Una notte al museo di Bir Zeitdi Andrea Sabbadini,
il manifesto, 20 dicembre 2025.
Dall’inizio della guerra sono state distrutte anche opere, case e studi di
moltissimi artisti di Gaza: un viaggio da Nablus verso un museo che resiste.
Nablus, Cisgiordania, Novembre 2025: murales (foto Andrea Sabbadini)
È ancora buio a Nablus. Le sei del mattino e Amjad inizia la sua giornata.
Nã´bulus nota per una produzione storica di lane, olio e saponi, in antichità
transito obbligato per le carovane che da Damasco andavano a Gerusalemme, è
rimasta a lungo il più rilevante nucleo commerciale della Samaria. Ora le
botteghe del famoso mercato della città vecchia aprono con sempre meno fiducia
per il futuro.
Amjad continua il suo giro, carica in macchina fino a riempirla conoscenti e
colleghi anche loro diretti a Bir Zeit, chi all’università chi al Museo
Palestinese dove Amjad da dieci anni è assunto come tecnico elettricista o più
propriamente come factotum, mister one minute! Lungo una strada di periferia tra
fabbriche chiuse e cumuli di rifiuti una lampadina che cala dall’alto illumina
la schiuma da barba bianca sul viso di un uomo nella bottega di un barbiere. Da
quando è scoppiata la guerra in città vige preoccupazione per l’economia al
collasso e una paura crescente soprattutto per i giovani, bersaglio privilegiato
di questa guerra. Difficile entrare ed uscire, le strade principali di accesso
alla città sono state chiuse e controllate dall’esercito israeliano, la vita di
ogni giorno sempre più difficile e incerta e durante le notti vige paura per le
violente incursioni dei coloni e dell’esercito israeliano. In macchina le
persone preferiscono il silenzio, sembrano ascoltare la musica e le ultime
notizie su Gaza da Radio Basma o forse sono avvolti ancora tra sogni e pensieri.
Il viaggio per Bir Zeit, 40 km, si srotola tra le colline di ulivi e villaggi
palestinesi mentre Amjad controlla sui gruppi social quale percorso è più
sicuro.
Nablus, Cisgiordania, 24 novembre 2025: vista della città, © Andrea Sabbadini
Arrivati sulla strada che conduce fino a Ramallah, centinaia di bandiere
israeliane conficcate dai settlers lungo il percorso segnalano il controllo
israeliano, in particolare vicino agli insediamenti illegali che dominano
dall’alto, circondati da muri metallici e telecamere, i villaggi palestinesi
nelle vallate. Sono trascorse più di due ore, la macchina passa i cancelli
d’ingresso al museo e si ferma. La giornata è colorata di un bel cielo azzurro
nel vento di scirocco lo sta aspettando Atallah, il giardiniere. Amjad si toglie
il giubbetto e si cala in un tombino del sistema idrico, ci sono problemi con le
pompe dell’acqua, sarà una giornata impegnativa.
Posto sulla sommità di una collina, il Museo Palestinese è di una bellezza
sconcertante. L’ampio giardino a terrazzamenti, ricco di piante indigene, si
estende per quattro ettari e già da solo merita una visita dal sapore Zen. I
giardini del museo raccontano la storia agricola e botanica della Palestina.
Passeggiando tra i giardini piante aromatiche e medicinali che abbracciano
legumi e colture di cereali, il tutto circondato da alberi selvatici e da
frutto, diventa un’occasione per conoscere queste piante dal punto di vista
scientifico e culturale attraverso il loro legame con il folklore palestinese.
«Queste piante si alternano con il passare delle stagioni e quando mi trovo nel
giardino cerco di non pensare a quanto sta succedendo al mio popolo e alla mia
terra e provo a godere con tutti i miei sensi» mi confessa Amjad alle prese con
il sistema di irrigazione mentre Atallah emerge tra la malva.
Il complesso ha aperto i battenti il 18 maggio 2016, dopo 18 anni di
progettazione e lavori e lo stanziamento di 28 milioni di dollari. Più del 90
per cento dei fondi provengono da elargizioni di donatori palestinesi. Molti non
vogliono più affidarsi solo ai fondi che arrivano dall’estero. L’indipendenza
non è solo politica; è anche intellettuale e artistica.
Birzeit, Cisgiordania, 27 novembre 2025: Il Museo Palestinese © Andrea Sabbadini
«È il momento di celebrare la ricchezza della cultura e del patrimonio storico
palestinese», ha dichiarato durante l’inaugurazione il presidente del museo Omar
al-Qattan. «Questo è un museo transnazionale. Qui abbiamo la casa madre, che
avrà filiali in varie parti del mondo». L’istituzione culturale si concepisce
come una presenza, capace di andare incontro ai palestinesi locali e a quelli
della diaspora: dai campi profughi in Giordania e Libano fino agli emigrati in
Cile e negli Stati Uniti. L’idea di un museo transnazionale, ha spiegato
al-Qattan è una risposta alle sfide poste dalla situazione politica. Via via che
prendeva corpo, il progetto ha mutato aspetto rispetto all’idea originaria. Da
un luogo commemorativo della Nakbah («la catastrofe» causata al popolo
palestinese dalla guerra arabo-israeliana del 1948). Pian piano si è fatta largo
la prospettiva di occuparsi del patrimonio culturale e storico, oltre che della
memoria collettiva, palestinese.
La sofisticata architettura della sede museale è stata concepita per essere
profondamente inserita nel territorio circostante: la struttura sembra emergere
dal suolo e interagire con il paesaggio. Vuole collegare il passato al presente
e al futuro con linee insieme moderne e discrete.
La collezione permanente del Museo Palestinese comprende oggi centinaia di pezzi
di valore storico, artistico e culturale che raccontano la cultura e l’arte
palestinese. Parte della collezione 80 thobe tradizionali palestinesi – la lunga
tunica ricamata con tatreez e considerata l’abito nazionale delle donne
palestinesi – che tre decenni fa, sono state trasportate dalla Palestina agli
Stati Uniti, dove sono state acquistate e conservate da quattro donne
palestinesi-americane del Comitato per la Conservazione del Patrimonio
Palestinese (CPPH) di Washington, D.C.
Nel novembre 2018, un rappresentante del CPPH ha saputo del Museo Palestinese
attraverso un servizio televisivo. In seguito hanno visitato il museo e si sono
offerti di donare la collezione di thobe per raggiungere l’obiettivo che
inizialmente aveva motivato la raccolta: riportarle a casa in Palestina, dove
appartengono, sotto la cura di un museo palestinese professionale e sicuro.
Il messaggio del museo è semplice, dice Amjad «Noi siamo qui e abbiamo una
storia, una ricca cultura e un patrimonio eccezionale da condividere con tutti.
Siamo in grado di farcela senza l’aiuto di nessuno. L’unica cosa che chiediamo è
la libertà». Mentre mi dice queste cose sta finendo di preparare il pranzo nella
cucina attrezzata nella stanza dei tecnici. Soltanto due giorni dopo, rientrando
a Nablus dopo la giornata di lavoro è stato bloccato ad un check point ed è
stato costretto a far ritorno al museo: fortuna che oltre alla cucina c’è anche
un letto per ogni evenienza.
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