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Nell’interesse della Repubblica – l’intervento del Presidente Mattarella al CSM
Pubblichiamo da Questione Giustizia il testo dell’Intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione del plenum del Consiglio Superiore della Magistratura del 18 febbraio 2026 Sergio Mattarella: Prima di dare la parola al relatore vorrei aggiungere che sono consapevole che non è consueta la presenza del Presidente della Repubblica per i lavori ordinari del Consiglio. Per quanto mi riguarda non si è mai verificata in undici anni. Mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare, ancora una volta, il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Consiglio Superiore della Magistratura. Soprattutto, la necessità e l’intendimento di ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare – particolarmente da parte delle altre istituzioni – nei confronti di questa istituzione. Istituzione non esente, nel suo funzionamento, da difetti, lacune, errori e nei cui confronti non sono, ovviamente, precluse critiche. Come, del resto, si registrano difetti, lacune, errori e sono possibili critiche riguardo all’attività di altre istituzioni della Repubblica, siano esse parte del potere legislativo, di quello esecutivo, di quello giudiziario. In questa sede, che rimane e deve rimanere rigorosamente istituzionale ed estranea a temi o controversie di natura politica – più che nella funzione di Presidente di questo Consiglio come Presidente della Repubblica – avverto la necessità di rinnovare con fermezza l’esortazione al rispetto vicendevole. In qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza. Nell’interesse della Repubblica. La parola al Consigliere relatore della proposta. Roma, 18/02/2026 23 febbraio 2028 Per osservazioni e precisazioni: laboratoriocarteinregola@gmail.com
February 23, 2026
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Referendum sulla riforma della magistratura, Carteinregola organizza un incontro on line per rispondere alle domande
Mercoledì 25 febbraio alle 18 sulla pagina FB di Carteinregola un incontro con esperti per rispondere a dubbi e domande sul referendum della riforma costituzionale della magistratura. Stiamo prendendo molto a cuore il referendum sulla riforma della magistratura, perchè siamo convinti che la vittoria del SI avrebbe pesanti ripercussioni sul Paese e sulle nostre vite. Non solo perchè l’autonomia della magistratura riguarda soprattutto i cittadini, e i cittadini più deboli, ma anche perché questa riforma si aggiunge ad altri provvedimenti che intaccano profondamente la nostra Costituzione e i diritti delle persone, come l’Autonomia regionale differenziata e il cosiddetto premierato, ma anche il decreto sicurezza, che incide sulla nostra possibilità di manifestare liberamente, la riforma della Corte dei conti, che riduce la possibilità per i magistrati contabili di tutelare l’interesse pubblico. Sono in gioco persino  la libertà di stampa e la libertà di opinione, basti l’esempio del prof. Barbero, accusato di false informazioni e silenziato da Facebook, mentre nelle tv, sui social e nelle strade imperversa  la propaganda a favore di una riforma che viene falsamente definita “della giustizia” e “per la separazione delle carriere”. Su questi e su altri slogan fuorvianti Carteinregola ha lanciato una serie di video, Riforma della magistratura: Risposte competenti a slogan ingannevoli, dove vengono spiegati i veri contenuti della riforma.  Tuttavia,  poichè è importante che chi deve decidere come votare al referendum possa anche interrogare persone competenti sugli aspetti della riforma che gli sono meno chiari, Carteinregola organizza una riunione on line trasmessa in diretta sulla pagina Facebook, a cui partecipano i magistrati Giuseppe Cascini e Marco Patarnello, che risponderanno alle domande dei soci di Carteinregola e dei membri dei Comitati della nostra rete che partecipano al webinar, ma anche a quelle di chi vorrà inviarci prima una email (a laboratoriocarteinregola@gmail.com con OGGETTO WEBINAR REFERENDUM) o scrivendo direttamente le domande nei commenti su FB.  La nostra Costituzione è uno dei tesori più preziosi che ci hanno lasciato le donne e gli uomini del passato, a noi il compito e la responsabilità di tramandarne i valori e i principi alle generazioni future. Vi aspettiamo! Per osservazioni e precisazioni: laboratoriocarteinregola@gmail.com 6 febbraio 2026
February 6, 2026
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Come la Costituzione garantisce la separazione dei poteri,  l’autonomia della magistratura e i diritti dei cittadini – Francesco Pallante
Francesco Pallante, costituzionalista: Come la Costituzione garantisce la separazione dei poteri,   l’autonomia della magistratura e i diritti dei cittadini ANNA MARIA BIANCHI MISSAGLIA: Come possiamo spiegare in modo semplice i rischi per i diritti dei cittadini di questa riforma? L’argomento sembra molto tecnico, e  molte persone non conoscono bene cosa prevede  la nostra Costituzione per garantire l’autonomia dei magistrati e perché. FRANCESCO PALLANTE: Grazie anzitutto per questa opportunità di intervenire su un tema che ha profili tecnici, è difficile, ma va affrontato perché è importante e centrale nella vita di ciascun cittadino e di ciascuna cittadina. Partiamo dal contesto generale, quello per cui le Costituzioni degli stati novecenteschi, e ancor prima le Costituzioni degli stati ottocenteschi, che venivano chiamati “stati di diritto”, sono basate sulla ben nota tripartizione dei poteri: poteri che sono separati e tripartiti, in maniera tale che il potere di fare le leggi spetti al parlamento, il potere di dare esecuzione alle leggi spetti al governo e il potere di sanzionare la violazione delle leggi spetti alla magistratura. Questi tre poteri un tempo erano concentrati nelle mani di un unico sovrano, il quale aveva quindi modo di gestire una risorsa di potere molto molto ampia, al punto che, semplificando, poteva fare un po’ quello che voleva. Per sottolineare tale aspetto, si è solito dire che l’opposto rispetto allo “stato di diritto” è lo “stato della forza”, cioè lo stato in cui uno soltanto, il titolare del potere, è forte a sufficienza da potersi imporre su tutti gli altri. È letteralmente sovrano: sovrano è colui che non ha nessuno al di sopra di sé e può fare quello che vuole. Per contrastare questa idea, che è un’idea pericolosa perché naturalmente in un mondo del genere saremmo tutti in balia di questo unico fortissimo potere, già dai tempi di Montesquieu si inizia a proporre di separare il potere tra tre diversi organi, in modo tale che si renda necessaria una collaborazione tra i diversi organi. Quindi la tripartizione del potere consiste nel prendere un grande potere e dividerlo in tre poteri più piccoli, che devono collaborare tra di loro per poter ottenere gli obiettivi che in precedenza potevano essere raggiunti, con azione solitaria, dal titolare del grande potere. In più, con l’avvento delle costituzioni contemporanee, nel Novecento, avviene l’introduzione di diritti costituzionali finalmente considerati sovraordinati rispetto alle leggi approvate dal Parlamento. Nell’Ottocento i diritti erano sempre suscettibili di venire sospesi e, di fatto, il Parlamento aveva il potere di decidere nelle leggi tutto ciò che intendeva decidere (anche se poi non poteva dare esecuzione cioè applicazione alle leggi o sanzionarne la violazione); nel Novecento i diritti ricevono piena tutela: il Parlamento non può inserire qualsivoglia contenuto nel testo della legge, deve approvare solo contenuti rispettosi dei diritti costituzionali. La Costituzione italiana dice che la sovranità appartiene al popolo, il quale elegge il Parlamento, ma tale sovranità va esercitata nelle forme e nei limiti della Costituzione. Le forme sono le procedure, implicano il rispetto della collaborazione necessaria tra le tre componenti del potere di cui abbiamo detto prima; mentre i limiti sono vincoli di contenuto, tali per cui, chiunque governi, chiunque, come si dice, abbia vinto le elezioni, certe cose non potrà comunque farle. Non si può discriminare tra i sessi: anche chi ha avuto il voto della maggioranza del popolo sovrano non può fare una legge che vieti alle donne, per esempio, di diventare primari negli ospedali. Sarebbe una discriminazione vietata dall’articolo 3 della Costituzione, e nemmeno il popolo può decidere questa violazione del principio di uguaglianza. Allo stesso modo ci sono cose che chiunque governi non può non fare, cioè deve fare. Poiché, per esempio, è sancito il diritto alla salute, chiunque governi deve curare i malati; poiché è sancito il diritto all’istruzione, chiunque governi deve prevedere le scuole e i percorsi di istruzione per i ragazzi e le ragazze. E cosa succede nel caso in cui i diritti costituzionali siano violati da leggi che non prevedono ciò che devono prevedere o che prevedono ciò che non devono prevedere? In questi casi i cittadini che lamentano la violazione dei loro diritti si rivolgono a un giudice, alla magistratura. La magistratura, in collaborazione con la Corte Costituzionale, che è un giudice particolare, ha esattamente il compito costituzionale di verificare se le leggi del Parlamento sono o meno rispettose dei diritti costituzionali, e se non lo sono la Corte Costituzionale riscontrerà che il popolo ha esercitato la sovranità, tramite il Parlamento, violando le forme o i limiti, e annullerà la legge, cancellandola dall’ordinamento. Nessuno deve più obbedire a una legge che è stata annullata dalla Corte Costituzionale. Si capisce, allora, che il ruolo della magistratura è importantissimo non soltanto nel caso in cui vi sia un conflitto tra cittadini, un privato contro un altro privato, ad esempio io con il mio vicino di casa perché dobbiamo tracciare una delimitazione dei nostri confini e non siamo d’accordo. Anche questo è molto importante, naturalmente, ma in più esistono situazioni in cui le parti contrapposte sono il cittadino e un qualche “potere”, o per meglio dire l’organo che costituzionalmente ha esercitato un potere costituzionale al di fuori delle forme e dei limiti. In tali casi compito della magistratura è intervenire per fermare un’azione pubblica che vada contro i limiti sanciti dalla Costituzione, a protezione dei diritti dei cittadini. Sotto questo aspetto, annullare l’indipendenza dei magistrati o anche solo diminuirla, non è un dispetto fatto ai magistrati, perché comunque loro continueranno a guadagnare gli stessi soldi che guadagnano oggi, continueranno a fare più o meno il lavoro che fanno oggi, continueranno grosso modo la loro vita come quella odierna; chi ci rimette è chi rischia di ritrovarsi a essere la parte debole dei giudizi, tutte le volte in cui c’è uno squilibrio di forze dinnanzi a un magistrato. Ciò può avvenire tra soggetti privati: pensiamo un piccolo correntista che si contrappone alla sua banca, quindi un grande potere economico, per porre questioni legate al calcolo degli interessi. C’è stata una lunga vicenda giudiziaria in passato legata al cosiddetto anatocismo bancario, cioè la produzione di interessi sugli interessi e non sul capitale di partenza. O ancora pensiamo a casi in cui un singolo lavoratore si confronta con l’enorme potere economico di una multinazionale, rivendicando i suoi diritti. O a casi drammatici come quelli in cui il parente di una vittima sul lavoro chiede un risarcimento a una grande multinazionale: Report, su Rai Tre, ha recentemente fatto una trasmissione molto interessante in cui si vede chiaramente la forza del potere economico a confronto con le vittime ammalatesi sul posto di lavoro. Ci sono anche situazioni in cui il contrasto non è tra soggetti privati, pur dotati di forze così squilibrate, ma tra un privato e un potere pubblico. Un cittadino che volesse ottenere le cure di cui necessita da un’ASL e non le ricevesse fa ricorso a un giudice, e il giudice deve avere la forza di andare contro il potere politico che indirettamente gestisce le ASL: nel caso, il potere regionale che magari ha approvato regolamenti o provvedimenti amministrativi che non sono consoni con l’articolo 32 della Costituzione che tutela il diritto alla salute. In tutti questi casi, avere un magistrato che serenamente possa prendere le proprie decisioni, valutando i fatti e le norme per quello che sono, e poi in coscienza esprimersi eventualmente anche a favore della parte debole, senza subire condizionamenti da poteri esterni alla magistratura, è una garanzia per i più deboli, per i cittadini normali come siamo tutti noi, che non abbiamo particolari risorse di potere. Per questo è particolarmente delicato intervenire sulle regole costituzionali preposte al funzionamento della magistratura. ANNA MARIA BIANCHI MISSAGLIA: l’Assemblea costituente ha introdotto nella Costituzione l’autogoverno dei magistrati attraverso il Consiglio Superiore della Magistratura. L’organo di autogoverno che viene profondamente modificato da questa riforma costituzionale. Perché per i padri e le madri costituenti era così importante che la magistratura si autogovernasse? FRANCESCO PALLANTE: Dobbiamo considerare in proposito che i condizionamenti nei confronti dei magistrati possono essere diretti o indiretti. Un conto è se io vado da un magistrato e   lo minaccio: sono un mafioso, metto la pistola sulla scrivania e gli dico “guarda che se decidi come non piace a me la pagherai”. Questa è una minaccia diretta, credo non molto comune. Ma ci sono forme di condizionamento indiretto che sono altrettanto insidiose, che chiamano in causa il ruolo Consiglio Superiore della Magistratura, il CSM. Che cos’è il CSM? Non è un giudice, non è un collegio giudiziario. È un organo che gestisce l’amministrazione della magistratura, e cioè indice i concorsi per assumere i magistrati, assegna i vincitori a una sede o all’altra, a un incarico o all’altro, decide sui trasferimenti quando i magistrati chiedono di trasferirsi da una città all’altra, valuta le promozioni e decide sui procedimenti disciplinari. Tutto ciò che ha a che fare con la vita professionale di un magistrato viene deciso dal Consiglio Superiore della Magistratura, che è un organo costituzionale composto in maggioranza da magistrati. Quindi sono magistrati, eletti da magistrati, che decidono sulla vita professionale dei magistrati. Dell’organo fanno parte anche componenti eletti dal Parlamento, quindi persone che hanno la fiducia dei partiti politici. Inoltre, sono presenti come membri di diritto componenti di garanzia come il Presidente della Repubblica, insieme al giudice di più alto grado del nostro ordinamento, che è il primo presidente della Corte di Cassazione, e al pubblico ministero di più alto grado nel nostro ordinamento, che è il Procuratore generale presso la Corte di Cassazione. Quest’organo esercita con la Costituzione poteri amministrativi che un tempo erano gestiti dal Ministro della Giustizia, cioè da un membro del governo. Qui sta il punto critico. Immaginiamo che un magistrato abbia preso servizio in una città molto lontana da casa e dalla famiglia: per esempio, lui è di Firenze e ha preso servizio a Catania. Dopo alcuni anni, vorrebbe riavvicinarsi alla famiglia, magari i genitori diventano anziani, oppure ha dei figli, vuole stare con la moglie: insomma, chiede il trasferimento a Firenze. Se la decisione sul trasferimento spetta al ministro, il ministro può tranquillamente dirgli: “ah, vuoi andare a Firenze? E su cosa ti devi pronunciare tra poco? Quali sono le cause che pendono davanti a te? Ah, sei tu il giudice di quella causa in cui è coinvolto quell’importante finanziatore della mia campagna elettorale. Beh, tu intanto decidi questa causa, poi io decido sul tuo trasferimento”. Questo dà l’idea, pur molto semplificata, di come potrebbe funzionare un condizionamento indiretto. Avendo il potere di decidere su ciò che interessa la vita professionale dei magistrati, è evidente che si può indurli a prendere determinate decisioni anziché altre, o comunque provare a farlo. Erano dinamiche di questo tipo che al tempo dello Statuto Albertino e poi ancora di più al tempo del fascismo consentivano al potere politico di controllare l’attività della magistratura in maniera piuttosto incisiva. È per evitare tutto questo che i costituenti decidono di sottrarre il potere di gestione della vita professionale dei magistrati al governo e di affidarlo al Consiglio Superiore della Magistratura. Se sono magistrati che decidono sulla vita professionale dei magistrati, il potere di condizionamento si indebolisce. La riforma voluta dal governo Meloni interviene sul Consiglio Superiore della Magistratura spezzandolo in due organi privi del potere disciplinare, che viene affidato a un’Alta corte disciplinare, cioè un terzo organo appositamente istituito. Come abbiamo visto prima, se un potere viene spezzato in più poteri, si ottengono poteri più deboli, meno capaci di svolgere il proprio ruolo con la stessa incisività dell’organo unico. Dunque, la riforma crea due CSM più deboli e un’Alta Corte più debole. Debole significa, in questi casi, condizionabile. Inoltre, la riforma prevede che la composizione di tali organi non sia più come oggi, basata sull’elezione di magistrati da parte dei magistrati e di esperti di diritto da parte della politica. I magistrati saranno estratti a sorte: sarà il caso a stabilire quali saranno i componenti dei due CSM e dell’Alta Corte per conto dei magistrati. La politica continuerà invece a scegliere in maniera oculata i suoi rappresentanti all’interno di tali organi. Il testo della nuova Costituzione prevede che siano sorteggiati anch’essi, ma da un elenco precompilato dal Parlamento, a maggioranza semplice, cioè la maggioranza politica di turno, senza il coinvolgimento delle opposizioni, e senza che sia prevista una lunghezza minima dell’elenco. Quindi se dovranno essere sorteggiati dieci nomi, l’elenco potrà essere di undici nomi. Ma anche fossero venti, nulla cambierebbe: si scelgono venti persone di fiducia. Quello dei componenti scelto dalla politica sarà dunque un sorteggio pilotato, truccato, non un sorteggio “secco” come quello che riguarderà la componente dei magistrati. Questo cosa comporterà? Comporterà il fatto che, mentre, da una parte, la componente dei magistrati sarà frutto del caso, gli estratti a sorte non si conosceranno reciprocamente se non forse di nome, non avranno dei rapporti di consonanza, visioni della giustizia comuni gli uni con gli altri, dall’altra parte, la componente scelta dalla politica avrà invece una compattezza ideale e una compattezza d’azione che consentirà ai suoi membri di dominare l’agenda e il funzionamento dei due nuovi CSM e dell’Alta Corte disciplinare. Quindi non soltanto avremo organi di autogoverno più deboli, ma al loro interno sarà ulteriormente indebolita la componente che proviene dalla magistratura, a favore della componente politica. In conclusione, tornerà la possibilità di condizionamento politico dell’attività della magistratura. ANNA MARIA BIANCHI MISSAGLIA: Quale messaggio è necessario lanciare a tutti quei cittadini che magari pensano che questa riforma non li riguardi o che si tratti di una separazione delle carriere dei magistrati, questioni molto tecniche che non riguardano i propri diritti? FRANCESCO PALLANTE: Come ho detto prima, occorre tenere sempre presente il fatto che i magistrati sono coloro che costituzionalmente hanno il compito di tutelare i nostri diritti costituzionali. Ovviamente nessuno si augura mai di doversi rivolgere a un giudice per veder tutelato un proprio diritto, ma, se dovesse capitare, il fatto che ci sia un giudice terzo e imparziale a cui rivolgersi, è una garanzia in sé. Se il giudice sarà debole e condizionabile, i casi saranno due: o siamo una parte così forte da essere in condizione di influenzare l’attività della magistratura, o non lo siamo. E se non lo siamo, com’è per la stragrande maggioranza delle persone, il rischio è di finire schiacciati dai poteri che avranno la capacità di condizionare l’attività della magistratura. Una magistratura le cui decisioni, non dimentichiamolo, possono influire in maniera molto incisiva sulle nostre vite. 5 febbraio 2026 vai a I video – Riforma della magistratura: Risposte competenti a slogan ingannevoli con gli altri video della serie e il calendario vedi anche Riforma costituzionale della magistratura, cronologia e materiali Per osservazioni e precisazioni: laboraatoriocarteinregola@gmail.com
February 5, 2026
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Con la riforma i giudici dipenderanno dalla politica? risponde Enrico Grosso
Necessario fermare l’invadenza della magistratura? risponde Enrico Grosso Presidente del Comitato Giusto dire No – (trascrizione dell’intervento in video pubblicato il 30 gennaio 2026 – in calce) ANNA MARIA BIANCHI MISSAGLIA: Professore Enrico Grosso, Presidente del Comitato Giusto Dire No, le chiediamo subito un commento sul famoso slogan che appare sui manifesti del comitato Giusto dire NO che sono stati affissi, in particolare nelle stazioni italiane: “Vorresti giudici che dipendono dalla politica?” Uno slogan che ha sollevato le contestazioni del fronte del SI,  addirittura con  iniziative legali, perché molti sostengono che la  riforma non tocca l’autonomia della magistratura, che resta  scritta a caratteri cubitali nella Costituzione, e che quindi quello slogan è una fake news dei Comitati del NO. Ma è veramente una fake news? PROF. ENRICO GROSSO: Provo a spiegarlo con le parole più semplici di cui sono capace. E’ ovvio che la Costituzione continuerà a proclamare in astratto “la magistratura è un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere“. Ma questo di per sè non è sufficiente a garantire che lo sia davvero. Perché, vedete, le Costituzioni sono meccanismi complessi, sono impasti di principi e regole. Vengono proclamati dei principi, poi a questi principi si affiancano delle regole che servono a renderli effettivi, perché i principi, finché sono lasciati soli, restano scritti sulla carta. Ai miei studenti faccio sempre questo esempio: durante la Rivoluzione francese, la prima cosa che scrissero gli autori della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 era che la libertà personale doveva essere inviolabile, che nessuno poteva essere arbitrariamente arrestato in mezzo alla strada. Dopodiché, durante il Terrore giacobino, la gente veniva appunto arrestata indiscriminatamente e ghigliottinata il giorno dopo. Mancava un corpo di regole che rendesse effettivo quel principio così solennemente proclamato, e così il potere, di quel principio, poteva farsi beffe allegramente. Che cosa ci insegna tutto ciò? Che i principi non basta proclamarli, bisogna poi garantirne l’effettività con un sistema di regole che li inverino e li difendano nel quotidiano. Allora che cosa ha fatto il Costituente nel 1947? Dopo aver proclamato il principio dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, cioè della separazione e dell’equilibrio dei poteri, ha introdotto una serie di regole che rendessero effettivo quel principio, che scongiurassero il rischio che esso restasse scritto solo sulla carta. La principale di queste regole è stata l’istituzione di un organo costituzionale, che si chiama Consiglio Superiore della Magistratura, al quale è stato affidato il delicatissimo compito di sottrarre alla politica, al potere politico, tutta una serie di decisioni concernenti lo status giuridico (e anche la vita personale) del magistrato che, se assunte da chi è titolare di potere politico, rischiano inevitabilmente di condizionare le decisioni giudiziarie che quel magistrato si troverà ad assumere. I magistrati devono essere liberi di assumere le loro decisioni, in applicazione del diritto, senza timore delle conseguenze che ne potranno derivare. Il giudice davvero “terzo e imparziale” è il giudice che non ha paura, non ha paura di subire un arbitrario trasferimento ad altra sede, di avere un ritardo ingiustificato nella sua progressione in carriera, di vedersi incolpato disciplinarmente senza ragione, e così via. Tutti i provvedimenti amministrativi e disciplinari concernenti i magistrati devono essere assunti senza alcun condizionamento, neppure solo potenziale, da parte della politica. Perché tale condizionamento rischia inevitabilmente di “ricondurre”, per usare un verbo che forse piace ai membri del nostro attuale governo, i magistrati, inducendoli magari a non assumere quelle decisioni scomode e sgradite. E allora che cosa fece il saggio Costituente nel 1947? Disse: tutte queste decisioni – le assunzioni, le assegnazioni, le promozioni, i trasferimenti, i provvedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati – devono essere assunte da un organo che garantisca piena indipendenza dalla politica. Questo organo si chiama Consiglio Superiore della Magistratura, che non a caso è composto in maggioranza di magistrati eletti dai loro colleghi – ed è importante che siano “eletti” – e da una parte minoritaria di professori universitari in materie giuridiche e avvocati, eletti dal Parlamento in seduta comune. Per inciso, l’idea dei Costituenti era che questi componenti “laici” (ossia individuati tra professori e avvocati e non tra magistrati) sarebbero stati scelti tra i migliori giuristi del Paese, i quali, in perfetta autonomia come dovrebbe garantire il loro status, insieme ai componenti eletti dai magistrati avrebbero garantito un vero “autogoverno” della magistratura. Il che non è avvenuto, da quando la politica ha cominciato a designare al CSM persone che assicurassero il massimo grado di fedeltà alle linee politiche dei partiti che li esprimevano. Che cosa fa la riforma? Smonta il CSM, lo smonta in tre mosse. Primo: lo divide in due, e tutte le volte che tu dividi un organo in due lo indebolisci, perché secondo il noto principio “divide et impera” due consigli tenderanno a confliggere l’uno con l’altro, a prendere decisioni magari in contrasto reciproco, a delegittimarsi a vicenda. In ogni caso i due CSM non rappresenteranno più il complesso della magistratura italiana, ma due corpi separati (che si vorrebbero pure antagonistici) e già solo per questa ragione risulteranno indeboliti. Secondo: si sorteggiano i membri che provengono dalla magistratura. Non è una banalità, perché il sorteggio, oltre a essere umiliante in sé in quanto sembra presupporre che chiunque possa indifferentemente esercitare quella funzione senza badare a competenza, attitudine, carisma, credibilità personale e così via, impedisce che si realizzi quel necessario nesso di responsabilità e fiducia che solo l’elezione produce. Se io eleggo alcuni miei colleghi a svolgere un compito così delicato, quelle persone, che sono state investite con un mandato elettivo, si sentiranno particolarmente responsabili nell’esercitare quel delicatissimo ruolo. Invece si vuole sorteggiarli per sminuirne il ruolo, per banalizzarlo, quasi a dire “tu conti poco, ti sorteggio perché tanto potevo scegliere te come chiunque altro“. In un contesto in cui, invece, i membri laici non sono affatto sorteggiati, ma accuratamente scelti, dalla politica, tra i più fedeli, tra coloro che assicurino che gli interessi politici di coloro che li hanno scelti siano puntualmente perseguiti e realizzati. Una componente organizzata, da un lato, che si fronteggerà con una componente deliberatamente disarticolata, dall’altro. Terzo: si sottrae al Consiglio Superiore la più delicata delle funzioni attualmente svolte dal CSM, e cioè la funzione disciplinare, quella che concerne il controllo deontologico sul corretto esercizio della funzione giurisdizionale, che può costituire la leva più potente per il condizionamento delle decisioni giudiziarie. E questa funzione a chi la si conferisce? La si conferisce a una fantomatica Alta Corte Disciplinare, che solo il nome sembra inventato apposta per intimorire i magistrati, la quale sarà a sua volta composta da magistrati e professori (o avvocati), naturalmente sorteggiati i primi, e invece accuratamente scelti i secondi, con i medesimi meccanismi sopra descritti. Tutto ciò che cosa produce? Produce un aumento del timore da parte dei giudici delle conseguenze che potranno derivare dall’assunzione di determinate decisioni. Essi cominceranno di nuovo a pensare, come avveniva prima che la Costituzione istituisse quel CSM elettivo e autorevole: “ma se io prendo decisioni scomode, che cosa mi succede?” Oggi questo non avviene perché il CSM funge da scudo, da barriera, e difende i magistrati contro i tentativi della politica di condizionarne le decisioni. Il risultato è molto semplice: la Riforma abbassa in concreto le garanzie di indipendenza, che pure continuano ad essere proclamate in astratto. ANNA MARIA BIANCHI MISSAGLIA: Le motivazioni del Sì, che sono anche  in contraddizione tra garantismo e deriva securitaria, parlano di “invadenza della magistratura nelle decisioni della politica“.  PROF. ENRICO GROSSO Questa è una storia veramente curiosa, perché qui dobbiamo metterci d’accordo. I fautori del sì sviluppano due argomenti che sono tra di loro in aperta contraddizione. Da un lato sento dire che i magistrati devono essere ricondotti a un sistema in cui un giudice davvero “terzo” valuti con maggiore imparzialità le richieste del pubblico ministero, così da evitare che vi siano eccessi nella privazione della libertà personale, o che i cittadini siano perseguiti penalmente anche quando non dovrebbero esserlo. Insomma, il sì servirebbe a limitare il potere eccessivo che oggi avrebbero i pubblici ministeri di pregiudicare i diritti dei cittadini innocenti. Si tratta di una narrazione garantistica e liberale, attraverso la quale si vorrebbe far passare il messaggio che la riforma serva a difendere gli individui dalle ingerenze arbitrarie da parte della magistratura sulla loro libertà. Circola però anche la narrazione opposta. Quella secondo cui oggi i magistrati si ribellerebbero alle politiche securitarie del governo, e dunque sarebbe per colpa dei magistrati se circolano nel paese così tanti criminali e così tanti immigrati irregolari, mentre il governo vorrebbe tanto difenderci dai criminali ma non riuscirebbe a farlo per colpa dei giudici che “si mettono di traverso”. Ora, si devono mettere d’accordo tra di loro: il sistema attuale è sbagliato perché è troppo repressivo o è sbagliato perché è troppo liberale e garantista? La verità è che sono erronee entrambe le narrazioni. Ciò che davvero disturba il potere, il potere politico, è una magistratura che si sottragga ai suoi condizionamenti, che assuma decisioni libere, applicando la legge e – soprattutto – la Costituzione senza guardare in faccia a nessuno, anche contro il volere di chi sta al governo, qualunque sia il colore politico di quel governo. Ma vogliamo ricordare quello che è successo nell’ultimo anno? Il Governo è riuscito a litigare con la Corte di Cassazione, con la Corte Costituzionale, con la Corte dei Conti, con la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con la Corte Europea dei diritti dell’uomo, financo con la Corte Penale Internazionale (vi ricordate il caso Almasri?). Allora, quando un governo comincia a litigare con tutte le massime corti giudiziarie, interne e sovranazionali, c’è qualcosa che non va. Ciò significa che in realtà è il potere politico ad essere sempre più insofferente nei confronti di qualsiasi forma di controllo. Ed è proprio questo lo spirito della riforma: abbassare di fatto l’indipendenza e l’autonomia della magistratura per sottrarre la politica ai controlli cui oggi è per fortuna sottoposta. Questa riforma è figlia dell’insofferenza nei confronti di qualsiasi attività di controllo e di tutela della legalità, che è l’attività tipica di ogni organo di garanzia nello Stato di diritto. Del resto, tutto ciò è stato ampiamente confermato dal Ministro Nordio nel suo libro recentemente pubblicato, quando ha scritto, in un passo che cito sempre, a pagina 122 – ormai mi ricordo pure la pagina – “non vedo perché l’opposizione dovrebbe contrastare questa riforma, in fondo anche l’opposizione quando tornerà al governo con questa riforma recupererà la sua libertà d’azione“. Ecco, è proprio questo che vogliono i sedicenti riformatori, ed è proprio questo che non voglio io. Cioè che la politica abbia una completa libertà d’azione dai controlli giudiziari. La politica non può pretendere, in uno stato costituzionale, di sottrarsi ai controlli giudiziari che qualificano lo Stato, appunto, come Stato costituzionale di diritto. ANNA MARIA BIANCHI MISSAGLIA  Questa riforma della magistratura non finisce qui, se sarà confermata dal  referendum ci saranno ulteriori  sviluppi, forse ancora peggiori.  Il ministro Tajani proprio recentemente ha dichiarato: “Dobbiamo andare avanti, non basta la separazione delle carriere, penso alla responsabilità dei magistrati, penso ad aprire un dibattito se è giusto o meno conservare la polizia giudiziaria sotto l’autorità dei magistrati, discutiamone...” PROF. ENRICO GROSSO : Forse quest’ultimo particolare, rivelato in un impeto di sincerità, dovrebbe far riflettere ancora di più tutti gli italiani sul possibile futuro che ci aspetta se questa riforma dovesse passare. Mi chiedo veramente se quella che hanno lanciato non cominci ad avere l’aspetto di una vera e propria crociata nei confronti del potere giudiziario, additato di tutte le colpe, e al quale si vorrebbe ora addirittura sottrarre la possibilità di disporre della polizia giudiziaria. Vorrei fare presente che oggi, per fortuna, la polizia è sotto il controllo della magistratura, cioè la polizia, nel momento in cui svolge attività di indagine e di controllo sulla commissione di reati, obbedisce agli ordini dei magistrati e non dei politici. Sapete qual è oggi, tra i tanti, il principale Paese in cui organi di polizia rispondono e obbediscono direttamente agli ordini del governo, e sono espressamente sottratti al controllo da parte della magistratura, tanto che quest’ultima non riesce più neppure a incriminare singoli agenti per i loro eccessi di violenza a danno dei cittadini? Sono gli Stati Uniti d’America: a Minneapolis il corpo dell’Immigration and Customs Enforcement, ormai famigerato in tutto il mondo civile, agisce fuori da qualsiasi controllo giudiziario preventivo, e si è messo a sparare per le strade ai cittadini americani inermi. Ovviamente io non sto dicendo che domani in Italia la polizia sparerà sui cittadini italiani inermi, ci mancherebbe! Ma quella è la possibile deriva di una polizia sottratta al controllo dell’autorità giudiziaria e direttamente rispondente ai governi: quando le autorità di polizia non sono più sotto il controllo dei magistrati, ma sono direttamente sotto il controllo del governo, il rischio è che il governo finisca per utilizzare la polizia per i suoi scopi, che oggi magari sono scopi perfettamente compatibili con le regole dello Stato di diritto e con l’amministrazione imparziale della giustizia, ma che non sappiamo se e fino a quando continueranno ad essere intesi nello stesso modo. Ricordiamoci che le leggi (e le costituzioni) sono scritte nei momenti di saggezza, per potersene servire nei momenti di follia. Le leggi (e le costituzioni) sono le corde che legano Ulisse all’albero maestro, per impedirgli di saltare in acqua e inseguire le sirene che lo perderanno. Teniamoci stretta, per favore, almeno la garanzia che l’attività di polizia sia controllata rigorosamente e quotidianamente dall’autorità giudiziaria. Questa è una delle grandi conquiste che il costituzionalismo ha saputo infine realizzare, e che la Costituzione italiana ha voluto prevedere proprio allo scopo di superare definitivamente una fase storica, nella quale credo nessuno di noi vorrebbe essere ricacciato. Quel periodo buio della storia d’Italia, quando la polizia era a disposizione, e a discrezione, del governo. Era il ventennio fascista. Spero che nessuno rimpianga quei tempi. 1 febbraio 2026 vai a I video – Riforma della magistratura: Risposte competenti a slogan ingannevoli con gli altri video della serie e il calendario vedi anche Riforma costituzionale della magistratura, cronologia e materiali Per osservazioni e precisazioni: laboraatoriocarteinregola@gmail.com
February 1, 2026
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I video – Riforma della magistratura: Risposte competenti a slogan ingannevoli
Serie di video per comprendere cosa c‘è in gioco nel Referendum sulla riforma della magistratura. Ogni martedì e venerdì alle 19 una nuova puntata sulle pagine Facebook e Youtube di Carteinregola Cominciamo il 23 gennaio con un’intervento del costituzionalista Francesco Pallante: Come la Costituzione garantisce la separazione dei poteri e  l’autonomia della magistratura. Tra poche settimane si voterà per il referendum sulla riforma costituzionale della magistratura e nonostante lo straordinario risultato delle 500.000 firme raccolte in poche settimane per la richiesta di referendum popolare, le forze del SI continuano ad essere in vantaggio,  seppure con una progressiva riduzione della distanza dal fronte del NO. Il motivo principale è il disinteresse di molti cittadini, che pensano che la riforma non li riguardi, e soprattutto la disinformazione, favorita anche dalla  complessità dell’argomento, che  premia  gli  slogan di facile presa su chi – i più – non ha occasione di informarsi o di essere informato, e penalizza chi vuole  spiegare seriamente le tante ragioni  per opporsi. L’ impegno è quindi, come sempre, sul fronte della comunicazione, per  moltiplicare le occasioni di incontro e di dibattito e per  realizzare e diffondere materiali accessibili a tutti, che facciano comprendere che non si tratta di difendere i magistrati, ma i principi della nostra Costituzione e l’autonomia della magistratura, che sola può tutelare i cittadini – soprattutto i più deboli – dalla prepotenza dei più forti. L’Associazione Carteinregola, come già durante l’iter di approvazione dell’Autonomia regionale differenziata, intende lanciare una serie di puntate di approfondimento dei motivi del NO, con video di 10’ circa, ciascuno dedicato a uno slogan dei sostenitori della riforma trasformato in FAQ (domande frequenti) a cui risponde un esperto/a sul tema, rivelando la realtà che si cela  dietro le trombe della propaganda.  Interventi che possono riguardare gli aspetti giuridici della riforma e le loro ricadute, soprattutto sui diritti dei cittadini, o interventi dei protagonisti di tante realtà della società civile che hanno aderito ai comitati del NO, ciascuna con le motivazioni che scaturiscono dalla storia e dall’identità dell’organizzazione. Sono invitati a intervenire i presidenti dei Comitati del NO, giuristi, magistrati, avvocati, insieme a rappresentanti di tante organizzazioni della società civile che si stanno impegnando nella campagna. Hanno già dato la disponibilità: Silvia Albano, segretaria di Magistratura Democratica, Gaetano Azzariti, costituzionalista, Alfredo M. Bonagura, Consigliere Corte d’appello di Roma, Marina Boscaino, portavoce Comitati no AD, Christian Ferrari, Cgil nazionale, Enrico Fontana, Segretario di Legambiente nazionale, Elena Granaglia, Forum Disuguaglianze Diversità, Enrico Grosso, Presidente Comitato Giusto Dire NO, Rocco Maruotti segretario dell’associazione nazionale Magistrati, Francesco Pallante, costituzionalista, Maria Teresa Polito, magistrata della Corte dei conti, Emilio Ricci vicepresidente ANPI, Giovanni Salvi, già Procuratore generale della Repubblica. La  serie si aprirà venerdì 23 gennaio dalle 19, con un’intervento del costituzionalista Francesco Pallante sulle basi costituzionali della nostra democrazia, con la separazione dei poteri e l’ordinamento che ha garantito dal 1948 a oggi l’autonomia della magistratura e da alcuni interventi che affrontano  lo scenario  generale delle riforme in atto che si collocano, insieme a quella della magistratura, in un quadro di smantellamento di molti fondamenti e diritti costituzionali: dall’autonomia differenziata al premierato, dal Decreto sicurezza alla riforma della Corte dei Conti, alla riforma della legge elettorale, tutti  indici di un disegno inteso a rafforzare l’esecutivo. Quindi la serie passa in rassegna, in ogni puntata, un argomento specifico delle “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”, per rispondere alle principali argomentazioni del SI, indicando per ciascun argomento le ricadute sui cittadini. Di seguito alcuni esempi: Una riforma della giustizia?  (Una giustizia più  efficiente,  più rapida,  più giusta per il cittadino?) Una riforma della separazione delle carriere? (Un giudice più imparziale e indipendente dal PM? Difensore e PM uguali davanti al Giudice? Il cittadino sarà più o  meno tutelato dal nuovo  PM?) La magistratura sarà meno “politicizzata”? (La scelta del sorteggio libererà il Consiglio Superiore della Magistratura dalle correnti ?Le correnti dei magistrati sono un male da eliminare?) L’autonomia della magistratura sarà garantita?  (Il pubblico ministero sarà sottoposto all’esecutivo?  La nuova  speciale corte disciplinare funzionerà meglio dell’attuale CSM? ) Ecc. In  parallelo sono proposte le testimonianze e le ragioni delle tante realtà della società civile che si stanno impegnando per la campagna referendaria Per osservazioni e precisazioni scrivere a laboratoriocarteinregola@gmail.com 21 gennaio 2026
January 22, 2026
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Claudio De Fiores: la riforma della giustizia, prove generali di premierato
Foto AMBM Pubblichiamo l’articolo del costituzionalista dal sito del Centro per la Riforma dello Stato, 14 dicembre 2025. Il testo è parte di un saggio più ampio, di prossima pubblicazione in un volume edito dalla rivista Left. LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA, PROVE GENERALI DI PREMIERATO di Claudio De Fiores* La riforma Nordio-Meloni non si propone di risolvere i gravi problemi dell’amministrazione della giustizia, né riduce i tempi dei processi. Ad avvantaggiarsene sarà solo l’esecutivo che confida in un effetto domino, il cui esito ultimo non potrà che essere il premierato. Il primo aspetto da chiarire è che la cosiddetta “riforma della giustizia” proposta dal Governo non costituisce un intervento volto a modernizzare l’ordinamento giudiziario. Essa non si propone di risolvere i problemi strutturali dell’amministrazione della giustizia, né di correggere le disfunzioni derivanti dalla (dis)organizzazione dei tribunali, né di ridurre i tempi ormai estenuanti dei processi. Non inciderà sulla carenza di organico, né sulla drammatica situazione delle carceri, e non impedirà il ripetersi di casi giudiziari dolorosi come quelli di Garlasco o di Enzo Tortora. Né, grazie ai contenuti della riforma, i cittadini saranno maggiormente tutelati e meno esposti a eventuali incursioni o a possibili eccessi della pubblica accusa. Sdoppiare – come la riforma si propone – il Consiglio superiore della magistratura e costituire un organo separato dei pubblici ministeri tutto è, tranne che una buona soluzione per limitare ruolo e funzioni dell’ufficio requirente. Il secondo aspetto da precisare è che per realizzare la cd. separazione delle carriere si sarebbero potute perseguire altre soluzioni: non era necessario modificare la Carta repubblicana. Continuare a ostentare la separazione delle carriere quale portato preminente – se non esclusivo – della legge di revisione è un’efficace trovata propagandistica dei fautori della riforma, un abile espediente retorico. Ma nulla di più. E la ragione è evidente: nel nostro ordinamento il discrimine tra funzioni giudicanti e funzioni requirenti è già operante. Esso è stato progressivamente introdotto, a Costituzione invariata, dal decreto Mancino (D.Lgs. 5 aprile 2006, n. 160) e poi dalla legge Cartabia (L. 17 giugno 2022, n.  71). Due normative che hanno imposto vincoli stringenti ai passaggi tra ruoli, riducendo la mobilità interna e introducendo, in via di fatto, la separazione delle carriere. La riforma assecondando un approccio pleonastico si limita pertanto a formalizzare, sul piano costituzionale, ciò che è stato già previsto sul piano legislativo. Come ha recentemente evidenziato Margherita Cassano, prima presidente della Corte di cassazione, in audizione alla Commissione Affari costituzionali della Camera, negli ultimi cinque anni solo lo 0,83% dei pubblici ministeri ha chiesto di passare a funzioni giudicanti e appena lo 0,21% dei giudici ha chiesto di diventare pm. Insomma, oggi da separare è rimasto ben poco. Ma chi ha promosso la legge davvero ne ignorava la scarsa rilevanza pratica? O sono piuttosto altre le finalità della riforma? Se la legge di revisione non è destinata a migliorare le condizioni di vita dei cittadini, né a modernizzare l’organizzazione della giustizia, chi potrà mai allora trarne dei vantaggi? La risposta è una soltanto: l’esecutivo. E non vi è da sorprendersi. La riforma che sarà sottoposta al voto popolare è nata su iniziativa della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Una revisione di parte, sostenuta dalla maggioranza e considerata da tutte le forze politiche della destra italiana necessaria e anzi improcrastinabile. Ma non per arginare la malagiustizia o le arretratezze della macchina giudiziaria, ma piuttosto per porre fine alle crescenti tensioni innescatesi, in questi anni, tra magistratura e potere politico. Una vera e propria resa dei conti contro l’autonomia dei giudici e l’indipendenza della magistratura, accusata, in più occasioni, di aver ostacolato la volontà politica dell’esecutivo: dall’imbarazzante vicenda dei centri di detenzione in Albania alla mancata registrazione da parte della Corte dei Conti della delibera sul Ponte dello Stretto. Decisione liquidata dai vertici dell’esecutivo come «l’ennesimo atto di invasione della giurisdizione sulle scelte del Governo e del Parlamento» (Ansa, 29.10.2025). A esplicitare, in modo così encomiabile, contenuti e finalità della revisione in corso è stata la stessa Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Queste le sue testuali parole: «La riforma costituzionale della giustizia e la riforma della Corte dei Conti […] rappresentano la risposta più adeguata a una intollerabile invadenza, che non fermerà l’azione di Governo». La revisione costituzionale delle norme sulla giustizia assume oggi pertanto i connotati espliciti di una ritorsione del Governo contro la magistratura. Ma anche contro il Parlamento. In occasione della sua approvazione, i banchi dell’esecutivo, ben lontani dal rimanere vuoti – come aveva ammonito Piero Calamandrei – si sono affollati all’inverosimile. D’altra parte, il tentativo messo in atto, in questa occasione, dal Governo era quanto mai eterodosso e ambizioso: comprimere il dibattito, sventare gli emendamenti, blindare il disegno di legge. Un tentativo riuscito appieno e pertanto festeggiato al momento del voto con applausi e abbracci nei banchi del governo. Un fotogramma che non ha precedenti nella storia repubblicana. Dal giorno della sua presentazione fino al voto finale, il testo è rimasto immodificato: granitico, intangibile, perfettamente conforme alla versione originaria. I quattro passaggi parlamentari previsti dall’art. 138 Cost. si sono consumati senza lasciare traccia: più che un iter parlamentare, una vera e propria manifestazione di fedeltà della maggioranza verso il suo capo. Una torsione che il Governo intende ora sanare sottoponendo la riforma alla «pura corrente ed ai lavacri» del pronunciamento popolare. Di qui i ripetuti tentativi (già altre volte praticati nella storia repubblicana) di manomettere l’istituto referendario e il suo spirito costituzionale: da strumento oppositivo a confermativo, da arma dell’opposizione a sigillo della maggioranza, da pratica attiva di resistenza costituzionale a plebiscito. La recente revisione costituzionale ripropone, in chiave attuale, un nodo che fu al centro dei lavori della Costituente. Palmiro Togliatti, all’epoca ministro di Grazia e Giustizia, propose l’inserimento del pubblico ministero all’interno dello stesso ordine della magistratura. Tale scelta segnò una netta discontinuità rispetto al modello delineato dal Codice Rocco del 1930, che configurava il pubblico ministero come organo gerarchicamente dipendente dal Ministro della Giustizia e, dunque, sostanzialmente subordinato all’esecutivo. La posizione di Togliatti si fondava sull’esigenza di garantire al pubblico ministero le medesime garanzie di indipendenza riconosciute ai giudici: perché solo così poteva essere efficacemente assicurata l’imparzialità dell’azione penale e, con essa, la tutela dei diritti dei cittadini. La scelta di inserire nell’art. 112 della Costituzione l’obbligatorietà dell’azione penale fu coerente con questa visione e sancì che nessun governo potesse decidere quali reati perseguire e quali ignorare. Optando per questa soluzione, la Costituzione repubblicana superava il modello del Codice Rocco e costruiva un assetto costituzionalmente avanzato fondato sulla separazione dei poteri e sull’autonomia della magistratura. Ed è proprio questo equilibrio a essere rimesso oggi in discussione dalla riforma Meloni. Una riforma che rischia di ricondurre la magistratura nella sfera del Governo. Non deve quindi sorprenderci se una nutrita schiera di politici e politologi, giuristi e studiosi delle istituzioni, di destra e di sinistra, da sempre attratti dal mito della governabilità, guardi oggi con favore a questa riforma. Essa appare, ai loro occhi, come l’anticipazione di un processo di accentramento dei poteri nelle mani del capo dell’esecutivo, il cui coronamento non potrà che essere il premierato. L’effetto che si intende sortire è, quindi, evidente: comprimere il ruolo costituzionale e gli spazi di autonomia di tutti gli organi di garanzia. Oggi la magistratura, domani la Presidenza della Repubblica. Una ragione in più per opporsi. (*) Claudio De Fiores è professore ordinario di Diritto Costituzionale presso l’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” 23 dicembre 2025 NOTA L’articolo è stato pubblicato dal Centro per la Riforma dello Stato il 14 dicembre 2025. Per osservazioni e precisazioni rispetto alla sua pubblicazione sul sito di Carteinregola scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com
December 23, 2025
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