John Ketwig, veterano del Vietnam: “A un certo punto bisogna decidere da che parte stare”
Era il 1967; i Beatles avevano già fatto tre tour negli States ed entusiasmato
un’intera generazione e John era tra quelli. Aveva diciotto anni, gli piaceva
la musica, andare a ballare e fare festa, sognava le ruggenti strade della
California e il surf; i suoi occhi erano pieni di voglia di vivere e il suo
cuore di voglia di amare, non certo di fare la guerra in Vietnam. Il caos, la
distruzione fisica e morale si abbatterono su di lui, ma riuscì a sopravvivere e
a tornare tra i vivi; con Carolynn nel 1970 mise su famiglia e se ne prese cura
lavorando come meccanico. Non aveva mai scritto più di una lettera, non aveva
mai pensato di possedere qualità letterarie e invece divenne padre di un romanzo
best and long seller “…and a hard rain fell: A G.I.’s True Story of the War in
Vietnam” (pubblicato nel 1985, ha venduto circa 250 mila copie). È membro di
Vietnam Veterans Against War e di Veterans for Peace; oltre alla famiglia e ai
doveri comuni da anni è impegnato in colloqui con ragazzi d’età scolare, con
associazioni e gruppi civili interessati a costruire una cultura di pace e
dialogo, contro ogni militarizzazione della società.
Prima del Vietnam non avresti mai immaginato che la tua vita sarebbe stata
legata a filo doppio alla guerra e alla pace. Mi sembra di capire che fu proprio
“…and a hard rain fell: A G.I.’s True Story of the War in Vietnam” che creò il
vincolo e ti aprì a un orizzonte di rinascita personale. Mi racconti come nacque
questo libro, che dopo quarant’anni continua a essere sugli scaffali delle
librerie e a essere letto?
Carolynn un giorno tornò a casa con un libro sul Vietnam scritto da
un’infermiera. Anche Carolynn lo è, è un’ostetrica. Lo leggemmo entrambi e ne
fummo scossi. Acquistammo tutti i libri disponibili all’epoca sul Vietnam.
Ricordo che uscimmo dalla libreria con due borse piene zeppe di volumi. Li lessi
tutti, uno in fila all’altro. Non posso dirti che scrivevano cose sciocche o non
vere, ma raccontavano il loro punto di vista, che era molto lontano da ciò che
io avevo vissuto sulla mia pelle. Insomma, mi sono detto, questo non è ciò che
voglio che sappiano i miei nipoti; ricordo che quasi mi venne paura al pensiero
che rimanesse solo quel tipo di racconto.
Iniziai a scrivere a penna delle note, volevo fissare i ricordi, ma non avevo
alcun progetto chiaro. Poi passai alla macchina da scrivere: ogni notte, messe a
letto le figlie, scrivevo come un ossesso pagine e pagine che poi davo a mia
moglie da leggere, correggere e valutare. Non dicemmo niente a nessuno e nessuno
si accorse di nulla; ai colleghi, agli amici, alla famiglia sembravo il solito
John e invece stavo percorrendo un viaggio a ritroso, nei meandri di me stesso,
nella notte più nera che avessi mai visto. Mi fermai a trecentocinquanta pagine
e con Carolynn decidemmo che quell’opera sarebbe stata per la famiglia:
l’avrebbero letta le nostre figlie e i nostri nipoti. Il faldone, per un po’,
finì su uno scaffale in salotto.
Ma il suo destino era un altro… Che cosa è successo?
Un giorno venne a casa un collega, un meccanico come me; di solito siamo in
tuta, dunque non avevo mai notato che aveva su un braccio un tatuaggio del
Vietnam. Gli chiesi la cortesia di leggere ciò che avevo scritto. Ne rimase
entusiasta e concordò al cento per cento con la mia visione della guerra. Mi
disse: “Devi pubblicarlo!” Non gli diedi troppo credito, ma, per fortuna, il mio
angelo, Carolynn, si diede da fare, così che un giorno mi ritrovai in mano il
numero di telefono di un agente letterario. Per un po’ rimasi anchilosato
davanti all’apparecchio, oscillando tra: “Adesso lo chiamo!” a “No, non lo
chiamo. Non sono un vero autore!” Alla fine chiamai.
Il tuo libro voleva proprio nascere! Trovo interessante che ci lavorasti come un
matto, di nascosto e per nove mesi… e mi colpisce che al tuo fianco c’era una
donna che ti amava ed era esperta di nascite.
Carolynn non solo mi ha aiutato nella stesura del libro, ma lei stessa è rimasta
vittima della guerra, delle porcherie della guerra. Il nostro primo figlio
l’abbiamo trovato morto in culla dopo quattordici giorni di vita. Risultò nato
con malformazioni genetiche, ma nelle nostre famiglie non c’erano casi pregressi
di strane malattie. Ero io che ero stato esposto all’Agente Arancio in Vietnam e
che avevo contaminato lei. Fu un duro colpo anche quello.
Caspita, mi dispiace. E immagino nessun risarcimento… nessuna scusa… Quanti
anni avevi quando pubblicasti “…and a hard rain fell: A G.I.’s True Story of the
War in Vietnam”?
Tutto iniziò tra i trentacinque e i quarant’anni; ben quattordici anni dopo il
ritorno dal Vietnam. La scrittura funzionò come una cura potente. Mi piace dire
che fu una pozione contro un’infezione che avevo radicata sotto la pelle, ma il
processo di guarigione richiese del tempo e fu molto doloroso.
Racconti in prima persona?
Si. È la mia esperienza, è ciò che ho visto, gli orrori, la paura che ho
provato, la distruzione e tanto, tanto nonsenso. Sono cresciuto nell’Upstate New
York, vicino a Buffalo, in un momento di grande cambiamento culturale. Pensa che
a scuola ci avevano insegnato che noi eravamo la generazione che avrebbe dovuto
imparare a dialogare con l’altro, perché non era più pensabile fare guerre,
c’era l’atomica, non si poteva “scherzare” con armi simili. E poi arrivarono la
controcultura, i Beatles con il loro messaggio di pace e amore universale, gli
irriverenti Rolling Stones, la poesia di Bob Dylan, le manifestazioni per i
diritti dei neri, delle donne, dei lavoratori. Immagina, questa era la realtà
che aveva influenzato la mia struttura morale. Per me contava ciò che diceva
John Lennon, i messaggi che mandava nel mondo. Eppure in Vietnam mi ritrovai a
vedere e a fare cose che contraddicevano tutto ciò che mi avevano insegnato.
Io sono tra i fortunati: sono un sopravvissuto (ci sono 58.315 nomi di caduti
nel memoriale di Washington e oggi si stima che oltre 200 mila veterani
rientrati dal Vietnam si siano suicidati) e inoltre non dovevo uscire a uccidere
armato fino ai denti. Lavoravo nelle officine come preparatore di camion e carri
armati. Le cose peggiori sono state vissute da quelli mandati in fanteria.
Eppure sei tornato anche tu a casa con una diagnosi di “Sindrome Acuta da Stress
Post-Traumatico”. Come vi insegnavano a odiare il nemico? E come sei uscito
dalla spirale di odio in cui eri stato gettato?
Certo, sono tornato a casa traumatizzato. Gli psicologi lo chiamano “disordine”,
ma è molto peggio, è un danno permanente. Il fatto è che diventare crudeli ed
efferati era posto come un requisito di sopravvivenza. È questo che ha distrutto
più di tutto la mente delle persone e che ancora le tormenta. Abbiamo tacitato
la coscienza, ma solo per un po’… Prima di partire ci avevano fatto credere che
andavamo a difendere i vietnamiti, invece stavamo andando a ucciderli, a
bombardare i loro campi; erano già poverissimi e noi li affamavamo ancora di
più. Alla fine del 1968 riuscii a passare in Thailandia; li per la prima volta
mi confrontai con una popolazione del Sud-Est Asiatico che non mi era ostile e
scoprii che erano esattamente come noi. Volevamo le stesse cose: migliorare la
vita quotidiana e garantire qualcosa di meglio per i nostri figli senza essere
sottomessi ad altri. Capii che lo desideravano anche i vietnamiti. La gente
comune, di qualsiasi popolo, desidera le stesse cose.
“…and a hard rain fell: A G.I.’s True Story of the War in Vietnam” è un libro
chiaramente contro la guerra. Come fu accolto? E che cosa contribuì al suo
successo?
All’inizio ero preoccupato, perché sapevo che molti veterani nascondevano il
loro passato; del resto l’avevo fatto anch’io e invece il libro fu accolto molto
bene. All’inizio il volano del successo fu il passaparola. Cominciai a ricevere
lettere di ex soldati. Raccontavano di essere stati negli stessi luoghi; li
riconoscevano e nelle mie parole ritrovavano le loro ansie, la loro
disperazione, la solitudine. Mi ringraziavano perché mogli e compagne dalla
lettura del libro avevano capito qualcosa in più di loro, di quel che stava
sotto gli strani comportamenti che quando emergevano facevano così male a tutti.
Ora ti racconto una storia a lieto fine. Mi contattò una donna perché, grazie al
libro, aveva capito di aver sbagliato con il fratello, anche lui un reduce del
Vietnam e voleva che gli parlassi. L’uomo da anni rifiutava ogni contatto con la
famiglia e viveva solo in un bosco. Insomma, grazie al mio libro i due si sono
riavvicinati.
Per chiudere la chiacchierata, come pensi che siamo messi oggi?
Male. Però siamo in tanti a essere disgustati; non vedo quell’organizzazione
culturale che c’era ai miei tempi, ma secondo me qualcosa di grosso sotto si sta
muovendo. Credo che un passo che ognuno dovrebbe fare è prendere una posizione
pubblica e decidere da che parte stare. Sul mio biglietto da visita ho voluto
scrivere: “Sono contrario al militarismo e alla guerra.” So bene che questa mia
azione non cambierà le intenzioni guerrafondaie dell’amministrazione Trump, ma
se diventassimo milioni a dire “NO!”? E intanto almeno posso dormire con la
coscienza a posto. Una curiosità: in Italia abiti vicino a Maranello?
Abbastanza, due ore di macchina. Perché?
Sono da tutta la vita un appassionato ed entusiasta di macchine. Uno dei miei
sogni è visitare l’officina della Ferrari.
Marina Serina