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MSF: in Sud Sudan violenti scontri ad Abiemnhom
Domenica 1° marzo all’ospedale di Abyei sono state ricoverate 80 persone colpite da armi da fuoco, tra cui donne e bambini. Alcuni feriti sono deceduti, tra cui una donna incinta. Erano arrivati al centro supportato da Medici Senza Frontiere (MSF) dopo violenti scontri su larga scala avvenuti nella città di Abiemnhom, situata a nord-ovest dell’area amministrativa di Ruweng, in Sud Sudan. Le équipe di MSF, che assistitono gli abitanti di quest’area che da anni è teatro di violenze tra le comunità, segnalano che il numero delle vittime di questo incidente è particolarmente allarmante. “È stato difficile gestire il gran numero di feriti, ma molti membri dello staff di MSF e del ministero della salute sono venuti a fornire assistenza da altre strutture sanitarie – ha dichiarato Abraham Deng Lual Wek, responsabile del team infermieristico di MSF ad Abyei – Per l’équipe chirurgica è stata una sfida gestire, con solo 2 sale operatorie, tutti i casi di emergenza. La nostra area di triage, il pronto soccorso e i reparti erano gremiti di pazienti e così abbiamo ampliato la capacità di accoglienza utilizzando tende e una sala riunioni, che si sono riempite rapidamente”. Il team di MSF nella vicina contea di Twic ha anche donato forniture all’ospedale Madre Teresa di Turalei. Questa ondata di scontri intercomunitari riflette la fragilità della situazione in alcune zone del Sud Sudan, dove i cicli di violenza continuano ad avere un impatto significativo sulle comunità e a sovraccaricare un sistema sanitario già indebolito. Redazione Italia
March 3, 2026
Pressenza
Guerra in Sudan, troppo dimenticata
Del Sudan non si sente parlare mai, ma se uno ha la curiosità di andarsi a leggere riviste informate come Nigrizia, scopre che la più grande crisi umanitaria al mondo sta passando inosservata. Il Sudan (dal quale il Sud Sudan si è separato nel 2011), ha una popolazione di 45 milioni di abitanti. La guerra che è in corso dal 15 aprile 2023 è la più grande crisi umanitaria al mondo, coinvolge quasi metà della popolazione: gli sfollati sono 14 milioni; di questi, due milioni (ma qualcuno parla del doppio) sono fuori dal Paese (soprattutto in Egitto); sette milioni di bambini non vanno a scuola da 3 anni. Più della metà della popolazione soffre di una crisi alimentare, 5 milioni soffrono la fame. La guerra in Darfur esiste da oltre 22 anni, negli ultimi anni si è allargata a buona parte del Paese, coinvolgendo soprattutto l’enorme capitale – Khartum – dove vivevano 14 milioni di persone. Se in precedenza le guerre in Africa venivano combattute con vecchie armi “leggere”, questa volta vengono usati costosissimi e micidiali droni di alta tecnologia. La produzione di questi non avviene certo in Africa; una buona parte di questi è fabbricata nella democratica Europa. Perché c’è la guerra? Una breve parola: l’ORO. La zona del Darfur (ma in realtà anche altre parti del Paese, contese per la stessa ragione) è ricca di oro. Una maledizione per questo Paese africano. Chi combatte in questa guerra? Facciamo un passo indietro: all’inizio del secolo il governo militare del dittatore sudanese Al-Bashir crea una milizia, le Rapid Support Forces, al diretto servizio del presidente. Questa feroce milizia, definita “Diavoli a cavallo”, porta avanti la pulizia etnica in Darfur. Questa milizia ha anche un compito che farà comodo all’Europa, tanto che nei giorni della Brexit nessuno fa caso al fatto che l’Unione Europea manda fiumi di soldi per finanziare questo lavoro sporco: “proteggere” l’Europa dall’arrivo di migranti, “arginare il flusso migratorio”, senza perdersi sui ma e sui come… Nel giro di qualche anno, nel 2021/22, questa milizia diventa autonoma e viene “rilevata” dagli Emirati Arabi che la fanno diventare il suo esercito mercenario che combatterà ferocemente per conquistare il Darfur. La guerra si sviluppa quindi tra l’Esercito Nazionale e questo esercito mercenario finanziato appunto dagli Emirati Arabi. Chi sostiene il governo e finanzia il suo esercito? Iran, Egitto, Arabia Saudita, Turchia, Russia. Ci fu un periodo in cui la Russia riusciva a vendere armi da una parte e dall’altra, fantastico! Per aggiungere un soggetto che qui in Europa conosciamo, le truppe private russe della Wagner combattevano a fianco dell’esercito mercenario e ne sostenevano la logistica con le loro basi in Centrafrica. Attualmente il Darfur è nelle mani delle milizie mercenarie; non a caso dal 2023 gli Emirati Arabi hanno aumentato in maniera stratosferica la loro produzione di oro, sì, produzione, perché questa si “misura” laddove l’oro viene “lavorato”, non estratto. Ho avuto modo di intervistare una persona che in seguito alla guerra scoppiata in Sudan si è dovuta rifugiare in Egitto. Per questioni di sicurezza, preferisce l’anonimato, quindi lo chiameremo Musa. Descrivimi brevemente Khartum Khartum, come quasi tutte le capitali africane, è una megalopoli. Ha la forma di una Y capovolta, dal momento che si trova all’incrocio dei due importanti fiumi: il Nilo Bianco, che arriva dall’Uganda e il Nilo Azzurro, che arriva dall’Etiopia. È una città estesissima, con pochi grattacieli. In alto si trova Khartum nord, a ovest Khartum “capitale” con tutte le sedi del potere, mentre a Est Omdurman, dove si trova la maggior parte della popolazione. La parte con le sedi ministeriali è la più devastata, è una città fantasma. Certo, da marzo 2025 c’è una lentissima ripresa, le scuole qua e là riaprono, torna, almeno in parte, la corrente. Come sono le miniere d’oro? Sono terribili. Sono dei piccoli buchi nei quali si infilano soprattutto bambini, perché uomini grandi e grossi spesso non ci passano. Ci lavorano dentro, sottoterra per decine di metri, in condizioni inimmaginabili. Si tratta di una popolazione schiavizzata e gli incidenti mortali sono frequentissimi. E chi li registra? Chi ne parla? Chi paga per queste morti? Nessuno. Eppure, ci fu un tentativo di cambiamento radicale nel 2018/19 Si, a sollevarsi furono soprattutto giovani, ma anche donne, associazioni, sindacati: la dittatura di Al-Bashir – che durava da 30 anni – era insostenibile. Fu un momento di grande speranza. Il dittatore fu deposto, ma le rivendicazioni pacifiche continuarono. Dopo settimane di un lunghissimo sit-in nel centro di Khartum ci fu una violenta repressione da parte dell’esercito unito alle forze paramilitari, ma alla fine, tramite accordi, si avviò la costruzione di una transizione democratica. Questo processo, nel giro di due anni, naufragò, i militari fecero un colpo di stato e da allora sono al potere. Che lingue si parlano in Sudan? Nel Sudan l’arabizzazione, soprattutto negli ultimi anni, è stata fortissima: oramai l’arabo ha schiacciato tutte le antiche lingue locali. Nel Sud Sudan si mantiene forte l’inglese e parecchie lingue tribali. Ma anche la situazione in Sud Sudan è a rischio. Intanto le guerre tribali sono endemiche: da lungo tempo comandano i Denka, mentre i Nuer sono all’opposizione. In Sud Sudan si rischia davvero una prossima guerra, e sarebbe terribile. Considera che in Sudan c’è un profondo razzismo nei confronti dei sud sudanesi. Gli abitanti del Sudan, leggermente più chiari di carnagione, si considerano vicini al mondo arabo e considerano inferiori le popolazioni che arrivano anche solo dal Sud Sudan, più nere. Così anche nella guerra in Darfur, in Sudan, le milizie mercenarie hanno la pretesa di ergersi a paladini dei diritti dei neri: questa cosa non è vera, è pura strumentalizzazione, anche per “arruolare” popolazione nera a combattere. Torniamo quindi alla guerra: chi combatte? Come in tutte le guerre chi aveva strumenti, mezzi economici, alta formazione scolastica, è scappato dal paese mettendosi in salvo. Combattono i poveri: l’arruolamento nell’esercito è chiaramente per tutti, ci sono anche minorenni nell’esercito regolare. Nelle milizie mercenarie c’è di tutto, ovviamente anche bambini. Se molti, da una parte e dall’altra, sono forzati a combattere, una buona parte lo fa per avere un minimo di entrate e mantenere la famiglia. Considera che nell’esercito mercenario ci sono uomini che arrivano da altri Paesi dell’Africa, ma ci sono anche, per esempio, 400 mercenari colombiani. Rimango esterrefatto da quest’ultima affermazione e più tardi cerco un amico colombiano per chiedere se è al corrente della cosa: “Certo – mi dice – i combattenti colombiani hanno combattuto davvero, sono allenati, non sanno fare altro, così vengono assoldati laddove c’è bisogno, dove il mercato tira. Ci sono vere e proprie agenzie che ti trovano dove andare a combattere. In Colombia lo sappiamo tutti!”. Pazzesco – penso – questo è il mondo… Ma torniamo a Musa. Tu ora vivi al Cairo, buona parte dei sudanesi fuggiti si trovano in Egitto, in quali condizioni? In Egitto non vi sono campi profughi, i sudanesi si spargono per tutto il Paese, nelle zone più povere, più periferiche, in palazzoni, dove vivono in 15 in 30 metri quadrati. Le loro condizioni di vita sono durissime. Inoltre, in Egitto il razzismo nei loro confronti è forte e cresce. Ultimamente il governo egiziano sta avviando campagne contro di loro, ci sono state parecchie deportazioni verso il confine col Sudan. Penso, con grande dolore, che il recente slogan di “remigrazione” si sta moltiplicando nel mondo… Come si guarda e come vedi tu, dal Sudan, il genocidio in corso a Gaza? Io credo che in generale delle guerre in Africa si parli pochissimo, e non c’è solo quella in Sudan ma anche in Mozambico, in Congo. In molte zone i cristiani sono perseguitati: in Nigeria, qualche giorno fa, sono stati uccisi 12 di loro. Questi massacri avvengono nel silenzio del mondo. Bisogna parlarne, denunciarli, fermarli. Gli interessi occidentali qui sono spaventosi: oro, petrolio, vendita di armi, sono mercati fiorenti. Per capire l’origine, la portata di queste guerre, basta risalire il circuito della produzione di armi. Pensa che la nostra “Piaggio” che fabbrica droni, è stata acquistata dalla Turchia. Noi occidentali siamo i principali responsabili delle guerre in Africa. Il mondo dei media segue una vulgata per cui a volte anche in Sudan sentiamo le notizie di Gaza e dell’Ucraina prima di quelle della guerra del Paese in cui viviamo. Le guerre dimenticate vanno fatte conoscere. O si mette mano a queste guerre che, come tutte le guerre, portano morte, distruzione, terrore, miseria, o andrà sempre peggio. Cominciamo col parlarne, fatelo per favore. Andrea De Lotto
January 31, 2026
Pressenza
Sud Sudan: sistema sanitario al collasso, aiuti umanitari in calo e violenze in aumento
Le persone in Sud Sudan affrontano un estremo deterioramento della situazione umanitaria, mentre l’interesse e il sostegno a livello internazionale continuano a diminuire. È quanto emerge dal rapporto pubblicato oggi – 9 dicembre 2025 – da Medici Senza Frontiere (MSF), che con dati medici e testimonianze di pazienti, operatori sanitari, membri della comunità e personale sanitario, evidenzia l’impatto umano di un sistema sanitario vacillante e di una risposta umanitaria inadeguata. “Il sistema sanitario del Sud Sudan è al limite. In ogni luogo dove operiamo, vediamo enormi lacune nei servizi sanitari con strutture non funzionanti o gravemente colpite dalla mancanza di medicinali e personale. Le persone muoiono per malattie prevenibili e curabili. Le strutture sanitarie hanno bisogno di reale supporto, non di promesse” afferma Vittorio Oppizzi, responsabile dei programmi di MSF in Sud Sudan. Il 2025 ha segnato la fase peggiore dell’intensificarsi del conflitto dalla firma dell’accordo di pace del 2018, a causa dell’aumento degli scontri tra forze governative e di opposizione e altri gruppi armati. L’aumento della violenza, degli attacchi alle strutture sanitarie da parte di tutte le parti in conflitto e le restrizioni all’accesso umanitario stanno ulteriormente ostacolando la fornitura di assistenza sanitaria e aiuti. Secondo le Nazioni Unite, da gennaio nuove ondate di violenza hanno provocato lo sfollamento di oltre 320˙000 persone e la morte di altre 2˙000. A Malakal, tra aprile e novembre 2025, le équipe di MSF hanno trattato 141 pazienti con traumi di diverso tipo, tra cui donne e bambini, molti dei quali con ferite da arma da fuoco. In palese violazione del diritto umanitario internazionale, il 2025 ha visto anche un forte aumento degli attacchi alle strutture sanitarie da parte di tutte le parti in conflitto. Solo MSF ha subito 8 attacchi mirati contro le sue strutture e il suo personale negli stati dell’Equatoria Centrale, Jonglei e Alto Nilo, che hanno costretto alla chiusura di 2 ospedali a Ulang e Old Fangak. Il 3 dicembre scorso, una struttura di MSF è stata colpita da un attacco aereo nella città di Pieri, nello stato di Jonglei. Lo stesso giorno, le équipe di MSF hanno assistito a ulteriori attacchi aerei a Lankien, dove l’organizzazione gestisce strutture sanitarie. Le comunità stanno affrontando molte crisi sovrapposte: conflitti, sfollamenti su larga scala, inondazioni, malnutrizione ed epidemie, inclusa la più grande epidemia di colera nella storia del Sud Sudan. Il sostegno internazionale, tuttavia, ha continuato a diminuire nel corso del 2025, nonostante le condizioni di vita e l’accesso ai servizi essenziali stiano peggiorando. Da luglio 2024 in Sud Sudan è attivo il progetto Health Sector Transformation Project (HSTP), finanziato da più donatori, che ad oggi rimane il principale mezzo di erogazione dei servizi sanitari nel paese. Gestito dal governo insieme all’OMS, UNICEF e ad altri partner, il progetto mirava inizialmente a sostenere 1.158 strutture sanitarie in 10 stati e 3 aree amministrative del paese. Tuttavia, a causa delle limitazioni nei finanziamenti, al momento il programma supporta solo 816 strutture, che continuano a registrare carenze persistenti di medicinali e personale. “Ci è voluta un’ora per arrivare a Toch. A Keudern c’è solo una piccola struttura sanitaria, ma non ha tutti i farmaci necessari e in più le scorte finiscono velocemente. Quando ci ho portato mio figlio, non c’erano medicine” racconta una donna a un’équipe di MSF a Toch. La malaria continua a rappresentare una grande sfida e la principale causa di morbilità e mortalità in Sud Sudan, in particolare per donne e bambini. Nonostante ciò, il 2025 è stato il secondo anno consecutivo per gravi carenze di farmaci antimalarici in tutto il paese durante la stagione di picco. Senza un trattamento tempestivo, la malaria può diventare rapidamente letale. Solo tra gennaio e settembre 2025, le équipe di MSF hanno curato 6.680 persone affette da malaria grave che necessitavano di ricovero. Da anni la popolazione del Sud Sudan affronta alcuni dei bisogni medici e umanitari maggiori al mondo. Nel 2025, la situazione è peggiorata drasticamente. Il bisogno sempre crescente di assistenza richiede un’azione urgente: i donatori internazionali devono mantenere i loro impegni nel sostenere gli sforzi sanitari e umanitari, e le lacune degli attuali programmi in corso nel paese devono essere colmate quanto prima. È necessario garantire la consegna puntuale di farmaci essenziali, forniture e stipendi per gli operatori sanitari. In un contesto di violenza crescente, devono inoltre essere assicurati l’accesso umanitario, la protezione dei civili e il rispetto delle strutture sanitarie. MSF chiede, inoltre, al governo del Sud Sudan di aumentare il budget nazionale destinato alla sanità, in linea con l’impegno della Dichiarazione di Abuja che prevede l’allocazione del 15% del budget alla salute. Attualmente, solo l’1,3% del budget nazionale è destinato al settore sanitario. “La situazione è catastrofica – conclude Oppizzi di MSF – I bisogni urgenti della popolazione del Sud Sudan richiedono un’azione coordinata, un rinnovato impegno e una reale solidarietà internazionale. Il mondo non può voltarsi dall’altra parte, soprattutto adesso”.   RAPPORTO MSF – Lasciati indietro: aumento della violenza e collasso del sistema sanitario Redazione Italia
December 9, 2025
Pressenza