Gaetano Azzariti: il contesto della riforma costituzionale in materia di ordinamento della giustizia
Intervento di Gaetano Azzariti, Professore ordinario di diritto costituzionale
all’ Università La Sapienza di Roma al Convegno “Separazione delle carriere e
legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?”, organizzato
dall’ANPI, Roma Auditorium via Rieti, 14 novembre 2025 (da Questione Giustizia
16 dicembre 2025)
1. Vorrei soffermarmi sul contesto, più che sul testo. Se vogliamo ben
comprendere la portata e gli effetti della riforma costituzionale in materia di
ordinamento della giustizia è necessario infatti riflettere anche, e forse
soprattutto, sulla crisi più generale della democrazia.
Anzitutto rilevando la sua chiara connessione. Difatti non credo possa negarsi
che la profondità delle trasformazioni in corso in tutti gli ordinamenti di
democrazia occidentale abbiano una loro diretta incidenza sul sistema
giudiziario e di tutela dei diritti. Anche se non possiamo esaminare
adeguatamente in questa sede le complesse trasformazioni globali, credo che
nessuno possa sottovalutare la portata storica dei processi innescati
dall’aggressività di Putin, dall’arroganza di Trump, dall’afasia ormai congenita
dell’Europa, dal moltiplicarsi degli ordinamenti dispotici, dall’impotenza delle
istituzioni dell’ONU, dalla barbarie delle pratiche genocidarie che si stanno
sviluppando sotto i nostri occhi impotenti. Stiamo assistendo ad una complessiva
rottura degli equilibri mondiali. È in questo contesto che le difficoltà di far
valere i diritti, l’autonomia e il ruolo dei giudici si sono palesate in modo
drammatico: c’è chi parla ormai di fine del diritto internazionale e ritorno del
diritto della forza.
Anche senza giungere a così definitive conclusioni, appare comunque fondata la
constatazione di una giustizia internazionale che non sembra più in grado di
esercitare efficacemente un suo ruolo autonomo, basta pensare all’impotenza
della Corte penale internazionale e agli attacchi ritorsivi che stanno subendo i
componenti della Corte stessa.
All’interno degli Stati, poi, la crisi della democrazia e gli effetti
sull’autonomia del potere giudiziario sono ancor più espliciti. Se prima
apparivano delle eccezioni i casi delle cosiddette democrazie illiberali
(l’Ungheria, la Polonia, quest’ultima almeno sino alle ultime elezioni) nei cui
confronti erano diffuse le condanne delle ripetute violazioni dei principi dello
stato di diritto, ora l’insofferenza nei confronti dei giudici quando questi
limitano o sanzionano chi governa si sono generalizzate, mentre acquiescenti
appaiono le reazioni degli Stati e delle istituzioni democratiche. Basta pensare
a quel che sta succedendo nella patria dei “checks and balances“, gli Stati
Uniti.
Insomma, non sembra che per la giustizia e le tutele giurisdizionali, oltre che
per l’ordinamento giurisdizionale nel suo complesso, tiri una bella aria da
nessuna parte nel mondo.
2. Per tornare ora al nostro Paese, mi vorrei limitare ad osservare un fatto che
non credo possa essere negato. La riforma del ruolo costituzionale assegnato al
potere giudiziario opera entro un definito disegno politico complessivo, che è
in corso di svolgimento. Una diversa idea di democrazia ampiamente articolato e
che è stato chiaramente enunciato, contrassegnato da una esplicita volontà
politica finalizzata a conseguire un insieme di incisivi cambiamenti sociali e
istituzionali. Un progetto che si sviluppa su più piani.
Basta qui richiamare lo stravolgimento della forma di governo che si avrebbe se
dovesse essere approvato lo sgangherato premierato attualmente in discussione.
Un progetto che farebbe transitare la nostra sofferente democrazia parlamentare,
per farla approdare in una inquietante democrazia del Capo.
Un programma questo affiancato da un parallelo disegno di ribaltamento
dell’assetto dei poteri locali perseguita con insistita e caparbia volontà –
nonostante le smentite della Consulta – dai fautori dell’autonomia
differenziata. Un disegno finalizzato a determinare un assetto nei rapporti tra
territori fondato sulla diseguaglianza e sull’abbandono della visione solidale
di regionalismo. L’intenzione è quella di passare dal regionalismo solidale ad
uno competitivo, di natura appropriativa delle risorse. Quella che è stata
chiamata la “secessione dei ricchi”.
Ma poi, ancor più in generale, è il clima politico, la cultura espressa e
l’azione in concreto realizzata dall’attuale maggioranza parlamentare a
preoccupare. Perché questa non sembra potersi ricondurre solo ad una contingenza
momentanea, ma appare invece il frutto di un lungo regresso – che non esenta
dunque da responsabilità gravi le diverse maggioranza del passato – ma che ha
portato via via a fare emergere una cultura politica di sostanziale ostilità
verso la costituzione repubblicana.
In rapido ed estemporaneo elenco è sufficiente per dimostrare l’assunto.
Basta pensare alle continue limitazioni ai diritti di libertà dei cittadini. In
primo luogo, il diritto al dissenso e alla libertà di riunione e di
manifestazione. Abbiamo infatti assistito, attoniti, ad ingiustificate e brutali
aggressioni da parte delle forze dell’ordine a pacifici manifestanti, minorenni
inclusi, che esprimevano una civile protesta e del tutto legittime opinioni,
senza arrecare alcun pericolo per la sicurezza e incolumità pubblica; abbiamo
subìto e stiamo subendo l’onta di continui decreti sicurezza contrassegnati da
un panpenalismo che ha portato a moltiplicare le pene, sino a configurare come
reato la resistenza passiva. Gandhi sta trasecolando e noi con lui.
E poi anche il diritto di critica e la libertà di stampa appaiono sotto stress:
oltre alla sistematica occupazione di tutti gli spazi di informazione e
comunicazione pubblica, abbiamo visto ministri della Repubblica intervenire per
censurare addirittura le performance dei comici in televisione, attacchi diretti
a giornalisti se non ad intere testate non per contestare fatti, ma per
delegittimare il pluralismo, le opinioni o le inchieste svolte; vi sono ripetuti
ed espliciti rifiuti di parlare con giornalisti ritenuti “ostili”; abbiamo visto
autorità ritenute indipendenti che sanzionavano od ostacolavano la diffusione di
trasmissioni televisive ritenute antigovernative; assistiamo alle prassi di un
potere ormai convinto che la comunicazione istituzionale sia solo quella di
regime, espressa tramite social e unidirezionalmente rivolta al proprio
elettorato.
Ancora, non può che far riflettere l’incapacità nel governare il fenomeno
strutturale delle migrazioni, che non solo sta facendo venir meno ogni politica
di accoglienza, ma anche ogni garanzia dei diritti inviolabili che devono essere
assicurati a tutte le persone, stranieri compresi. Non solo si lasciano nel
degrado, in una situazione drammatica e disumana, i Centri di Permanenza e
Rimpatrio, ma si prova anche a deportare nei centri albanesi chi arriva dai
mari. Sino ad ora un disegno non riuscito, grazie a qualche giudice coraggioso,
ma ci assicurano che ciononostante essi “funzioneranno”, come è stato promesso
ben scandendo le parole. Vedremo se prevarranno le ragioni del diritto o quelle
del potere. Tralascio di dire della dignità delle persone detenute nelle
carceri, che – a proposito di giustizia – sarebbe un fronte da aprire, ma che
neppure l’aumento dei suicidi riesce a scalfire.
Continui sono poi i tentativi di limitare i diritti del lavoro, non ancora
aggredendo direttamente il diritto di sciopero, ma attraverso le vie traverse:
abbiamo visto infatti utilizzare l’arma della precettazione con una disinvoltura
mai prima immaginata. Ovvero una legislazione di favore nei confronti della
libertà delle imprese che è andata però a scapito della tutela dei diritti e
della sicurezza in ambito lavorativo. Ma in fondo sono tutte le politiche
sociali che vengono sostituite da politiche neoliberiste dimentiche degli
inderogabili doveri di solidarietà. E non da oggi.
Potrei continuare con altre esemplificazioni, ma mi sembra già sufficientemente
chiaro il segno del cambiamento.
3. È in questo quadro che si registrano i continui attacchi alla indipendenza e
autonomia della magistratura. Accusata di invadere lo spazio della politica ogni
volta che inquisisce un soggetto politico o condanna questi per azioni o fatti
posti in essere contra legem ovvero in violazione di norma di diritto
internazionale o europeo. Persino il controllo contabile sulle spese viene
considerato un fatto eversivo realizzato in odio al Governo e compiuto da
giudici ostili, ritenuti, chissà perché, sempre “comunisti”. Siamo ben oltre,
dunque, la più che legittima reazione del Governo o dei singoli esponenti
politici, qualora vengano inquisiti, che è rivolta a difesa del proprio operato
e finalizzata a dimostrare la correttezza delle proprie azioni. Ora la pretesa è
quella dell’immunità. La tesi è chiara: la politica non si processa, essa ha il
primato sugli altri poteri. Un ritorno dello Stato assoluto.
Da qui la volontà di rimodulare gli equilibri dei poteri: a favore di quello
politico. Insofferente al controllo e non solo a quello dei giudici nazionali.
Da qui la riforma della giustizia. Ma anche l’intolleranza per il rispetto del
diritto internazionale (come dimostra l’ingiustificato e aggressivo rifiuto di
dare seguito alla richiesta della Corte penale internazionale).
Un disegno che dunque riguarda gli assetti democratici complessivi e gli
equilibri costituzionali. Non è pertanto solo questione di magistratura. Si
tratta di un progetto perseguito con tenacia; però, credo, non ancora compiuto.
Potrebbe dirsi, in caso, come suggeriva Gramsci, che viviamo una fase
d’interregno dove si manifestano fenomeni mostruosi. La lotta è tra vecchio che
non muore e nuovo che non è ancora nato.
4. Entro questo contesto si è andata definendo una legge costituzionale di
modifica dell’assetto della magistratura del tutto conforme alla cultura del
tempo, al regresso annunciato.
Rinviando agli altri interventi per il necessario e approfondito esame del
testo, qui mi soffermo solo a valutare, quale possa essere, in questo contesto,
il ruolo e la forza da assegnare al referendum annunciato sulla giustizia.
Un referendum difficile da far capire, poco coinvolgente, perché – sintetizzo –
forse la maggioranza del popolo italiano non è interessato ai problemi della
divisione delle carriere, dell’organizzazione del CSM o dell’Alta corte di
giustizia. La tecnicità del quesito certo non aiuta. E poi può anche darsi che
la maggior parte del popolo italiano non ami particolarmente i giudici, magari
assegnando alla loro responsabilità tutti i mali evidenti del sistema
giudiziario (lentezza, farraginosità, mancanza di trasparenza dei riti
processuali, mancanza di personale, astrusità del linguaggio).
Eppure, io credo che se riuscissimo a far comprendere il quadro entro cui si
colloca la riforma e la posta in gioco che è il superamento del nostro sistema
costituzionale delle garanzie e la costituzione antifascista posta a garanzia
dei diritti fondamentali delle persone, allora può essere che si riesca a far
percepire anche a livello popolare i rischi che corriamo.
I sondaggi dicono che per ora i contrari alla riforma sono in minoranza. Dalla
parte di chi vuole arrestare il degrado dello stato di diritto forse non c’è
ancora la forza necessaria: c’è però la Costituzione. Il che non è poco e, in
fondo, è il presupposto per avere ragione. Se il sonno della ragione ha generato
mostri, non possiamo fare altro che provare a risvegliare le coscienze
dormienti.
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26 dicembre 2025
NOTA L’articolo è stato pubblicato da Questione Giustizia 16 dicembre 2025. Per
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