Stefano Mancuso / Fratello sole, sorella luna
Mi hanno sempre destato ammirazione le persone che sanno uscire dal terreno
sicuro e conosciuto per avventurarsi in luoghi altri e diversi. Soprattutto se
queste persone hanno una reputazione e una fama, e se da loro ci si aspetta che
replichino all’infinito, ma con variazioni, quello che di loro ci piace e
apprezziamo. Ho visto e sentito Stefano Mancuso in più occasioni, e il suo modo
di vedere le piante e il loro universo mi piace e mi convince. La sua teoria,
ormai accreditata, che le piante comunichino tra di loro e che collaborino per
affrontare le difficoltà che incontrano, è stato un “breakthrough”, come si
direbbe in inglese. È una teoria che ha cambiato il nostro modo di vedere il
mondo. E che sicuramente aveva bisogno di essere presentata e ripresentata,
ripetuta, amplificata.
Così, confesso, sono andata all’incontro organizzato durante Bookcity 2025, a
Milano, aspettandomi “more of the same”. E invece era tutto diverso. Invece di
raccontare ancora l’importanza degli alberi e delle piante Stefano Mancuso ha
deciso di fare un salto, e di scrivere (e poi raccontare in pubblico) una
rilettura del Cantico delle creature. Una rilettura in chiave scientifica. In
omaggio alla poesia di San Francesco, una delle prime in lingua italiana e
sicuramente una delle prime che impariamo, quasi sempre da bambini, in omaggio
al fatto che si tratta di una poesia, Stefano Mancuso ha illustrato il libro con
disegni di foglie e piante. Disegni molto belli ed evocativi, che intercalati a
un racconto di scienza sembrano dirci quanto è importante la bellezza. Sembrano
dirci che è importante conoscere, che abbiamo bisogno di spiegare e di capire,
ma che non dobbiamo mai dimenticare di guardare e stupirci, di fermarci di
fronte alla natura e all’incanto e al benessere che ne derivano, e di dedicare
una parte del nostro tempo all’arte, all’espressione di noi, all’esercizio della
bellezza.
Ma torniamo al libro. Il Cantico delle Creature, scritto nel Duecento, è
innanzitutto un capolavoro di sintesi. Le parole sono poche, sono tutte
essenziali, tutte necessarie, e tutte bellissime. Alcune richiedono un piccolo
esercizio di trasformazione per diventare le parole che usiamo anche noi,
ottocento anni dopo. Il Cantico delle Creature è un’ode alla vita e agli
elementi che la compongono. L’ordine nel quale sono elencati questi elementi, a
partire da Frate sole per finire con Sora nostra morte corporale, e gli
aggettivi con i quali vengono descritti, sono una rappresentazione precisa e
fedele della vita. Di ciò che l’ha resa possibile proprio qui sulla terra. Delle
realtà che sono sempre sotto i nostri occhi (e che quindi in genere non
vediamo). Dei rapporti tra queste diverse realtà o elementi: il sole, la luna e
le stelle, l’aria, l’acqua, il fuoco, la terra, quelli che soffrono e perdonano,
la morte corporale. E della necessità della presenza contemporanea di tutti gli
elementi.
Si tratta di un’intuizione prodigiosa, come soltanto un poeta, un’anima limpida,
una persona capace di sfidare il suo tempo e il suo mondo a qualsiasi costo, un
uomo che riusciva ad essere ugualmente vicino alla spiritualità più pura e
all’animalità più terrena, poteva immaginare. Partendo dalle poche, conosciute,
semplici parole del Cantico delle Creature, Stefano Mancuso ci racconta la vita,
questo miracolo che avviene solo ed esclusivamente sul nostro pianeta (almeno
per quanto ne sappiamo finora). E ci ricorda naturalmente come un bene così
prezioso e raro non andrebbe maltrattato e sprecato come stiamo facendo sempre
di più.
Anche le parole di Mancuso, per quanto afferenti alla scienza e rispettose delle
scoperte che l’uomo ha fatto nei secoli, sono semplici e chiare. Perché per
spiegare qualcosa che esiste, che possiamo sperimentare, vedere, osservare,
sentire, non c’è bisogno di creare grandi teorie, cosmogonie o disegni
soprannaturali. Bastano le poche parole di San Francesco. Basta appunto
guardarsi intorno, liberarsi della confusione e delle ciance che ci circondano,
uscire dai catastrofismi e dalla mania delle previsioni. Direi che basta vivere.
Ce lo insegna San Francesco, non a caso un santo amato anche dai laici e
osteggiato dalla Chiesa secolare. Ed è molto bello che a riscoprirlo e a
porgercelo sia un uomo di scienza, che ne ha colto il valore universale e al di
fuori dal tempo. E che ha anche colto come solo la cura per tutti i fratelli e
le sorelle, per tutti gli esseri viventi potrà salvarci. La cura e l’uso
“povero” delle risorse: nessuno spreco, nessun consumo superiore allo stretto
necessario, e il recupero di ogni piccola parte del processo di utilizzo. Solo
così, con questa modalità essenziale e semplice, la vita sulla terra potrà
continuare. E noi con lei.
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