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I militari Usa soffocano l’America latina
Lo scopo della militarizzazione è duplice: ridurre il conflitto sociale e tutelarsi di fronte alla Cina di David Lifodi Immagine ripresa da https://periodicoopcion.com/ Ormai in America latina le truppe statunitensi si sentono a casa. Oltre alla pressione costante esercitata sul Venezuela sfociata nell’aggressione contro Caracas, è sempre maggiore il numero di paesi che, in alcuni casi, concedono senza alcun problema
Intervista a Tomás Hirsch sulla sconfitta elettorale della sinistra in Cile
> Iniziando ad affrontare le cause della sconfitta del partito di governo alle > elezioni presidenziali, l’ex-deputato di Acción Humanista Tomás Hirsch ha > sottolineato che “i problemi che affliggevano o affliggono i cittadini non > coincidevano con le risposte che abbiamo dato e che ha dato il governo”, anche > se ha precisato che “questa sconfitta richiede un’analisi calma, approfondita > e che tenga conto delle molteplici cause che possono spiegarla”. Ha > sottolineato, in ogni caso, che “sarebbe estremamente ingiusto attribuire la > sconfitta a qualche carenza, fallimento o debolezza della candidata, del > comitato elettorale o della campagna”. E ha affermato che “a partire da marzo > (quando si insedia Kast, N.d.R.) è fondamentale rimanere estremamente attivi, > con capacità di organizzazione e mobilitazione”. -------------------------------------------------------------------------------- Dove collocheresti i fattori che hanno influito sulla sconfitta di Jeannette Jara? Questa sconfitta richiede un’analisi calma e approfondita, che tenga conto delle molteplici cause che possono spiegarla. A prima vista, non c’è un aspetto specifico, ma un accumulo di fattori che, inoltre, si protraggono nel tempo. Un aspetto è che non si è fermata l’avanzata dell’estrema destra? Quello che è successo in Cile non è diverso da ciò che abbiamo visto a livello internazionale. Sono molti i Paesi, in particolare nella nostra regione, in cui si è verificata una svolta verso la destra e l’estrema destra. Inoltre, nella popolazione di diversi Paesi si tende a votare contro chi è al governo. Ciò denota una frustrazione, un disincanto, un divario tra le aspettative dei cittadini e ciò che i governi progressisti o di sinistra riescono a realizzare. Nel caso del Cile, senza dubbio c’è stato un disillusione da parte di una parte importante dei cittadini rispetto alle aspettative che avevano riposto nel governo di Gabriel Boric. Si parla anche di non aver risposto alle richieste o alle sensibilità della gente. Il fatto è che i problemi che affliggevano o affliggono i cittadini non coincidevano con le risposte che abbiamo dato noi e che ha dato il governo. Mi riferisco al fatto che i problemi più gravi dei cittadini erano legati alla sicurezza pubblica, alla criminalità organizzata e a questioni relative alla situazione economica personale e familiare, all’occupazione, ai salari e all’accesso alla sanità. Si tratta di aspetti che non erano stati presi in considerazione, almeno non con la priorità che i cittadini si aspettavano. E per quanto riguarda la performance della candidata Jeannette Jara e del suo comitato elettorale? Sarebbe estremamente ingiusto attribuire la sconfitta a qualche carenza, fallimento o debolezza della candidata, del comitato elettorale o della campagna. Credo che sia stata una campagna in cui la nostra candidata ha dato il massimo. Era una candidata che aveva molto da mostrare in termini di risposte, soluzioni e accordi che ha ottenuto come Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale, su temi rilevanti per la gente. Escludo totalmente qualsiasi mancanza o debolezza della candidata e della campagna. Credo che quanto accaduto debba essere visto come una questione più strutturale. Condividi quindi la tesi secondo cui l’estrema destra avanza perché il progressismo e la sinistra non rispondono alle richieste dei cittadini? È importante che la sinistra e il progressismo facciano un’autocritica sul modo in cui hanno agito negli ultimi trent’anni, almeno. Perché la metto in questi termini? Perché quando si esamina la terza via della socialdemocrazia, con la quale in qualche modo si finisce per accettare e convalidare il modello neoliberista, cercando di ritoccarlo, umanizzarlo, renderlo un po’ più digeribile, già con questo in quel momento si perde una battaglia, si iniziano a dissolvere le proposte, i progetti, gli obiettivi che la sinistra ha storicamente proposto e che hanno a che fare con un cambiamento strutturale orientato a migliorare le condizioni di vita dei popoli. Già in quel momento si comincia a vedere come si accetta la diminuzione delle dimensioni dello Stato, la riduzione dei programmi sociali, l’avanzata dei processi di privatizzazione, e questo diventa parte del mondo progressista. Quello che stiamo vedendo è come, in definitiva, il grande capitale stia prendendo il controllo diretto del futuro dei Paesi, avanzando verso un para-Stato, con la minima espressione dello Stato. Si tratta quindi di una situazione molto ingannevole, perché lo Stato viene drasticamente ridotto, gli vengono tolte le risorse per rispondere alle esigenze dei cittadini, e questi ultimi iniziano a sentirsi angosciati per la mancanza di soluzioni, e allora avanza una destra che è responsabile della riduzione delle dimensioni dello Stato e fa un’offerta semplicistica e, bene, la gente, nell’angoscia, finisce per sostenerla. Come vedi il quadro che si prospetta, pericoloso, di incertezza, simile a quello che sta vivendo Javier “il pazzo” Milei in Argentina? Si prospetta un periodo complesso in cui sarà fondamentale approfondire i progressi in materia di diritti sociali e avanzare verso una maggiore democrazia, difendere i risultati raggiunti e lavorare in modo unitario per impedire passi indietro che potrebbero danneggiare le persone. A partire da marzo sarà fondamentale rimanere estremamente attivi, con la capacità di organizzarci e mobilitarci quando necessario, di far valere i diritti conquistati, di muovere tutte le forze politiche e sociali per impedire arretramenti che possano danneggiare i cittadini. In tutto questo è importante lavorare in modo unito, senza esclusioni di alcun tipo e, al contrario, coinvolgendo altri settori. In questo senso, ritieni che si debba mantenere questa unità, coordinamento o addirittura coalizione dalla Democrazia Cristiana alla sinistra? Possiamo lavorare in modo unitario se abbiamo obiettivi comuni. Questo non può essere una semplice formalità, non può essere una questione discorsiva. E devo dirti che mentre si parla di unità, vedo settori politici del nostro mondo, vedo persone del Partito Socialista, del Partito per la Democrazia che, ad esempio, stanno promuovendo una legislazione del sistema politico, dei partiti politici, che mette un lucchetto all’interno del sistema impedendo la creazione e lo sviluppo di nuovi partiti, cosa che mi sembra grave e tremendamente pericolosa per una vera democrazia. Del resto, significa dimenticare l’origine dei partiti, che nascono sempre piccoli, come una forza nuova, e poi riescono a incorporare più persone. Cercare di mettere un lucchetto al sistema politico, come promosso dal governo, è una cosa di enorme gravità e può impedire la costruzione di un progetto unitario del nostro mondo se c’è l’intenzione di esclusione da parte di alcuni. In questi giorni si è parlato del fatto che, con l’arrivo di un governo di estrema destra, il movimento sociale è in allerta. In questo settore si dice che ciò sia minaccioso ma, al di là dei partiti politici, come vedi il ruolo del movimento sociale, della società civile, nel periodo che si aprirà? Se si ripercorre la storia dell’umanità, dei Paesi, ci si rende conto che i cambiamenti rilevanti della società sono sempre stati il risultato dell’organizzazione sociale e della mobilitazione sociale. Lo si può vedere attraverso la storia, dalla fine della schiavitù al diritto di voto delle donne, alla giornata lavorativa di otto ore e a centinaia di progressi dell’umanità. In questo momento, più che mai, ritengo fondamentale la capacità di rafforzare l’organizzazione e la mobilitazione sociale, ogni volta che sia necessario. Se rimaniamo semplici osservatori passivi, assisteremo a un arretramento che causerà molto dolore e sofferenza, soprattutto alle persone che si trovano in condizioni di maggiore vulnerabilità. Abbiamo la responsabilità storica di saper lavorare insieme, saperci organizzare, saperci mobilitare e saper difendere i diritti dei lavoratori, delle donne, degli studenti, degli anziani, delle diversità sessuali, del mondo della cultura, soprattutto quando c’è il pericolo di un arretramento di tali diritti. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dallo spagnolo di Stella Maris Dante. Revisione di Thomas Schmid. El Siglo
Secondo turno delle elezioni presidenziali in Cile: decidere se andare avanti o tornare indietro
Il secondo turno delle elezioni presidenziali è il momento della verità. È il momento in cui le parole devono trasformarsi in impegni chiari e le promesse devono essere misurate con la vita quotidiana di milioni di cileni e cilene. Il primo turno è stato caratterizzato dalla dispersione: otto candidati, molteplici discorsi e una cittadinanza che ha dovuto districarsi tra promesse e diagnosi diverse. Il secondo turno è diverso. Qui non si tratta di scegliere tra nomi, ma tra due progetti di Paese. Come ho già sottolineato, una cosa è competere tra otto candidati… e un’altra è confrontare due idee di Paese. Oggi il Cile si trova di fronte a una decisione cruciale: continuare sulla strada dell’ampliamento dei diritti e del rafforzamento democratico, o tornare indietro verso un modello che concentra i privilegi e indebolisce ciò che è stato conquistato. E in questo dibattito, la Pensione Garantita Universale (PGU) è diventata un simbolo di ciò che è in gioco. La PGU è stata creata per rispondere a decenni di ingiustizie nel sistema previdenziale, garantendo un livello minimo di dignità agli anziani. Non è un regalo: è un diritto conquistato grazie alla pressione sociale e alla volontà politica di avanzare verso un Paese più giusto. Jeannette Jara ha difeso e rafforzato questo diritto, promuovendone l’estensione e assicurando che raggiunga un numero maggiore di beneficiari. Il suo impegno è chiaro: la PGU non va toccata, va migliorata. Ma non è solo la PGU a essere in gioco. Il secondo turno mette anche a confronto visioni diverse sulla nostra storia recente e sul rispetto incondizionato dei diritti umani. José Antonio Kast ha dichiarato pubblicamente la sua disponibilità a concedere benefici o addirittura indulti ai condannati per crimini contro l’umanità detenuti a Punta Peuco, adducendo ragioni umanitarie per coloro che sono malati o anziani. Questa posizione, lungi dall’essere neutrale, rivela un atteggiamento compiacente nei confronti dei responsabili di gravi violazioni dei diritti umani durante la dittatura. Jeannette Jara invece rappresenta la garanzia che la democrazia si costruisce sulla memoria, la giustizia e la dignità delle vittime, riaffermando che i diritti umani non sono negoziabili, né possono essere relativizzati adducendo pretesti. Il secondo turno ci obbliga a chiederci senza mezzi termini: vogliamo un Cile che garantisca pensioni dignitose e sicurezza sociale universale, o un Cile che consegni questi diritti al business privato? Vogliamo una democrazia costruita sulla base dei diritti conquistati, o una democrazia che regredisce e normalizza l’esclusione? Non si tratta di sfumature. Si tratta di scegliere tra andare avanti o tornare indietro. Tra un Paese che riconosce la dignità di ogni persona e uno che normalizza l’esclusione. Tra un progetto che difende ciò che è stato conquistato e apre la strada a nuove trasformazioni e uno che minaccia di smantellare ciò che è costato tanto costruire. Il secondo turno è il momento della verità. È il momento in cui le parole devono trasformarsi in impegni chiari e le promesse devono essere misurate con la vita quotidiana di milioni di cileni e cilene. E in questo confronto, Jeannette Jara è la scelta migliore per salvaguardare la democrazia, difendere i progressi compiuti e garantire che il Cile continui ad essere un Paese di diritti, non di privilegi. Perché alla fine, votare non significa solo scegliere una persona. Significa decidere che tipo di Paese vogliamo essere. E oggi la scelta è tra un Cile che avanza con giustizia e democrazia, o un Cile che regredisce verso la disuguaglianza, la paura e l’impunità. Traduzione dallo spagnolo di Stella Maris Dante Revisione di Anna Polo Tomás Hirsch