Aurelio Picca / Dove il Paradiso ha sapore di peccato
Non è un romanzo il nuovo libro di Aurelio Picca, Roma mia, non morirò più. È
un’orazione vicino al corpo disteso, luminoso ma insieme sanguinante, di una
delle città più belle del mondo, al contempo amata e fraintesa, nascosta da orde
di turisti che si accontentano di cartoline che conoscono già (anzi le cercano)
e fuggono via recitando le stesse litanie di una Roma inventata e mai veramente
visitata e conosciuta. Ma allora la scrittura di Picca, romano dei castelli
(“romani”, per l’appunto) diventa quasi rabbiosa e dolente, cerca con la forza
della sua memoria, del suo passato personale, del suo amore pagano, di
scartavetrare quelle cartoline e, come un archeologo che ha capito di trovarsi
nel punto di una (ri)scoperta preziosa, raspa con le mani per riportare in luce
la vita di Roma come era e come, egli stesso spera, sarà per sempre. Roma eterna
è quello che ci dicono le guide, ma è anche quello che percepiamo dalle vestigia
che la città quasi ci impone: i romani antichi quando costruivano un edificio lo
costruivano pensando che dovesse essere “eterno”.
L’attenzione per le “rovine” che hanno incantato artisti come Wenders, Fellini e
Sorrentino è molto probabilmente la stessa attenzione che ha rapito la
sensibilità di Daniele Mencarelli anche lui romano, poeta e scrittore come
Aurelio Picca. La vita dei quartieri così diversi e con quella stessa anima in
comune anche quando sono in conflitto e in competizione. L’alto e il basso, il
molto ricco e il molto povero. La celebrità e l’oblio. Tutto questo sta insieme
a Roma, gomito a gomito, a volta l’uno oscura l’altro. Nobili e coatti, preti e
mignotte, romani acquisiti e romani “de’ Roma”. Non si sono mai persi di vista.
Tutti li conosce Picca e tutti ce li presenta. In questo libro poetico e
avvincente.
Per far questo accetta, anzi lancia una sfida: scende sul terreno delle
“cartoline”. Er Zagaja e la spiaggia di nudisti di Capocotta, come una cartolina
degli anni Settanta. Poi una sorta di sarabanda tra Margherita Buy e il suo
affascinante “perenne tremore”, l’omicidio di Diabolik, l’ultrà della Lazio
coinvolto con le trame nere e la malavita organizzata. Continua con i papi, il
sesso, le osterie, i centri sociali, il caffè Palombini, gli etruschi e i
cavallari, i castelli romani e il divin amore, Franco Califano, Moravia e
Sabrina Ferilli in un incontro di incanto e di tenerezza. Non manca il Tevere e
sono sempre presenti il cielo azzurro con le nuvole barocche e il mare con la
storia del mitico Kursaal ad Ostia.
Ma questo Roma mia non morirò più non è un libro di cronache né di ricordi. Non
è un libro nostalgico con il refrain tipo “Roma sparita”, è un racconto poetico.
È una dedica e un omaggio a poeti come l’istriano Valentino Zeichen con la sua
baracca a borghetto Flaminio mai sostituita con una casa “vera”. Lui, con lo
spago che gli teneva i pantaloni. Lui che “non ha venduto e non ha comprato”,
“non si è mai ammalato, non ha mai piagnucolato e non è stato mai remissivo”.
Poi Elio Pecora, Caproni, Dario Bellezza, G. Gioacchino Belli e l’amatissima
Amelia Rosselli che Picca frequentò per dieci anni. “Bella d’ossa e di capelli
neri” con i suoi insegnamenti dolorosi che dalla guerra sono arrivati fino ai
suoi ultimi giorni con una sensibilità rarissima che trasferisce sui corpi le
sofferenze del mondo.
Lo sguardo del poeta Picca sulla sua Roma e sugli abitanti che ha conosciuto e
di cui mostra di sapere tutto o qualcosa di molto vicino a tutto, non si ferma
alle biografie o agli incontri, ma si accompagna al rilievo dei piccoli
particolari, quelli che suscitano sentimenti inaspettati e quasi
incomprensibili. Arrivano allora gli odori e i colori dei luoghi, il sapore
della loro memoria. Senza scomodare divagazioni proustiane, gli scorci romani di
Picca sono flash che restituiscono colori nuovi alle “cartoline”. Così si può
ripartire con la metropolitana, visitare il cimitero monumentale del Verano,
avere notizie del quartiere di san Basilio, andare sul Gianicolo, incontrare
artisti e personaggi del mondo del cinema, proseguire forse all’infinito. Forse
verso l’infinito. E non è un caso che le ultime pagine siano dedicate
all’idroscalo di Ostia e a Pier Paolo Pasolini.
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Pulp Magazine.