“Il tempo dei padroni e dei mullah è finito”. Voci dall’Iran in rivoltaIn vista di una nostra posizione più articolata, pubblichiamo alcuni materiali
sull’Iran da cui emerge la natura generalizzata della rivolta in corso.
Attanagliata dalla morsa tra un regime anti-proletario e le mire imperialiste di
Stati Uniti, Israele ed Europa, tra riferimenti espliciti alle Shora (Consigli)
della rivoluzione contro lo Scià e manipolazioni da parte delle organizzazioni
monarchiche, tra prospettiva internazionalista e campisti di destra e di
sinistra, tra emancipazione di classe e di genere e forze nazionaliste,
l’insurrezione in Iran è un crogiuolo delle contraddizioni della nostra epoca,
dove il nesso guerra/rivoluzione torna in tutta la sua drammatica concretezza.
Per collocare la sollevazione in corso nella storia del rapporto tra rivoluzione
e controrivoluzione, rinviamo inoltre a due testi sulla rivoluzione dei Consigli
del 1978-1979 che avevamo tradotto e pubblicato più di tre anni fa, in occasione
del movimento “Donna, Vita, Libertà”.
Con le sfruttate e gli sfruttati d’Iran!
Giù le mani imperialiste dalla loro rivolta!
Contro i padroni di casa nostra!
Qui in pdf: Materiali Iran
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Da Arak (*) – “Il tempo dei padroni e dei mullah è finito. Tutto il potere ai
Consigli!”
“Ai lavoratori di Markazi, ai compagni del Khuzestan e a tutto il popolo
iraniano”.
Per decenni hanno risposto alle nostre richieste di pane con il piombo e alle
nostre richieste di dignità con la prigione. Ma oggi il silenzio è finito. Noi,
lavoratori delle industrie di Arak, dichiariamo quanto segue:
Controllo dei Luoghi di Lavoro: da questo momento, la gestione delle fabbriche
di Machine Sazi, AzarAb e Wagon Pars è assunta dai Consigli Operai eletti dai
lavoratori. Non riconosciamo più i manager nominati dallo Stato né i sindacati
fantoccio del regime.
Saldatura con il Territorio: Il nostro sciopero non è più una questione di
salari. Invitiamo i cittadini di Arak a formare Consigli di Quartiere per
gestire la sicurezza e i rifornimenti. Le nostre fabbriche sono la vostra
protezione.
Difesa dei Soldati: Ci rivolgiamo ai nostri fratelli nell’Esercito: non
diventate gli assassini dei vostri padri. Se sceglierete la nostra parte, i
nostri Consigli garantiranno la vostra sicurezza e quella delle vostre famiglie.
Ultimatum al Regime: Ogni tentativo di entrare con la forza nei complessi
industriali o di arrestare i nostri delegati sarà considerato un atto di guerra
contro l’intera città. Se una sola goccia di sangue operaio sarà versata, le
fiamme della rivolta non lasceranno traccia del vostro potere.
Non siamo qui solo per i salari arretrati. Siamo qui per decidere come deve
essere gestita questa fabbrica e questo Paese. Il tempo dei padroni e dei mullah
è finito. Tutto il potere ai Consigli!”
(*) Arak è uno dei principali centri industriali dell’Iran, sede di importanti
impianti dell’industria siderurgica, metalmeccanica, petrolchimica, della
produzione di macchine per l’industria.
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Dichiarazione del Sindacato dei Lavoratori della Compagnia degli Autobus di
Teheran e delle Periferie
Pur dichiarando solidarietà alle lotte popolari contro la povertà, la
disoccupazione, la discriminazione e l’oppressione, dichiariamo esplicitamente
la nostra opposizione a qualsiasi ritorno a un passato dominato da
disuguaglianze, corruzione e ingiustizia.
Crediamo che la vera liberazione sia possibile solo attraverso la leadership e
la partecipazione consapevoli e organizzate della classe operaia e delle persone
oppresse, non attraverso la riproduzione di vecchie forme di potere autoritarie.
Nel frattempo, lavoratori, insegnanti, pensionati, infermieri, studenti, donne e
soprattutto i giovani, nonostante la diffusa repressione, gli arresti, i
licenziamenti e le pressioni sui mezzi di sussistenza, continuano a essere in
prima linea in queste lotte.
Il Sindacato dei Lavoratori della Compagnia degli Autobus di Teheran e delle
Periferie sottolinea la necessità di proseguire le proteste indipendenti,
consapevoli e organizzate.
Lo abbiamo detto più volte e lo ripetiamo ancora: la via per la liberazione dei
lavoratori e dei lavoratori non passa attraverso una guida creata dall’alto, né
affidandosi a potenze straniere, né attraverso fazioni all’interno del governo.
Passa, piuttosto, attraverso l’unità, la solidarietà e la creazione di
organizzazioni indipendenti nei luoghi di lavoro e a livello nazionale. Non
dobbiamo permetterci di essere nuovamente vittime dei giochi di potere e degli
interessi delle classi dominanti.
Il Sindacato condanna fermamente qualsiasi propaganda, giustificazione o
sostegno all’intervento militare da parte di governi stranieri, inclusi Stati
Uniti e Israele. Tali interventi non solo portano alla distruzione della società
civile e all’uccisione di persone, ma forniscono anche un’ulteriore scusa per la
continuazione della violenza e della repressione da parte del governo.
Le esperienze passate hanno dimostrato che i governi occidentali autoritari non
attribuiscono il minimo valore alla libertà, ai mezzi di sussistenza e ai
diritti del popolo iraniano.
Chiediamo il rilascio immediato e incondizionato di tutti i detenuti e
sottolineiamo la necessità di identificare e perseguire coloro che hanno
ordinato e perpetrato l’uccisione di persone.
Lunga vita alla libertà, all’uguaglianza e alla solidarietà di classe.
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Proteste popolari e scioperi nelle città di tutto il Paese sono ormai entrati
nel loro undicesimo giorno.
Nonostante un clima sempre più militarizzato, il massiccio dispiegamento di
polizia e forze di sicurezza e la violenta repressione, le proteste hanno
continuato a espandersi sia nella portata che nella forma.
Secondo i resoconti, durante questo periodo almeno 174 località in 60 città di
25 province hanno assistito a proteste e centinaia di manifestanti sono stati
arrestati.
Tragicamente, durante questo periodo almeno 35 manifestanti, compresi bambini,
sono stati uccisi.
Da Dey 1396 (gennaio 2018) ad Aban 1398 (novembre 2019) e Shahrivar 1401
(settembre 2022), il popolo oppresso dell’Iran è sceso ripetutamente in piazza
per dimostrare il suo rifiuto delle relazioni economiche e politiche prevalenti
e delle strutture basate sullo sfruttamento e sulla disuguaglianza.
Questi movimenti non sono nati per restaurare il passato, ma per costruire un
futuro libero dal dominio del capitale, un futuro fondato sulla libertà,
l’uguaglianza, la giustizia sociale e la dignità umana.
Esprimendo la nostra solidarietà con le lotte del popolo contro la povertà, la
disoccupazione, la discriminazione e la repressione, ci opponiamo chiaramente e
inequivocabilmente a qualsiasi ritorno a un passato caratterizzato da
disuguaglianza, corruzione e ingiustizia.
Crediamo che una vera liberazione possa essere raggiunta solo attraverso la
partecipazione consapevole e organizzata e la guida della classe operaia e degli
oppressi stessi, non attraverso la rinascita di forme di potere arretrate e
autoritarie imposte dall’alto.
In questo contesto, lavoratori, insegnanti, pensionati, infermieri, studenti,
donne e soprattutto i giovani, nonostante la diffusa repressione, gli arresti, i
licenziamenti e la forte pressione economica, rimangono in prima linea in queste
lotte.
Il Sindacato dei Lavoratori di Teheran e della Compagnia degli Autobus Suburbani
sottolinea la necessità di proseguire con proteste indipendenti, consapevoli e
organizzate.
Abbiamo ripetutamente affermato – e lo ribadiamo ancora una volta – che la via
verso la liberazione dei lavoratori e degli oppressi non risiede
nell’imposizione di leader dall’alto, né nell’affidamento a potenze straniere,
né attraverso fazioni all’interno dell’establishment al potere.
Piuttosto, risiede nell’unità, nella solidarietà e nella creazione di
organizzazioni indipendenti nei luoghi di lavoro, nelle comunità e a livello
nazionale.
Non dobbiamo permettere a noi stessi di diventare ancora una volta vittime di
lotte di potere e degli interessi delle classi dominanti.
Il Sindacato condanna inoltre fermamente qualsiasi propaganda, giustificazione o
sostegno all’intervento militare da parte di stati stranieri, inclusi Stati
Uniti e Israele.
Tali interventi non solo portano alla distruzione della società civile e
all’uccisione di civili, ma forniscono anche un ulteriore pretesto per la
continuazione della violenza e della repressione da parte di chi detiene il
potere.
L’esperienza passata ha dimostrato che gli stati occidentali dominanti non
attribuiscono alcun valore alla libertà, ai mezzi di sussistenza o ai diritti
del popolo iraniano.
Chiediamo il rilascio immediato e incondizionato di tutti i detenuti e
sottolineiamo la necessità di identificare e perseguire coloro che hanno
ordinato e compiuto l’uccisione dei manifestanti.
Lunga vita alla libertà, all’uguaglianza e alla solidarietà di classe
La soluzione per gli oppressi sta nell’unità e nell’organizzazione
7 gennaio 2026
Le proteste in Iran sotto l’assedio di nemici interni ed
esterni – Collettivo Roja (*)
(*) questo collettivo femminista, anticapitalista e internazionalista, composto
di donne iraniane, curde e afghane, è nato a Parigi nel settembre 2022 sulla
spinta dell’insurrezione scoppiata in Iran dopo l’uccisione – nel settembre 2022
– di Jina Masha Amini, caratterizzata dallo slogan “Donna, vita, libertà”.
https://it.crimethinc.com/2026/01/07/iran-an-uprising-besieged-from-within-and-without-three-perspectives
https://lanticapitaliste.org/auteurs/collectif-roja
Aggiornamento, 9 gennaio
Questo intervento politico è stato scritto da Roja il 4 gennaio 2026, nel sesto
giorno di proteste nazionali in Iran. Molto è successo da quel momento –
soprattutto la notte del 8 gennaio che non ha precedenti storici, il dodicesimo
giorno di rivolta. La giornata è iniziata con uno sciopero generale dei
negozianti e dell’economia di mercato, segnatamente in Kurdistan, chiamato dai
partiti curdi. La chiusura dei negozi è coincisa con mobilitazioni nelle strade
e nei campus attraverso la nazione. Scontri con le forze di polizia attraverso
dozzine di città, dalla capitale alle province di frontiera; un report di un
osservatorio dei diritti, ha contato quel giorno azioni di protesta in almeno 46
città attraverso 21 province. Arrivati alla notte, le immagini che circolavano
mostravano folle di dimensioni impressionanti, ingestibili da parte della
polizia: milioni di persone che si riprendevano le strade e in molti posti,
spingevano le forze di sicurezza presenti a ritirarsi – un’atmosfera che, per
molti, rimandava nella memoria ai mesi che portarono alla rivoluzione del 1979.
La sera dell’8 gennaio, mentre l’apparato repressivo della Repubblica Islamica
vacillava e le strade sfuggivano dalla sua presa, implementava un quasi totale
shutdown di internet. Il blackout continua mentre scriviamo, un tentativo di
dividere i circuiti di coordinamento e di impedire la documentazione degli
omicidi.
Allo stesso tempo Donald Trump ha reiterato minacce di ritorsione se la
Repubblica Islamica continua con gli omicidi, mentre – soltanto parzialmente –
si distanziava da Reza Pahlavi, dicendo che non era sicuro che un incontro fosse
appropriato e che “dovremmo lasciare che tutti vadano fuori e vedere chi
emerge”. La fissazione sul “figlio dello Scià” oscura un’altra tendenza,
comunque vera, su cui ci focalizziamo in questo testo: la prospettiva di una
transizione controllata attraverso la riconfigurazione interna – un cambiamento
senza rottura – sulla falsariga di ciò che è recentemente successo in Venezuela.
I. La quinta insurrezione dal 2017
Dal 28 dicembre 2025 l’Iran è nuovamente attraversato da una febbre di proteste
diffuse. Gli slogan “Morte al dittatore” e “Morte a Khamenei” risuonano nelle
strade in almeno 222 località, distribuite in 78 città e 26 province. Non si
tratta solo di proteste contro la povertà, l’aumento vertiginoso dei prezzi,
l’inflazione e l’espropriazione, ma di un’insurrezione contro un intero sistema
politico marcio fino al midollo. La vita è diventata insostenibile per la
maggioranza della popolazione — in particolare per la classe operaia, le donne,
le persone queer e le minoranze etniche non persiane. Ciò dipende non solo dal
crollo della valuta iraniana dopo la guerra dei dodici giorni, ma anche dal
collasso dei servizi sociali di base, dai continui blackout, dall’aggravarsi
della crisi ambientale (inquinamento atmosferico, siccità, deforestazione e
cattiva gestione delle risorse idriche) e dalle esecuzioni di massa (almeno
2.063 nel 2025). Tutti questi fattori hanno contribuito a un peggioramento
drastico delle condizioni di vita. La crisi della riproduzione sociale
costituisce il fulcro delle proteste attuali, e il loro orizzonte ultimo
è rivendicare migliori condizioni di vita.
Questa insurrezione rappresenta la quinta ondata di una catena di proteste
iniziata nel dicembre 2017 con la cosiddetta “rivolta del pane”, proseguita con
la sanguinosa insurrezione del novembre 2019 contro l’aumento del prezzo del
carburante e l’ingiustizia sociale. Nel 2021 è stato il turno della rivolta
degli “assetati”, iniziata e guidata dalle minoranze arabe. Questa ondata ha
raggiunto un picco con l’insurrezione “Donna, Vita, Libertà” del 2022, che ha
posto al centro le lotte per la liberazione delle donne e quelle anticoloniali
delle nazionalità oppresse, come curdi e beluci, aprendo nuovi orizzonti.
L’insurrezione attuale torna a mettere al centro la crisi della riproduzione
sociale, questa volta su un terreno postbellico più radicale. Si tratta di
proteste che nascono da rivendicazioni materiali che colpiscono, con
sorprendente rapidità, le strutture del potere e l’oligarchia corrotta al
governo.
II. Un’insurrezione assediata da minacce interne ed esterne
Le proteste in corso in Iran sono assediate da ogni lato, da minacce sia esterne
sia interne. Il giorno prima dell’attacco imperialista statunitense al
Venezuela, Donald Trump — sfoggiando un linguaggio di “sostegno ai manifestanti”
— ha lanciato un avvertimento: se il governo iraniano “ucciderà manifestanti
pacifici, come è sua abitudine, gli Stati Uniti d’America verranno in loro
soccorso. Siamo pronti e armati”. È il copione più antico dell’imperialismo:
usare la retorica del “salvare vite” per legittimare la guerra, come in Iraq o
in Libia. Gli Stati Uniti continuano a seguire questo schema: solo nel 2025
hanno lanciato attacchi militari diretti contro sette Paesi.
Il governo genocida di Israele, che al grido di “Donna, Vita, Libertà”, aveva
già attaccato l’Iran nella guerra dei dodici giorni, ora scrive in persiano sui
social: “Siamo al vostro fianco, manifestanti”. I monarchici, braccio locale del
sionismo — che si sono macchiati dell’infamia di sostenere Israele durante la
guerra dei dodici giorni — cercano oggi di presentarsi ai loro padrini
occidentali come l’unica alternativa possibile. Lo fanno attraverso una
rappresentazione selettiva e una manipolazione della realtà, lanciando una
campagna informatica volta ad appropriarsi delle proteste, falsificando e
alterando gli slogan di strada a sostegno della causa monarchica. Questo rivela
la loro natura ingannevole, le ambizioni monopolistiche, il loro potere
mediatico e, soprattutto, la loro debolezza interna, dovuta all’assenza di una
reale forza materiale nel paese. Con lo slogan “Make Iran Great Again”, questo
gruppo ha accolto con favore l’operazione imperialista di Trump in Venezuela e
ora attende il rapimento dei dirigenti della Repubblica Islamica da parte di
sicari statunitensi e israeliani.
Ci sono poi i campisti pseudo-di-sinistra, autoproclamatisi “anti-imperialisti”,
che assolvono la dittatura della Repubblica Islamica proiettando su di essa una
maschera antimperialista. Mettono in dubbio la legittimità delle proteste
sostenendo che “un’insurrezione in queste condizioni non è altro che un gioco
sul terreno dell’imperialismo”, poiché leggono l’Iran esclusivamente attraverso
la lente del conflitto geopolitico, come se ogni rivolta fosse un progetto
orchestrato da Stati Uniti e Israele. Così facendo negano la soggettività
politica del popolo iraniano e concedono alla Repubblica islamica un’immunità
discorsiva e politica mentre continua a massacrare e reprimere la propria
popolazione.
“Arrabbiati contro l’imperialismo” ma “spaventati dalla rivoluzione” – per
riprendere la formulazione di Amir Parviz Puyan – la loro postura è una forma di
anti-reazionismo reazionario. Arrivano persino a sostenere che non si dovrebbe
scrivere delle recenti proteste, uccisioni e repressioni in Iran in nessuna
lingua diversa dal persiano negli spazi internazionali, per non offrire un
“pretesto” agli imperialisti. Come se, al di là dei persiani, non esistessero
altri popoli capaci di destini condivisi, esperienze comuni, connessioni e
solidarietà di lotta. Per i campisti non esiste alcun soggetto al di fuori dei
governi occidentali, né alcuna realtà sociale al di fuori della geopolitica.
Contro tutti questi nemici, rivendichiamo la legittimità delle
proteste, l’intersezione delle oppressioni e la condivisione delle lotte. La
corrente monarchica reazionaria si espande nell’estrema destra dell’opposizione
iraniana, e la minaccia imperialista contro il popolo iraniano — incluso il
pericolo di un intervento straniero — è reale. Ma altrettanto reale è la rabbia
popolare, forgiata in oltre quattro decenni di brutale repressione, sfruttamento
e “colonialismo interno” dello Stato contro le comunità non persiane.
Non abbiamo altra scelta che affrontare queste contraddizioni per quello che
sono. Ciò che vediamo oggi è una forza insorgente che emerge dall’inferno
sociale iraniano: persone che rischiano la vita per sopravvivere affrontando
frontalmente l’apparato repressivo.
Non abbiamo il diritto di usare il pretesto della minaccia esterna per negare la
violenza inflitta a milioni di persone in Iran — né per negare il diritto di
sollevarsi contro di essa.
Chi scende in strada è stanco di analisi astratte, semplicistiche e
paternalistiche. Chi scende in strada combatte all’interno delle contraddizioni:
vive sotto le sanzioni e allo stesso tempo subisce il saccheggio di
un’oligarchia interna; teme la guerra e teme la dittatura interna. Ma non si
paralizza. Rivendica di essere soggetto attivo del proprio destino — e il suo
orizzonte, almeno dal dicembre 2017, non è più la riforma, bensì la caduta della
Repubblica islamica.
III. La diffusione della rivolta
Le proteste sono state innescate dal crollo verticale del rial — esplodendo
inizialmente tra i commercianti della capitale, in particolare i rivenditori di
telefoni cellulari e di computer — ma si sono rapidamente trasformate in
un’insurrezione ampia ed eterogenea, che ha coinvolto lavoratori salariati,
venditori ambulanti, facchini e lavoratori dei servizi dell’economia di Teheran.
La rivolta si è poi spostata rapidamente dalle strade della capitale alle
università e ad altre città, in particolare quelle più piccole, che sono
diventate l’epicentro di questa ondata di proteste.
Fin dall’inizio, gli slogan hanno preso di mira l’intera Repubblica islamica.
Oggi la rivolta è portata avanti soprattutto dai poveri e dagli espropriati:
giovani, disoccupati, lavoratori e lavoratrici precarie e studenti.
Alcuni hanno liquidato le proteste sostenendo che esse sono nate nel Bazar
(l’economia mercantile di Teheran), spesso percepito come alleato del regime e
simbolo del capitalismo commerciale. Le hanno etichettate come
“piccolo-borghesi” o “legate al regime”. Questa reazione ricorda le prime
risposte al movimento dei Gilet Gialli in Francia nel 2018: poiché la rivolta
era emersa al di fuori della “tradizionale” classe operaia e delle reti
riconosciute della sinistra, e poiché veicolava slogan contraddittori, molti si
affrettarono a liquidarla come reazionaria.
Ma il punto di partenza di un’insurrezione non ne determina l’esito. L’origine
non predetermina la traiettoria. Le proteste attuali in Iran avrebbero potuto
riaccendersi a partire da qualsiasi scintilla, non solo dal Bazar. Anche
qui, ciò che è iniziato nel Bazar si è rapidamente diffuso nei quartieri poveri
urbani in tutto il Paese.
IV. La geografia della rivolta
Se nel 2022 il cuore pulsante di “Jin, Jiyan, Azadi” batteva nelle regioni
marginalizzate – Kurdistan e Belucistan – oggi le città più piccole dell’ovest e
del sud-ovest sono diventate nodi centrali del malcontento: Hamedan, Lorestan,
Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, Kermanshah e Ilam. Le minoranze lor, bakhtiari e lak
di queste regioni sono doppiamente schiacciate dal peso delle crisi interne alla
Repubblica Islamica: da un lato la pressione delle sanzioni e l’ombra della
guerra, dall’altro la repressione etnica e lo sfruttamento, la distruzione
ecologica che minaccia le loro vite, in particolare lungo la catena degli
Zagros. È la stessa regione in cui Mojahid Korkor – un manifestante lor – è
stato giustiziato dalla Repubblica Islamica durante l’insurrezione per
Jina/Mahsa Amini, il giorno prima dell’attacco israeliano, e in cui Kian
Pirfalak, un bambino di nove anni, è stato ucciso dalle forze di sicurezza
durante l’insurrezione del 2022.
Tuttavia, a differenza dell’insurrezione per Jina – che fin dall’inizio si era
espansa consapevolmente lungo fratture di sesso, genere ed etniche – nelle
proteste recenti l’antagonismo di classe è stato più esplicito e, finora, la
loro diffusione ha seguito una logica più marcatamente di massa.
Tra il 28 dicembre e il 4 gennaio 2025, almeno 17 persone sono state uccise
dalle forze repressive della Repubblica Islamica con l’uso di munizioni vere e
fucili a pallini — la maggior parte lor (in senso ampio, soprattutto in Lorestan
e Chaharmahal e Bakhtiari) e curde (in particolare a Ilam e Kermanshah).
Centinaia di persone sono state arrestate (almeno 580, di cui almeno 70
minorenni); decine sono rimaste ferite. Con l’avanzare delle proteste, la
violenza della polizia è aumentata: il settimo giorno a Ilam, le forze di
sicurezza hanno fatto irruzione nell’ospedale Imam Khomeini per arrestare i
feriti; a Birjand, hanno attaccato un dormitorio universitario femminile. Il
bilancio delle vittime continua a crescere man mano che l’insurrezione si
approfondisce, e i numeri reali sono certamente superiori a quelli ufficiali.
La violenza però non è ugualmente distribuita: la repressione è più dura nelle
città più piccole, soprattutto nelle comunità marginalizzate e minoritarie che
vengono spinte ai margini. Le sanguinose uccisioni a Malekshahi (Ilam) e
Jafarabad (Kermanshah) testimoniano questa disparità strutturale di oppressione
e repressione.
Il quarto giorno di protesta, il governo — coordinandosi tra le varie
istituzioni — ha annunciato chiusure diffuse in 23 province con il pretesto del
“freddo” o della “carenza energetica”. In realtà si trattava di un tentativo di
spezzare i circuiti attraverso cui la rivolta si sta diffondendo — Bazar,
università e strade. Parallelamente, le università hanno spostato sempre più
lezioni online per recidere i legami tra gli spazi di resistenza.
V. L’impatto della guerra dei dodici giorni
Dopo la guerra dei dodici giorni, il governo iraniano — nel tentativo di
compensare il crollo della propria autorità — ha fatto ricorso in modo ancora
più aperto alla violenza. Gli attacchi israeliani contro siti militari e civili
iraniani hanno portato ad un’ulteriore militarizzazione e securitizzazione dello
spazio politico e sociale, in particolare conducendo una campagna razzista di
deportazione di massa degli immigrati afghani. E mentre lo Stato invoca
incessantemente la “sicurezza nazionale”, continua ad essere il principale
produttore di insicurezza: un’insicurezza che attacca la vita delle persone
attraverso un’impennata senza precedenti delle esecuzioni, il maltrattamento
sistemico di detenuti e detenute e l’intensificazione dell’insicurezza economica
tramite la brutale riduzione dei mezzi di sussistenza.
La guerra dei dodici giorni — seguita dall’inasprimento delle sanzioni
statunitensi ed europee e dall’attivazione del meccanismo di snapback del
Consiglio di Sicurezza dell’ONU — ha aumentato la pressione sui proventi
petroliferi, sul sistema bancario e sul settore finanziario, soffocando
l’afflusso di valuta estera e aggravando la crisi di bilancio.
Dal 24 giugno 2025, data della fine della guerra, alla notte del 18 dicembre,
quando sono esplose le prime proteste nel Bazar di Teheran, il rial ha perso
circa il 40% del suo valore. Non si è trattato di una fluttuazione “naturale”
del mercato, ma del risultato combinato dell’escalation delle sanzioni e dello
sforzo deliberato della Repubblica islamica di scaricare dall’alto verso il
basso gli effetti della crisi attraverso una svalutazione della moneta
nazionale.
Le sanzioni devono essere condannate senza riserve. Nell’Iran di oggi, tuttavia,
esse operano anche come strumento di potere di classe interno. La valuta estera
è sempre più concentrata nelle mani di un’oligarchia militare-securitaria che
trae profitto dall’elusione delle sanzioni e dall’intermediazione opaca del
petrolio. I proventi delle esportazioni sono di fatto tenuti in ostaggio e
immessi nell’economia formale solo in momenti specifici e a tassi manipolati.
Anche quando le vendite di petrolio aumentano, i profitti circolano all’interno
di istituzioni parastatali e di uno “Stato parallelo” (soprattutto il Corpo
delle Guardie della Rivoluzione Islamica), invece di tradursi nella vita
quotidiana delle persone.
Per coprire il deficit prodotto dal calo delle entrate e dai ritorni bloccati,
lo Stato ricorre alla rimozione dei sussidi e all’austerità. In questo quadro,
il crollo improvviso del rial diventa uno strumento fiscale: forza la valuta
“ostaggio” a rientrare in circolazione secondo le condizioni volute dallo Stato
e amplia rapidamente le risorse in rial del governo — dal momento che lo Stato
stesso è uno dei maggiori detentori di dollari. Il risultato è un’estrazione
diretta dai redditi delle classi popolari e medie e il trasferimento dei
profitti derivanti dall’elusione delle sanzioni e dalla rendita valutaria a una
ristretta minoranza, approfondendo così ulteriormente la divisione di classe,
l’instabilità materiale e la rabbia sociale. In altre parole, i costi delle
sanzioni sono pagati direttamente dalle classi inferiori e dai ceti medi.
Il collasso della valuta nazionale va dunque inteso come un saccheggio statale
organizzato in un’economia segnata dalla guerra e strangolata dalle sanzioni:
una manipolazione del tasso di cambio a favore delle reti di intermediazione
legate all’oligarchia dominante, al servizio di uno Stato che ha elevato la
liberalizzazione neoliberale dei prezzi a dottrina sacra.
I campisti pseudo-di-sinistra riducono la crisi alle sanzioni statunitensi e
all’egemonia del dollaro, cancellando il ruolo della classe dominante della
Repubblica Islamica come agente attivo di espropriazione e accumulazione
finanziarizzata. I campisti di destra, generalmente allineati all’imperialismo
occidentale, attribuiscono invece tutta la colpa alla Repubblica Islamica e
trattano le sanzioni come irrilevanti. Queste posizioni si rispecchiano a
vicenda — e ciascuna riflette interessi molto chiari. Contro entrambe,
insistiamo sul riconoscimento dell’intreccio tra saccheggio ed espropriazione
globali e locali. Sì, le sanzioni devastano la vita delle persone — attraverso
la carenza di medicinali, le carenze all’interno di specifici segmenti
industriali, la disoccupazione e i danni psicologici — ma il peso più grosso
viene distribuito sulla popolazione, non sull’oligarchia militare-securitaria
che accumula immense ricchezze controllando i circuiti informali della valuta e
del petrolio.
VI. Le contraddizioni
Nelle strade si sentono slogan contraddittori, che vanno dalle invocazioni per
il rovesciamento della Repubblica Islamica agli appelli filomonarchici. Allo
stesso tempo, gli studenti scandiscono slogan contro il dispotismo della
Repubblica Islamica e contro l’autocrazia monarchica. Gli slogan pro-Shah e
pro-Pahlavi riflettono le contraddizioni reali in campo, ma sono anche
amplificati e fabbricati attraverso distorsioni mediatiche di destra, inclusa la
vergognosa sostituzione delle voci dei manifestanti con slogan monarchici. Il
principale responsabile di questa manipolazione mediatica è Iran International,
divenuto un megafono della propaganda sionista e monarchica. Il suo bilancio
annuale si aggira, secondo quanto riportato, intorno ai 250 milioni di dollari,
finanziati da individui e istituzioni legati ai governi di Arabia Saudita e
Israele.
Nell’ultimo decennio, la geografia iraniana è diventata un campo di tensione
tra due orizzonti socio-politici, mediati da due diversi modelli di
organizzazione contro la Repubblica Islamica. Da un lato vi è un’organizzazione
sociale concreta e radicata lungo le fratture di classe, genere, sesso ed etnia
— visibile soprattutto nelle reti che sono nate durante l’insurrezione Jina del
2022, e che vanno dal carcere di Evin alla diaspora, producendo un’unità senza
precedenti tra forze diverse, dalle donne alle minoranze etniche curde e beluci,
che si oppongono alla dittatura e che riportano a orizzonti femministi e
anticoloniali. Dall’altro lato vi è una mobilitazione populista che viene
rappresentata nelle reti televisive satellitari come una sorta di “rivoluzione
nazionale”, come una massa omogenea di individui atomizzati. Sostenuta da
Israele e dall’Arabia Saudita, questa massa mira alla costruzione di un corpo
unico il cui “capo” — il figlio dello Scià deposto — possa essere
successivamente inserito dall’esterno, tramite un intervento straniero.
Nell’ultimo decennio, i monarchici, armati di un enorme potere mediatico, hanno
spinto l’opinione pubblica verso un nazionalismo estremista e razzista,
approfondendo ulteriormente le fratture etniche e frammentando l’immaginazione
politica dei popoli dell’Iran.
La crescita di questa corrente negli ultimi anni non è il segno di
un’“arretratezza” politica delle persone, ma il risultato dell’assenza di una
vasta organizzazione e di un potere mediatico di sinistra capaci di produrre un
discorso contro-egemonico alternativo — un’assenza dovuta in parte alla
repressione e al soffocamento, che ha però lasciato spazio a questo populismo
reazionario. In mancanza di una narrazione forte da parte delle forze di
sinistra, democratiche e non nazionaliste, anche slogan e ideali universali come
libertà, giustizia e maggiori diritti per le donne possono essere facilmente
appropriati dai monarchici e rivenduti alla popolazione in vesti apparentemente
progressiste che nascondono però un nucleo autoritario. In alcuni casi vengono
persino confezionate all’interno di un vocabolario socialista: è precisamente
qui che l’estrema destra divora anche il terreno dell’economia politica.
Allo stesso tempo, con l’intensificarsi dell’antagonismo con la Repubblica
Islamica, si sono accentuate anche le tensioni tra questi due orizzonti e
modelli; oggi la frattura tra di essi è visibile nella distribuzione geografica
degli slogan di protesta. Poiché il progetto del “ritorno dei Pahlavi”
rappresenta un orizzonte patriarcale fondato su un etno-nazionalismo persiano e
su un orientamento profondamente di destra, nei luoghi in cui sono emerse forme
di organizzazione operaia e femminista dal basso — come le università e le
regioni curde, arabe, beluci, turkmene e turche — gli slogan pro-monarchia sono
in larga parte assenti e spesso suscitano reazioni negative. Questa situazione
contraddittoria ha prodotto diverse incomprensioni sull’insurrezione recente.
VII. L’orizzonte
L’Iran si trova in un momento storico decisivo. La Repubblica Islamica è in una
delle posizioni di maggiore debolezza della sua storia — sul piano
internazionale, dopo il 7 ottobre 2023 e l’indebolimento del cosiddetto “Asse
della Resistenza”, e sul piano interno, dopo anni di insurrezioni e sollevazioni
ripetute. Il futuro di questa nuova ondata resta incerto, ma l’ampiezza della
crisi e la profondità dell’insoddisfazione popolare garantiscono che una nuova
esplosione di proteste può verificarsi in qualsiasi momento. Anche se
l’insurrezione attuale dovesse essere repressa, essa ritornerà. In questa
congiuntura, qualsiasi intervento militare o imperialista non può che indebolire
la lotta dal basso e rafforzare la mano della Repubblica Islamica nella
repressione.
Nell’ultimo decennio, la società iraniana ha reinventato l’azione politica
collettiva dal basso. Dal Belucistan e dal Kurdistan durante l’insurrezione per
Jina, alle città più piccole del Lorestan e di Isfahan nell’attuale ondata di
proteste, l’azione politica — priva di qualsiasi rappresentanza ufficiale
dall’alto — si è spostata nelle strade, nei comitati di sciopero e nelle reti
locali informali. Nonostante la brutale repressione, queste capacità e
connessioni restano vive nella società; la loro possibilità di riemergere e
cristallizzarsi in potere politico persiste. Ma l’accumulazione della rabbia non
è l’unico fattore che ne determinerà la continuità e la direzione. Decisiva sarà
anche la possibilità di costruire un orizzonte politico indipendente e una reale
alternativa.
Questo orizzonte affronta due minacce parallele. Da un lato, può essere
appropriato o marginalizzato da forze di destra che hanno base all’estero, che
strumentalizzano la sofferenza delle persone per giustificare sanzioni, guerra o
interventi militari. Dall’altro lato, da segmenti della classe dominante — sia
appartenenti alle fazioni militari-securitarie sia agli attuali riformisti — che
lavorano dietro le quinte per presentarsi all’Occidente come un’opzione “più
razionale”, “meno costosa”, “più affidabile”: un’alternativa interna alla
Repubblica Islamica, non per rompere davvero con l’ordine del dominio esistente,
ma per riconfigurarlo sotto un altro volto. (Donald Trump punta a fare qualcosa
di simile in Venezuela, piegando elementi del governo al proprio volere anziché
provocare un vero cambiamento di regime). È un freddo calcolo interno alla
gestione della crisi: contenere la rabbia sociale, ricalibrare le tensioni con
le potenze globali e riprodurre un ordine in cui ai popoli è negata
l’autodeterminazione.
Contro entrambe queste correnti, la rinascita di una politica internazionalista
di liberazione è più necessaria che mai. Non si tratta di una “terza via”
astratta, ma dell’impegno a porre le lotte delle persone al centro dell’analisi
e dell’azione: organizzazione dal basso invece di copioni scritti dall’alto da
leader auto-proclamati, o di false opposizioni costruite dall’esterno. Oggi
l’internazionalismo significa tenere insieme il diritto dei popoli
all’autodeterminazione e l’obbligo di combattere tutte le forme di dominio —
interne ed esterne. Un vero blocco internazionalista deve essere costruito a
partire dall’esperienza vissuta, da solidarietà concrete e da capacità
indipendenti.
Ciò richiede la partecipazione attiva di forze della sinistra, femministe,
anticoloniali, ecologiste e democratiche nella costruzione di un’ampia
organizzazione di classe all’interno dell’ondata di proteste — sia per
riappropriarsi della vita sia per aprire orizzonti alternativi di riproduzione
sociale. Al tempo stesso, questa organizzazione deve collocarsi in continuità
con l’orizzonte di liberazione delle lotte precedenti, in particolare con il
movimento “Jin, Jiyan, Azadi”, la cui energia conserva ancora il potenziale di
destabilizzare simultaneamente i discorsi della Repubblica Islamica, dei
monarchici, del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e di quegli ex
riformisti che oggi sognano una transizione controllata e una reintegrazione nei
cicli di accumulazione statunitensi e israeliani nella regione.
Questo è anche un momento decisivo per la diaspora iraniana: essa può
contribuire a ridefinire una politica di liberazione, oppure può riprodurre
l’esausto binarismo tra “dispotismo interno” e “intervento straniero”,
prolungando così l’impasse politica. In questo contesto, è necessario che le
forze della diaspora compiano passi verso la formazione di un vero blocco
politico internazionalista — capace di tracciare linee nette contro il
dispotismo interno e contro il dominio imperialista. Questa posizione lega
l’opposizione all’intervento imperialista a una rottura esplicita con la
Repubblica Islamica, rifiutando qualsiasi giustificazione della repressione in
nome della lotta contro un nemico esterno.
Sulla rivoluzione dei Consigli del 1978-1979:
Una scintilla nella notte. Sulla rivoluzione in Iran (1978-1979) – il Rovescio