchiche, tra prospettiva internazionalista e campisti di destra e di sinistra, tra emancipazione di classe e di genere e forze nazionaliste, l’insurrezione in Iran è un crogiuolo delle contraddizioni della nostra epoca, dove il nesso guerra/rivoluzione torna in tutta la sua drammatica concretezza. Per collocare la sollevazione in corso nella storia del rapporto tra rivoluzione e controrivoluzione, rinviamo inoltre a due testi sulla rivoluzione dei Consigli del 1978-1979 che avevamo tradotto e pubblicato più di tre anni fa, in occasione del movimento “Donna, Vita, Libertà”. Con le sfruttate e gli sfruttati d’Iran! Giù le mani imperialiste dalla loro rivolta! Contro i padroni di casa nostra! Qui in pdf: Materiali Iran -------------------------------------------------------------------------------- Da Arak (*) – “Il tempo dei padroni e dei mullah è finito. Tutto il potere ai Consigli!” “Ai lavoratori di Markazi, ai compagni del Khuzestan e a tutto il popolo iraniano”. Per decenni hanno risposto alle nostre richieste di pane con il piombo e alle nostre richieste di dignità con la prigione. Ma oggi il silenzio è finito. Noi, lavoratori delle industrie di Arak, dichiariamo quanto segue: Controllo dei Luoghi di Lavoro: da questo momento, la gestione delle fabbriche di Machine Sazi, AzarAb e Wagon Pars è assunta dai Consigli Operai eletti dai lavoratori. Non riconosciamo più i manager nominati dallo Stato né i sindacati fantoccio del regime. Saldatura con il Territorio: Il nostro sciopero non è più una questione di salari. Invitiamo i cittadini di Arak a formare Consigli di Quartiere per gestire la sicurezza e i rifornimenti. Le nostre fabbriche sono la vostra protezione. Difesa dei Soldati: Ci rivolgiamo ai nostri fratelli nell’Esercito: non diventate gli assassini dei vostri padri. Se sceglierete la nostra parte, i nostri Consigli garantiranno la vostra sicurezza e quella delle vostre famiglie. Ultimatum al Regime: Ogni tentativo di entrare con la forza nei complessi industriali o di arrestare i nostri delegati sarà considerato un atto di guerra contro l’intera città. Se una sola goccia di sangue operaio sarà versata, le fiamme della rivolta non lasceranno traccia del vostro potere. Non siamo qui solo per i salari arretrati. Siamo qui per decidere come deve essere gestita questa fabbrica e questo Paese. Il tempo dei padroni e dei mullah è finito. Tutto il potere ai Consigli!” (*) Arak è uno dei principali centri industriali dell’Iran, sede di importanti impianti dell’industria siderurgica, metalmeccanica, petrolchimica, della produzione di macchine per l’industria. ======= Dichiarazione del Sindacato dei Lavoratori della Compagnia degli Autobus di Teheran e delle Periferie Pur dichiarando solidarietà alle lotte popolari contro la povertà, la disoccupazione, la discriminazione e l’oppressione, dichiariamo esplicitamente la nostra opposizione a qualsiasi ritorno a un passato dominato da disuguaglianze, corruzione e ingiustizia. Crediamo che la vera liberazione sia possibile solo attraverso la leadership e la partecipazione consapevoli e organizzate della classe operaia e delle persone oppresse, non attraverso la riproduzione di vecchie forme di potere autoritarie. Nel frattempo, lavoratori, insegnanti, pensionati, infermieri, studenti, donne e soprattutto i giovani, nonostante la diffusa repressione, gli arresti, i licenziamenti e le pressioni sui mezzi di sussistenza, continuano a essere in prima linea in queste lotte. Il Sindacato dei Lavoratori della Compagnia degli Autobus di Teheran e delle Periferie sottolinea la necessità di proseguire le proteste indipendenti, consapevoli e organizzate. Lo abbiamo detto più volte e lo ripetiamo ancora: la via per la liberazione dei lavoratori e dei lavoratori non passa attraverso una guida creata dall’alto, né affidandosi a potenze straniere, né attraverso fazioni all’interno del governo. Passa, piuttosto, attraverso l’unità, la solidarietà e la creazione di organizzazioni indipendenti nei luoghi di lavoro e a livello nazionale. Non dobbiamo permetterci di essere nuovamente vittime dei giochi di potere e degli interessi delle classi dominanti. Il Sindacato condanna fermamente qualsiasi propaganda, giustificazione o sostegno all’intervento militare da parte di governi stranieri, inclusi Stati Uniti e Israele. Tali interventi non solo portano alla distruzione della società civile e all’uccisione di persone, ma forniscono anche un’ulteriore scusa per la continuazione della violenza e della repressione da parte del governo. Le esperienze passate hanno dimostrato che i governi occidentali autoritari non attribuiscono il minimo valore alla libertà, ai mezzi di sussistenza e ai diritti del popolo iraniano. Chiediamo il rilascio immediato e incondizionato di tutti i detenuti e sottolineiamo la necessità di identificare e perseguire coloro che hanno ordinato e perpetrato l’uccisione di persone. Lunga vita alla libertà, all’uguaglianza e alla solidarietà di classe. ============= Proteste popolari e scioperi nelle città di tutto il Paese sono ormai entrati nel loro undicesimo giorno.  Nonostante un clima sempre più militarizzato, il massiccio dispiegamento di polizia e forze di sicurezza e la violenta repressione, le proteste hanno continuato a espandersi sia nella portata che nella forma.  Secondo i resoconti, durante questo periodo almeno 174 località in 60 città di 25 province hanno assistito a proteste e centinaia di manifestanti sono stati arrestati.  Tragicamente, durante questo periodo almeno 35 manifestanti, compresi bambini, sono stati uccisi. Da Dey 1396 (gennaio 2018) ad Aban 1398 (novembre 2019) e Shahrivar 1401 (settembre 2022), il popolo oppresso dell’Iran è sceso ripetutamente in piazza per dimostrare il suo rifiuto delle relazioni economiche e politiche prevalenti e delle strutture basate sullo sfruttamento e sulla disuguaglianza.  Questi movimenti non sono nati per restaurare il passato, ma per costruire un futuro libero dal dominio del capitale, un futuro fondato sulla libertà, l’uguaglianza, la giustizia sociale e la dignità umana. Esprimendo la nostra solidarietà con le lotte del popolo contro la povertà, la disoccupazione, la discriminazione e la repressione, ci opponiamo chiaramente e inequivocabilmente a qualsiasi ritorno a un passato caratterizzato da disuguaglianza, corruzione e ingiustizia. Crediamo che una vera liberazione possa essere raggiunta solo attraverso la partecipazione consapevole e organizzata e la guida della classe operaia e degli oppressi stessi, non attraverso la rinascita di forme di potere arretrate e autoritarie imposte dall’alto.  In questo contesto, lavoratori, insegnanti, pensionati, infermieri, studenti, donne e soprattutto i giovani, nonostante la diffusa repressione, gli arresti, i licenziamenti e la forte pressione economica, rimangono in prima linea in queste lotte.  Il Sindacato dei Lavoratori di Teheran e della Compagnia degli Autobus Suburbani sottolinea la necessità di proseguire con proteste indipendenti, consapevoli e organizzate. Abbiamo ripetutamente affermato – e lo ribadiamo ancora una volta – che la via verso la liberazione dei lavoratori e degli oppressi non risiede nell’imposizione di leader dall’alto, né nell’affidamento a potenze straniere, né attraverso fazioni all’interno dell’establishment al potere. Piuttosto, risiede nell’unità, nella solidarietà e nella creazione di organizzazioni indipendenti nei luoghi di lavoro, nelle comunità e a livello nazionale.  Non dobbiamo permettere a noi stessi di diventare ancora una volta vittime di lotte di potere e degli interessi delle classi dominanti. Il Sindacato condanna inoltre fermamente qualsiasi propaganda, giustificazione o sostegno all’intervento militare da parte di stati stranieri, inclusi Stati Uniti e Israele.  Tali interventi non solo portano alla distruzione della società civile e all’uccisione di civili, ma forniscono anche un ulteriore pretesto per la continuazione della violenza e della repressione da parte di chi detiene il potere.  L’esperienza passata ha dimostrato che gli stati occidentali dominanti non attribuiscono alcun valore alla libertà, ai mezzi di sussistenza o ai diritti del popolo iraniano. Chiediamo il rilascio immediato e incondizionato di tutti i detenuti e sottolineiamo la necessità di identificare e perseguire coloro che hanno ordinato e compiuto l’uccisione dei manifestanti. Lunga vita alla libertà, all’uguaglianza e alla solidarietà di classe La soluzione per gli oppressi sta nell’unità e nell’organizzazione 7 gennaio 2026 Le proteste in Iran sotto l’assedio di nemici interni ed esterni – Collettivo Roja (*) (*) questo collettivo femminista, anticapitalista e internazionalista, composto di donne iraniane, curde e afghane, è nato a Parigi nel settembre 2022 sulla spinta dell’insurrezione scoppiata in Iran dopo l’uccisione – nel settembre 2022 – di Jina Masha Amini, caratterizzata dallo slogan “Donna, vita, libertà”. https://it.crimethinc.com/2026/01/07/iran-an-uprising-besieged-from-within-and-without-three-perspectives https://lanticapitaliste.org/auteurs/collectif-roja Aggiornamento, 9 gennaio Questo intervento politico è stato scritto da Roja il 4 gennaio 2026, nel sesto giorno di proteste nazionali in Iran. Molto è successo da quel momento – soprattutto la notte del 8 gennaio che non ha precedenti storici, il dodicesimo giorno di rivolta. La giornata è iniziata con uno sciopero generale dei negozianti e dell’economia di mercato, segnatamente in Kurdistan, chiamato dai partiti curdi. La chiusura dei negozi è coincisa con mobilitazioni nelle strade e nei campus attraverso la nazione. Scontri con le forze di polizia attraverso dozzine di città, dalla capitale alle province di frontiera; un report di un osservatorio dei diritti, ha contato quel giorno azioni di protesta in almeno 46 città attraverso 21 province. Arrivati alla notte, le immagini che circolavano mostravano folle di dimensioni impressionanti, ingestibili da parte della polizia: milioni di persone che si riprendevano le strade e in molti posti, spingevano le forze di sicurezza presenti a ritirarsi – un’atmosfera che, per molti, rimandava nella memoria ai mesi che portarono alla rivoluzione del 1979. La sera dell’8 gennaio, mentre l’apparato repressivo della Repubblica Islamica vacillava e le strade sfuggivano dalla sua presa, implementava un quasi totale shutdown di internet. Il blackout continua mentre scriviamo, un tentativo di dividere i circuiti di coordinamento e di impedire la documentazione degli omicidi. Allo stesso tempo Donald Trump ha reiterato minacce di ritorsione se la Repubblica Islamica continua con gli omicidi, mentre – soltanto parzialmente – si distanziava da Reza Pahlavi, dicendo che non era sicuro che un incontro fosse appropriato e che “dovremmo lasciare che tutti vadano fuori e vedere chi emerge”. La fissazione sul “figlio dello Scià” oscura un’altra tendenza, comunque vera, su cui ci focalizziamo in questo testo: la prospettiva di una transizione controllata attraverso la riconfigurazione interna – un cambiamento senza rottura – sulla falsariga di ciò che è recentemente successo in Venezuela. I. La quinta insurrezione dal 2017 Dal 28 dicembre 2025 l’Iran è nuovamente attraversato da una febbre di proteste diffuse. Gli slogan “Morte al dittatore” e “Morte a Khamenei” risuonano nelle strade in almeno 222 località, distribuite in 78 città e 26 province. Non si tratta solo di proteste contro la povertà, l’aumento vertiginoso dei prezzi, l’inflazione e l’espropriazione, ma di un’insurrezione contro un intero sistema politico marcio fino al midollo. La vita è diventata insostenibile per la maggioranza della popolazione — in particolare per la classe operaia, le donne, le persone queer e le minoranze etniche non persiane. Ciò dipende non solo dal crollo della valuta iraniana dopo la guerra dei dodici giorni, ma anche dal collasso dei servizi sociali di base, dai continui blackout, dall’aggravarsi della crisi ambientale (inquinamento atmosferico, siccità, deforestazione e cattiva gestione delle risorse idriche) e dalle esecuzioni di massa (almeno 2.063 nel 2025). Tutti questi fattori hanno contribuito a un peggioramento drastico delle condizioni di vita. La crisi della riproduzione sociale costituisce il fulcro delle proteste attuali, e il loro orizzonte ultimo è rivendicare migliori condizioni di vita. Questa insurrezione rappresenta la quinta ondata di una catena di proteste iniziata nel dicembre 2017 con la cosiddetta “rivolta del pane”, proseguita con la sanguinosa insurrezione del novembre 2019 contro l’aumento del prezzo del carburante e l’ingiustizia sociale. Nel 2021 è stato il turno della rivolta degli “assetati”, iniziata e guidata dalle minoranze arabe. Questa ondata ha raggiunto un picco con l’insurrezione “Donna, Vita, Libertà” del 2022, che ha posto al centro le lotte per la liberazione delle donne e quelle anticoloniali delle nazionalità oppresse, come curdi e beluci, aprendo nuovi orizzonti. L’insurrezione attuale torna a mettere al centro la crisi della riproduzione sociale, questa volta su un terreno postbellico più radicale. Si tratta di proteste che nascono da rivendicazioni materiali che colpiscono, con sorprendente rapidità, le strutture del potere e l’oligarchia corrotta al governo. II. Un’insurrezione assediata da minacce interne ed esterne Le proteste in corso in Iran sono assediate da ogni lato, da minacce sia esterne sia interne. Il giorno prima dell’attacco imperialista statunitense al Venezuela, Donald Trump — sfoggiando un linguaggio di “sostegno ai manifestanti” — ha lanciato un avvertimento: se il governo iraniano “ucciderà manifestanti pacifici, come è sua abitudine, gli Stati Uniti d’America verranno in loro soccorso. Siamo pronti e armati”. È il copione più antico dell’imperialismo: usare la retorica del “salvare vite” per legittimare la guerra, come in Iraq o in Libia. Gli Stati Uniti continuano a seguire questo schema: solo nel 2025 hanno lanciato attacchi militari diretti contro sette Paesi. Il governo genocida di Israele, che al grido di “Donna, Vita, Libertà”, aveva già attaccato l’Iran nella guerra dei dodici giorni, ora scrive in persiano sui social: “Siamo al vostro fianco, manifestanti”. I monarchici, braccio locale del sionismo — che si sono macchiati dell’infamia di sostenere Israele durante la guerra dei dodici giorni — cercano oggi di presentarsi ai loro padrini occidentali come l’unica alternativa possibile. Lo fanno attraverso una rappresentazione selettiva e una manipolazione della realtà, lanciando una campagna informatica volta ad appropriarsi delle proteste, falsificando e alterando gli slogan di strada a sostegno della causa monarchica. Questo rivela la loro natura ingannevole, le ambizioni monopolistiche, il loro potere mediatico e, soprattutto, la loro debolezza interna, dovuta all’assenza di una reale forza materiale nel paese. Con lo slogan “Make Iran Great Again”, questo gruppo ha accolto con favore l’operazione imperialista di Trump in Venezuela e ora attende il rapimento dei dirigenti della Repubblica Islamica da parte di sicari statunitensi e israeliani. Ci sono poi i campisti pseudo-di-sinistra, autoproclamatisi “anti-imperialisti”, che assolvono la dittatura della Repubblica Islamica proiettando su di essa una maschera antimperialista. Mettono in dubbio la legittimità delle proteste sostenendo che “un’insurrezione in queste condizioni non è altro che un gioco sul terreno dell’imperialismo”, poiché leggono l’Iran esclusivamente attraverso la lente del conflitto geopolitico, come se ogni rivolta fosse un progetto orchestrato da Stati Uniti e Israele. Così facendo negano la soggettività politica del popolo iraniano e concedono alla Repubblica islamica un’immunità discorsiva e politica mentre continua a massacrare e reprimere la propria popolazione. “Arrabbiati contro l’imperialismo” ma “spaventati dalla rivoluzione” – per riprendere la formulazione di Amir Parviz Puyan – la loro postura è una forma di anti-reazionismo reazionario. Arrivano persino a sostenere che non si dovrebbe scrivere delle recenti proteste, uccisioni e repressioni in Iran in nessuna lingua diversa dal persiano negli spazi internazionali, per non offrire un “pretesto” agli imperialisti. Come se, al di là dei persiani, non esistessero altri popoli capaci di destini condivisi, esperienze comuni, connessioni e solidarietà di lotta. Per i campisti non esiste alcun soggetto al di fuori dei governi occidentali, né alcuna realtà sociale al di fuori della geopolitica. Contro tutti questi nemici, rivendichiamo la legittimità delle proteste, l’intersezione delle oppressioni e la condivisione delle lotte. La corrente monarchica reazionaria si espande nell’estrema destra dell’opposizione iraniana, e la minaccia imperialista contro il popolo iraniano — incluso il pericolo di un intervento straniero — è reale. Ma altrettanto reale è la rabbia popolare, forgiata in oltre quattro decenni di brutale repressione, sfruttamento e “colonialismo interno” dello Stato contro le comunità non persiane. Non abbiamo altra scelta che affrontare queste contraddizioni per quello che sono. Ciò che vediamo oggi è una forza insorgente che emerge dall’inferno sociale iraniano: persone che rischiano la vita per sopravvivere affrontando frontalmente l’apparato repressivo. Non abbiamo il diritto di usare il pretesto della minaccia esterna per negare la violenza inflitta a milioni di persone in Iran — né per negare il diritto di sollevarsi contro di essa. Chi scende in strada è stanco di analisi astratte, semplicistiche e paternalistiche. Chi scende in strada combatte all’interno delle contraddizioni: vive sotto le sanzioni e allo stesso tempo subisce il saccheggio di un’oligarchia interna; teme la guerra e teme la dittatura interna. Ma non si paralizza. Rivendica di essere soggetto attivo del proprio destino — e il suo orizzonte, almeno dal dicembre 2017, non è più la riforma, bensì la caduta della Repubblica islamica. III. La diffusione della rivolta Le proteste sono state innescate dal crollo verticale del rial — esplodendo inizialmente tra i commercianti della capitale, in particolare i rivenditori di telefoni cellulari e di computer — ma si sono rapidamente trasformate in un’insurrezione ampia ed eterogenea, che ha coinvolto lavoratori salariati, venditori ambulanti, facchini e lavoratori dei servizi dell’economia di Teheran. La rivolta si è poi spostata rapidamente dalle strade della capitale alle università e ad altre città, in particolare quelle più piccole, che sono diventate l’epicentro di questa ondata di proteste. Fin dall’inizio, gli slogan hanno preso di mira l’intera Repubblica islamica. Oggi la rivolta è portata avanti soprattutto dai poveri e dagli espropriati: giovani, disoccupati, lavoratori e lavoratrici precarie e studenti. Alcuni hanno liquidato le proteste sostenendo che esse sono nate nel Bazar (l’economia mercantile di Teheran), spesso percepito come alleato del regime e simbolo del capitalismo commerciale. Le hanno etichettate come “piccolo-borghesi” o “legate al regime”. Questa reazione ricorda le prime risposte al movimento dei Gilet Gialli in Francia nel 2018: poiché la rivolta era emersa al di fuori della “tradizionale” classe operaia e delle reti riconosciute della sinistra, e poiché veicolava slogan contraddittori, molti si affrettarono a liquidarla come reazionaria. Ma il punto di partenza di un’insurrezione non ne determina l’esito. L’origine non predetermina la traiettoria. Le proteste attuali in Iran avrebbero potuto riaccendersi a partire da qualsiasi scintilla, non solo dal Bazar. Anche qui, ciò che è iniziato nel Bazar si è rapidamente diffuso nei quartieri poveri urbani in tutto il Paese. IV. La geografia della rivolta Se nel 2022 il cuore pulsante di “Jin, Jiyan, Azadi” batteva nelle regioni marginalizzate – Kurdistan e Belucistan – oggi le città più piccole dell’ovest e del sud-ovest sono diventate nodi centrali del malcontento: Hamedan, Lorestan, Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, Kermanshah e Ilam. Le minoranze lor, bakhtiari e lak di queste regioni sono doppiamente schiacciate dal peso delle crisi interne alla Repubblica Islamica: da un lato la pressione delle sanzioni e l’ombra della guerra, dall’altro la repressione etnica e lo sfruttamento, la distruzione ecologica che minaccia le loro vite, in particolare lungo la catena degli Zagros. È la stessa regione in cui Mojahid Korkor – un manifestante lor – è stato giustiziato dalla Repubblica Islamica durante l’insurrezione per Jina/Mahsa Amini, il giorno prima dell’attacco israeliano, e in cui Kian Pirfalak, un bambino di nove anni, è stato ucciso dalle forze di sicurezza durante l’insurrezione del 2022. Tuttavia, a differenza dell’insurrezione per Jina – che fin dall’inizio si era espansa consapevolmente lungo fratture di sesso, genere ed etniche – nelle proteste recenti l’antagonismo di classe è stato più esplicito e, finora, la loro diffusione ha seguito una logica più marcatamente di massa. Tra il 28 dicembre e il 4 gennaio 2025, almeno 17 persone sono state uccise dalle forze repressive della Repubblica Islamica con l’uso di munizioni vere e fucili a pallini — la maggior parte lor (in senso ampio, soprattutto in Lorestan e Chaharmahal e Bakhtiari) e curde (in particolare a Ilam e Kermanshah). Centinaia di persone sono state arrestate (almeno 580, di cui almeno 70 minorenni); decine sono rimaste ferite. Con l’avanzare delle proteste, la violenza della polizia è aumentata: il settimo giorno a Ilam, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nell’ospedale Imam Khomeini per arrestare i feriti; a Birjand, hanno attaccato un dormitorio universitario femminile. Il bilancio delle vittime continua a crescere man mano che l’insurrezione si approfondisce, e i numeri reali sono certamente superiori a quelli ufficiali. La violenza però non è ugualmente distribuita: la repressione è più dura nelle città più piccole, soprattutto nelle comunità marginalizzate e minoritarie che vengono spinte ai margini. Le sanguinose uccisioni a Malekshahi (Ilam) e Jafarabad (Kermanshah) testimoniano questa disparità strutturale di oppressione e repressione. Il quarto giorno di protesta, il governo — coordinandosi tra le varie istituzioni — ha annunciato chiusure diffuse in 23 province con il pretesto del “freddo” o della “carenza energetica”. In realtà si trattava di un tentativo di spezzare i circuiti attraverso cui la rivolta si sta diffondendo — Bazar, università e strade. Parallelamente, le università hanno spostato sempre più lezioni online per recidere i legami tra gli spazi di resistenza. V. L’impatto della guerra dei dodici giorni Dopo la guerra dei dodici giorni, il governo iraniano — nel tentativo di compensare il crollo della propria autorità — ha fatto ricorso in modo ancora più aperto alla violenza. Gli attacchi israeliani contro siti militari e civili iraniani hanno portato ad un’ulteriore militarizzazione e securitizzazione dello spazio politico e sociale, in particolare conducendo una campagna razzista di deportazione di massa degli immigrati afghani. E mentre lo Stato invoca incessantemente la “sicurezza nazionale”, continua ad essere il principale produttore di insicurezza: un’insicurezza che attacca la vita delle persone attraverso un’impennata senza precedenti delle esecuzioni, il maltrattamento sistemico di detenuti e detenute e l’intensificazione dell’insicurezza economica tramite la brutale riduzione dei mezzi di sussistenza. La guerra dei dodici giorni — seguita dall’inasprimento delle sanzioni statunitensi ed europee e dall’attivazione del meccanismo di snapback del Consiglio di Sicurezza dell’ONU — ha aumentato la pressione sui proventi petroliferi, sul sistema bancario e sul settore finanziario, soffocando l’afflusso di valuta estera e aggravando la crisi di bilancio. Dal 24 giugno 2025, data della fine della guerra, alla notte del 18 dicembre, quando sono esplose le prime proteste nel Bazar di Teheran, il rial ha perso circa il 40% del suo valore. Non si è trattato di una fluttuazione “naturale” del mercato, ma del risultato combinato dell’escalation delle sanzioni e dello sforzo deliberato della Repubblica islamica di scaricare dall’alto verso il basso gli effetti della crisi attraverso una svalutazione della moneta nazionale. Le sanzioni devono essere condannate senza riserve. Nell’Iran di oggi, tuttavia, esse operano anche come strumento di potere di classe interno. La valuta estera è sempre più concentrata nelle mani di un’oligarchia militare-securitaria che trae profitto dall’elusione delle sanzioni e dall’intermediazione opaca del petrolio. I proventi delle esportazioni sono di fatto tenuti in ostaggio e immessi nell’economia formale solo in momenti specifici e a tassi manipolati. Anche quando le vendite di petrolio aumentano, i profitti circolano all’interno di istituzioni parastatali e di uno “Stato parallelo” (soprattutto il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica), invece di tradursi nella vita quotidiana delle persone. Per coprire il deficit prodotto dal calo delle entrate e dai ritorni bloccati, lo Stato ricorre alla rimozione dei sussidi e all’austerità. In questo quadro, il crollo improvviso del rial diventa uno strumento fiscale: forza la valuta “ostaggio” a rientrare in circolazione secondo le condizioni volute dallo Stato e amplia rapidamente le risorse in rial del governo — dal momento che lo Stato stesso è uno dei maggiori detentori di dollari. Il risultato è un’estrazione diretta dai redditi delle classi popolari e medie e il trasferimento dei profitti derivanti dall’elusione delle sanzioni e dalla rendita valutaria a una ristretta minoranza, approfondendo così ulteriormente la divisione di classe, l’instabilità materiale e la rabbia sociale. In altre parole, i costi delle sanzioni sono pagati direttamente dalle classi inferiori e dai ceti medi. Il collasso della valuta nazionale va dunque inteso come un saccheggio statale organizzato in un’economia segnata dalla guerra e strangolata dalle sanzioni: una manipolazione del tasso di cambio a favore delle reti di intermediazione legate all’oligarchia dominante, al servizio di uno Stato che ha elevato la liberalizzazione neoliberale dei prezzi a dottrina sacra. I campisti pseudo-di-sinistra riducono la crisi alle sanzioni statunitensi e all’egemonia del dollaro, cancellando il ruolo della classe dominante della Repubblica Islamica come agente attivo di espropriazione e accumulazione finanziarizzata. I campisti di destra, generalmente allineati all’imperialismo occidentale, attribuiscono invece tutta la colpa alla Repubblica Islamica e trattano le sanzioni come irrilevanti. Queste posizioni si rispecchiano a vicenda — e ciascuna riflette interessi molto chiari. Contro entrambe, insistiamo sul riconoscimento dell’intreccio tra saccheggio ed espropriazione globali e locali. Sì, le sanzioni devastano la vita delle persone — attraverso la carenza di medicinali, le carenze all’interno di specifici segmenti industriali, la disoccupazione e i danni psicologici — ma il peso più grosso viene distribuito sulla popolazione, non sull’oligarchia militare-securitaria che accumula immense ricchezze controllando i circuiti informali della valuta e del petrolio. VI. Le contraddizioni Nelle strade si sentono slogan contraddittori, che vanno dalle invocazioni per il rovesciamento della Repubblica Islamica agli appelli filomonarchici. Allo stesso tempo, gli studenti scandiscono slogan contro il dispotismo della Repubblica Islamica e contro l’autocrazia monarchica. Gli slogan pro-Shah e pro-Pahlavi riflettono le contraddizioni reali in campo, ma sono anche amplificati e fabbricati attraverso distorsioni mediatiche di destra, inclusa la vergognosa sostituzione delle voci dei manifestanti con slogan monarchici. Il principale responsabile di questa manipolazione mediatica è Iran International, divenuto un megafono della propaganda sionista e monarchica. Il suo bilancio annuale si aggira, secondo quanto riportato, intorno ai 250 milioni di dollari, finanziati da individui e istituzioni legati ai governi di Arabia Saudita e Israele. Nell’ultimo decennio, la geografia iraniana è diventata un campo di tensione tra due orizzonti socio-politici, mediati da due diversi modelli di organizzazione contro la Repubblica Islamica. Da un lato vi è un’organizzazione sociale concreta e radicata lungo le fratture di classe, genere, sesso ed etnia — visibile soprattutto nelle reti che sono nate durante l’insurrezione Jina del 2022, e che vanno dal carcere di Evin alla diaspora, producendo un’unità senza precedenti tra forze diverse, dalle donne alle minoranze etniche curde e beluci, che si oppongono alla dittatura e che riportano a orizzonti femministi e anticoloniali. Dall’altro lato vi è una mobilitazione populista che viene rappresentata nelle reti televisive satellitari come una sorta di “rivoluzione nazionale”, come una massa omogenea di individui atomizzati. Sostenuta da Israele e dall’Arabia Saudita, questa massa mira alla costruzione di un corpo unico il cui “capo” — il figlio dello Scià deposto — possa essere successivamente inserito dall’esterno, tramite un intervento straniero. Nell’ultimo decennio, i monarchici, armati di un enorme potere mediatico, hanno spinto l’opinione pubblica verso un nazionalismo estremista e razzista, approfondendo ulteriormente le fratture etniche e frammentando l’immaginazione politica dei popoli dell’Iran. La crescita di questa corrente negli ultimi anni non è il segno di un’“arretratezza” politica delle persone, ma il risultato dell’assenza di una vasta organizzazione e di un potere mediatico di sinistra capaci di produrre un discorso contro-egemonico alternativo — un’assenza dovuta in parte alla repressione e al soffocamento, che ha però lasciato spazio a questo populismo reazionario. In mancanza di una narrazione forte da parte delle forze di sinistra, democratiche e non nazionaliste, anche slogan e ideali universali come libertà, giustizia e maggiori diritti per le donne possono essere facilmente appropriati dai monarchici e rivenduti alla popolazione in vesti apparentemente progressiste che nascondono però un nucleo autoritario. In alcuni casi vengono persino confezionate all’interno di un vocabolario socialista: è precisamente qui che l’estrema destra divora anche il terreno dell’economia politica. Allo stesso tempo, con l’intensificarsi dell’antagonismo con la Repubblica Islamica, si sono accentuate anche le tensioni tra questi due orizzonti e modelli; oggi la frattura tra di essi è visibile nella distribuzione geografica degli slogan di protesta. Poiché il progetto del “ritorno dei Pahlavi” rappresenta un orizzonte patriarcale fondato su un etno-nazionalismo persiano e su un orientamento profondamente di destra, nei luoghi in cui sono emerse forme di organizzazione operaia e femminista dal basso — come le università e le regioni curde, arabe, beluci, turkmene e turche — gli slogan pro-monarchia sono in larga parte assenti e spesso suscitano reazioni negative. Questa situazione contraddittoria ha prodotto diverse incomprensioni sull’insurrezione recente. VII. L’orizzonte L’Iran si trova in un momento storico decisivo. La Repubblica Islamica è in una delle posizioni di maggiore debolezza della sua storia — sul piano internazionale, dopo il 7 ottobre 2023 e l’indebolimento del cosiddetto “Asse della Resistenza”, e sul piano interno, dopo anni di insurrezioni e sollevazioni ripetute. Il futuro di questa nuova ondata resta incerto, ma l’ampiezza della crisi e la profondità dell’insoddisfazione popolare garantiscono che una nuova esplosione di proteste può verificarsi in qualsiasi momento. Anche se l’insurrezione attuale dovesse essere repressa, essa ritornerà. In questa congiuntura, qualsiasi intervento militare o imperialista non può che indebolire la lotta dal basso e rafforzare la mano della Repubblica Islamica nella repressione. Nell’ultimo decennio, la società iraniana ha reinventato l’azione politica collettiva dal basso. Dal Belucistan e dal Kurdistan durante l’insurrezione per Jina, alle città più piccole del Lorestan e di Isfahan nell’attuale ondata di proteste, l’azione politica — priva di qualsiasi rappresentanza ufficiale dall’alto — si è spostata nelle strade, nei comitati di sciopero e nelle reti locali informali. Nonostante la brutale repressione, queste capacità e connessioni restano vive nella società; la loro possibilità di riemergere e cristallizzarsi in potere politico persiste. Ma l’accumulazione della rabbia non è l’unico fattore che ne determinerà la continuità e la direzione. Decisiva sarà anche la possibilità di costruire un orizzonte politico indipendente e una reale alternativa. Questo orizzonte affronta due minacce parallele. Da un lato, può essere appropriato o marginalizzato da forze di destra che hanno base all’estero, che strumentalizzano la sofferenza delle persone per giustificare sanzioni, guerra o interventi militari. Dall’altro lato, da segmenti della classe dominante — sia appartenenti alle fazioni militari-securitarie sia agli attuali riformisti — che lavorano dietro le quinte per presentarsi all’Occidente come un’opzione “più razionale”, “meno costosa”, “più affidabile”: un’alternativa interna alla Repubblica Islamica, non per rompere davvero con l’ordine del dominio esistente, ma per riconfigurarlo sotto un altro volto. (Donald Trump punta a fare qualcosa di simile in Venezuela, piegando elementi del governo al proprio volere anziché provocare un vero cambiamento di regime). È un freddo calcolo interno alla gestione della crisi: contenere la rabbia sociale, ricalibrare le tensioni con le potenze globali e riprodurre un ordine in cui ai popoli è negata l’autodeterminazione. Contro entrambe queste correnti, la rinascita di una politica internazionalista di liberazione è più necessaria che mai. Non si tratta di una “terza via” astratta, ma dell’impegno a porre le lotte delle persone al centro dell’analisi e dell’azione: organizzazione dal basso invece di copioni scritti dall’alto da leader auto-proclamati, o di false opposizioni costruite dall’esterno. Oggi l’internazionalismo significa tenere insieme il diritto dei popoli all’autodeterminazione e l’obbligo di combattere tutte le forme di dominio — interne ed esterne. Un vero blocco internazionalista deve essere costruito a partire dall’esperienza vissuta, da solidarietà concrete e da capacità indipendenti. Ciò richiede la partecipazione attiva di forze della sinistra, femministe, anticoloniali, ecologiste e democratiche nella costruzione di un’ampia organizzazione di classe all’interno dell’ondata di proteste — sia per riappropriarsi della vita sia per aprire orizzonti alternativi di riproduzione sociale. Al tempo stesso, questa organizzazione deve collocarsi in continuità con l’orizzonte di liberazione delle lotte precedenti, in particolare con il movimento “Jin, Jiyan, Azadi”, la cui energia conserva ancora il potenziale di destabilizzare simultaneamente i discorsi della Repubblica Islamica, dei monarchici, del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e di quegli ex riformisti che oggi sognano una transizione controllata e una reintegrazione nei cicli di accumulazione statunitensi e israeliani nella regione. Questo è anche un momento decisivo per la diaspora iraniana: essa può contribuire a ridefinire una politica di liberazione, oppure può riprodurre l’esausto binarismo tra “dispotismo interno” e “intervento straniero”, prolungando così l’impasse politica. In questo contesto, è necessario che le forze della diaspora compiano passi verso la formazione di un vero blocco politico internazionalista — capace di tracciare linee nette contro il dispotismo interno e contro il dominio imperialista. Questa posizione lega l’opposizione all’intervento imperialista a una rottura esplicita con la Repubblica Islamica, rifiutando qualsiasi giustificazione della repressione in nome della lotta contro un nemico esterno. Sulla rivoluzione dei Consigli del 1978-1979: Una scintilla nella notte. Sulla rivoluzione in Iran (1978-1979) – il Rovescio
“Terrorista a chi?” Volantino distribuito a Trento nel giorno della condanna di Anan Yaeesh
Mentre apprendiamo della condanna di Anan Yaeesh a 5 anni e 6 mesi, e ci rallegriamo delle assoluzioni di Alì Irar e Mansour Doghmosh nel processo-farsa dell’Aquila, diffondiamo questo volantino dell’Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese di Trento, distribuito al presidio per tutti i colpevoli di Palestina tenuto nel giorno della sentenza. Qui in pdf: terrorista a chi Per un approfondimento sulla storia del concetto di “terrorismo”, si veda qui: https://ilrovescio.info/2025/09/18/terrorizzare-e-reprimere-da-disfare-2/ “TERRORISTA A CHI?” Il concetto di “terrorismo” nasce all’indomani della Rivoluzione Francese per indicare la violenza indiscriminata esercitata da un governo. È solo dopo la sua applicazione alle rivolte dei popoli colonizzati che questa parola assume piano piano il senso corrente, indicando la violenza dei rivoluzionari e più in generale degli oppressi che si ribellano ai loro oppressori. Se questa operazione di rovesciamento di senso ha una lunga storia, è soprattutto negli anni Ottanta del secolo scorso che gli ambienti atlantisti cominciano a fare del “terrorismo” il nuovo nemico pubblico da combattere, imbastendo una narrazione tanto inconsistente quanto efficace. Nessuno vorrà stare dalla parte dei ribelli, se pensa che questi sono pronti a diffondere il terrore colpendo chiunque in modo indiscriminato. Viceversa, tutti applaudiranno alla violenza realmente terroristica delle guerre e della repressione poliziesca, dal momento in cui queste sono perpetrate dallo Stato. È su questa scia che si è partiti dall’applicare l’etichetta “terrorismo” alle organizzazioni armate marxiste o agli attentatori anarchici, e si è arrivati al suo utilizzo contro chiunque dissenta, anche solo a parole. Bombardare, affamare, falcidiare intere popolazioni – come fa l’IDF a Gaza e in Cisgiordania – non sarebbe “terrorismo”, ma “politica di sicurezza”. Per chi invece sostenga che è semplicemente sacrosanta la rivolta anche armata contro un’occupazione coloniale e genocida, si aprono le porte delle galere. Così, mentre nel Regno Unito i membri di Palestine Action sono in carcere per delle azioni contro l’industria bellica, chiunque osi solidarizzare con loro anche solo a parole viene arrestato. Così all’Aquila sta arrivando alle ultime battute un processo-farsa contro tre palestinesi – Anan Yaeesh, Alì Irar e Mansour Doghmosh – perseguiti come “terroristi” perché avrebbero progettato azioni contro il colonialismo israeliano, nonostante lo stesso diritto internazionale riconosca la legittimità della resistenza a un’occupazione armata. Così a Torino si tenta di espellere verso l’Egitto – dove lo attendono le galere e gli sgherri di al-Sisi – l’imam Mohamed Shahin, colpevole di aver parlato a favore della resistenza palestinese nel corso di manifestazioni – e solo una forte mobilitazione in città ne ha per ora impedito l’espulsione. Così il palestinese Ahmed Salem si trova incarcerato da mesi per “terrorismo della parola”. Così Tarek Dridi è stato condannato a 5 anni di galera per aver partecipato alla manifestazione per la Palestina del 5 ottobre 2024 a Roma. Così, lo scorso 27 dicembre, nove palestinesi sono stati arrestati a Genova e altrove come “finanziatori del terrorismo” perché avrebbero finanziato Hamas, ovvero una delle organizzazioni per la liberazione della Palestina nonché il governo di Gaza, quindi l’unico canale da cui è possibile fare arrivare soldi alla popolazione locale. Così in tutta Italia piovono denunce e misure cautelari per le mobilitazioni dello scorso autunno, mentre il governo prepara altri due pacchetti-sicurezza che metterebbero di fatto fuori legge la possibilità di manifestare. A ciascuno, a questo punto, spetta chiedersi chi è il vero terrorista – e soprattutto da che parte stare. Se con chi ci trascina verso l’autodistruzione sociale, ecologica, bellica per mantenere i propri privilegi e profitti, e vorrebbe pure imporci di tacere, oppure con chi si ribella a tutto ciò – prendendo la parola o scendendo in strada, continuando a ripiantare gli olivi espiantati dall’esercito israeliano o impugnando le armi. Sapete chi è uno dei principali “teorici” della propaganda “antiterrorista” cui accennavamo sopra? Un certo Benjamin Netanyahu, autore, nel 1986, di un libro intitolato Il terrorismo – Come l’Occidente può vincere. E abbiamo detto tutto. Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese
Il Vaccino Santus contro “l’antisemitismo”
Le svolte repressive sono sempre accompagnate da opportune “campagne d’opinione”, in cui i media padronali ripetono, ripetono, ripetono le stesse formule propagandistiche per far accettare l’inaccettabile alla cosiddetta opinione pubblica. Mentre sono in discussione ben due disegni di legge per equiparare antisionismo e antisemitismo, quello del governo (Gasparri) e quello del Pd (Delrio), entrambi basati sulla definizione di “antisemitismo” della Alleanza Internazionale per la Memoria della Shoah (un minculpop dei sionisti), non può certo mancare una propaganda mirata. Come quella di questa tal professoressa Daniela Santus, già in passato al centro di contestazioni e polemiche all’Università di Torino per il suo oltranzismo filo-israeliano. Trattandosi, appunto, di propaganda, poco importa che sia basata su dati infondati, come i 766 episodi di “antisemitismo” che si sarebbero verificati in Italia nei primi 9 mesi del 2025 (ma dove li hanno visti, questa saccentissima prof e le sue “fonti” della Cdec, tutti questi episodi di “antisemitismo”? Forse nelle centinaia di manifestazioni contro il genocidio a Gaza?). Ci sembra il caso di segnalare questa intervista alla professoressa. Se il suo furore ideologico può far sorridere (ma d’altronde dov’è il senso della realtà, quando commentatori più o meno autorevoli, e a volte anche “di movimento”, continuano a definire la sacrosanta azione anticoloniale del 7 ottobre come un “pogrom”?) – per i prossimi mesi abituiamoci a ricevere, e a rifiutare, abbondanti dosi di questo “vaccino” (un linguaggio autoritario che abbiamo già sentito…). Che si potrebbe riassumere in una frase: fare come in Germania – così che della Palestina si possa parlare solo come vogliono i massacratori sionisti e i loro beceri alleati.  https://alleyoop.ilsole24ore.com/2026/01/08/antisemitismo-malattia-non-condanna-serve-vaccino-curarlo/?uuid=90_pG7OdY6U
[it, en] È terminato – con alcune importanti vittorie – lo sciopero della fame dei Prisoner for Palestine
Riceviamo e diffondiamo: Qui l’originale: https://prisonersforpalestine.org/hunger-strikers-demands-met-on-73rd-day-as-three-end-strike/ Le richieste degli scioperanti della fame soddisfatte al 73° giorno, mentre tre di loro interrompono lo sciopero 14 gennaio 2026 Oggi Kamran Ahmed, Heba Muraisi e Lewie Chiaramello annunciano la loro decisione di porre fine allo sciopero della fame, poiché a Elbit Systems UK è stato negato un importante contratto governativo, una delle richieste chiave degli scioperanti. Heba Muraisi, Kamran Ahmed, Lewie Chiaramello, Teuta Hoxha, Jon Cink, Qesser Zuhrah e Amu Gib hanno ora iniziato a reintegrare il loro apporto calorico in conformità con le linee guida sanitarie. È stato annunciato oggi che Elbit Systems ha perso un contratto da 2 miliardi di sterline che avrebbe previsto l’addestramento di 60.000 soldati britannici ogni anno. Dal 2012, Elbit ha vinto oltre 10 appalti pubblici, segnando un cambiamento nella sua popolarità tra i funzionari. Il contratto da 2 miliardi di sterline, che avrebbe visto Elbit fornire addestramento all’esercito britannico per dieci anni, è stato perso nonostante gli sforzi dei funzionari del Ministero della Difesa e dell’esercito britannico, che, secondo quanto rivelato, avevano collaborato con Elbit Systems UK e la sua società madre Elbit Systems in incontri segreti e “tour” nella capitale della Palestina, Gerusalemme. Venerdì 9 gennaio 2026, in un importante passo avanti, i leader nazionali dell’assistenza sanitaria carceraria hanno finalmente incontrato i rappresentanti dei detenuti in sciopero della fame, su richiesta del Ministero della Giustizia, per discutere delle condizioni carcerarie e delle raccomandazioni terapeutiche. La decisione arriva mentre il gruppo Prisoners for Palestine ha dichiarato una serie di vittorie dello sciopero della fame, descrivendole in una dichiarazione: “Oltre al soddisfacimento di questa richiesta fondamentale, vogliamo cogliere l’occasione per rivelare le varie vittorie ottenute durante lo sciopero della fame: Solo nelle ultime settimane, 500 persone si sono impegnate in azioni dirette contro il complesso militare-industriale genocida, più del numero di persone che hanno partecipato alla campagna quinquennale di Palestine Action. Durante quella campagna quinquennale, sono state chiuse 4 fabbriche di armi israeliane. Elbit Systems sta vivendo un tempo rubato: la vedremo chiudere definitivamente, non per merito del governo, ma grazie al popolo. Il trasferimento di Heba all’HMP Bronzefield è stato accettato dall’HMP Newhall, dove attualmente è detenuta in isolamento intenzionale dalla sua famiglia e dai suoi amici. A T. Hoxha è stato offerto un incontro con il capo della JEXU (Joint Extremism Unit) nella sua prigione, la stessa organizzazione che orchestra il trattamento dei prigionieri come “terroristi”. Nonostante la crudele e costante negligenza medica nei confronti dei detenuti in sciopero della fame, che ha comportato il mancato registro del rifiuto del cibo, il rifiuto di ambulanze in emergenze potenzialmente letali e trattamenti degradanti in ospedale, i responsabili nazionali dell’assistenza sanitaria carceraria ci hanno incontrati su richiesta del Ministero della Giustizia. Durante lo sciopero della fame, alcuni detenuti hanno iniziato a ricevere pacchi contenenti la posta trattenuta e, in un caso, hanno ricevuto le scuse del personale carcerario per una lettera che era stata ritardata di 6 mesi. Dopo mesi di attesa sono stati consegnati anche libri su Gaza e sul femminismo. Alla ricerca di un processo equo, i partecipanti allo sciopero della fame hanno chiesto la divulgazione delle licenze di esportazione degli ultimi cinque anni da parte di Elbit Systems. Dopo ripetute richieste, queste informazioni sono state divulgate a un ricercatore indipendente dal Dipartimento del Commercio durante lo sciopero della fame. Gli scioperanti della fame hanno fatto la storia britannica, partecipando al più grande e lungo sciopero della fame coordinato in Gran Bretagna, durato in totale 73 giorni, con Heba Muraisi che ha concluso dopo 73 giorni. Il gruppo di attivisti Prisoners for Palestine ha sottolineato che la vittoria più preziosa dello sciopero della fame è stata la forte crescita dell’impegno nell’azione diretta: “Lo sciopero della fame dei nostri prigionieri sarà ricordato come un momento storico di pura sfida, un imbarazzo per lo Stato britannico. Ha rivelato al mondo che la Gran Bretagna ha prigionieri politici al servizio di un regime straniero genocida e ha visto centinaia di persone impegnarsi a intraprendere azioni dirette seguendo le orme dei prigionieri. Sebbene questi prigionieri abbiano concluso il loro sciopero della fame, la resistenza è appena iniziata. Vietare un gruppo e imprigionare i nostri compagni si è rivelato controproducente per lo Stato britannico: l’azione diretta è viva e il popolo caccerà Elbit dalla Gran Bretagna per sempre”. Amu Gib ha dichiarato: “Non abbiamo mai affidato le nostre vite al governo e non inizieremo a farlo ora. Saremo noi a decidere come dedicare le nostre vite alla giustizia e alla liberazione”. Lewie ha detto: “È sicuramente un momento di festa. Un momento per gioire e abbracciare la nostra gioia come rivoluzione e come liberazione. Lo facciamo per la Palestina, perché siamo stati ispirati, perché siamo stati autorizzati ad agire e a cercare di realizzare i nostri sogni per una Palestina libera, per un mondo emancipato”.
Trento, 16 gennaio: Presidio per tutti i “colpevoli di Palestina” nel giorno della sentenza per Anan, Alì e Mansour
Riceviamo e diffondiamo: PER I “COLPEVOLI DI PALESTINA” Nel giorno in cui, presso il tribunale de L’Aquila, verrà probabilmente emessa la sentenza contro Anan Yaeesh, Alì Irar e Mansour Dogmosh, palestinesi processati per “terrorismo” con l’accusa di aver lottato contro lo Stato coloniale d’Israele sulla base di “prove” confezionate dai servizi israeliani e “confessioni” estorte sotto tortura da agenti del Mossad Mentre nel Regno Unito continua lo sciopero della fame dei prigionieri di Palestine Action (organizzazione messa fuori legge per “terrorismo” per il sabotaggio dell’industria bellica) e dei loro solidali – e la prigioniera Heba Muraisi è in gravi condizioni dopo più di 70 giorni di sciopero Mentre lo Stato italiano, schifosamente complice dello Stato colonialista e genocida d’Israele, continua ad arrestare i “colpevoli di Palestina”: dopo l’imam torinese Shahin, è toccato a 9 membri dell’Associazione Palestinesi in Italia di Genova, accusati di “finanziare Hamas” Mentre il palestinese Ahmad Salem e il tunisino Tarek Dridi sono ancora in carcere, il primo per aver inneggiato su internet alla “resistenza palestinese”, il secondo per la sua partecipazione alla manifestazione del 5 ottobre 2024 a Roma Mentre si moltiplicano aggressioni e minacce degli Stati Uniti in tutto il mondo, dal Venezuela al Medio Oriente passando per l’Africa, e l’UE si riarma e fomenta la guerra con la Russia Mentre, dopo la falsa tregua, lo Stato israeliano continua a massacrare i palestinesi (circa 500 morti dall’11 ottobre) e a distruggere le loro case e territori a Gaza e in Cisgiordania ROMPIAMO IL SILENZIO PER TUTTI I “COLPEVOLI DI PALESTINA”: se sono “innocenti” hanno tutta la nostra solidarietà, se sono “colpevoli” ce l’hanno ancora di più ROMPIAMO IL SILENZIO SULLA FALSA TREGUA IN PALESTINA ESPRIMIAMO SOLIDARIETÀ CON IL POPOLO PALESTINESE E LA SUA RESISTENZA, IN TUTTE LE SUE FORME PRESIDIO DI CONTROINFORMAZIONE TRENTO, PIAZZA D’AROGNO Venerdì 16 gennaio dalle 17.30 Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese di Trento
Forlì: I padroni mentono! Il progetto ERiS è un progetto di guerra!
Riceviamo e diffondiamo. Dal canto nostro aggiungiamo che la “paraculata” sul dual use giustamente denunciata da questi compagni è sbugiardata anche dal nome del progetto cui si oppongono: in greco antico, lingua molto usata dai professionisti del marketing (si pensi, per fare un solo esempio, ai frigoriferi Ariston…), éris significa “lite, contesa, scontro”. Chissà perché Leonardo, Thales, Comune di Forlì e compagnia cantante hanno usato proprio questa sigla per un progetto “di pace”… Sulla questione del progetto ERiS della cittadella dell’aerospazio a Forlì, dalla Fondazione Cassa dei Risparmi arriva una paraculata mediatica per negare l’innegabile, ovvero il fatto incontrovertibile che le tecnologie che verrebbero prodotte a Forlì se il progetto andasse in porto troverebbero applicazione anche in scenari bellici. Forse (ci auguriamo) la contro-informazione (non solo da parte del nostro collettivo) e la mobilitazione iniziata a Forlì, con svariate serate a tema e un corteo ben riuscito contro il progetto (ma ci aspettiamo molte altre e variegate iniziative), seppure volutamente ignorate dai media locali, hanno dato molto fastidio ai grandi cartelli economici che governano la città e che, assieme ad aziende belliche come Leonardo, Thales, Curti (tra le altre) e con la partecipazione di Unibo e Comune di Forlì, collaborano a questo scellerato tentativo di installazione di un polo di produzione di tecnologia “dual use”, ovvero antenne per nanosatelliti che avranno applicazioni sia civili che militari. Gli stessi dirigenti della Fondazione Cassa dei Risparmi non riescono a nasconderne il doppio uso, forse civile ma di sicuro anche militare, quando affermano che “spesso a rendere una tecnologia un’arma è l’uso scellerato da parte dell’uomo”. Qui l’ipocrisia rasenta livelli altissimi: se venissero prodotti spazzolini da denti o libri il problema si porrebbe? Si fatica a credere a soldati armati di libri o spazzolini per fare la guerra! Non a caso la Fondazione Cassa dei Risparmi, che assieme al Comune di Forlì guida la “Fondazione Mercury” – ente a cui é stato concessa l’area verde pubblica posta nel quartiere Ronco in cui realizzare il progetto ERiS e che in questi giorni dovrebbe incontrarsi con esponenti del governo Meloni, dopo aver incassato la promessa di finanziamenti dalla Regione Emilia-Romagna – tira in ballo, sia come modello che come concorrente sul mercato, Elon Musk. Musk che dell’utilizzo dei servizi internet satellitari ha fatto la sua fortuna, soprattutto per il ruolo giocato nei conflitti odierni, basti ricordare il ruolo che Starlink di SpaceX ha avuto e sta avendo nella guerra in Ucraina, diventando un elemento chiave, guidando i droni, i missili e i sistemi di puntamento. Questa é la tecnologia che vorrebbero produrre anche a Forlì, con un progetto che si inserisce nei programmi di riarmo dell’Europa. Le frottole hanno le gambe corte. Chi lavora per la guerra non va lasciato in pace! https://www.forlitoday.it/cronaca/polo-aerospazio-governo.html Qui l’articolo sulla stampa locale. https://piccolifuochivagabondi.noblogs.org/aerospazio-e-guerra-a-forli-sul-progetto-eris-di-thales-alenia-space/ Qui un’analisi reale sul progetto ERiS.
[it, en] Aggiornamento sullo sciopero della fame dei Prisoners for Palestine. Heba Muraisi è in gravi condizioni [6/1/2026]
Ringranziando il traduttore per la sua costanza, pubblichiamo – col cuore in gola – la traduzione di questo nuovo aggiornamento sulla lotta dei Prisoners for Palestine nel Regno Unito: Qui l’originale: https://prisonersforpalestine.org/prisoners-for-palestine-hunger-striker-experiencing-uncontrollable-muscle-spasms-and-breathing-declines-after-64-days-on-hunger-strike/ PRIGIONIERI PER LA PALESTINA IN SCIOPERO DELLA FAME: DOPO 64 GIORNI DI SCIOPERO DELLA FAME, SOFFRONO DI SPASMI MUSCOLARI INCONTROLLABILI E DIFFICOLTÀ RESPIRATORIE Heba Muraisi, detenuta per la Palestina in sciopero della fame, sta soffrendo di spasmi muscolari incontrollabili che potrebbero indicare danni neurologici e difficoltà respiratorie, mentre continua il suo sciopero della fame a tempo indeterminato. Muraisi è diventata la persona che ha portato avanti lo sciopero della fame più a lungo, raggiungendo oggi i 64 giorni di sciopero della fame iniziato il 3 novembre 2025. Parlando con Prisoners for Palestine, Muraisi ha descritto di “avere spasmi muscolari e contrazioni al braccio” e di “sentirsi come se trattenesse il respiro senza sapere perché, come se dovesse ricordare a se stessa di respirare”. Muraisi ha affermato che non interromperà il suo sciopero della fame finché il carcere non acconsentirà al suo trasferimento all’HMP Bronzefield: alla fine dello scorso anno è stata trasferita improvvisamente dall’HMP Bronzefield all’HMP New Hall, che dista centinaia di chilometri dalla sua famiglia e dalla sua rete di sostegno. Heba Muraisi è detenuta in custodia cautelare da oltre un anno per attivismo a favore della Palestina, superando i limiti standard di custodia del Regno Unito, e chiede anche l’immediata concessione della libertà provvisoria come parte delle sue richieste per porre fine allo sciopero della fame, nessuna delle quali è stata ancora soddisfatta. È ormai al terzo mese di sciopero della fame con l’impegno incrollabile di garantire che queste richieste siano soddisfatte. Un secondo scioperante della fame, Kamran Ahmed, è stato ricoverato in ospedale per la quinta volta dalla settimana scorsa, da quando ha iniziato lo sciopero della fame. Ahmed ha riferito di essere stato ammanettato con doppie manette durante tutta la sua degenza in ospedale, il che gli ha provocato un gonfiore ai polsi. Il personale sanitario ha avuto grandi difficoltà a inserirgli il catetere a causa degli effetti che lo sciopero della fame ha avuto sul suo corpo, causando il restringimento delle vene e rendendole molto difficili da individuare. Gli esperti medici hanno espresso preoccupazione per questo trattamento, che lui ha dovuto affrontare costantemente durante i ripetuti ricoveri ospedalieri. Ahmed ha segnalato una perdita uditiva intermittente mentre entra nel 57° giorno di sciopero della fame, raggiungendo un punto critico in cui è molto probabile che si verifichino danni fisici irreversibili. Sebbene non sia riuscita a visitare Heba, in una lettera indirizzata a lei, sua madre, Dunya, ha scritto: «Siamo qui dietro di te, ti sosteniamo e ti amiamo senza limiti. Non importa quanto duri la notte dell’attesa, il sole della libertà sorgerà sicuramente». Oggi Prisoners for Palestine ha annunciato che T. Hoxha ha sospeso il suo sciopero della fame dopo aver ottenuto varie richieste, tra cui la consegna della posta arretrata risalente a sei mesi fa, un libro con le scuse per il ritardo e una visita confermata con un membro della Joint Extremism Unit (JEXU) per discutere delle sue condizioni di detenzione individuali. Da quando ha terminato il suo sciopero della fame sabato sera, la prigione ha rifiutato di mandarla in ospedale nonostante le richieste, poiché non è in grado di gestire in modo sicuro la reintegrazione alimentare, che potrebbe causare la sindrome da reintegrazione alimentare. Nonostante l’estrema urgenza della situazione, in cui il rischio di insufficienza organica, paralisi, danni cerebrali e morte improvvisa è sempre più elevato, il governo britannico continua a rifiutarsi di incontrare i detenuti in sciopero della fame e i loro rappresentanti, mettendo a repentaglio le loro vite. Una dichiarazione di Francesca Nadin, portavoce di Prisoners for Palestine, afferma: «Mentre lo sciopero della fame entra nel suo terzo mese, le condizioni di salute di coloro che continuano a digiunare continuano a peggiorare e su di loro incombe un grave pericolo. Nonostante ciò, rimangono saldi nelle loro azioni e convinzioni, convinti che continuare lo sciopero sia l’unico modo per ottenere giustizia di fronte al disprezzo del governo per la vita».