Calenzano: da hub fossile a hub green? La transizione ecologica non parte con Eni
Il deposito Eni di Calenzano era un hub di combustibili fossili tra i più
importanti d’Italia: con una capacità di stoccaggio di 160 mila tonnellate,
l’impianto accoglieva i prodotti raffinati presso lo stabilimento di Stagno
(Livorno) prima dello smistamento in tutto il territorio nazionale ed era
classificato ad “alto rischio di incidente rilevante” secondo la direttiva
Seveso. Un anno fa, il 9 dicembre 2024, al deposito Eni di Calenzano persero la
vita in un’esplosione cinque lavoratori, altri 28 rimasero feriti. Già dopo le
prime indagini risultò che l’esplosione avvenne durante un’attività di
manutenzione, mentre il carico e scarico delle autobotti andava avanti senza
interruzione, contravvenendo alle relative disposizioni di sicurezza che invece
prescrivono la non concomitanza delle due attività.
Secondo una perizia tecnica, il blocco del carico delle autobotti per un turno
della giornata del 9 dicembre avrebbe comportato una perdita di 255mila euro di
introiti: è lo 0,005% degli utili netti di Eni del 2024 (5 miliardi di euro),
una cifra risibile per un’azienda con questo fatturato, ma che a cinque persone
è costata la vita. Non esiste nessun prezzo alla vita umana, eppure la barbarie
del capitale quotidianamente lo impone e con quello fa i suoi calcoli. In
seguito all’accaduto, Eni commissionò alla ditta appaltatrice dell’impianto la
redazione di un documento tecnico: poiché secondo la procura questo avrebbe
potuto insabbiare le indagini, occultando o rendendo indisponibili delle prove,
venne disposto un incidente probatorio. A distanza di un anno sono 10 gli
indagati, di cui sette manager di Eni e due intercettati telefonicamente
rispetto al “tenersi puliti” ed “evitarsi rogne” in seguito al dramma del 9
dicembre. L’inchiesta per omicidio plurimo, disastro e lesioni colpose non si è
ancora chiusa. Ancora una volta sarà dura avere verità e giustizia per quello
che non è degno definire “incidente”, quanto “inaccettabile normalità”,
strutturale (e prevedibile) conseguenza di una filiera fossile che è mortifera
dall’inizio alla fine: dall’estrazione alla raffinazione allo stoccaggio al
consumo.
Eni si è impegnata a versare al Comune di Calenzano un risarcimento volontario
di 6,5 milioni di euro, «a prescindere dall’esito del procedimento giudiziario».
E d’altra parte, Eni e i suoi dirigenti vantano precedenti importanti di
assoluzione in processi anche più grossi, come quello per il giacimento OPL245
in Nigeria – solo per citarne uno: il “processo del secolo” (come fu chiamato
nel 2020), per l’entità della tangente di cui Eni era accusata e per il danno
ambientale, ecologico, umano verificatosi in centro Africa. Casi come OPL245 ci
parlano di uno “Stato parallelo” transnazionale, in cui l’agibilità di
multinazionali come Eni è totale, con criteri di anticorruzione estremamente
discrezionali e lassi e con la possibilità concreta di indirizzare processi
politici e giudiziari esteri e italiani.
> Non è quindi infondata la preoccupazione che, ancora una volta, anche a
> Calenzano, il cane a sei zampe ecocida proverà a tingersi di verde e a
> uscirne, non solo impunito in tribunale, ma addirittura benefattore presso
> l’opinione pubblica.
Infatti, per far dimenticare a un territorio in lutto il “ciavvelEni” (la
denuncia tante volte risuonata nelle piazze dell’attivismo climatico del 2019),
si è optato per la conversione del deposito di Calenzano a parco fotovoltaico:
da hub fossile a hub “green”, con una produzione di energia elettrica di 20 Mwp
(Megawatt di picco) risultante dall’installazione di circa 60mila pannelli. Il
5% del valore totale dell’energia prodotta da questo primo impianto verrà ceduto
al Comune e un altro impianto di 1 Mwp verrà costruito e gestito a spese di Eni
per l’alimentazione di un’area sportiva comunale. Entusiaste le dichiarazioni
del sindaco di Calenzano, Carovani «Un balzo decisivo verso un futuro
sostenibile sulla strada della decarbonizzazione», e del presidente della
Regione, Giani: «Questo accordo rappresenta un esempio concreto e positivo di
come la Toscana stia accelerando sulla transizione energetica, trasformando un
sito del passato in una risorsa per il futuro».
Ma non è solo una questione di numeri, quanto di sostanza politica. Quale sarà
la ricaduta occupazionale e di soddisfacimento energetico per il territorio? Che
possibilità ci sarà per il pubblico di supervisionare la riconversione del sito
e determinare le scelte produttive future? Stiamo facendo veramente un “balzo in
avanti”, come sostiene il sindaco di Calenzano, o piuttosto un gattopardiano
business as usual spennellato di verde? Perché al netto dell’energia distribuita
localmente, Eni continuerà a fare profitti d’oro, anche dai parchi fotovoltaici
come quello che sorgerà a Calenzano, ma soprattutto dagli investimenti in
combustibili fossili, la cui estrazione e lavorazione è prevista in aumento per
il prossimo triennio: altro che transizione alle rinnovabili, il gas
rappresenterà ancora il 60% del portafoglio aziendale di quella che rimane una
delle oil companies più inquinanti al mondo, con responsabilità climatiche tra
le più gravi storicamente e che le hanno valso la causa intentata
coraggiosamente da ReCommon e Greenpeace (“La Giusta Causa”).
> Anche tralasciando il fatto che il cane a sei zampe rimane una compagnia
> fossile e anche volendoci concentrare sulla (minima) porzione non-fossile di
> energia nel suo piano triennale, finché la produzione e la distribuzione
> resteranno accentrate in mano a big players e soggette a enormi margini di
> profitto privato, nessuna democrazia energetica avrà possibilità di
> svilupparsi.
Similmente nessuna giustizia sociale potrà darsi perpetrando la nostra
dipendenza da una multinazionale implicata in disastri ambientali dalla Val
d’Agri al Niger, nonché nel genocidio palestinese tramite accordi commerciali
con Israele. Infatti, assieme a Dana Petroleum, BP, SOCAR, NewMed, a pochi
giorni di distanza dal 7 ottobre 2023, Eni ha acquisito da Israele per alcuni
milioni di dollari permessi di esplorazione in Zone Economiche Esclusive
palestinesi, in esplicita violazione del diritto internazionale, in connivenza
con il colonialismo energetico israeliano e in economico sostegno all’escalation
del genocidio.
Infine, ma non per importanza, come si fa a non chiedersi da dove verranno i
pannelli installati in questo gigantesco hub? La filiera del fotovoltaico è
costellata di crimini ambientali ed estrattivismo feroce nel Sud Globale, con
cui le materie prime vengono accaparrate a basso costo dal Nord Globale, mentre
la caparbietà dell’occidente di difendere gli investimenti delle aziende fossili
ha di fatto lasciato alla Cina il monopolio nella produzione di pannelli. E la
politica industriale italiana si disinteressa totalmente di questo, non esiste
alcuna direttrice se non la conversione industriale bellica.
C’è chi si pone in Italia oggi seriamente il problema di una produzione di
pannelli fotovoltaici secondo filiera etica, a servizio della transizione
ecologica dal basso: sono gli operai della ex-GKN di Campi Bisenzio, licenziati
quattro anni e mezzo fa, in assemblea permanente dal 9 luglio 2021, in lotta da
allora per difendere uno stabilimento dalla speculazione immobiliare e per
tornare a lavoro in maniera dignitosa.
> Come si fa a progettare campi fotovoltaici nella piana fiorentina senza
> nemmeno considerare la vertenza operaia più lunga della storia di Italia a
> letteralmente 2 km in linea d’aria dall’ecomostro di Eni da convertire?
Vertenza, quella della ex-GKN, che ha fatto proprio della produzione,
installazione e riciclo di pannelli fotovoltaici il core del piano di
reindustrializzazione, rivolto a comunità energetiche rinnovabili e solidali su
tutto il territorio nazionale e non solo. Questo piano, frutto di tre anni di
lavoro, con quattro due diligence tecniche e finanziarie superate, era già
pronto a partire nell’ottobre 2024, quando ancora l’esplosione del deposito Eni
non era avvenuta. Urge che quelle stesse istituzioni locali e regionali, così
solerti a approvare la conversione del deposito incriminato, così zelanti a
parole di voler transitare a energie rinnovabili, si scrollino dall’assoluto
immobilismo in cui stagnano da mesi e finalmente permettano all’alternativa
(quella vera) di esistere con la riapertura di ex-GKN.
In quattro anni e mezzo di vertenza, ogni risultato istituzionale è stato
ottenuto solo grazie alla lotta e malgrado le istituzioni stesse. La legge
regionale per facilitare la costituzione di consorzi industriali pubblici esiste
perché è stata scritta da operai e solidali; è arrivata in consiglio regionale
solo dopo mobilitazioni, cortei, accampata in Regione, sciopero della fame ed è
stata approvata il giorno della vigilia di Natale dello scorso anno a tarda
notte dopo ore di ostruzionismo della destra che hanno reso necessario un
presidio del Collettivo di Fabbrica e brigata sonora sotto la sede del
consiglio.
Da allora ci sono voluti sei mesi perché questo consorzio venisse solo
costituito (luglio 2025) e da altri sei mesi stiamo aspettando che tale
consorzio compia il piccolo semplice gesto per cui è nato: rilevare lo
stabilimento di Campi Bisenzio e metterlo a servizio della
reindustrializzazione. I rinvii, i silenzi, i tavoli saltati, hanno logorato
questa lotta per troppo tempo e per chi ha messo in gioco tutto, di tempo non ce
n’è più. La conversione a fotovoltaico del deposito Eni sarebbe, di per sé, una
notizia più positiva di altre, ma allo stesso tempo è l’ennesima conferma di
quanto la transizione ecologica sia sistematicamente boicottata quando parte dal
basso e strumentalizzata dall’alto quando pare un’utile copertura.
di Luca Mangiacotti
Riaprire una fabbrica, ricreando lavoro utile, buono, sano e giusto, a servizio
della transizione ecologica dal basso invece che del riarmo e della guerra è un
esempio che il sistema oggi vuole affossare. E allo stesso tempo, noi tuttə non
possiamo permetterci di rinunciarvi. La ex-GKN è ancora «un faro di speranza»,
come ha detto Greta Thunberg, per tutto il movimento ecologista, sociale,
operaio, ed è quindi una responsabilità collettiva continuare a sostenere questa
lotta per la giustizia climatica e sociale.
Ad oggi, dicembre 2025, il Collettivo di Fabbrica lancia una nuova campagna di
crowdfunding con l’obbiettivo di raccogliere due milioni di euro: questa è la
cifra che improvvisamente questa estate è venuta a mancare con il defilarsi di
un finanziatore a “impatto sociale” dal piano industriale. Per reagire al
sabotaggio e all’immobilismo, il Collettivo di Fabbrica ha deciso di usare il
“metodo flotilla nell’economia”: mettere in mare le navi, grandi e piccole,
senza chiedere il permesso e partire, con parte del progetto o con tutto.
L’appello è quello di sostenere la campagna, diffonderla il più possibile. Per
dare uno “schiaffo al sistema” con un’azione contro il riarmo, per salvare Gff –
GKN For Future, la cooperativa nata che da nome anche al piano – per dimostrare
che loro sono il nulla e che noi insieme, ancora una volta, possiamo essere
tutto.
La foto di copertina è tratta dalla pagina FB del Collettivo di Fabbrica Gkn
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