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Palestina: resistenza, solidarietà, coraggio, dignità
Articoli di Ilaria De Bonis, di Donata Columbro e Roberta Cavaglia , di Daniele Ratti e Massimiliano Bonvissuto, di Enrico Semprini. Con aggiornamenti e link.   Anbamed 16 gennaio e 17 gennaio: aggiornamenti sulla situazione a Gaza e in Cisgiordania; per Peace and War, Ilaria De Bonis focalizza la situazione della condizione nelle tende; Anan, Ilan e Mansour – situazione
Palestina – lo sguardo non si abbassa
Articoli, analisi e riflessioni storiche di Andrea Carugati, Lucia Montanaro, Amal Oraby, Luca Saltalamacchia, Enrico Semprini. Con aggiornamenti dalla Palestina di Anbamed e di Radio Onda d’Urto. Prima parte dell’analisi sul dispositivo giuridico relativo all’arresto di Mohammad Hannoun e degli altri solidali; seconda parte dell’inchiesta di Daniele Ratti e Massimiliano Bonvissuto; seconda selezione tratta dal libro di Noam Chomsky e
Una notte al museo di Bir Zeit
di Andrea Sabbadini,    il manifesto, 20 dicembre 2025.   Dall’inizio della guerra sono state distrutte anche opere, case e studi di moltissimi artisti di Gaza: un viaggio da Nablus verso un museo che resiste. Nablus, Cisgiordania, Novembre 2025: murales (foto Andrea Sabbadini) È ancora buio a Nablus. Le sei del mattino e Amjad inizia la sua giornata. Nã´bulus nota per una produzione storica di lane, olio e saponi, in antichità transito obbligato per le carovane che da Damasco andavano a Gerusalemme, è rimasta a lungo il più rilevante nucleo commerciale della Samaria. Ora le botteghe del famoso mercato della città vecchia aprono con sempre meno fiducia per il futuro. Amjad continua il suo giro, carica in macchina fino a riempirla conoscenti e colleghi anche loro diretti a Bir Zeit, chi all’università chi al Museo Palestinese dove Amjad da dieci anni è assunto come tecnico elettricista o più propriamente come factotum, mister one minute! Lungo una strada di periferia tra fabbriche chiuse e cumuli di rifiuti una lampadina che cala dall’alto illumina la schiuma da barba bianca sul viso di un uomo nella bottega di un barbiere. Da quando è scoppiata la guerra in città vige preoccupazione per l’economia al collasso e una paura crescente soprattutto per i giovani, bersaglio privilegiato di questa guerra. Difficile entrare ed uscire, le strade principali di accesso alla città sono state chiuse e controllate dall’esercito israeliano, la vita di ogni giorno sempre più difficile e incerta e durante le notti vige paura per le violente incursioni dei coloni e dell’esercito israeliano. In macchina le persone preferiscono il silenzio, sembrano ascoltare la musica e le ultime notizie su Gaza da Radio Basma o forse sono avvolti ancora tra sogni e pensieri. Il viaggio per Bir Zeit, 40 km, si srotola tra le colline di ulivi e villaggi palestinesi mentre Amjad controlla sui gruppi social quale percorso è più sicuro. Nablus, Cisgiordania, 24 novembre 2025: vista della città, © Andrea Sabbadini Arrivati sulla strada che conduce fino a Ramallah, centinaia di bandiere israeliane conficcate dai settlers lungo il percorso segnalano il controllo israeliano, in particolare vicino agli insediamenti illegali che dominano dall’alto, circondati da muri metallici e telecamere, i villaggi palestinesi nelle vallate. Sono trascorse più di due ore, la macchina passa i cancelli d’ingresso al museo e si ferma. La giornata è colorata di un bel cielo azzurro nel vento di scirocco lo sta aspettando Atallah, il giardiniere. Amjad si toglie il giubbetto e si cala in un tombino del sistema idrico, ci sono problemi con le pompe dell’acqua, sarà una giornata impegnativa. Posto sulla sommità di una collina, il Museo Palestinese è di una bellezza sconcertante. L’ampio giardino a terrazzamenti, ricco di piante indigene, si estende per quattro ettari e già da solo merita una visita dal sapore Zen. I giardini del museo raccontano la storia agricola e botanica della Palestina. Passeggiando tra i giardini piante aromatiche e medicinali che abbracciano legumi e colture di cereali, il tutto circondato da alberi selvatici e da frutto, diventa un’occasione per conoscere queste piante dal punto di vista scientifico e culturale attraverso il loro legame con il folklore palestinese. «Queste piante si alternano con il passare delle stagioni e quando mi trovo nel giardino cerco di non pensare a quanto sta succedendo al mio popolo e alla mia terra e provo a godere con tutti i miei sensi» mi confessa Amjad alle prese con il sistema di irrigazione mentre Atallah emerge tra la malva. Il complesso ha aperto i battenti il 18 maggio 2016, dopo 18 anni di progettazione e lavori e lo stanziamento di 28 milioni di dollari. Più del 90 per cento dei fondi provengono da elargizioni di donatori palestinesi. Molti non vogliono più affidarsi solo ai fondi che arrivano dall’estero. L’indipendenza non è solo politica; è anche intellettuale e artistica. Birzeit, Cisgiordania, 27 novembre 2025: Il Museo Palestinese © Andrea Sabbadini «È il momento di celebrare la ricchezza della cultura e del patrimonio storico palestinese», ha dichiarato durante l’inaugurazione il presidente del museo Omar al-Qattan. «Questo è un museo transnazionale. Qui abbiamo la casa madre, che avrà filiali in varie parti del mondo». L’istituzione culturale si concepisce come una presenza, capace di andare incontro ai palestinesi locali e a quelli della diaspora: dai campi profughi in Giordania e Libano fino agli emigrati in Cile e negli Stati Uniti. L’idea di un museo transnazionale, ha spiegato al-Qattan è una risposta alle sfide poste dalla situazione politica. Via via che prendeva corpo, il progetto ha mutato aspetto rispetto all’idea originaria. Da un luogo commemorativo della Nakbah («la catastrofe» causata al popolo palestinese dalla guerra arabo-israeliana del 1948). Pian piano si è fatta largo la prospettiva di occuparsi del patrimonio culturale e storico, oltre che della memoria collettiva, palestinese. La sofisticata architettura della sede museale è stata concepita per essere profondamente inserita nel territorio circostante: la struttura sembra emergere dal suolo e interagire con il paesaggio. Vuole collegare il passato al presente e al futuro con linee insieme moderne e discrete. La collezione permanente del Museo Palestinese comprende oggi centinaia di pezzi di valore storico, artistico e culturale che raccontano la cultura e l’arte palestinese. Parte della collezione 80 thobe tradizionali palestinesi – la lunga tunica ricamata con tatreez e considerata l’abito nazionale delle donne palestinesi – che tre decenni fa, sono state trasportate dalla Palestina agli Stati Uniti, dove sono state acquistate e conservate da quattro donne palestinesi-americane del Comitato per la Conservazione del Patrimonio Palestinese (CPPH) di Washington, D.C. Nel novembre 2018, un rappresentante del CPPH ha saputo del Museo Palestinese attraverso un servizio televisivo. In seguito hanno visitato il museo e si sono offerti di donare la collezione di thobe per raggiungere l’obiettivo che inizialmente aveva motivato la raccolta: riportarle a casa in Palestina, dove appartengono, sotto la cura di un museo palestinese professionale e sicuro. Il messaggio del museo è semplice, dice Amjad «Noi siamo qui e abbiamo una storia, una ricca cultura e un patrimonio eccezionale da condividere con tutti. Siamo in grado di farcela senza l’aiuto di nessuno. L’unica cosa che chiediamo è la libertà». Mentre mi dice queste cose sta finendo di preparare il pranzo nella cucina attrezzata nella stanza dei tecnici. Soltanto due giorni dopo, rientrando a Nablus dopo la giornata di lavoro è stato bloccato ad un check point ed è stato costretto a far ritorno al museo: fortuna che oltre alla cucina c’è anche un letto per ogni evenienza. https://ilmanifesto.it/una-notte-al-museo-di-bir-zeit