Condannare a morte per un’opinione
L’imam di Torino, Mohamed Shahin, è stato liberato e non potrà essere espulso
verso l’Egitto, almeno per il momento. La sua vera e propria cacciata era stata
decisa direttamente dal ministero dell’Interno guidato da Piantedosi, per le sue
parole sul 7 ottobre: Shahin l’aveva definito “un atto di resistenza” contro
l’occupazione israeliana. Per attaccare Shahin e — come al solito — i giudici,
si è mossa addirittura Giorgia Meloni, secondo la quale “dalle mie parti
significa giustificare, se non istigare, il terrorismo. Qualcuno mi può spiegare
come facciamo a difendere la sicurezza degli italiani se ogni iniziativa che va
in questo senso viene sistematicamente annullata da alcuni giudici?” Le ha fatto
eco Matteo Salvini, per coincidenza questa volta non dalla parte della libertà
d’espressione a tutti i costi, secondo cui si tratta di una “decisione
sconcertante.” “Chi semina odio non può restare in Italia.” Per Forza Italia ha
parlato Gasparri, che ha formalizzato il collegamento tra il caso Shahin, il
sostegno al genocidio della popolazione palestinese, e la causa della riforma
della giustizia, da sempre bandiera del partito: “Rimettere in circolazione un
soggetto che ha apertamente giustificato il terrorismo di Hamas è incommentabile
e ci dimostra come sia sempre più urgente una riforma della giustizia per porre
fine alle correnti politicizzate.” Il presidente dei senatori FdI Malan arriva
addirittura a collegare il caso con la strage di Bondi Beach: “Mentre in
Australia l’odio antiebraico fa quindici morti, per la Corte d’Appello di Torino
l’Imam Sharon che giustifica l’orrenda strage del 7 ottobre 2023 può andare
tranquillamente in giro a diffondere le sue idee.” Anche secondo Malan il
problema sono i giudici contro il governo, e non il governo contro la legge: “È
preoccupante la tendenza di certi magistrati di andare sempre e comunque contro
l’azione del Governo a difesa della sicurezza degli Italiani.” Le frasi
dell’Imam erano già state segnalate dalla Digos alla procura di Torino lo scorso
settembre, prima che il caso venisse politicizzato a livello nazionale, ma
quest’ultima aveva concluso che si trattava di “espressione di pensiero che non
integrava estremi di reato.” Shahin, in Egitto, rischia la vita in quanto
oppositore del governo. (ANSA / X / Adnkronos / Fratelli d’Italia Senato)
Il supporto per Shahin è stato a dir poco trasversale: dal vescovo di Pinerolo
Derio Olivero, il presidente della commissione CEI per l’ecumenismo e il
dialogo, a Ultima generazione, oltre che ovviamente da parte delle
manifestazioni a favore della causa palestinese. Olivero aveva descritto il caso
come “assurdo,” ricordando come l’imam fosse “sempre pronto a lavorare per il
dialogo.” L’ANPI Nicola Grosa aveva raccolto le dichiarazioni di sostegno per
Shahin in un podcast. Sarah Disabato, capogruppo in regione del M5S, insieme ai
consiglieri Alberto Unia e Pasquale Coluccio, ha firmato una nota dai toni duri:
“La magistratura ha dovuto porre un argine all’arroganza di una politica che, in
maniera sconsiderata e pericolosa, fa della repressione della libertà di parola
il suo modus operandi.” “Il Movimento 5 Stelle è pronto ad accogliere Mohamed
Shahin a Torino a braccia aperte.” Altrettanto netto il vicecapogruppo AVS alla
Camera, Marco Grimaldi, secondo cui “è gravissimo che il ministro Piantedosi
abbia costruito un decreto su basi inconsistenti, mentendo al Paese e
alimentando un clima di sospetto verso una persona innocente e soffiando sul
fuoco dell'islamofobia.” “Shahin è stato privato della libertà senza motivo. La
giustizia ha fatto il suo corso, ma il danno umano e civile resta. Ora il
governo chieda scusa, cambi rotta e ritiri il decreto di espulsione: non si
gioca con i diritti fondamentali delle persone.” (Corriere della Sera Torino /
ANPI Nicola Grosa / ANSA)
Ovviamente che il governo chieda scusa è uno scenario oltre la fantascienza.
Succede l’esatto contrario: secondo fonti di Adnkronos il Viminale andrà avanti
sull’espulsione: il ministero dell’Interno intende fare ricorso alla Cassazione
per ottenere il rimpatrio di Shahin. Il suo legale, Gianluca Vitale, sostiene
che affronteranno le prossime udienze “con serenità.” “La liberazione è frutto
della normale dialettica processuale di un qualunque paese democratico. Il
giudice ha semplicemente ritenuto che non ci fossero gli elementi sufficienti
per privare una persona della libertà personale.” (Adnkronos / il manifesto)