Ivan Bunin / Il sottile equilibrio fra prosa e poesia
Una qualità poetica intride la prosa di Ivan Bunin, una sensibilità che la rende
permeabile a qualsiasi pur minimo dettaglio. Sin dalla prima pagina di Lika,
quinta e ultima sezione finalmente riunita alle quattro parti che compongono La
vita di Arsen’ev, il protagonista si rallegra per quella “festa di impressioni
nuove” che il destino gli ha riservato. Il libro acquisisce una valenza
diaristica, in quanto ogni annotazione è ostacolo alla transitorietà
dell’esistere. L’arrivo in stazione del feretro dello zar Alessandro III balena
nell’incipit, così come aveva concluso il precedente libro. Si tratta di una
fugace impressione mortifera, subito sostituita da quella di una più modesta
locomotiva che riempie di commozione l’anima di Arsen’ev. Il movimento lo
ammalia ponendolo in agitazione. La velocità è antidoto alla sofferenza. La
destinazione non ha importanza, tanto da sceglierla a volte per la sola
musicalità del suono. La solitudine del vagone e il trascorrere del paesaggio lo
riempiono di gioia. I campi bui, silenziosi gli appaiono estranei al mondo. Il
fascino della prosa di Bunin è tutto qui, nel restituirci sensazioni che anche
noi abbiamo certamente provato, nel trovarci soli con noi stessi in territori
ignoti. «Avevo di nuovo i sensi in festa: come tutto era terribilmente familiare
e insieme nuovo – l’oscurità della campagna, la miseria, l’indifferenza!»
C’è il mistero dell’esistenza in queste parole. Arsen’ev osserva ogni cosa per
imprimersela nella memoria, per non trascurare neppure un briciolo di vita.
Agisce con incoscienza, come trascinato da un impulso irrefrenabile. La bella e
volubile Lika lo conquista. Rapito, si compiace di vagare per antichi cimiteri,
coltivando una vocazione autunnale e romantica. La musica, piacere doloroso,
amplifica il godimento dell’amore. Il ticchettio di una sveglia evoca pensieri
di morte. Una tristezza dolce e amara lo avvolge. “Dov’è tutto questo adesso?”,
si domanda tornando con la memoria a quell’amore acerbo, ispirato alla relazione
giovanile dell’autore stesso con Varvara Pashchenko. L’atto di scrivere diviene
ricerca di una felicità irraggiungibile, proprio perché inquinata da una
costante insoddisfazione. Un racconto di Čechov lo rende lieto e invidioso al
tempo stesso. Il suo carattere è minato da una costante insoddisfazione.
L’osservazione diviene ossessiva nella sua pretesa di non dimenticare neppure un
dettaglio, per poterlo consegnare alla pagina scritta. La percezione sensoriale
del mondo si fa dolorosa, perché effimera. Una biblioteca in abbandono veicola
un enorme senso di tristezza, perché il suo contenuto non sembra avere
importanza per gli uomini.
Bunin, invece, crede con tutte le sue forze nel potere della parola. Per questo
appare costantemente in bilico fra la prosa e la poesia, fra la vocazione lirica
e quella del minuzioso osservatore. Come accade nella biblioteca, una chiesa
vuota e silenziosa gli procura piacere. Sono questi i luoghi dove si sente a
proprio agio, nell’oscurità più intima e inviolata. Vede un vecchio accendere
alcune candele, e si rende conto che questi appare “indicibilmente stanco della
nostra incomprensibile esistenza terrena e dei suoi misteri”. Bunin riesce a
farci percepire gli enigmi che ci circondano descrivendo la concretezza delle
cose. Un divano in una stanza buia gli appare come un oggetto fatale. I tetti
stagliati nella notte, affascinanti in maniera incomprensibile, gli trasmettono
un senso di calma. La sera sfuma nel blu, come in un dipinto di van Gogh, e
tutto diviene dolce e accogliente. Indaga le schiene dei passanti, cercando di
cogliere qualcosa delle loro vite. A volte dubita del suo reale interesse per
gli altri, in quanto percepisce prepotente il richiamo del proprio io. Questa è
la materia della sua prosa, ineffabile eppure così commovente. In lui ritroviamo
il nostro essere uomini, la nostra forza e la nostra fragilità. La paura
attanaglia il narratore quando prova la sensazione di essere separato da ciò che
lo circonda, di non avere scopo alcuno nell’esistenza. La salvezza è nella
ricerca della felicità, unico argine contro l’incomprensibile.
Arsen’ev si trova a proprio agio nella Piccola Russia, ovvero nell’attuale
Ucraina, un luogo colmo di passato, di canzoni e di leggende. Il gelo del nord
lo spaventa, mentre vagheggia i paesaggi assolati della Crimea. Canti cosacchi
balenano nell’aria, voci di guerrieri che lottarono per l’indipendenza
dell’Ucraina; passi che oggi, con la guerra in corso, divengono saturi di
significato. “Niente mi basta più”, dice Arsen’ev, ed è in questa bramosia di
vita che risiede il fascino del libro. Arricchisce il volume una significativa
silloge di quattordici poesie, dalle quali traspare il mondo poetico limpido,
toccante e del tutto peculiare di Bunin.
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