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L’Appello: Poteri di Roma Capitale, l’altra riforma costituzionale che avanza senza nessun   coinvolgimento dei cittadini
In questi giorni è finalmente emersa nel dibattito pubblico la riforma costituzionale della magistratura, su cui cittadine e cittadini saranno chiamati a esprimersi la prossima primavera. Ma c’è un’altra riforma costituzionale a cui  il Governo sta imprimendo una forte accelerazione che sta passando completamente in sordina, la Modifica dell’articolo 114 della Costituzione in materia di Roma Capitale, che intende conferire a Roma i poteri legislativi di una Regione per 11 materie, comprimendone l’ambito al solo perimetro comunale, con l’esclusione quindi di quell’ ”anello” metropolitano che ne è ormai  da tempo parte integrante. Trenta associazioni e comitati e decine di esponenti del mondo civico, accademico, culturale,  di Roma e non solo, chiedono al Sindaco di Roma Capitale e della Città Metropolitana Gualtieri,  al Presidente della Regione Lazio Rocca,  ai Presidenti dei Municipi e a tutte le istituzioni e le forze politiche,  di impegnarsi perché la riforma sia messa finalmente al centro di un dibattito con le cittadine e i cittadini romani,   compresi  quelli che si sono  trasferiti per necessità abitative nei comuni limitrofi, riportando il progetto della governance all’ambito metropolitano. APPELLO PER L’AVVIO DI UN DIBATTITO DEMOCRATICO SULLA RIFORMA COSTITUZIONALE  DI ROMA CAPITALE  Stanno accelerando le modifiche che la  maggioranza di centro destra sta infliggendo all’ attuale assetto democratico del nostro Paese: autonomia regionale differenziata, premierato, ordinamento della magistratura,  provvedimenti che hanno visto levarsi un movimento contrario  di cui è protagonista anche  la società civile.  Una riforma che, come le precedenti, riscrive un articolo della Costituzione, sta  invece passando in sordina, sostenuta da un fronte che comprende destra e sinistra, ultimamente rivisitata  dal Governo Meloni in accordo con il Sindaco Gualtieri e il Presidente del Lazio Rocca: il disegno di legge costituzionale di Modifica dell’articolo 114 della Costituzione in materia di Roma Capitale. Un disegno di legge che  conferisce all’Assemblea capitolina  i poteri legislativi su alcune materie attualmente concorrenti Stato/Regione che diventerebbero  concorrenti Stato/Roma Capitale (governo del territorio; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali) e su alcune delle cosiddette “materie residuali”, allo stato attuale di esclusiva competenza legislativa della Regione, che diventerebbero  di esclusiva competenza di Roma Capitale (trasporto pubblico locale; polizia amministrativa locale; commercio; turismo; artigianato; servizi e politiche sociali; edilizia residenziale pubblica; organizzazione amministrativa di Roma Capitale).  Prerogative che verrebbero esercitate all’interno del solo perimetro comunale. Una riforma che riteniamo inutile per la risoluzione degli annosi problemi della Capitale, e anche dannosa,soprattutto per il definitivo abbandono della prospettiva della Città metropolitana i cui comuni continuerebbero a rispondere alla legislazione regionale creando una evidente e insanabile discrasia: sono a tutti evidenti le forti interconnessioni che si sono andate nel tempo sempre più consolidando tra capoluogo e il resto dei comuni (per tutte il sistema dei trasporti).    Ma è preoccupante in generale l’accentramento di poteri nell’organo comunale,  senza più i contrappesi del confronto con l’amministrazione regionale,  che rischia di attribuire uno smisurato potere decisionale su materie fondamentali per lo sviluppo della città alle maggioranze politiche capitoline del momento. E resta indefinito nei contenuti e nella tempistica se si procederà verso un effettivo decentramento ai Municipi, cavallo di battaglia elettorale di tutti i partiti,  prontamente accantonato dopo ogni consultazione.  Ma soprattutto pesa la scarsa informazione e partecipazione dei cittadini su un tema che dovrebbe essere oggetto di un dibattito esteso e di un confronto democratico.  Roma ha il diritto ad avere riconosciute le peculiarità come Capitale e anche i mezzi per affrontare le tante  problematiche che ne hanno accompagnato la storia e lo sviluppo disarmonico. Ma la strada non passa dal concentrare i poteri, ma da una Amministrazione con più risorse finanziarie, con strutture tecniche-amministrative più adeguate per presenze e profili professionali, più autonomia amministrativa e più aperta e dialogante con i cittadini, del Comune e della Città metropolitana. Il 29 dicembre sono stati depositati gli emendamenti della Commissione Affari costituzionali, presto il ddl arriverà in parlamento.  Chiediamo che,  anziché accelerare i tempi in vista delle elezioni della primavera 2027, la riforma esca dal ristretto ambito delle aule parlamentari, dei tavoli istituzionali e soprattutto degli annunci che non raccontano nulla ai cittadini,  limitandosi alla retorica di generici riconoscimenti   al ruolo del Comune di Roma in quanto Capitale.  Chiediamo al Sindaco  di Roma Capitale e della Città Metropolitana Gualtieri,  al Presidente della Regione Lazio Rocca,  ai Presidenti dei Municipi e a tutte le istituzioni e le forze politiche di impegnarsi perché la riforma sia messa finalmente al centro di un dibattito con le cittadine e i cittadini romani, tutti i cittadini,   quelli che risiedono  all’interno del perimetro comunale e quelli che si sono  trasferiti per necessità abitative nei comuni limitrofi, riportando il progetto della governance all’ambito metropolitano .  Chiediamo che si abbandoni la strada di un sempre più marcato accentramento di poteri in poche mani in nome di presunte efficienze e accelerazioni delle  procedure e si rinnovino le pratiche democratiche di dialogo e confronto con i cittadini e i territori,   secondo lo spirito della nostra Costituzione. Associazione Carteinregola, Associazione Aspettare Stanca, Associazione A Sud, ARCI Roma, Associazione Artù, Associazione Bianchi Bandinelli,  CILD Centro di iniziativa per la Legalità Democratica, DiarioRomano, Comitato per la difesa della pineta di Villa Massimo, Circolo Fratelli Rosselli, Cittadinanzattiva Lazio, Associazione Da Sud, Associazione di Quartiere Fontana Candida, Ass. IL MIO AMICO ALBERO ODV, Associazione Insieme per la Curtis Draconis,  Italia Nostra Roma, Associazione Mare libero, Associazione Progetto Celio, Comitato per il Progetto Urbano San Lorenzo e la Salvaguardia del Territorio, Comitati per il Ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti, Associazione Roma Ricerca Roma, Associazione Simbolo, Salviamo il Paesaggio Roma e Lazio, Comitato Stadio Flaminio, Associazione Tavoli del Porto, TUTraP-APS , VAS onlus, Comitato Villa Blanc, Associazione Villa Certosa OdV, WWF Roma e Area Metropolitana    * Ilaria Agostini, ricercatrice di urbanistica Università di Bologna * Ella Baffoni, giornalista * Paolo Berdini, urbanista * Piero Bevilacqua, storico * Lucio Carbonara, urbanista * Filippo Celata, docente  di Geografia economica, Università di Roma La Sapienza * Carlo Cellamare, docente di  Urbanistica, Università di Roma La Sapienza * Danilo Chirico, giornalista e scrittore * Silvano Curcio, Docente di Management dei patrimoni immobiliari e urbani, Università di Roma La Sapienza * Vezio De Lucia, urbanista * Stefano Deliperi,  presidente Gruppo d’Intervento Giuridico * Giuseppe De Marzo, economista, attivista, giornalista e scrittore * Mirella Di Giovine, architetto, Università di Roma La Sapienza * Maria Pia Guermandi, coordinatrice Emergenza cultura * Clara Habte, giornalista * Visenta Iannicelli, già dirigente di Roma CapitaleMaria Ioannilli, già docente di Tecnica Urbanistica, Università di Roma Tor Vergata * Susanna Le Pera, già responsabile del Servizio Carta per la Qualità di Roma Capitale * Paola Loche, Naturalista * Paolo Maddalena, vice Presidente emerito della Corte Costituzionale * Clarice Marsano, già funzionario del Ministero dei Beni culturali * Marina Montacutelli, CNR * Tomaso Montanari, storico dell’arte * Marco Miccoli, vicepresidente nazionale Anppia * Loretta Mussi, medico * Giorgio Osti portavoce del Coordinamento delle Associazioni per il Regolamento del Verde e del Paesaggio urbano di Roma Capitale * Pancho Pardi, già Professore di Urbanistica Università di Firenze, ex Senatore * Rita Paris, già Direttore del Parco Archeologico dell’Appia Antica * Massimo Pasquini, già segretario nazionale Unione Inquilini * Rosario Pavia, urbanista * Barbara Pizzo,  professoressa Associata di Urbanistica  Università di Roma La Sapienza * Daniela Rizzo, archeologa, già Ministero Beni Culturali * Enzo Scandurra, urbanista * Maria Spina, architetto * Pietro Spirito, economista dei trasporti * Giancarlo Storto, urbanista * Vincenzo Vita, giornalista e saggista (…) Roma, 19 gennaio 2026 Per aderire scrivere a: info@carteinregola.it con OGGETTO: APPELLO DIBATTITO RIFORMA ROMA CAPITALE, specificando l’eventuale qualifica da indicare insieme al nome del sottoscrittore/trice Per osservazioni e precisazioni scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com Vedi anche : Roma Capitale,  Roma Città Metropolitana, Decentramento Municipi cronologia e materiali
Emilio Ricci: i buoni motivi per votare No al referendum sui magistrati e la vera essenza della riforma
l’avvocato Emilio Ricci, vicepresidente nazionale ANPI, Marina Pierlorenzi, presidente ANPI provinciale Roma Da Patria indipendente l’intervento dell’avv. Emilio Ricci, vicepresidente nazionale ANPI,   al Convegno tenutosi a Roma il 14 novembre scorso su “Separazione delle carriere e Legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” Le norme introdotte dal governo vengono presentate nella propaganda come soluzione per rendere il processo più trasparente e veloce, ma è un falso. In realtà l’elemento fondamentale che entra in gioco è l’equilibrio dei poteri dello Stato. Se si volessero davvero velocizzare i procedimenti in tribunale, si dovrebbero adottare ben altri strumenti, come la depenalizzazione dei “reati da cortile”. E non a caso preoccupano al contempo le misure approvate in materia di ordine pubblico. Intervento al convegno “Separazione delle carriere e Legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” organizzato dall’Associazione nazionale dei partigiani Siamo tutti qui per ragionare su questa questione molto complessa e delicata che va approfondita anche perché la battaglia che noi intendiamo fare, la battaglia referendaria, è una battaglia che ci vede impegnati come ANPI in prima fila, affiancati all’Associazione Nazionale Magistrati che ha organizzato un proprio comitato per il No. Vorrei spiegare rapidamente per quale ragione oggi noi abbiamo ritenuto di organizzare un incontro che parli della separazione delle carriere da un lato e della legge sicurezza dall’altro: sembrerebbero due questioni tecnicamente tra di loro molto diverse, ma in realtà sono strettamente collegate da un filo comune. La separazione delle carriere incide sull’ordinamento giudiziario, sul rapporto tra magistratura requirente e giudicante e sugli aspetti di rilevanza costituzionale della giurisdizione. La nuova legge sulla sicurezza pubblica incide su ambiti diversi (sull’immigrazione, sull’ordine pubblico, sulle misure prevenzione, sui poteri delle forze dell’ordine) ma, in realtà, io ritengo che queste due riforme debbano essere osservate con un’attenzione comune: secondo me, il motivo politico fondamentale e strutturale per il quale questo governo oggi si muove su questi terreni, è perché ritiene che il sistema vigente, munito di contrappesi significativi sia troppo garantista, troppo complicato, troppo lento, per cui è necessario “semplificare” per rendere più efficienti i meccanismi decisionali e ridurre gli spazi di conflitto e di controllo sul suo operato. La separazione delle carriere in realtà viene presentata come un modo per rendere il processo più trasparente. “Chi accusa accusa… Chi giudica giudica” … uno slogan semplicistico che colpisce la fantasia delle persone in maniera mediatica, non in maniera sostanziale, perché in realtà l’elemento che entra in gioco fondamentale è quello dell’equilibrio dei poteri dello Stato. Nello stesso modo anche la legge sicurezza viene presentata come una risposta a emergenze reali: criminalità, terrorismo e gestione flussi migratori. Quando vengono sollevati dubbi sul sistema normativo che si vuole introdurre con la riforma costituzionale, coloro i quali pongono dubbi e prospettano i rischi insiti nelle modifiche vengono additati come nemici dell’ordine, come persone che in realtà non vogliono una gestione più garantista, più serena delle questioni legate all’ordine pubblico, e che vogliono condizionare lo sviluppo della sicurezza nel nostro Paese. Quindi il profilo che valuterei è quello della necessità di comprendere se le nuove disposizioni in qualche modo rafforzano o se indeboliscono quelli che sono i contrappesi costituzionali. Abbiamo intanto una valutazione di tipo generale su questo profilo. Sulla separazione delle carriere credo di essere uno dei pochi avvocati in Italia che è contrario alla separazione delle carriere. Vi sono molti, come le associazioni di categoria e, in particolare, la Camera penale che sono favorevoli alla riforma, con un orientamento dal quale dissento. La mia opinione è che oggi l’ordinamento costituzionale prevede un unico Consiglio Superiore della Magistratura, quindi con un’unica garanzia di indipendenza dei magistrati sia per quanto riguarda la funzione del pubblico ministero sia in relazione alla funzione del giudicante: noi, infatti, abbiamo di fronte una garanzia di tipo generale nel senso che i magistrati sono garantiti da una ormai sostanziale separazione delle carriere realizzata progressivamente nel tempo e confermata anche dalla ulteriore riduzione della possibilità di passare da una funzione all’altra sancita nell’ultima riforma Cartabia. La voce di chi, invece, è favorevole è quella di sostenere che la imparzialità del giudice sarebbe garantita maggiormente da una diversa cultura rispetto a quella del pubblico ministero: quindi, la separazione dovrebbe garantire da un lato l’autonomia del pubblico ministero rispetto al giudice, quando – al contrario noi riteniamo, e anch’io ritengo – che la attuale unità delle carriere, la presenza di un unico Consiglio Superiore sia proprio una garanzia della indipendenza della Magistratura da qualsiasi potere esterno. Quindi, anche se ovviamente nella proposta di legge costituzionale non è esplicitamente detto, noi sappiamo bene quali siano i rischi inseriti in una riforma di questo tipo. Noi sappiamo oggi e lo sanno bene coloro i quali svolgono l’ufficio di Procura, quale sia il carico di lavoro che i PM hanno, carico che determina che molte attività di indagini siano delegate alla polizia giudiziaria nelle sue varie articolazioni: nel caso in cui la riforma costituzionale venisse approvata in sede referendaria e la funzione del Pubblico ministero venisse separata da quella del giudice, la dipendenza della polizia giudiziaria dal potere esecutivo potrebbe portare ad un significativo condizionamento dell’attività di indagine da parte delle procure. Questo ve lo dico anche per una mia lunghissima esperienza personale come avvocato: vi è, infatti, la necessità di individuare le priorità ed è proprio questo il profilo che noi temiamo perché leggiamo che dietro a queste idee vi è il rischio che il Pubblico ministero possa un domani, (anche se – l’ho detto e lo ripeto – non è oggi esplicitamente previsto dalla norma costituzionale) essere condizionato dal potere esecutivo sulla individuazione dei reati da perseguire e che di fatto si giunga alla cosiddetta rinunciabilità dell’azione penale che sarebbe, per noi cittadini, una violazione importante, significativa e molto compromettente di quello che è invece il fondamento democratico sul quale si basa l’esercizio dell’azione penale obbligatoria. Tenete presente che tutte queste modifiche vengono contrabbandate come norme di riforma per la velocizzazione dei processi, ma non è così. In realtà, il problema è assolutamente diverso, ed è fondato esclusivamente sul fatto che noi non siamo in grado di gestire la quantità dei processi che pendono, problema che mai nessuno ha voluto affrontare: sono più di 50 anni che svolgo questo lavoro, e non solo io ma tanti colleghi e amici che con me lavorano nei Tribunali si rendono conto che la vera riforma della Giustizia, l’unica vera riforma della Giustizia penale significativa, sia una importante depenalizzazione dei reati, quelli che io definisco i reati da cortile, che però intasano gli uffici giudiziari e non consentono lo svolgimento, invece, di attività di indagine più importanti e anche di carattere più pregnante per quanto riguarda la coltivazione della legalità nel nostro Paese. È chiaro che il problema della depenalizzazione pone un problema importante dal punto di vista della gestione poi di tutte queste situazioni depenalizzate. Noi abbiamo purtroppo un sistema per cui tutte le sanzioni amministrative che sono migliaia e migliaia, decine di migliaia, se non addirittura centinaia di migliaia, non vengono discusse. Vi dò un dato che ho avuto appunto in relazione allo svolgimento dell’attività professionale: Equitalia Giustizia che è delegata la raccolta delle sanzioni, riscuote il 2% delle spese di giustizia che vengono comminate dai Tribunali. Voi capite bene che con questo sistema non è possibile pensare a una riforma che non sia anche una riforma del sistema di esazione delle sanzioni o di gestione di quelle che potrebbero essere domani le sanzioni amministrative per quelle legate ai reati eventualmente depenalizzati. Ma io non sto parlando di una parte di depenalizzazione del 10%: io parlo del 60-65% dei reati poi non giungono a processo. La magistratura giudicante riesce a smaltire meno del 50% dei reati che vengono portati dalle Procure all’attenzione dei giudici per la fase dibattimentale: quindi sotto questo profilo il problema è che, di fatto, si determina una sorta di depenalizzazione indotta alla quale si associa il problema fondamentale della certezza della giustizia, del diritto e della pena, che sono questioni che a livello sociale impattano significativamente sull’immagine della giustizia perché noi non stiamo parlando qui dei grandi processi, delle grandi indagini che hanno una loro corsia preferenziale, un loro modo di essere oggetto di interesse sia da parte dei giudici inquirenti che della parte giudicante, ma parlo di quella enorme quantità di procedimenti che non vedono una fine se non attraverso la prescrizione, determinando quindi una sostanziale fondamentale incertezza del diritto che causa una serie di problemi e di disvalori di carattere sociale. Vi sono processi che durano 10 – 11 – 12 anni e che determinano, come potete immaginare, danni in tutte le situazioni e articolazioni: pensate ai dipendenti pubblici che vengono inquisiti per anni e che non possono avere avanzamenti di carriera; pensate alle persone che subiscono processi per cui devono pagarsi avvocati, devono provvedere a una serie di questioni che sicuramente li condizionano pesantemente nel corso della vita. Queste sono le questioni che io pongo in maniera generale, in maniera politica perché l’obiettivo che abbiamo non è quello ovviamente di fare una o, quantomeno, non solo quello di fare una battaglia tecnica nei confronti di questa legge costituzionale ma anche quello di assumere posizioni rispetto alle involuzioni autoritarie sanzionatorie della legge sicurezza. Io credo che questo sia un profilo che si lega (e l’ANPI, diciamo, nelle ultime riunioni anche del Comitato nazionale di questo ne ha parlato e ne ha discusso) anche all’esercizio delle proprie libertà, dei propri diritti, della libertà di parola, della libertà di associazione, di tutte quelle che sono le libertà garantite costituzionalmente e che devono essere rafforzate piuttosto che indebolite. Quindi l’ANPI su questo tema è contro la riforma costituzionale e contro la legge sicurezza e ritiene che sia un vulnus significativo all’interno del comparto della struttura costituzionale che da anni ci governa e che, a parte qualche deviazione, esistente in tutti i Paesi, ha garantito una forte presenza democratica, all’interno della quale noi riusciamo comunque a gestire la libertà in maniera autonoma, tale da farci pensare che questo sia comunque, al di là delle varie involuzioni, un Paese dove si vive bene e dove, proprio per questo, bisogna contrastare in maniera forte ogni involuzione di tipo antidemocratico. Mi soffermo rapidissimamente su due questioni che caratterizzano questa riforma costituzionale, tenendo conto che del sorteggio dei magistrati parleranno altri meglio e più di me. Farò quindi riferimento ancora a due punti: il referendum (di cui dirò alla fine) e l’Alta Corte di Giustizia. Noi oggi abbiamo un Consiglio Superiore della Magistratura che giudica attraverso una propria sezione disciplinare e poi eroga le sanzioni a tutti i magistrati: pubblici ministeri e giudici. Il magistrato che viene sanzionato ha la possibilità di ricorrere alle Sezioni Unite della Cassazione. È una garanzia molto importante, di rilevanza costituzionale in quanto il magistrato, per la delicatezza dell’attività che svolge, deve essere tutelato al massimo quando viene sottoposto a procedimento disciplinare. La riforma prevede un organo ibrido che non si comprende bene cosa sia. L’Alta Corte di Giustizia è caratterizzata da una “trazione politica”: inoltre emerge un evidente problema di costituzionalità in quanto, qualora il magistrato venisse condannato in primo grado dall’Alta Corte di Giustizia, si prevede che l’appello debba essere fatto di fronte allo stesso organo senza alcuna previsione del ricorso alle sezioni unite della Corte di Cassazione. Mi ricordo un po’ del medesimo problema, quando mi sono occupato delle questioni legate alla revoca degli emolumenti dei parlamentari dei senatori: anche lì, l’Autodichia è in primo e secondo grado sostanzialmente dinanzi allo stesso organo. Questa è una cosa molto, molto grave e molto delicata sulla quale noi dobbiamo batterci perché lì sta, a mio avviso, uno degli aspetti involutivi sostanziali e fondamentali della riforma. Cioè, se noi non garantiamo il doppio grado di giudizio dinanzi a organi diversi e al di sopra delle valutazioni politiche delle parti, noi corriamo il rischio di andare verso un degrado del quale non conosciamo la fine. Questione referendum. Noi ovviamente siamo per il No deciso e rispetto a ciò la mancanza del quorum potrebbe rappresentare una garanzia importante. Io personalmente sono convinto di una cosa: in realtà, credo che sia più la società civile, quella che è qui e che è fuori, che debba, in qualche modo, contrastare questo disegno autoritario e debba andare a votare per il No. Il Sì secondo me è legato a una percentuale limitata, non dimentichiamo che il governo che millanta il favore della maggioranza dei cittadini, è stato eletto grazie anche a una legge elettorale demenziale dal 14% dei votanti, con una tensione pari al 50%… Quindi io ritengo che debba condursi una battaglia culturale e intellettuale che non coinvolga, almeno per quanto riguarda l’ANPI, soltanto il profilo tecnico (di difficile comprensione da parte della maggioranza della popolazione), ma che venga condotta come una battaglia fatta per i diritti, con parole semplici e comprensibili. Perché dietro a questa questione della separazione delle carriere vi sono in agguato tutta una serie problemi che minerebbero in maniera sostanziale la nostra libertà e la nostra Costituzione: parlo della difesa dei diritti fondamentali che attualmente vengono garantiti e che potrebbero essere compromessi. Avvocato Emilio Ricci, vicepresidente nazionale ANPI. Trascrizione della introduzione al Convegno tenutosi a Roma il 14 novembre scorso su “Separazione delle carriere e Legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” 30 dicembre 2025 > Vai alla registrazione del Convegno del 14 novembre 2025 “Separazione delle > carriere e legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” su > Radio Radicale > > Vai a Riforma costituzionale della magistratura, cronologia e materiali Per osservazioni e precisazioni sulla pubblicazione del testo di Patria Indipendente scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com
Gaetano Azzariti: il contesto della riforma costituzionale in materia di ordinamento della giustizia
Intervento di Gaetano Azzariti, Professore ordinario di diritto costituzionale all’ Università La Sapienza di Roma al Convegno “Separazione delle carriere e legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?”, organizzato dall’ANPI, Roma Auditorium via Rieti, 14 novembre 2025 (da Questione Giustizia 16 dicembre 2025) 1. Vorrei soffermarmi sul contesto, più che sul testo. Se vogliamo ben comprendere la portata e gli effetti della riforma costituzionale in materia di ordinamento della giustizia è necessario infatti riflettere anche, e forse soprattutto, sulla crisi più generale della democrazia. Anzitutto rilevando la sua chiara connessione. Difatti non credo possa negarsi che la profondità delle trasformazioni in corso in tutti gli ordinamenti di democrazia occidentale abbiano una loro diretta incidenza sul sistema giudiziario e di tutela dei diritti. Anche se non possiamo esaminare adeguatamente in questa sede le complesse trasformazioni globali, credo che nessuno possa sottovalutare la portata storica dei processi innescati dall’aggressività di Putin, dall’arroganza di Trump, dall’afasia ormai congenita dell’Europa, dal moltiplicarsi degli ordinamenti dispotici, dall’impotenza delle istituzioni dell’ONU, dalla barbarie delle pratiche genocidarie che si stanno sviluppando sotto i nostri occhi impotenti. Stiamo assistendo ad una complessiva rottura degli equilibri mondiali. È in questo contesto che le difficoltà di far valere i diritti, l’autonomia e il ruolo dei giudici si sono palesate in modo drammatico: c’è chi parla ormai di fine del diritto internazionale e ritorno del diritto della forza.  Anche senza giungere a così definitive conclusioni, appare comunque fondata la constatazione di una giustizia internazionale che non sembra più in grado di esercitare efficacemente un suo ruolo autonomo, basta pensare all’impotenza della Corte penale internazionale e agli attacchi ritorsivi che stanno subendo i componenti della Corte stessa. All’interno degli Stati, poi, la crisi della democrazia e gli effetti sull’autonomia del potere giudiziario sono ancor più espliciti. Se prima apparivano delle eccezioni i casi delle cosiddette democrazie illiberali (l’Ungheria, la Polonia, quest’ultima almeno sino alle ultime elezioni) nei cui confronti erano diffuse le condanne delle ripetute violazioni dei principi dello stato di diritto, ora l’insofferenza nei confronti dei giudici quando questi limitano o sanzionano chi governa si sono generalizzate, mentre acquiescenti appaiono le reazioni degli Stati e delle istituzioni democratiche. Basta pensare a quel che sta succedendo nella patria dei “checks and balances“, gli Stati Uniti. Insomma, non sembra che per la giustizia e le tutele giurisdizionali, oltre che per l’ordinamento giurisdizionale nel suo complesso, tiri una bella aria da nessuna parte nel mondo. 2. Per tornare ora al nostro Paese, mi vorrei limitare ad osservare un fatto che non credo possa essere negato. La riforma del ruolo costituzionale assegnato al potere giudiziario opera entro un definito disegno politico complessivo, che è in corso di svolgimento. Una diversa idea di democrazia ampiamente articolato e che è stato chiaramente enunciato, contrassegnato da una esplicita volontà politica finalizzata a conseguire un insieme di incisivi cambiamenti sociali e istituzionali. Un progetto che si sviluppa su più piani. Basta qui richiamare lo stravolgimento della forma di governo che si avrebbe se dovesse essere approvato lo sgangherato premierato attualmente in discussione. Un progetto che farebbe transitare la nostra sofferente democrazia parlamentare, per farla approdare in una inquietante democrazia del Capo. Un programma questo affiancato da un parallelo disegno di ribaltamento dell’assetto dei poteri locali perseguita con insistita e caparbia volontà – nonostante le smentite della Consulta – dai fautori dell’autonomia differenziata. Un disegno finalizzato a determinare un assetto nei rapporti tra territori fondato sulla diseguaglianza e sull’abbandono della visione solidale di regionalismo. L’intenzione è quella di passare dal regionalismo solidale ad uno competitivo, di natura appropriativa delle risorse. Quella che è stata chiamata la “secessione dei ricchi”. Ma poi, ancor più in generale, è il clima politico, la cultura espressa e l’azione in concreto realizzata dall’attuale maggioranza parlamentare a preoccupare. Perché questa non sembra potersi ricondurre solo ad una contingenza momentanea, ma appare invece il frutto di un lungo regresso – che non esenta dunque da responsabilità gravi le diverse maggioranza del passato – ma che ha portato via via a fare emergere una cultura politica di sostanziale ostilità verso la costituzione repubblicana. In rapido ed estemporaneo elenco è sufficiente per dimostrare l’assunto.  Basta pensare alle continue limitazioni ai diritti di libertà dei cittadini. In primo luogo, il diritto al dissenso e alla libertà di riunione e di manifestazione. Abbiamo infatti assistito, attoniti, ad ingiustificate e brutali aggressioni da parte delle forze dell’ordine a pacifici manifestanti, minorenni inclusi, che esprimevano una civile protesta e del tutto legittime opinioni, senza arrecare alcun pericolo per la sicurezza e incolumità pubblica; abbiamo subìto e stiamo subendo l’onta di continui decreti sicurezza contrassegnati da un panpenalismo che ha portato a moltiplicare le pene, sino a configurare come reato la resistenza passiva. Gandhi sta trasecolando e noi con lui. E poi anche il diritto di critica e la libertà di stampa appaiono sotto stress: oltre alla sistematica occupazione di tutti gli spazi di informazione e comunicazione pubblica, abbiamo visto ministri della Repubblica intervenire per censurare addirittura le performance dei comici in televisione, attacchi diretti a giornalisti se non ad intere testate non per contestare fatti, ma per delegittimare il pluralismo, le opinioni o le inchieste svolte; vi sono ripetuti ed espliciti rifiuti di parlare con giornalisti ritenuti “ostili”; abbiamo visto autorità ritenute indipendenti che sanzionavano od ostacolavano la diffusione di trasmissioni televisive ritenute antigovernative; assistiamo alle prassi di un potere ormai convinto che la comunicazione istituzionale sia solo quella di regime, espressa tramite social e unidirezionalmente rivolta al proprio elettorato. Ancora, non può che far riflettere l’incapacità nel governare il fenomeno strutturale delle migrazioni, che non solo sta facendo venir meno ogni politica di accoglienza, ma anche ogni garanzia dei diritti inviolabili che devono essere assicurati a tutte le persone, stranieri compresi. Non solo si lasciano nel degrado, in una situazione drammatica e disumana, i Centri di Permanenza e Rimpatrio, ma si prova anche a deportare nei centri albanesi chi arriva dai mari. Sino ad ora un disegno non riuscito, grazie a qualche giudice coraggioso, ma ci assicurano che ciononostante essi “funzioneranno”, come è stato promesso ben scandendo le parole. Vedremo se prevarranno le ragioni del diritto o quelle del potere. Tralascio di dire della dignità delle persone detenute nelle carceri, che – a proposito di giustizia – sarebbe un fronte da aprire, ma che neppure l’aumento dei suicidi riesce a scalfire. Continui sono poi i tentativi di limitare i diritti del lavoro, non ancora aggredendo direttamente il diritto di sciopero, ma attraverso le vie traverse: abbiamo visto infatti utilizzare l’arma della precettazione con una disinvoltura mai prima immaginata. Ovvero una legislazione di favore nei confronti della libertà delle imprese che è andata però a scapito della tutela dei diritti e della sicurezza in ambito lavorativo. Ma in fondo sono tutte le politiche sociali che vengono sostituite da politiche neoliberiste dimentiche degli inderogabili doveri di solidarietà. E non da oggi. Potrei continuare con altre esemplificazioni, ma mi sembra già sufficientemente chiaro il segno del cambiamento. 3. È in questo quadro che si registrano i continui attacchi alla indipendenza e autonomia della magistratura. Accusata di invadere lo spazio della politica ogni volta che inquisisce un soggetto politico o condanna questi per azioni o fatti posti in essere contra legem ovvero in violazione di norma di diritto internazionale o europeo. Persino il controllo contabile sulle spese viene considerato un fatto eversivo realizzato in odio al Governo e compiuto da giudici ostili, ritenuti, chissà perché, sempre “comunisti”. Siamo ben oltre, dunque, la più che legittima reazione del Governo o dei singoli esponenti politici, qualora vengano inquisiti, che è rivolta a difesa del proprio operato e finalizzata a dimostrare la correttezza delle proprie azioni. Ora la pretesa è quella dell’immunità. La tesi è chiara: la politica non si processa, essa ha il primato sugli altri poteri.  Un ritorno dello Stato assoluto. Da qui la volontà di rimodulare gli equilibri dei poteri: a favore di quello politico. Insofferente al controllo e non solo a quello dei giudici nazionali. Da qui la riforma della giustizia. Ma anche l’intolleranza per il rispetto del diritto internazionale (come dimostra l’ingiustificato e aggressivo rifiuto di dare seguito alla richiesta della Corte penale internazionale).  Un disegno che dunque riguarda gli assetti democratici complessivi e gli equilibri costituzionali. Non è pertanto solo questione di magistratura. Si tratta di un progetto perseguito con tenacia; però, credo, non ancora compiuto. Potrebbe dirsi, in caso, come suggeriva Gramsci, che viviamo una fase d’interregno dove si manifestano fenomeni mostruosi. La lotta è tra vecchio che non muore e nuovo che non è ancora nato.  4. Entro questo contesto si è andata definendo una legge costituzionale di modifica dell’assetto della magistratura del tutto conforme alla cultura del tempo, al regresso annunciato. Rinviando agli altri interventi per il necessario e approfondito esame del testo, qui mi soffermo solo a valutare, quale possa essere, in questo contesto, il ruolo e la forza da assegnare al referendum annunciato sulla giustizia. Un referendum difficile da far capire, poco coinvolgente, perché – sintetizzo – forse la maggioranza del popolo italiano non è interessato ai problemi della divisione delle carriere, dell’organizzazione del CSM o dell’Alta corte di giustizia. La tecnicità del quesito certo non aiuta. E poi può anche darsi che la maggior parte del popolo italiano non ami particolarmente i giudici, magari assegnando alla loro responsabilità tutti i mali evidenti del sistema giudiziario (lentezza, farraginosità, mancanza di trasparenza dei riti processuali, mancanza di personale, astrusità del linguaggio). Eppure, io credo che se riuscissimo a far comprendere il quadro entro cui si colloca la riforma e la posta in gioco che è il superamento del nostro sistema costituzionale delle garanzie e la costituzione antifascista posta a garanzia dei diritti fondamentali delle persone, allora può essere che si riesca a far percepire anche a livello popolare i rischi che corriamo. I sondaggi dicono che per ora i contrari alla riforma sono in minoranza. Dalla parte di chi vuole arrestare il degrado dello stato di diritto forse non c’è ancora la forza necessaria: c’è però la Costituzione. Il che non è poco e, in fondo, è il presupposto per avere ragione. Se il sonno della ragione ha generato mostri, non possiamo fare altro che provare a risvegliare le coscienze dormienti. > Vai alla registrazione del Convegno del 14 novembre 2025 “Separazione delle > carriere e legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” su > Radio Radicale 26 dicembre 2025 NOTA L’articolo è stato pubblicato da Questione Giustizia 16 dicembre 2025. Per osservazioni e precisazioni rispetto alla sua pubblicazione sul sito di Carteinregola scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com
Claudio De Fiores: la riforma della giustizia, prove generali di premierato
Foto AMBM Pubblichiamo l’articolo del costituzionalista dal sito del Centro per la Riforma dello Stato, 14 dicembre 2025. Il testo è parte di un saggio più ampio, di prossima pubblicazione in un volume edito dalla rivista Left. LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA, PROVE GENERALI DI PREMIERATO di Claudio De Fiores* La riforma Nordio-Meloni non si propone di risolvere i gravi problemi dell’amministrazione della giustizia, né riduce i tempi dei processi. Ad avvantaggiarsene sarà solo l’esecutivo che confida in un effetto domino, il cui esito ultimo non potrà che essere il premierato. Il primo aspetto da chiarire è che la cosiddetta “riforma della giustizia” proposta dal Governo non costituisce un intervento volto a modernizzare l’ordinamento giudiziario. Essa non si propone di risolvere i problemi strutturali dell’amministrazione della giustizia, né di correggere le disfunzioni derivanti dalla (dis)organizzazione dei tribunali, né di ridurre i tempi ormai estenuanti dei processi. Non inciderà sulla carenza di organico, né sulla drammatica situazione delle carceri, e non impedirà il ripetersi di casi giudiziari dolorosi come quelli di Garlasco o di Enzo Tortora. Né, grazie ai contenuti della riforma, i cittadini saranno maggiormente tutelati e meno esposti a eventuali incursioni o a possibili eccessi della pubblica accusa. Sdoppiare – come la riforma si propone – il Consiglio superiore della magistratura e costituire un organo separato dei pubblici ministeri tutto è, tranne che una buona soluzione per limitare ruolo e funzioni dell’ufficio requirente. Il secondo aspetto da precisare è che per realizzare la cd. separazione delle carriere si sarebbero potute perseguire altre soluzioni: non era necessario modificare la Carta repubblicana. Continuare a ostentare la separazione delle carriere quale portato preminente – se non esclusivo – della legge di revisione è un’efficace trovata propagandistica dei fautori della riforma, un abile espediente retorico. Ma nulla di più. E la ragione è evidente: nel nostro ordinamento il discrimine tra funzioni giudicanti e funzioni requirenti è già operante. Esso è stato progressivamente introdotto, a Costituzione invariata, dal decreto Mancino (D.Lgs. 5 aprile 2006, n. 160) e poi dalla legge Cartabia (L. 17 giugno 2022, n.  71). Due normative che hanno imposto vincoli stringenti ai passaggi tra ruoli, riducendo la mobilità interna e introducendo, in via di fatto, la separazione delle carriere. La riforma assecondando un approccio pleonastico si limita pertanto a formalizzare, sul piano costituzionale, ciò che è stato già previsto sul piano legislativo. Come ha recentemente evidenziato Margherita Cassano, prima presidente della Corte di cassazione, in audizione alla Commissione Affari costituzionali della Camera, negli ultimi cinque anni solo lo 0,83% dei pubblici ministeri ha chiesto di passare a funzioni giudicanti e appena lo 0,21% dei giudici ha chiesto di diventare pm. Insomma, oggi da separare è rimasto ben poco. Ma chi ha promosso la legge davvero ne ignorava la scarsa rilevanza pratica? O sono piuttosto altre le finalità della riforma? Se la legge di revisione non è destinata a migliorare le condizioni di vita dei cittadini, né a modernizzare l’organizzazione della giustizia, chi potrà mai allora trarne dei vantaggi? La risposta è una soltanto: l’esecutivo. E non vi è da sorprendersi. La riforma che sarà sottoposta al voto popolare è nata su iniziativa della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Una revisione di parte, sostenuta dalla maggioranza e considerata da tutte le forze politiche della destra italiana necessaria e anzi improcrastinabile. Ma non per arginare la malagiustizia o le arretratezze della macchina giudiziaria, ma piuttosto per porre fine alle crescenti tensioni innescatesi, in questi anni, tra magistratura e potere politico. Una vera e propria resa dei conti contro l’autonomia dei giudici e l’indipendenza della magistratura, accusata, in più occasioni, di aver ostacolato la volontà politica dell’esecutivo: dall’imbarazzante vicenda dei centri di detenzione in Albania alla mancata registrazione da parte della Corte dei Conti della delibera sul Ponte dello Stretto. Decisione liquidata dai vertici dell’esecutivo come «l’ennesimo atto di invasione della giurisdizione sulle scelte del Governo e del Parlamento» (Ansa, 29.10.2025). A esplicitare, in modo così encomiabile, contenuti e finalità della revisione in corso è stata la stessa Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Queste le sue testuali parole: «La riforma costituzionale della giustizia e la riforma della Corte dei Conti […] rappresentano la risposta più adeguata a una intollerabile invadenza, che non fermerà l’azione di Governo». La revisione costituzionale delle norme sulla giustizia assume oggi pertanto i connotati espliciti di una ritorsione del Governo contro la magistratura. Ma anche contro il Parlamento. In occasione della sua approvazione, i banchi dell’esecutivo, ben lontani dal rimanere vuoti – come aveva ammonito Piero Calamandrei – si sono affollati all’inverosimile. D’altra parte, il tentativo messo in atto, in questa occasione, dal Governo era quanto mai eterodosso e ambizioso: comprimere il dibattito, sventare gli emendamenti, blindare il disegno di legge. Un tentativo riuscito appieno e pertanto festeggiato al momento del voto con applausi e abbracci nei banchi del governo. Un fotogramma che non ha precedenti nella storia repubblicana. Dal giorno della sua presentazione fino al voto finale, il testo è rimasto immodificato: granitico, intangibile, perfettamente conforme alla versione originaria. I quattro passaggi parlamentari previsti dall’art. 138 Cost. si sono consumati senza lasciare traccia: più che un iter parlamentare, una vera e propria manifestazione di fedeltà della maggioranza verso il suo capo. Una torsione che il Governo intende ora sanare sottoponendo la riforma alla «pura corrente ed ai lavacri» del pronunciamento popolare. Di qui i ripetuti tentativi (già altre volte praticati nella storia repubblicana) di manomettere l’istituto referendario e il suo spirito costituzionale: da strumento oppositivo a confermativo, da arma dell’opposizione a sigillo della maggioranza, da pratica attiva di resistenza costituzionale a plebiscito. La recente revisione costituzionale ripropone, in chiave attuale, un nodo che fu al centro dei lavori della Costituente. Palmiro Togliatti, all’epoca ministro di Grazia e Giustizia, propose l’inserimento del pubblico ministero all’interno dello stesso ordine della magistratura. Tale scelta segnò una netta discontinuità rispetto al modello delineato dal Codice Rocco del 1930, che configurava il pubblico ministero come organo gerarchicamente dipendente dal Ministro della Giustizia e, dunque, sostanzialmente subordinato all’esecutivo. La posizione di Togliatti si fondava sull’esigenza di garantire al pubblico ministero le medesime garanzie di indipendenza riconosciute ai giudici: perché solo così poteva essere efficacemente assicurata l’imparzialità dell’azione penale e, con essa, la tutela dei diritti dei cittadini. La scelta di inserire nell’art. 112 della Costituzione l’obbligatorietà dell’azione penale fu coerente con questa visione e sancì che nessun governo potesse decidere quali reati perseguire e quali ignorare. Optando per questa soluzione, la Costituzione repubblicana superava il modello del Codice Rocco e costruiva un assetto costituzionalmente avanzato fondato sulla separazione dei poteri e sull’autonomia della magistratura. Ed è proprio questo equilibrio a essere rimesso oggi in discussione dalla riforma Meloni. Una riforma che rischia di ricondurre la magistratura nella sfera del Governo. Non deve quindi sorprenderci se una nutrita schiera di politici e politologi, giuristi e studiosi delle istituzioni, di destra e di sinistra, da sempre attratti dal mito della governabilità, guardi oggi con favore a questa riforma. Essa appare, ai loro occhi, come l’anticipazione di un processo di accentramento dei poteri nelle mani del capo dell’esecutivo, il cui coronamento non potrà che essere il premierato. L’effetto che si intende sortire è, quindi, evidente: comprimere il ruolo costituzionale e gli spazi di autonomia di tutti gli organi di garanzia. Oggi la magistratura, domani la Presidenza della Repubblica. Una ragione in più per opporsi. (*) Claudio De Fiores è professore ordinario di Diritto Costituzionale presso l’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” 23 dicembre 2025 NOTA L’articolo è stato pubblicato dal Centro per la Riforma dello Stato il 14 dicembre 2025. Per osservazioni e precisazioni rispetto alla sua pubblicazione sul sito di Carteinregola scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com