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I bambini vittime dell’escalation del conflitto tra Afghanistan e Pakistan
“L’UNICEF è allarmato dalle notizie secondo cui alcuni bambini sono stati uccisi e feriti nel recente inasprimento delle ostilità tra Afghanistan e Pakistan” ha dichiarato il direttore regionale dell’UNICEF per l’Asia meridionale, Sanjay Wijesekera: «Mentre stiamo lavorando per verificare queste notizie in coordinamento con la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA) e altri partner delle Nazioni Unite, è già chiaro che i bambini stanno pagando un prezzo molto alto. A seguito degli intensi combattimenti, per la loro sicurezza alle famiglie sopravvissute al devastante terremoto dello scorso anno nell’Afghanistan orientale viene ora chiesto di evacuare i campi profughi vicino al confine. I campi colpiti erano stati allestiti per fornire sostegno essenziale, tra cui alloggi, cibo, assistenza sanitaria, acqua potabile e servizi igienici, spazi a misura di bambino e istruzione di emergenza a 17˙000 persone sopravvissute al terremoto, di cui circa la metà sono bambini. Per le famiglie che hanno già perso così tanto, questo nuovo sfollamento aggrava le loro sofferenze. Ancora una volta, i bambini vengono sradicati dalla poca stabilità che avevano ritrovato e sono esposti a rischi maggiori di malattie, malnutrizione, violenza e sfruttamento». «In Pakistan, l’escalation delle tensioni ha colpito anche i bambini e le famiglie nelle zone di confine del Khyber Pakhtunkhwa. Secondo le notizie, le autorità hanno chiuso 138 scuole pubbliche come misura precauzionale, alla luce dei recenti attacchi contro gli istituti scolastici, tra cui un attacco con droni a Ghalanai, che ha interrotto l’accesso all’istruzione per migliaia di bambini. Anche la somministrazione di vaccinazioni sta subendo ripercussioni. Gli sfollamenti e l’insicurezza hanno aumentato le preoccupazioni in materia di protezione, compreso il rischio di feriti e vittime, oltre ai rischi rappresentati dagli ordigni inesplosi nelle comunità colpite». «L’UNICEF invita tutte le parti a dar prova della massima moderazione, a proteggere la vita dei civili e a rispettare gli obblighi che incombono loro in virtù del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani. I bambini devono essere protetti in ogni momento». UNICEF
March 3, 2026
Pressenza
Parte il progetto “Dignità e Salute” per le donne nelle carceri afghane
È stato avviato il progetto “Dignità e Salute in contesti di detenzione femminile in Afghanistan”, un intervento sanitario e di tutela dei diritti fondamentali promosso da Ubuntu ODV (Italia) e Humanitarian Assistance for the Women and Children of Afghanistan (HAWCA), in collaborazione con il Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane (CISDA). L’iniziativa nasce da un percorso di confronto avviato nel 2024 con l’obiettivo di intervenire a favore delle donne afghane più vulnerabili, in particolare quelle detenute o esposte a violenza e discriminazione. Nel contesto attuale dell’Afghanistan, segnato da isolamento internazionale, crisi economica e gravi restrizioni ai diritti delle donne, le detenute rappresentano una categoria doppiamente vulnerabile. Molte sono incarcerate per presunti “crimini morali” o per essersi sottratte a violenze domestiche e matrimoni forzati. Le condizioni igienico-sanitarie nelle carceri femminili sono critiche: carenza di acqua potabile, farmaci, prodotti per l’igiene personale e servizi di salute riproduttiva. Il progetto interviene in uno dei pochi ambiti in cui è ancora possibile operare formalmente con programmi sanitari autorizzati. Sono previsti: screening sanitari e vaccinazioni, distribuzione di kit igienici, miglioramento delle condizioni igieniche, supporto nutrizionale, formazione sanitaria di base, continuità delle cure per i figli delle detenute. L’intervento non intende legittimare il sistema detentivo, ma garantire un livello minimo di tutela della salute e della dignità umana, riattivando un circuito essenziale di salute pubblica anche in un contesto estremamente restrittivo. Il progetto è costruito insieme agli attori locali e nasce dai bisogni espressi direttamente dalle detenute e dal personale sanitario sul territorio, in un’ottica di cooperazione partecipata e non calata dall’alto. Per il progetto vedi qui.   CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
February 27, 2026
Pressenza
Quattro anni dopo
24 febbraio 2026: quarto anniversario dell’invasione russa in Ucraina, quando la guerra, quella, già in corso con modalità altre da non farla chiamare guerra, e quella combattuta in tante altre parti del mondo troppo distanti per essere considerate un pericolo per la pace dell’Occidente, bussa alle porte dell’Europa. Bisogna difenderla, la pace, racconta la politica quasi in coro, e per questo bisogna difendere i confini, così sembra ineluttabile riarmarsi. La guerra entra nella quotidianità degli Europei attraverso le immagini dei telegiornali e il dibattito politico tra esponenti di partito, storici e opinionisti. Intanto si aggiunge il conflitto in Palestina, anche quello a partire da una data che non ne segna l’inizio. 24 febbraio 2026: a Palermo, anche oggi, come da quattro anni, c’è chi dice no alla guerra riunendosi in Presidio. Prima ogni domenica mattina, a Piazza Vittorio Veneto, conosciuta in città come “la Statua”, con il suo monumento al milite ignoto, poi in altri luoghi della città che non ferma la sua corsa tra le vetrine e le bancarelle delle festività che si rincorrono, il 24 di ogni mese. Sono le donne dell’Udi, della CGIL e di tante altre realtà come Le Rose Bianche, l’Anpi, Emily, Governo di Lei, Cif, Le Onde, Arcilesbica, Comunità dell’Arca, Movimento nonviolento, Circolo Laudato si’ e con loro cittadini e cittadine che sentono la necessità di non rimanere in silenzio mentre il mondo sprofonda nel baratro di una nuova guerra globale. “Fuori la guerra dalla Storia” recita lo striscione che le accompagna da quattro anni e accanto, sulla strada pedonale di fronte al Teatro Massimo, si aggiungono cartelli che questa storia raccontano in tutti i paesi dove la guerra non tace. Ucraina e Palestina, Iran e Afghanistan, Congo e Sudan, Myanmar e Siria. Dopo l’apertura al ritmo dei tamburi e delle mani degli astanti battute sul petto, con le voci del coro e delle percussioni  di Lucina Lanzara che invocano pace per tutti i Paesi in guerra, attivisti e attiviste si alternano al microfono: di quei Paesi e dei loro popoli raccontano sofferenza e oppressione, chiedono al nostro Paese azioni diplomatiche nel rispetto del costituzionale ripudio della guerra, smascherano, oltre le parole con cui ci vengono ammansite, le intenzioni di governi guerrafondai e i loro interessi economici. Ci raccontano delle donne del Rojava, riunite in assemblea e decapitate, dell’attacco ad Aleppo, dei disertori russi e ucraini, palestinesi e israeliani, giovani che rischiano la prigione e la vita pur di non imbracciare le armi e rendersi complici di torture e massacri, dell’embargo economico statunitense che affama il popolo cubano, impedisce il rifornimento di medicinali salvavita, lascia al buio non solo le case ma anche le scuole e soprattutto gli ospedali. È notizia delle ultime ore la visita dell’ambasciatore di Trump al governatore della Calabria per chiedere l’interruzione della collaborazione dei medici cubani che hanno sostenuto la (mal)sanità calabrese al collasso anche per mancanza di medici. Chi ancora non lo sapeva, apprende come, mentre il paese di Niscemi frana lasciando in sospeso la vita dei suoi abitanti, il Governo stanzia milioni di euro per mettere in sicurezza le antenne del Muos su segnalazione dei militari statunitensi. È tempo di non restare indifferenti, di mobilitarsi tutti insieme per ribaltare il sistema patriarcale che da sempre vede gli uomini e ora, purtroppo, anche le donne, risolvere i conflitti con la forza violenta delle armi, a partire da questo grido delle donne di Palermo che trova la sua eco in tante altre città italiane: il 28 marzo la rete “10 100 1000 piazze di donne per la pace” si riunirà nelle diverse realtà cittadine aderenti in una grande manifestazione nazionale. L’impegno di ogni città verrà “cucito” mettendo insieme in un grande arazzo i tasselli preparati nelle singole realtà. C’è ancora tempo, per chi volesse, in ogni parte d’Italia, di unirsi a questo progetto di rappresentazione simbolica della pace attraverso il lavoro di sapienza antica delle donne! Molti passano, indaffarati, qualcuno si siede e ascolta, come un gruppo di giovanissimi seduto sul marciapiede. La luce di piccole candele illumina l’invito alla nonviolenza nelle bandiere con le armi spezzate. È l’educazione alla nonviolenza, a partire dai primi anni di vita di ogni bambino e bambina, l’unica strada per interrompere una Storia in cui la pace è solo una tregua nel susseguirsi dei conflitti armati! “Fuori la guerra dalla Storia!”         Maria La Bianca
February 25, 2026
Pressenza
Stupri: NO al ddl versione Bongiorno
– Da DinamoPress l’inquadramento di Giada Sarra sul DDL Consenso – il lancio del Laboratorio Permanente “Consenso-Scelta-Libertà” – Confederazione Cobas – Cesp – Cobas Scuola: adesione alla manifestazione del 28 -lettera della Casa Internazionale delle Donne sul 15, il 28 e le mobilitazioni 8 e 9 marzo   di Giada Sarra Ddl “Consenso”: quando il “dissenso” serve a proteggere lo
February 21, 2026
La Bottega del Barbieri
Afghanistan: la scuola di Ishmurgh cresce, mattone dopo mattone
Ad agosto è nato un sogno concreto: la costruzione di una nuova scuola primaria per le bambine e i bambini di Ishmurgh, un villaggio nel nord-est dell’Afghanistan, nel remoto corridoio del Wakhan, una zona montuosa e isolata al confine con la Cina. A gennaio quel sogno sta prendendo forma e desideriamo condividere con voi i primi, importanti passi compiuti. L’Afghanistan è un Paese che porta sulle spalle oltre quarant’anni di guerra, conflitti e instabilità. Anche se in alcune aree non si combatte attivamente, le conseguenze del conflitto sono ovunque: povertà diffusa, mancanza di servizi essenziali e forti limitazioni ai diritti fondamentali, soprattutto per donne e bambine, per le quali l’accesso all’istruzione è diventato sempre più difficile. In questo contesto, costruire una scuola non è solo un progetto educativo, ma un atto di resistenza civile, dignità e speranza. La scuola di Ishmurgh, costruita con il coinvolgimento dell’intero villaggio, ospiterà circa 60 bambine e bambini e sarà composta da 6 aule. Nei mesi autunnali sono stati installati gli infissi alle finestre e le stufe, un passaggio fondamentale per garantire ambienti sicuri e riscaldati durante i rigidi inverni afghani. La prima struttura, dedicata alla scuola primaria, è oggi quasi completata. Con l’arrivo della primavera i lavori riprenderanno: oltre al completamento definitivo della scuola elementare, è già prevista la costruzione di una nuova struttura per la scuola media, nel vicino villaggio di Baba Tangi, che accoglierà 250 studentesse e studenti per continuare a garantire un futuro di istruzione anche alle ragazze e ai ragazzi più grandi. Il Diritto all’Educazione è da sempre al centro del nostro impegno, in Italia e soprattutto in quelle parti del mondo dove andare a scuola non è scontato, ma un privilegio raro. In un contesto complesso come quello afghano, questa scuola rappresenta un punto di luce e di futuro, nato grazie alla fiducia e al sostegno di tante persone. Un grazie di cuore va all’Associazione Le Case degli Angeli di Daniele Onlus, alle ragazze e ai ragazzi della Festa d’Inizio Estate di Nonantola e a tutte le persone che stanno contribuendo con generosità. Un ringraziamento speciale a Marina e Greg, viaggiatori e fotografi per i diritti, che hanno incontrato questa comunità ai confini del mondo, raccontandone il coraggio e la determinazione nel costruire ogni giorno un futuro più giusto, nonostante tutto. È possibile continuare a sostenere la costruzione della scuola e le strutture future attraverso: * Bonifico bancario * PayPal * Satispay Ogni contributo, piccolo o grande, è un passo in più verso un futuro in cui l’istruzione possa essere davvero un diritto per tutte e tutti. CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
February 10, 2026
Pressenza
Illegittimo il diniego della Questura al titolo di viaggio per il titolare di protezione sussidiaria afghano
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Friuli Venezia Giulia ha annullato il provvedimento di rigetto della domanda di rilascio del titolo di viaggio presentata da un cittadino afghano contestualmente alla domanda di rilascio del permesso di soggiorno per protezione sussidiaria, riconosciutagli dalla Commissione territoriale. Il rifiuto è stato ritenuto ingiustificato alla luce della dichiarazione dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Afghanistan (non riconosciuta dall’Emirato Islamico dell’Afghanistan), la quale attestava l’impossibilità di rilasciare il passaporto ordinario in considerazione della situazione socio-politica del Paese. La Questura di Udine aveva ritenuto tale documento, pur comprovante un motivo ostativo oggettivo al rilascio del passaporto, insufficiente a giustificare il rilascio del titolo di viaggio, per asserita carenza di motivi soggettivi. Il TAR, ricondotto il caso nell’alveo della normativa nazionale ed eurounitaria, ha invece affermato che il motivo oggettivo fosse di per sé sufficiente a legittimare la domanda di rilascio del titolo di viaggio, annullando conseguentemente il provvedimento amministrativo. Restano ferme le ulteriori valutazioni demandate alla Pubblica Amministrazione, che non è stata condannata al rilascio del titolo, seppur nell’ambito di una discrezionalità tecnica limitata dalla portata del provvedimento giurisdizionale. T.A.R. per il Friuli Venezia Giulia, sentenza n. 13 del 16 gennaio 2026 Si ringrazia l’Avv. Martino Benzoni per la segnalazione e il commento.
AICS: un bando per molti progetti di intervento umanitario multisettoriale in Afghanistan
L’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo attraverso la sede di Islamabad ha pubblicato un bando per la selezione di progetti di aiuto umanitario multisettoriale in risposta alla crisi umanitaria protratta in Afghanistan (Iniziativa AID 013365/01/0), per un importo complessivo pari a 7 milioni di euro. Il bando si inserisce nel quadro dell’impegno italiano a sostegno della popolazione afghana, in linea con l’Afghanistan Humanitarian Needs and Response Plan 2026, che stima in oltre 21 milioni le persone bisognose di assistenza umanitaria. L’obiettivo generale dell’iniziativa è garantire l’accesso a servizi salvavita e rafforzare la resilienza delle popolazioni colpite, con particolare attenzione ai gruppi più vulnerabili, tra cui sfollati interni, returnees, donne, minori e persone con disabilità. I progetti dovranno contribuire al raggiungimento di tale obiettivo attraverso interventi integrati nei seguenti settori prioritari: * Acqua, Igiene e Sanità ambientale (WASH) * Agricoltura e sicurezza alimentare * Salute * Riduzione del rischio di catastrofi (DRR) * Parità di genere * Tutela e inclusione dei minori Le proposte dovranno essere coerenti con i principi umanitari, il principio del Do No Harm, i meccanismi di Accountability to Affected Populations (AAP) e le politiche di prevenzione di sfruttamento, abuso e molestie sessuali (PSEA). La durata massima dei progetti è fissata in 18 mesi. Il finanziamento richiesto all’AICS non può essere superiore a * 1˙200˙000 euro per i progetti presentati da un solo soggetto non profit * 1˙500˙000 euro per i progetti congiunti presentati da due o più soggetti non profit in ATS. Possono presentare proposte progettuali * le Organizzazioni non profit iscritte all’elenco AICS ai sensi dell’art. 26, comma 3, della Legge 125/2014, con comprovata esperienza in interventi umanitari e capacità operativa in Afghanistan o nella regione; * le Organizzazioni non profit non iscritte all’elenco AICS, prive di sede operativa in Italia, purché titolari di un accordo di collaborazione preesistente con un soggetto iscritto all’elenco AICS; * le Associazioni Temporanee di Scopo (ATS), a condizione che tutti i partner soddisfino i requisiti previsti dal bando. Le proposte di progetto dovranno essere presentate alla Sede estera AICS competente entro il 8 febbraio 2026. scarica il bando modulistica e linee guida Redazione Italia
January 20, 2026
Pressenza
Afghanistan, la Notte di Yalda, simbolo di resistenza, speranza e fiducia
Nell’accelerazione delle situazioni tragiche che il mondo sta vivendo in questo periodo, che rende ancon più lontano e dimenticato l’Afghanistan, l’oppressione delle donne e la fame del suo popolo, sono proprio le donne a continuare a resistere nonostante tutto. Non con atti di resistenza eclatanti, ma semplicemente continuando a vivere e a sperare nel futuro con coraggio e fiducia. Ecco la testimanianza delle ragazze di una delle organizzazioni femminili che il CISDA sostiene, che nella notte di Yalda hanno festeggiato e hanno voluto condividere con noi il resoconto dell’evento. Il loro desiderio di condividere all’esterno i loro momenti di gioia resistente ci conferma ancora una volta la necessità della nostra solidarietà e la loro richiesta di continuare a “vederle” nonostante tutti i tentativi di cancellarle. “Speriamo che leggendo il resoconto e guardando le foto, vi sembrerà di essere state con noi. Questo incontro ha portato nuova energia e motivazione sia ai nostri insegnanti che alle nostre studentesse, poiché nelle circostanze attuali eventi di questo tipo sono rari per le donne”, hanno scritto. In un momento in cui le donne e i giovani in Afghanistan stanno attraversando uno dei periodi più difficili e dolorosi della loro vita, preservare la cultura, l’identità e le pratiche tradizionali della comunità è diventato vitale ed estremamente impegnativo. Le continue restrizioni e le prolungate difficoltà hanno profondamente influenzato il benessere psicologico ed emotivo della società, in particolare di donne e giovani, spingendo molti all’isolamento, alla disperazione e alla privazione. In tali circostanze, la graduale erosione di tradizioni culturali di lunga data rappresenta una delle conseguenze più angoscianti della situazione attuale. Purtroppo, le autorità attuali si oppongono all’osservanza di molte occasioni culturali e sociali che il popolo dell’Afghanistan e dell’Asia centrale celebra da generazioni, consentendo che solo gli eventi religiosi siano celebrati ufficialmente. Questo approccio ignora il profondo significato sociale ed emotivo che queste giornate culturali rivestono per le comunità.  La Notte di Yalda, nota anche come Notte Chella, è una di queste tradizioni significative e amate e riveste particolare importanza per le donne afghane in quanto simbolo di calore, solidarietà, speranza e connessione umana. Consapevoli di questa realtà e con l’obiettivo di creare momenti di sollievo e gioia, anche se brevi, abbiamo organizzato un incontro per le donne in occasione della Notte di Yalda. L’evento intendeva offrire alle partecipanti l’opportunità di allontanarsi dalle pressioni, dalle restrizioni e dal dolore quotidiani e di riconnettersi con un senso di felicità e unione. L’atmosfera dell’incontro era carica di calore, colore, vita e speranza. Donne e ragazze hanno partecipato indossando abiti colorati, con particolare attenzione al rosso, simbolo di vitalità e calore tradizionalmente associati alla Notte di Yalda. I sorrisi sui volti delle donne, la gioia visibile tra le giovani partecipanti e l’energia sincera nella sala hanno creato un ambiente profondamente accogliente e stimolante.  Nonostante le difficoltà, i partecipanti hanno ballato liberamente, applaudito ritmicamente ed espresso la loro gioia dal profondo del cuore. In linea con le tradizioni di Yalda, sono stati preparati e condivisi tra i partecipanti una varietà di frutta invernale e rinfreschi, tra cui olive, melograni, anguria e un dolce tradizionale afghano (shola). Letture di poesie dallo Shahnameh di Ferdowsi e versi di Hafez hanno arricchito la dimensione culturale e spirituale dell’incontro. Si è svolta anche la divinazione, un’usanza molto amata soprattutto dai giovani durante la Notte di Yalda, accolta calorosamente. La musica ha avuto un ruolo centrale nella celebrazione. Le ragazze hanno eseguito l’”Attan” (danza tradizionale locale), hanno cantato insieme ed eseguito con passione la canzone “Bella Ciao”. Balli di gruppo, canti collettivi e momenti di gioia condivisa riflettevano il profondo bisogno di donne e giovani di spazi sicuri in cui poter esprimere emozioni, felicità e solidarietà. Durante il programma è stato anche spiegato il significato storico e simbolico della Notte di Yalda. I partecipanti hanno appreso che Yalda affonda le sue radici nella vita agricola, quando le persone celebravano la vittoria della luce sulle tenebre e il graduale allungamento delle giornate. In questo contesto, Yalda è stata presentata come simbolo di speranza, un promemoria per le ragazze e i giovani afghani che nessuna oscurità dura per sempre e che la luce tornerà inevitabilmente. L’incontro si è concluso con un messaggio forte: in questi tempi difficili, la resilienza delle donne e dei giovani, la loro resistenza all’ignoranza e la loro continua lotta per rivendicare i propri diritti umani, sociali e culturali rimangono essenziali. Per noi, la Notte di Yalda non è stata solo una celebrazione, ma un simbolo di resistenza, speranza e fiducia in un futuro migliore per l’Afghanistan. *La Notte di Yalda è un’antica festa persiana celebrata nella notte più lunga dell’anno (tra il 20 e il 21 dicembre), che segna il solstizio d’inverno e simboleggia la rinascita della luce, la speranza e la vittoria sull’oscurità. Le famiglie si riuniscono per stare sveglie fino a tardi, mangiando melograni e angurie (simboli di luce e vita), frutta secca, dolci, leggendo poesie (soprattutto di Hafez) e raccontando storie, celebrando l’unione, la felicità e l’arrivo dei giorni più lunghi. CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
January 16, 2026
Pressenza
Ordinato il rilascio dei visti ai familiari del rifugiato afghano, richiamata l’esortazione di UNHCR a facilitare il ricongiungimento
Il Tribunale di Roma, ancora una volta, ha ordinato al MAECI e per esso all’Ambasciata a Teheran di fissare immediatamente ai familiari del ricorrente, rifugiato politico in Italia, tutti residenti in Afghanistan, un appuntamento per la formalizzazione della domanda di visto per ricongiungimento familiare. Nel caso di specie, il ricorrente aveva già ottenuto nel novembre 2024 i nulla osta per il ricongiungimento familiare, senza però riuscire successivamente a fissare un appuntamento presso l’Ambasciata competente, nonostante, i diversi solleciti e la diffida del legale di giugno 2025. Il Tribunale di Roma accoglie la domanda cautelare richiamando anche l’esortazione dell’UNHCR ai singoli Stati di facilitare il ricongiungimento tra i rifugiati e le loro famiglie per la gravità della condizione dei diritti umani in Afghanistan.  Nel provvedimento tra l’altro si legge: “L’UNHCR continua a esortare gli Stati a facilitare e accelerare le procedure di ricongiungimento familiare per gli afgani le cui famiglie sono rimaste in Afghanistan o che sono stati sfollati nella regione. Il ricongiungimento familiare è spesso l’unico modo per garantire che venga rispettato il diritto alla vita familiare e all’unità familiare dei rifugiati. L’UNHCR propone di adottare un approccio pragmatico e flessibile, anche attraverso l’uso di metodi di elaborazione innovativi e interviste a distanza. L’UNHCR incoraggia gli Stati ad applicare criteri liberali e umani nell’identificare i membri della famiglia idonei a questi programmi, tenendo conto delle diverse composizioni e strutture familiari.” Tribunale di Roma, decreto del 19 novembre 2025 Si ringrazia l’Avv. Anna Moretti per la segnalazione e il commento. 
Trattare con i Talebani per “contrastare” i flussi migratori. Il vero volto della solidarietà europea
A fine ottobre la Commissione Europea ha scritto ai 27 Stati membri per esortarli ad accelerare i rimpatri e implementare gli accordi bilaterali con Paesi extra-Ue, anche con quelli che non rispettano il diritto umanitario, come l’Afghanistan. Una strategia brutale che getta una luce inquietante sugli aiuti umanitari che Bruxelles sta garantendo a Kabul. L’Unione Europea sta rispondendo con prontezza alle richieste delle Nazioni Unite e delle agenzie umanitarie di inviare aiuti all’Afghanistan alle prese con il freddo che avanza, catastrofi naturali, crisi economica e sospensione dei finanziamenti statunitensi. Ma è autentica solidarietà, generosa e disinteressata, o piuttosto un calcolato avvicinamento al governo talebano per convincerlo a riprendersi i “suoi” immigrati in Europa, in risposta alla sempre maggiore pressione delle forze di destra perché si liberino di questo “fardello”? Per provare a rispondere è utile fare un passo indietro e osservare come si sono mossi alcuni Stati europei in questi ultimi mesi. L’isolamento in cui il governo di fatto dell’Afghanistan è stato confinato con le sanzioni comminate nei confronti dei ministri talebani, che impediscono loro di viaggiare, dovrebbe rendergli impossibile incontrare funzionari di Paesi dell’Unione, tanto più in Europa. Invece la Germania già il 21 luglio non solo ha deportato a Kabul 81 migranti con il coordinamento dell’amministrazione talebana e l’aiuto del Qatar, ma ha persino invitato due rappresentanti diplomatici del governo talebano in Europa perché seguissero le pratiche dei respingimenti in futuro. E questi personaggi non sono stati trattati da funzionari con mansioni “tecniche”: sono stati riconosciuti come nuovi portavoce facenti funzioni consolari, dopo che i precedenti della vecchia Repubblica hanno dato le dimissioni proprio per protesta contro l’invito ai “nuovi” delegati. Si è così scavalcato di fatto ogni impegno al non riconoscimento del governo talebano che gli Stati europei e la stessa Germania continuano a ribadire come loro vincolo imperativo, prefigurando un cambio della politica europea nei confronti del governo de facto. La pensano così anche i Talebani, che infatti si sono affrettati a mettere in risalto il loro nuovo ruolo e a occupare tutti gli spazi resi disponibili in questo nuovo contesto, con grande rischio per gli emigrati e per le loro famiglie, perché ora tutta la documentazione relativa ai profughi che vivono in Germania e alle loro famiglie rimaste in Afghanistan è stata ceduta nelle loro mani. Questa decisione di Berlino ha creato un gravissimo precedente, che altri Stati europei si sono affrettati a seguire. Infatti già il 29 luglio funzionari svizzeri hanno chiesto al loro governo un dialogo diretto con i funzionari dell’Emirato islamico dell’Afghanistan per facilitare il processo di rimpatrio forzato dei richiedenti asilo afghani. Il 30 luglio anche la Svezia ha tentato di ricorrere alla burocrazia per rendere la vita difficile agli immigrati afghani e prepararne l’espulsione, dichiarando nulli i documenti di viaggio non regolari, unici documenti di cui sono in possesso i fuggitivi dall’Afghanistan. Intanto i Talebani hanno alzato il tiro: hanno informato la Svizzera che non avrebbero più accettato i rimpatri che non fossero stati firmati da esponenti del proprio governo, imponendo così di fatto i loro funzionari, tanto che il 23 agosto si sono recati a Ginevra per aiutare a identificare chi dovesse essere deportato in Afghanistan. Anche Vienna si è fatta avanti. A metà settembre una delegazione di cinque membri del Ministero degli Esteri talebano si è recata nella capitale austriaca per discutere le missioni diplomatiche e i servizi consolari ai cittadini afghani che vivono in Austria e in altri Paesi europei. Ma la tappa decisiva è stata l’istanza dei 19 Paesi europei che hanno sottoscritto il 19 ottobre di quest’anno una richiesta al Commissario Europeo per gli Affari interni e le migrazioni affinché venga facilitato il rimpatrio, volontario o forzato, dei cittadini extra-europei senza permesso di soggiorno o asilo, chiedendo quindi che le deportazioni siano trattate come una “responsabilità condivisa a livello dell’UE”. A sottoscrivere il documento sono stati i governi di Bulgaria, Cipro, Estonia, Finlandia, Germania, Grecia, Ungheria, Irlanda, Italia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Austria, Polonia, Slovacchia, Svezia, Repubblica Ceca e Paesi Bassi. Si è poi aggiunta la Norvegia la quale, pur non essendo membro dell’UE, è un Paese Schengen. Questa stretta migratoria, se è molto grave perché rischia di ripercuotersi pesantemente su tutti i profughi rifugiatisi in Europa, ha una ricaduta ancora più inquietante quando i migranti presi di mira sono cittadini afghani, costretti a tornare a vivere sotto un regime dittatoriale e repressivo dal quale erano fuggiti spesso per salvare la pelle. Ma è ancor più grave per il risvolto internazionale che prefigura, perché si ripercuote sulle relazioni tra Europa e Afghanistan, facendo diventare il governo afghano protagonista di una trattativa che lo riconosce di fatto se non di diritto, secondo una scelta che sembra essere sempre più considerata necessaria anche dai Paesi occidentali, in quanto giustificata da esigenze pragmatiche. Infatti il respingimento degli afghani nel Paese di origine necessita dell’accordo con il governo dei Talebani, fondamentalista e gravemente persecutorio nei confronti delle donne, che nessuno al mondo tranne la Russia ha voluto finora riconoscere. Ma questo governo è disponibile a dare il suo consenso al rientro dei suoi concittadini solo in cambio di un avanzamento del suo posizionamento nel mondo verso il riconoscimento legale. Posizione che rimane sottotraccia nella richiesta di deportazione avanzata degli Stati europei. A estendere la nuova “linea politica” ci ha pensato la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, inviando il 22 ottobre una lettera a tutti i 27 Stati dell’Unione per esortarli ad accelerare i rimpatri e implementare gli accordi bilaterali con i Paesi extra-Ue, anche con quelli che non rispettano il diritto umanitario, tipo l’Afghanistan. Quindi trattare con il governo talebano, aprendo al dialogo e ai suoi ambasciatori, riconoscendogli di fatto un ruolo ufficiale sebbene ciò contraddica le dichiarazioni che la stessa UE continua a proclamare, è la nuova strategia europea per “ridurre” l’immigrazione. La politica di dialogo dell’UE con il governo talebano è stata del resto ribadita anche dal nuovo rappresentante UE per l’Afghanistan, Gilles Bertrand, che appena eletto si è recato a Kabul per confermare direttamente ai Talebani l’intenzione dell’UE di portare avanti il processo di dialogo stabilito nell’ambito degli accordi di Doha 3 – quelli cioè che escludono qualsiasi trattativa sui diritti delle donne per far piacere ai Talebani – offrendo e chiedendo collaborazione a vari livelli. È quanto del resto ha ribadito il Parlamento Europeo nel suo ultimo comunicato in cui, mentre prende una decisa posizione contro l’apartheid di genere e denuncia le responsabilità dei Talebani, anziché proporre provvedimenti per isolarli stringe i legami attraverso viaggi in Afghanistan e contatti segreti tra diplomatici, giustamente denunciati da alcune deputate europee. In questa ottica, assume una luce più inquietante e interessata l’erogazione di aiuti umanitari che Bruxelles sta garantendo a Kabul sotto varie forme: non appare come un libero impegno dei Paesi europei democratici, solidali nei confronti del popolo afghano affamato, ma invece come un sostegno al governo talebano per avere in cambio la deportazione dei migranti afghani e agevolare il consenso dell’opinione pubblica europea sempre più xenofoba. L’articolo è stato pubblicato su Altreconomia, 18 novembre 2025   Anna Polo
November 26, 2025
Pressenza