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#NoListeNoBersagli: il personale sanitario si mobilita per Gaza
#DigiunoGaza e Sanitari per Gaza lanciano una petizione in difesa delle ONG e contro la violazione del diritto internazionale umanitario a Gaza. Il 26 febbraio mobilitazione nazionale del personale sanitario Umanità, diritto alla cura e tutela dei principi costituzionali, questi gli argomenti al centro delle due iniziative nazionali lanciate dalle reti #DigiunoGaza e Sanitari per Gaza: la petizione “No liste, no bersagli. Stiamo con le ONG, stiamo con Gaza” e un flash mob davanti alle strutture sanitarie di tutta Italia, in programma giovedì 26 febbraio, dalle 13.30 alle 14.30. A partire dal 28 febbraio – rimarcano gli organizzatori, 37 ONG – tra cui Medici Senza Frontiere e Oxfam – saranno obbligati a lasciare Gaza e la Cisgiordania dopo il rifiuto di consegnare i nominativi del personale palestinese, richiesta giudicata inaccettabile e senza precedenti. Le petizione, lanciata due giorni fa ha già raggiunto oltre 3 mila adesioni ed è stata presentata oggi da alcuni degli estensori, Jonathan Montomoli di #DigiunoGaza, Luisa Morgantini di Assopace Palestina, Roberto De Vogli, professore all’Università di Padova e Gennaro Giudetti, operatore umanitario Tra i promotori della petizione molte associazioni per la pace ed i diritti del popolo palestinese, e la FNOMCeO (Federazione Nazionale Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri), che ha aderito alla campagna ribadendo che la protezione del personale sanitario non è una questione politica, ma un principio deontologico e giuridico fondamentale sancito dalle Convenzioni di Ginevra. “Dal 7 ottobre – ha sottolineato Jonathan Montomoli nel suo intervento, – 1.700 operatori sanitari sono stati uccisi, pari al 10% del personale sanitario della Striscia. Tutti i 36 ospedali risultano colpiti, parzialmente o totalmente; oltre 430 sanitari sono stati detenuti e più di 1.000 hanno lasciato Gaza. Rispetto al 2022, un operatore su cinque non è più in servizio. L’età media delle vittime è di 39 anni, con una stima di 68.000 anni di vita persi rispetto all’aspettativa precedente al conflitto. Tra i sanitari uccisi, 15 lavoravano per Medici Senza Frontiere”. Anche le affermazioni di Roberto De Vogli hanno confermato chiaramente come Gaza sia il teatro di guerra recente con il più grave collasso dell’aspettativa di vita in un solo anno, il più alto numero di civili e bambini uccisi, di ospedali bombardati e di operatori sanitari e personale ONU uccisi dall’esistenza dell’ONU. “Numeri fuori scala”, che – ha affermato – avrebbero dovuto generare una reazione collettiva nel mondo accademico e mediatico, mentre si è registrato un “silenzio selettivo”. Guido Giustetto, Presidente dell’Ordine dei Medici di Torino,  ha richiamato la centralità dell’atto medico come presidio costituzionale, sottolineando che i professionisti hanno l’obbligo deontologico di tutelare i soggetti fragili, titolari di un diritto costituzionale alla salute, esprimendo nel contempo preoccupazione per l’attacco ai principi deontologici in nome di obiettivi “securitari”, citando anche il caso dei medici di Ravenna inquisiti per certificazioni relative al trattenimento nei CPR. “La funzione sanitaria non può essere confusa con quella di sicurezza: i medici curano, non si occupano di sicurezza”, ha affermato. Nel dibattito animato anche da Francesco Polli di Sanitari per Gaza è stata inoltre denunciata una più ampia riduzione degli spazi democratici e il rischio di criminalizzazione del dissenso, ribadendo con chiarezza il rifiuto dell’assimilazione tra  antisemitismo e antisionismo. Il flash mob del 26 febbraio coinvolgerà decine di ospedali e strutture sanitarie in tutta Italia, con presìdi simbolici davanti agli ingressi. L’obiettivo è rifiutare ogni forma di “schedatura” del personale umanitario e di “targettizzazione” dei sanitari, difendere l’autonomia professionale e riaffermare il rispetto del diritto internazionale. Tutte e tutti sono invitati a partecipare, per maggiori informazioni:(www.digiunogaza.it) digiunogaza@gmail.com   #DigiunoGaza Rete di personale della sanità contro il genocidio palestinese   Redazione Italia
February 20, 2026
Pressenza
La disillusione, primo passo verso la rivoluzione
Il Giorno 10 dicembre, in occasione della Giornata Internazionale dei Diritti Umani, le reti #digiunogaza e Sanitari per Gaza hanno indetto una giornata di mobilitazione tra i sanitari, negli ospedali, per prendere posizione contro la detenzione illegale e disumana, portata avanti senza alcuna accusa formale, di 93 operatori sanitari palestinesi nelle carceri israeliane. Questa mobilitazione segue quella, indetta dalle stesse reti, alla fine di ottobre, in cui venivano commemorati i quasi 1700 operatori sanitari assassinati in questi due anni di genocidio. In quest’ultima occasione di mobilitazione, oltre a lanciare una campagna di raccolta fondi per Emergency (per chi fosse interessato: https://insieme.emergency.it/fundraisers/digiunogaza) e pubblicizzare un convegno di sanitari che si terrà il 31 Gennaio a Bologna dal titolo “Distruzione di un sistema sanitario, genocidio di un popolo. Evidenze, priorità e testimonianze dalla Striscia di Gaza”, abbiamo distribuito dei cartellini con nomi, volti e qualifica di alcuni di questi operatori detenuti, chiedendo di “adottarli”, ovvero di portarne il cartellino sull’abito di lavoro per stimolare domande e interesse, di conoscerne le informazioni che si possono reperire e di tentare pressioni semplici ma costanti, come inviare e-mail e richieste agli organi di competenza nazionali e internazionali per chiederne il rilascio. Io, ad esempio, mi sono preso carico di Marwan Al-Hams, anestesista e direttore degli ospedali da campo nella Striscia di Gaza, oltre che dell’ospedale Abu Youssef Al-Najjar a Rafah, che costituisce un esempio lampante dell’abominio perseguito dall’entità sionista: a luglio del 2025, Marwan è stato attirato in un’imboscata con la scusa di riprese per un documentario, e sequestrato da militari israeliani – è stato diffuso persino un video di quei tragici momenti – per essere sottoposto a interrogatori mirati a localizzare la salma di un militare israeliano. Durante questa azione, due giornalisti palestinesi presenti sul luogo sono stati colpiti, e uno è deceduto. Poiché non sono riusciti a ottenere informazioni, il 2 ottobre IDF ha sequestrato, per sottoporlo ad ulteriori pressioni, anche la figlia infermiera, la quale è stata rilasciata solo a fine novembre. Alcune riflessioni riguardo alla mobilitazione dei sanitari: nella storia recente, almeno nel Sud Italia, il personale sanitario, per diverse motivazioni, raramente si è reso protagonista di azioni di protesta o prese di posizione politico-sociali, soprattutto riguardanti questioni internazionali. L’ennesimo riconoscimento che la lotta palestinese ha liberato alcune dinamiche vitali viene proprio dall’ampia partecipazione che hanno ottenuto in questo ambiente le mobilitazioni di ottobre. Vedere intorno a me, in una sera piovosa a Palermo, oltre 50 colleghi – nel mio ospedale, ma centinaia solo nella mia città – che nonostante i turni di lavoro massacranti e le condizioni lavorative spesso squalificanti hanno trovato la forza di scendere in strada, riunirsi e mobilitarsi, mi ha stupito profondamente e mi ha dato la spinta necessaria per decidere di impegnarmi seriamente e con costanza in una lotta che richiede dedizione e tante energie. Ma, come era prevedibile, la mobilitazione di dicembre è stata meno partecipata. Complici il silenzio mediatico, gli attacchi strumentali e l’illusione di una tregua che non è mai partita, oltre che la ridotta capacità di attenzione legata alle dinamiche contemporanee dell’informazione, i sanitari che hanno partecipato, così come il numero di ospedali aderenti, si è ridotto. Tuttavia, la delusione si è trasformata rapidamente in disillusione. E questa, essendo la negazione dell’illusione, è sacrosanta, perché ti forza a fare i conti con la realtà invece di crogiolarti nell’autoindulgenza o nella glorificazione dei risultati momentanei. E in questa realtà, ho trovato colleghi che hanno sfidato il timore di essere pochi e scherniti, che hanno lasciato ai nonni figli piccoli, o hanno preso i mezzi pubblici in una città dissestata per esserci, pur avendo appena smontato da un duro turno di notte o dovendolo affrontare qualche ora dopo. Abbiamo trovato l’appoggio di altri pezzi di società civile, studenti, donne contro la guerra, con cui pensare iniziative comuni e supporti reciproci. In qualche maniera, questo momento di calo dell’attenzione mediatica può essere reso utile per selezionare gli elementi che hanno più a cuore la causa, e che possono mettere a frutto le proprie energie in maniera più attenta e mirata, oltre che spingere questi elementi a creare reti, oggi più che mai necessarie per un’azione concreta ed efficace. Inoltre, sono moltissime le persone che, nonostante non si mobilitino con i loro corpi per prendere posizione, appoggiano a vari livelli le istanze a favore del popolo palestinese, e anche queste persone possono costituire una risorsa, come nodi di condivisione delle iniziative, come amplificatori dei discorsi di liberazione, come fonti energetiche che ci supportano emotivamente nell’azione quotidiana. Rodrigo Nunes ha scritto che, se il movimento antagonista alla mortificazione che ammorba la nostra società vuole avere delle chances contro questo Leviatano, deve ripensarsi come ecosistema di movimenti e singoli individui, ognuno dei quali porta specificità, modalità e contributi che devono essere diversi per poter essere efficaci, convergendo poi sull’obiettivo, che è la giustizia e l’equità. I movimenti per la liberazione della Palestina si stanno unendo a quelli che chiedono giustizia sociale, che contrastano la militarizzazione della società, che lottano contro la discriminazione in ogni forma, che si oppongono alla distruzione dell’ambiente che ci ospita. La disillusione può essere il primo passo verso la rivoluzione. Redazione Palermo
December 14, 2025
Pressenza