[2026-02-07] Sabotiamo la Guerra e la Repressione @ Via Cattaneo, Viterbo
SABOTIAMO LA GUERRA E LA REPRESSIONE
Via Cattaneo, Viterbo - Via Carlo Cattaneo, 01100 Viterbo VT, Italia
(sabato, 7 febbraio 15:00)
Sabotiamo la guerra e la repressione Manifestazione e convegno a Viterbo il 7 e
8 febbraio 2026 Da almeno quattro anni la guerra è prepotentemente il marchio
del nostro tempo. Non che essa se ne fosse mai andata, anzi si può dire che il
secolo nato sotto il segno della cosiddetta “Guerra infinita” – a partire
dall’11 settembre 2001 – sta mantenendo tutte le sue promesse. Una strategia,
quella lanciata all’epoca dall’amministrazione Bush, che si è manifestata in un
quarto di secolo di aggressioni imperialiste da parte del blocco NATO-sionista,
in Afganistan, in Iraq, in Palestina. Il genocidio tuttora in corso a Gaza ne è
l’ultima e più drammatica espressione. Con l’esplosione del conflitto su larga
scala tra NATO e Federazione Russia in Ucraina a partire dal febbraio del 2022,
la dinamica si allarga e cambia natura, diventando in quella regione un
confronto diretto fra blocchi di Paesi capitalisti e altamente industrializzati,
di dimensioni continentali e dotati di migliaia di armi nucleari. Il tutto
avviene sullo sfondo dell’attrito tra gli USA e il loro principale concorrente,
la Cina. In questo senso la guerra da allora è diventata non solo un fatto
esotico, relegato nell’immaginario alle popolazioni che l’Occidente in questi
anni ha massacrato e provato a sottomettere, ma una lugubre incombenza anche a
quelle latitudini, come le nostre, dove non la si credeva immaginabile. Centrale
come sempre nella guerra è il ruolo della propaganda. Sfacciata, inqualificabile
l’operazione mediatica di chi, dopo aver per un quarto di secolo mostrificato
chi si oppone alle truppe occidentali come un terrorista, dopo aver giustificato
Guantanamo, i rapimenti extragiudiziali, le torture e le esecuzioni, dopo aver
incensato le invasioni statunitensi ed europee come campagne di liberazione,
ora, nel conflitto ucraino, dove si combatte effettivamente una guerra
simmetrica, una guerra altamente tecnologica con droni, missili e satelliti e al
contempo una guerra di carri armati e di trincee, lì ci si inventa l’operazione
della “resistenza” ucraina e si cantano le ballate della legittima lotta contro
l’invasore. Il tema della propaganda di guerra è evidentemente connesso con
quello della censura. Ce lo testimonia da ultimo una serie di misure liberticide
che anche in Italia uniscono destra e sinistra del campo borghese; dal ddl
Gasparri (Forza Italia) a quello Del Rio (PD) parliamo di progetti di legge tesi
all’equiparazione, dalle scuole alle aule di tribunale, dell’antisionismo con
l’antisemitismo. Il Pacchetto-Sicurezza (ex ddl 1660) già approvato introduce il
cosiddetto “terrorismo della parola”, insieme a un vasto pacchetto di norme dal
sapore esplicitamente classista tese a schiacciare con anni di galera le rivolte
nelle carceri, le manifestazioni di piazza, i picchetti operai e i blocchi
stradali che da sempre sono espressione della lotta di classe, persino in un
ambito sindacalistico e contrattualistico. Quindi, più in generale, è il tema
della guerra a essere connesso con quello della repressione. Innanzitutto in
termini generali, come repressione sociale. Quando lo Stato si prepara alla
guerra, quella che prepara è soprattutto la guerra della borghesia contro il
proletariato. La guerra permette al capitalismo internazionale di travasare
immense ricchezze dal welfare al warfare nel fronte interno, avviando una
gigantesca corsa al riamo finanziata attraverso politiche di macelleria sociale
e manovre economiche di “lacrime e sangue”, tese esclusivamente a ingrassare le
oligarchie padronali, moltiplicandone i profitti. E l’ex ddl 1660 mira
esattamente a questo ambito del fronte interno: nel momento in cui si profila
un’enorme espropriazione delle ricchezze dai salariati alla macchina militare
(sintetizzabili nell’obiettivo del 5% del PIL da investire in armamenti),
bisogna preventivare la necessità di reprimere le possibili opposizioni sociali
a questo salasso, tappare la bocca a chi potrebbe sobillarne la dinamica in
termini di radicalità, quindi preventivare di dover schiacciare sommosse in
prigioni che ovviamente saranno sempre più piene. Contemporaneamente alla
repressione sociale che riguarda tutta la classe sfruttata, si delinea una
repressione specifica contro i rivoluzionari affinando degli appositi strumenti
di annientamento. In particolare contro il movimento anarchico gli ultimi
quattro anni sono stati caratterizzati da uno stillicidio di operazioni
repressive, spesso incentrate proprio sul tema della censura: dall’operazione
Sibilla contro il giornale anarchico “Vetriolo” all’operazione Scripta Scelera
contro il giornale anarchico internazionalista “Bezmotivny”, passando per
l’operazione “Diana”, incentrata in larga parte su iniziative editoriali (il
giornale anarchico “Beznachalie”, la rivista “i giorni e le notti”, l’opuscolo
“Nel vortice della guerra”, il sito ilrovescio.info), che vedrà l’udienza
preliminare a Trento il prossimo 26 gennaio. L’apice di questo tipo di attacchi
al movimento anarchico è stato raggiunto con la decisione sciagurata di
trasferire l’anarchico Alfredo Cospito in 41 bis, dopo 10 anni di prigione in
alta sicurezza, espressamente motivata con l’esigenza di impedire al compagno di
continuare a leggere e a scrivere contributi dal carcere. Se l’obiettivo
dichiarato del trasferimento del compagno in 41 bis risiede nella necessità per
lo Stato di tappargli la bocca, ci sembra un bel gesto quello di rilanciare
alcune sue parole, tratte dall’ultima occasione nella quale ha potuto parlare
(durante l’udienza preliminare dell’operazione Sibilla, il 15 gennaio 2024
collegato in videoconferenza dal lager di Sassari al tribunale di Perugia): «Se
la guerra imperialista dell’Occidente tracimerà per reazione dai confini
dell’Ucraina irrompendo nelle nostre case, se i conflitti sociali supereranno il
limite sostenibile di un meccanismo traballante, o anche solo se la transizione
morbida e graduale in regime non sarà praticabile, il 41-bis grazie proprio alla
sua patina di legalità sarà lo strumento repressivo ideale per
un’anestetizzazione sociale forzata, una sorta di olio di ricino per rimettere
in riga i recalcitranti, un golpe graduale e a norma di legge». Parole che in
qualche modo delineano i contorni di quello che stiamo trattando, dalla
geografia dei vari fronti alla dinamica guerra repressione sul fronte interno.
D’altro canto non possiamo e non vogliamo dimenticare come in 41 bis resistono
da quasi vent’anni tre prigionieri comunisti della BR-PCC, e una quarta si è
suicidata dopo anni di tortura in questo terribile regime di annientamento. Il
41 bis si delinea quindi come un moderno lager controinsurrezionale, espressione
topica di quello che è un carcere di guerra. Un’altra vicenda giudiziaria, fra
le innumerevoli che potremmo citare, ci parla in particolar modo del legame tra
gli apparati repressivi dello Stato italiano e Israele: si tratta del processo
in corso all’Aquila contro Anan, Alì, Mansour. Un vero e proprio processo alla
resistenza palestinese, laddove, in particolare contro Anan, si tenta di
criminalizzare il suo contributo alla lotta per la liberazione della propria
terra. Un processo nel quale non sono sotto accusa eventuali crimini commessi in
Italia, ma episodi che sarebbero stati programmati nella Palestina occupata. Se
pensiamo che persino per l’odioso diritto internazionale la resistenza armata
palestinese è da considerarsi legittima, ci rendiamo conto del grado di
collaborazione degli apparati dello Stato italiano col regime sionista. Un
processo che è a tutti gli effetti un’espressione della complicità italiana nel
genocidio dei palestinesi. E non lo diciamo in senso retorico e figurato:
letteralmente il materiale acquisito dalla Digos dell’Aquila nel corso
dell’indagine è stato utilizzato in Israele per sterminare tutti i contatti
sospetti individuati. Viceversa, da Israele sono giunti elementi di indagine a
supporto dell’inchiesta italiana, prove ottenute il più delle volte attraverso
l’uso della tortura e in assenza di avvocati. Come se questo non bastasse, in
Italia si moltiplicano le detenzioni o i tentativi d’espulsione di palestinesi
o, più in generale, di immigrati che non si piegano. Per “reati d’opinione”
(come nei casi di Mohamed Shahin e Ahmed Salem) o per la loro partecipazione a
moti di piazza (come nella vicenda di Tarek Dridi, condannato a 4 anni e 8 mesi
per la manifestazione del 5 ottobre 2024 a Roma). Il messaggio è chiaro: l’unica
libertà che lo Stato concede ai rifugiati è tacere, sotto la perenne minaccia di
essere riconsegnati ai vari torturatori che infestano i loro Paesi, al soldo o
in combutta con l’imperialismo occidentale. Indagini e procedimenti diversi,
quelli di cui abbiamo fatto cenno e i molti che per ragioni di spazio siamo
costretti a tralasciare, tutti coordinati da quel dispositivo repressivo
strategico che è la DNAA (Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo), in
barba alla favola tanto cara a quel mondo della sinistra giustizialista
cresciuto per reazione al berlusconismo, che da trent’anni ci propina il ruolo
della magistratura come forza di bilanciamento rispetto al potere politico delle
destre e che vede in particolare nell’Antimafia l’impero del bene. Un merito
della mobilitazione a fianco di Alfredo Cospito di cui si è fatto cenno, è stato
proprio di aver incrinato il mito dell’Antimafia e il suo principale strumento
inquisitoriale (il 41 bis) a un livello di decibel che non era stato mai osato
in precedenza. Va quindi ribadito che è lo Stato borghese come sistema nella sua
interezza – al di là delle beghe tra le sue fazioni – che è mobilitato in una
riconfigurazione bellica generale, tanto verso l’esterno quanto verso il nemico
interno. Sabato 7 febbraio saremo in piazza a Viterbo contro la guerra e la
repressione, siamo compagne e compagni che si uniscono in corteo a partire da
una chiara posizione internazionalista: - A quattro anni dall’esplosione su
vasta scala della guerra in Ucraina, torniamo in piazza a sostegno del
disfattismo rivoluzionario, della fraternizzazione fra i proletari coscritti e
mandati al fronte con la forza, all’insubordinazione nei confronti dei
superiori. Supportiamo tutti i disertori delle guerre dei padroni. Denunciamo la
natura anti-proletaria dei governi europei che nel sostenere questa guerra
impoveriscono la nostra classe drenando risorse dalle tasche dei salariati a
quelle degli industriali. Mettiamo i bastoni tra le ruote al “nostro”
imperialismo occidentale e alle sue manovre guerrafondaie, alle “nostre” classi
dirigenti e sfruttatrici, al “nostro” Stato! - A sostegno della resistenza
palestinese contro il colonialismo di insediamento sionista. Riaffermiamo contro
ogni tentativo di ammutolirci la natura rivoluzionaria degli eventi del 7
ottobre 2023. Quando gli Stati si combattono o si accordano fra loro, siamo
contro la loro guerra e contro la loro pace. Quando un’entità coloniale
artificiale stermina un popolo senza Stato e senza amici fra le grandi potenze,
noi stiamo dalla parte della resistenza di quel popolo contro i piani genocidari
dell’imperialismo. Il 7 ottobre non solo rappresenta una legittima risposta al
piano secolare di insediamento coloniale sionista, ma anche una variabile
sovversiva nella pace fra borghesie mediorientali sintetizzabile nella fase
degli “Accordi di Abramo”. - Siamo contro la menzogna insanguinata dei “due
popoli, due Stati”; non solo perché il sionismo non ha lasciato alcuno spazio
realistico di istituzione di uno Stato palestinese, ma perché uno Stato di
colonizzati al fianco di uno Stato di colonizzatori sarebbe soltanto un
amministratore delegato dell’oppressione, con l’elezione dei collaborazionisti a
nuova classe dirigente. La parabola dell’ANP ne è davvero una triste e infame
dimostrazione. - Contro la repressione, quale manifestazione della guerra sul
fronte interno. Contro le politiche economiche di macelleria sociale e il loro
legame con la guerra. Contro le leggi liberticide, anti-sociali e finanche tese
alla soppressione delle opinioni rivoluzionarie, necessarie a supportare quelle
politiche. Contro le operazioni repressive anti-anarchiche e contro la
repressione dei movimenti sociali. - Ricordando che nel maggio del 2026
scadranno i primi quattro anni di 41 bis nei confronti del compagno anarchico
Alfredo Cospito, a seguito dei quali il ministro della “giustizia” dovrà
decidere sul rinnovo o meno della misura, torniamo in piazza con uno spezzone
che gridi “Fuori Alfredo dal 41 bis”, inserendoci anche con questa
manifestazione nella mobilitazione a sostegno del compagno. Domenica 8 febbraio
terremo sempre a Viterbo un convegno internazionalista, nel quale tenteremo di
dare la parola alla resistenza palestinese e ai disertori ucraini, ma anche ai
protagonisti delle lotte qui in Italia sul posto di lavoro, approfondiremo
alcune vicende giudiziarie come quella del processo all’Aquila contro la
resistenza palestinese, delineeremo la dimensione del 41 bis come carcere di
guerra e altri argomenti inerenti il connubio guerra-repressione. Un convegno
che vogliamo sia a carattere militante, non intellettuale o professorale, dove a
parlare saranno innanzitutto i protagonisti delle lotte. Assemblea “sabotiamo la
guerra” Rete dei Comitati e Collettivi di Lotta