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Venezuela, 3 marzo 2026: massiccia mobilitazione a Caracas per la pace in sostegno al presidente Maduro e Cilia Flores
In una giornata caratterizzata da fervore patriottico e richieste di giustizia, migliaia di venezuelani hanno invaso le strade di Caracas questo martedì per partecipare alla “Grande Marcia per la Pace, la Libertà e la Sovranità “. La mobilitazione ha avuto luogo esattamente due mesi dopo gli eventi del 3 gennaio e a darne notizia è stato il sito Laiguana.tv. La marcia, lunga oltre 2 chilometri, è partita dal Parco Alí Primera e ha proseguito lungo l’emblematica Avenida Sucre. Il fiume umano si è mosso con determinazione attraverso l’Angolo dei Taxisti e Plaza 4F, punti di grande importanza simbolica per il chavismo, culminando in un’assemblea popolare in Plaza Bolívar, nel Blocco 7, nella parrocchia 23 de Enero. La mobilitazione ha rappresentato anche un clamoroso sostegno all’amministrazione della Presidente vicaria del Venezuela, Delcy Rodríguez. “Il Venezuela è una nazione pacifica; il nostro presidente ad interim mantiene la sovranità di questa patria di Bolívar” – ha affermato uno dei manifestanti. Nel corso dell’evento è stato sottolineato che la mobilitazione popolare è un preludio alla Consultazione Popolare Nazionale prevista per domenica 8 marzo 2026. Lorenzo Poli
March 4, 2026
Pressenza
Caracas, Amèrica Pèrez: “Il popolo venezuelano sostiene il presidente Maduro e la Rivoluzione Bolivariana”
Il 12 febbraio 2026, in Piazza Bolívar a Caracas, la deputata dell’Assemblea Nazionale América Pérez si è unita al popolo di Caracas in una grande assemblea pubblica a sostegno del Presidente Nicolás Maduro e della First Lady Cilia Flores. L’evento è diventato uno spazio di incontro, riflessione e impegno collettivo per difendere la Rivoluzione Bolivariana e garantire la continuità della sua leadership. La parlamentare ha sottolineato che la pace è l’unica via possibile per garantire il ritorno di entrambi i leader nel Paese e consolidare la stabilità politica e sociale del Venezuela. “La pace è l’unico modo per riavere il nostro Presidente Nicolás Maduro e la nostra First Lady Cilia Flores in Venezuela”, ha affermato con enfasi, tra applausi e cori di sostegno. Assemblea Popolare in Difesa della Rivoluzione L’evento ha riunito centinaia di abitanti di Caracas che, con bandiere, striscioni e slogan, hanno espresso il loro sostegno al capo dello Stato e alla primera combatiente. Piazza Bolívar, simbolo storico della resistenza e dell’identità nazionale, è diventata un palcoscenico di unità e impegno rivoluzionario. I presenti hanno convenuto che la difesa della pace e della sovranità è un compito collettivo che richiede organizzazione, consapevolezza e mobilitazione costante. A questo proposito, América Pérez ha sottolineato che il popolo venezuelano ha dimostrato, più volte, la propria capacità di resistere alle aggressioni esterne e alle campagne di destabilizzazione. “Oggi più che mai dobbiamo rimanere saldi, uniti e consapevoli che la pace è il nostro principio guida. Non c’è altro modo per garantire il futuro della nostra nazione”, ha affermato la deputata. Il popolo come protagonista Durante l’evento, portavoce della comunità, leader sociali e attivisti di base sono intervenuti per riaffermare il loro impegno per la Rivoluzione Bolivariana. Sono state ascoltate le testimonianze di lavoratori, donne, giovani e anziani, tutti concordi sulla necessità di mantenere l’unità e l’organizzazione popolare come garanzia della vittoria. La deputata Pérez ha sottolineato che la Rivoluzione si sostiene grazie al protagonismo del popolo, che ha affrontato le difficoltà economiche e sociali con creatività, solidarietà e consapevolezza politica. “Il popolo venezuelano è la vera forza trainante di questa Rivoluzione. Senza la sua forza, senza il suo impegno, nulla di ciò che abbiamo realizzato sarebbe stato possibile”, ha sottolineato. La pace come orizzonte Il messaggio centrale della giornata è stato chiaro: la pace come unico orizzonte. Di fronte alle minacce esterne e alle campagne mediatiche che mirano a dividere e indebolire il Paese, la deputata ha insistito sul fatto che la pace è lo strumento fondamentale per garantire la stabilità e il futuro del Venezuela. “Vogliamo che il mondo sappia che qui c’è un popolo impegnato per la pace, che difende la pace e che costruisce la pace ogni giorno. Questa è la nostra più grande forza”, ha affermato. Redazione Italia
February 15, 2026
Pressenza
Caracas: fiori d’amnistia contro i droni dell’impero
Caracas (Venezuela) – Esiste una forma di parassitismo intellettuale che fiorisce nei momenti di massima tragedia nazionale. È la postura di chi, protetto da una cattedra o da una vecchia rendita di posizione accademica, si erge ad autorità costituzionale per processare chi, sul campo, deve garantire la sopravvivenza di un popolo. C’è chi ha masticato malamente un po’ di operaismo del secolo scorso, travisandolo, per trasformarlo oggi in un’arma da scagliare contro lo Stato bolivariano proprio mentre questo subisce un’aggressione militare senza precedenti. Capita, così, di leggere articoli dal sapore surreale ad uso e consumo di chi, nel proprio paese, ha visto passare tutti i treni dal buco della serratura, e oggi si affida a chi, stando fuori dal Venezuela, non ha mai neanche provato a governare la sedia su cui sta ben seduto. Si utilizza per questo una tecnica classica: mescolare dati tecnici decontestualizzati con la voce di una presunta “opposizione di sinistra” per dare una parvenza di oggettività a quello che è, in realtà, un sostegno implicito alla strategia di Washington. Il grottesco raggiunge l’apice quando questa presunta “critica antiautoritaria” finisce per trovarsi sotto lo stesso tetto di burocrati esautorati che, pur di mantenere il proprio piccolo potere di apparato, hanno scelto di farsi orientare da un cieco dottrinarismo di marca europea. Vedere chi si professa “di sinistra radicale” allearsi, nei fatti e nelle piazze, con il fascismo di Maria Corina Machado e con gli ultraliberisti che hanno benedetto l’invasione militare e il sequestro del Presidente Maduro, non è più un errore di analisi, ma uno schieramento preciso che chiude un circolo vizioso caro alle “piattaforme girevoli” post-novecentesche. Quali sono, infatti, le “fonti” di cui ci si serve? Spesso si tratta di sigle nate da scissioni o gruppuscoli intellettuali che, pur dichiarandosi di sinistra, hanno assunto posizioni funzionali alla destra nei momenti di massima tensione, puntando sulla critica alla “deriva autoritaria” proprio quando lo Stato è sotto attacco armato, e soprattutto alleandosi con chi è portatore del neoliberismo più sfrenato. Si citano “esperti” che vivono in Europa, noti per una critica “accademica” che da anni converge con le narrazioni del Dipartimento di Stato USA. La loro “difesa della Costituzione” ignora sistematicamente lo stato di necessità e l’aggressione imperialista, riducendo la lotta geopolitica a una questione di “gestione democratica” interna. In barba al tanto decantato “pluralismo”, ci si riferisce esclusivamente a un cartello – tanto minuscolo quanto eterogeneo – che unisce settori del “sindacalismo critico” e gruppi che, pur condannando formalmente l’imperialismo, di fatto si mobilitano contro il governo in coordinamento con le agende di destabilizzazione, chiedendo “transizioni democratiche” proprio mentre il presidente e una deputata della Repubblica, sua moglie, vengono sequestrati da una potenza straniera. Si prende per oro colato la posizione di una micro-frazione del Partito comunista venezuelano, ignorando quella della maggioranza di quello stesso partito, che, con i suoi dirigenti storici, continua a difendere la rivoluzione bolivariana. Il fatto che non abbiano per questo più alcuna base popolare – quella base che vede nell’unità del quadro dirigente e nell’unione civico-militare l’unica garanzia di sopravvivenza della nazione – non viene tenuto in conto: così come non viene considerata sospetta l’eco mediatica che essi ricevono a livello internazionale. Questi critici “critici” non hanno mai accettato nemmeno la Legge Antibloqueo. Ma cosa avrebbero voluto fare? La loro nonviolenza burocratica è solo la maschera di un’impotenza che, incapace di fare la rivoluzione, preferisce consegnare il Paese ai protettorati statunitensi pur di vedere sconfitto il “modello Maduro”. Difendono una sovranità di carta mentre il nemico reale calpesta il suolo venezuelano. La realtà è che non esiste sovranità senza produzione, e non esiste produzione senza la capacità tattica di rompere l’assedio. Certi “articoli” andrebbero visti per quello che sono: un esempio di guerra cognitiva, che impiega termini cari alla sinistra (“sovranità”, “diritti dei lavoratori”, persino “comunismo”) per giustificare il ritorno della Doctrina Monroe. Il fatto che Rubio minacci Delcy Rodríguez di fare “la fine di Maduro” dimostra che la riforma non è un cedimento, ma una mossa tattica che l’impero teme, perché permette a Caracas di avere ossigeno finanziario (i 300 milioni già destinati ai salari) nonostante il sequestro dei suoi leader. L’argomento principale usato dai detrattori della riforma è che essa rappresenti lo smantellamento del modello di sovranità petrolifera di Hugo Chávez. Questa è una lettura superficiale e decontestualizzata, già viziata in partenza al momento dell’approvazione della Legge anti-bloqueo, varata per uscire dall’angolo mefitico in cui era stata chiusa l’economia venezuelana con le “sanzioni”. In realtà, la riforma istituzionalizza i Contratti di Partecipazione Progettuale (Cpp) come risposta pragmatica e necessaria a un regime di sanzioni che impedisce allo Stato di investire direttamente miliardi di dollari. Una porta stretta, certo, un braccio di ferro ingaggiato con la prima potenza mondiale, ma non una svendita. Non è , infatti, un ritorno alla privatizzazione, ma una delega operativa controllata: lo Stato mantiene la proprietà delle riserve e la direzione strategica, mentre il partner privato si assume il rischio e i costi in un momento in cui le casse pubbliche sono colpite dal blocco finanziario. Come prevede la costituzione bolivariana, le leggi non possono essere retroattive e, com’è avvenuto in questo caso con le consultazioni che si sono tenute in tutte le strutture dei lavoratori, è stata approvata da loro, è passata in prima battuta in parlamento, e tornerà di nuovo alle istanze popolari. Per quanto riguarda il cosiddetto modello Chevron e il potere di commercializzazione concesso ai privati, bisogna sottolineare che non si tratta di una rinuncia alla sovranità, ma di un meccanismo di difesa. Consentire ai partner di vendere direttamente la loro quota di produzione, a patto che il prezzo sia superiore a quello ottenuto dalle imprese statali e che i proventi passino per la Banca Centrale del Venezuela, è l’unico modo per rompere l’assedio. Washington può sanzionare l’azienda di Stato Pdvsa, ma ha più difficoltà a bloccare ogni singola transazione di partner internazionali. È una tattica di diversificazione delle rotte commerciali per garantire che il petrolio arrivi sul mercato e i dollari arrivino ai lavoratori venezuelani. Sulla questione della riduzione delle royalties dal 30% al 20% o 15%, certi “articoli” omettono di spiegare che si tratta di una misura flessibile e reversibile. Viene applicata solo quando la redditività di un progetto è messa a rischio dalle condizioni eccezionali imposte dal blocco. È uno strumento di incentivazione per attrarre capitali in aree ad alto rischio geopolitico. Appena le condizioni migliorano, lo Stato ha il potere di ripristinare l’aliquota piena. Definire questo un cedimento significa ignorare che un campo petrolifero fermo per mancanza di investimenti produce zero entrate, mentre un campo attivo con royalties ridotte garantisce comunque risorse per la spesa sociale e il salario minimo. L’inserimento di meccanismi di arbitrato indipendente non è un indebolimento della sovranità giuridica, ma una necessità tecnica nel nuovo ordine multipolare. Per lavorare con i partner dei Brics+ e con altre potenze non occidentali, è necessario offrire una cornice di sicurezza che non dipenda dagli umori politici di Washington. Al contrario, la nuova piattaforma tecnologica annunciata da Jorge Rodríguez per l’audit in tempo reale rappresenta un aumento della sovranità digitale e della trasparenza: per la prima volta, ogni centesimo che entra potrà essere monitorato dai cittadini, contrastando la burocrazia e la corruzione. Per fare di meglio, i critici-critici che vivono comodamente in Europa, dovrebbero mobilitarsi non contro chi cerca di aprire brecce in un sistema capitalistico globale partendo da una situazione svantaggiata per essere un paese del sud, ma per cercare di non finire in ginocchio come la Grecia di Tsipras, e aprire brecce di vera democrazia anche in Europa: perché, com’è ormai evidente, di fronte all’arroganza imperialista che non conosce freni, nessuno si salva da solo. C’è inoltre da chiedersi come reagiranno ora i critici-critici, sempre pronti a parlare di autoritarismo, davanti all’annuncio di amnistia fatto da Delcy Rodríguez presso il Tribunale Supremo di Giustizia. Per anni hanno alimentato la narrazione dell’estrema destra sui presunti prigionieri politici: in realtà politici prigionieri, figure che in paesi come l’Italia – dove il Partito Democratico e i suoi alleati hanno reso quasi impossibile concedere amnistie e considerano normale la tortura del 41 bis – marcirebbero all’ergastolo per i crimini commessi. La decisione di trasformare l’Elicoide (che non è certo nato con il chavismo) in un grande centro culturale è la risposta definitiva di chi, pur sotto il ricatto di avere un presidente sequestrato, non ha avuto e non ha paura della democrazia. In Venezuela, il socialismo bolivariano ha sempre fatto affidamento sul consenso, limitando al minimo il momento della coercizione. Eppure, c’è da scommettere che questi burocrati del pensiero, pur di non ammettere la lungimiranza del quadro dirigente bolivariano, troveranno il modo di criticare anche questo atto di pacificazione, confermando la loro alleanza oggettiva con chi vuole solo il sangue e la restaurazione neoliberista. Invece, l’atmosfera che si respirava ieri nell’aula del Tribunale Supremo di Giustizia non era quella di un paese in ginocchio, ma di una nazione che ha trasformato il dolore in orgoglio combattente. C’era un’elettricità emotiva densa, un senso di comunione profonda, manifestato con un crescendo di applausi. Lungo, interminabile, quello tributato al capitano Diosdado Cabello: un riconoscimento spontaneo a chi, insieme al popolo, sta tenendo la barra dritta nella tempesta. Il ricordo dei caduti cubani e venezuelani del 3 gennaio è stato il momento del silenzio che parla. I nomi di chi ha dato la vita per difendere il suolo patrio dall’invasione mercenaria sono stati evocati non come ombre, ma come radici. In quel solenne omaggio, la fratellanza tra Cuba e Venezuela è apparsa più forte di qualsiasi bloqueo, cementata dal sangue versato contro lo stesso aggressore. E quelle “femministe nonviolente” che plaudono al premio Nobel per la pace riscosso dalla trumpista Machado, avrebbero dovuto ascoltare la relazione tenuta dalla presidenta del Tribunal Supremo de Justicia, Caryslia Rodríguez. Una magistrata che ha parlato non solo come giurista, ma come figlia di una rivoluzione che ha femminilizzato il potere. Mentre i “critici-critici” si perdono in cavilli maschilisti sulla purezza della norma, lei ha contrapposto la concretezza della giustizia riparativa. È un femminismo che non chiede il permesso a Washington, ma che si impone con la forza della Costituzione e con la sensibilità di chi sa che la pace si costruisce curando le ferite della guerra militare e di quella cognitiva. Il discorso della magistrata Caryslia Beatriz Rodríguez non è stato solo un atto formale, ma una riaffermazione del femminismo popolare e istituzionale che caratterizza la Rivoluzione Bolivariana, specialmente in questo momento di emergenza nazionale dopo il 3 gennaio. Caryslia ha proiettato l’immagine di un potere giudiziario che non è più una torre d’avorio maschile e fredda, ma uno scudo per la nazione. Ha sottolineato come l’aggressione imperiale, il sequestro e il blocco siano forme di violenza patriarcale che colpiscono in primis le donne, pilastri dell’economia familiare. La sua stessa presenza come Presidenta, insieme alle altre magistrate, è la prova che in Venezuela le donne non sono “vittime”, ma soggetti politici che amministrano la legge in nome della pace con giustizia sociale. Il femminismo del TSJ si è manifestato nel sostegno totale all’amnistia e alla trasformazione dell’Elicoide, proposte dalla presidenta incaricata. Caryslia ha declinato la giustizia non come vendetta (tipica del modello patriarcale-punitivo), ma come riparazione e trasformazione culturale. Decidere di sostituire le sbarre con la cultura è un atto di “politica della cura” verso il tessuto sociale lacerato dalla destra. Caryslia ha espresso una solidarietà di genere profonda verso la Vicepresidenta Delcy Rodríguez e verso Cilia Flores, definendo il sequestro di quest’ultima un attacco alla dignità di tutte le donne venezuelane. Ha ribadito che il comando del paese, in questo momento nelle mani di una donna come Delcy, è la garanzia che la rivoluzione non vacillerà, perché le donne venezuelane sono abituate a resistere nei momenti di massima pressione. Nel suo discorso ha evocato una giustizia che difende la “Pachamama” dalle grinfie delle transnazionali. Il suo femminismo è ecologista e sovrano: proteggere le risorse energetiche significa proteggere il futuro delle figlie e dei figli del Venezuela. Ma è stato l’intervento di Delcy Rodríguez a dare la dimensione universale della battaglia che si sta svolgendo in Venezuela. Con voce ferma, ma con gli occhi pieni di dolore, ha elevato un omaggio vibrante alla Palestina. Ricordando il genocidio a Gaza, la presidenta incaricata ha tracciato una linea diretta tra le macerie della terra palestinese e le “sanzioni” criminali contro il Venezuela: è lo stesso imperialismo che calpesta il diritto internazionale, che usa la forza bruta per ignorare la sovranità dei popoli. In quell’aula, la causa palestinese e quella venezuelana si sono fuse in un unico grido contro l’impunità di Washington. Delcy ha ricordato di essere diventata avvocata per ottenere giustizia per la morte del padre, Jorge Antonio, morto sotto tortura nelle carceri della “democrazia camuffata” della IV Repubblica. Un’eredità che, orgogliosamente, ogni anno celebra insieme al fratello, Jorge Rodriguez, oggi presidente del Parlamento, e che indica la continuità di ideali del socialismo del XXI Secolo con quello del Novecento, il secolo delle rivoluzioni. L’annuncio della trasformazione dell’Elicoide, da centro di detenzione a polo di irradiazione culturale, ha chiuso il cerchio di una giornata storica. Mentre Rubio minaccia, e il suo modello capitalista in crisi strutturale che non ha più nulla da offrire cerca di divorare le risorse del paese, Caracas resiste e risponde con i libri, la musica, l’elaborazione collettiva della ferita sociale, e con la clemenza verso chi è stato usato come carne da cannone dall’ultradestra. È la vittoria della vita sulla necropolitica imperiale. Geraldina Colotti
February 3, 2026
Pressenza
Comprendere il Venezuela
Articoli di Stefano Agnoletto, Geraldina Colotti, Confederazione Sindacale Internazionale, redazione blog La Casualità del Moto, Mario Sommella, Gianni Tognoni e Laura Greco. La Bottega dedica un nuovo dossier a quanto sta accadendo il Venezuela. Come già accaduto finora, non sempre troverete pareri concordi sul governo bolivariano, sulla figura di Maduro e su tanti altri aspetti della crisi, ma, a differenza
January 12, 2026
La Bottega del Barbieri
Venezuela, destituito il generale Javier Marcano Tabata: “Complice nel sequestro di Maduro”
Il generale che guidava la guardia d’onore presidenziale del Venezuela, Javier Marcano Tabata, è stato licenziato pochi giorni dopo che il presidente deposto Nicolas Maduro è stato catturato dalle forze statunitensi durante l’Operazione Absolute Resolve – illegale secondo il diritto internazionale – a Caracas e inviato a New York per essere processato con l’accusa di narcoterrorismo (accusa per altro ritrattata e riscritta) (1). L’ordine di destituzione, arresto e sostituzione del generale Marcano Tabata è stato impartito dalla nuova presidente vicaria ad interim, Decly Rodríguez, la quale lunedì ha prestato giuramento di fronte alla Costituzione Bolivariana alla carica di vertice con l’approvazione dell’Assemblea Nazionale, ricevendo il sostegno pubblico anche della figlia di Hugo Chavez, Rosines Virginia Chávez, e del figlio di Nicolas Maduro, Nicolás Maduro Guerra. Delcy Rodriguez, di fronte al rispetto del Decreto di eccezione n. 5200 – che inaugura lo “Stato di shock esterno” per difendersi dall’aggressione USA e detta la cattura di qualsiasi collaborante con l’aggressore USA – non ha esitato ad ordinare l’arresto immediato del Maggior Generale Javier Marcano Tábata, capo della Guardia d’Onore Presidenziale e direttore della DGCIM (Direzione Generale del Controspionaggio Militare). L’alto ufficiale viene indicato come l’architetto del tradimento che ha permesso il sequestro del presidente Maduro lo scorso 3 gennaio. L’arresto di Marcano Tábata sarebbe avvenuto nelle ultime ore dopo una notte piuttosto caotica nel Palazzo Legislativo Federale e a Miraflores, sede quest’ultima della Presidenza. Il generale Marcano Tábata è stato collegato direttamente all’operazione statunitense per aver disattivato i protocolli di difesa aerea nella notte di sabato 3 gennaio sulla caserma di Fuerte Tiuna (sua responsabilità), ossia il luogo dove stavano dormendo Maduro e la moglie e dove sono stati sequestrati dalle forze speciali statunitensi. L’accusa al generale Marcano Tábata è pesante: tradimento, facilitazione dell’operazione USA “Absolute Resolve”, smantellamento di protocolli di sicurezza, comunicazioni riservate con intelligence straniere nelle settimane precedenti. Sono accuse che richiedono verifiche, ma ci sono prove inconfutabili che ne determinerebbero un coinvolgimento diretto. Sono trapelate informazioni che suggeriscono che l’arresto di Marcano Tábata non è stato un “errore”, ma una rapida risposta ai possibili esecutori di un tradimento deliberato. Le indagini della nuova amministrazione venezuelana indicano comunicazioni criptate tra il Generale e agenzie di intelligence straniere nelle settimane precedenti al 3 gennaio 2026. Prima di rapire Maduro, le forze militari statunitensi hanno colpito i sistemi di difesa aerea e i radar Buk-2MA forniti dalla Russia al Venezuela e installati nei porti e negli aeroporti nell’ambito della loro “alleanza strategica”. Questo significa che senza l’abbattimento delle difese aeree, il rapimento non sarebbe stato una passeggiata. Sebbene il trattato di cooperazione di difesa tra Mosca e Caracas fosse vago e non prevedesse aiuti militari immediati in caso di invasione straniera del Venezuela, con tutta evidenza è successo qualcosa che non doveva succedere: sono stati spenti i sistemi antimissile che dovevano scudare e difendere le basi militari; i sistemi di contrattacco non hanno attaccato le navi americane; e i sistemi anti aereo ed elicotteri non hanno abbattuto gli elicotteri invasori. Quindi non si può parla purtroppo di un “errore”, ma di una sospensione intenzionale di questi sistemi di difesa, che aveva come fine la facilitazione dell’aggressione USA e del sequestro del Presidente Maduro, oltre al fatto di provocare un colpo di Stato contro il governo bolivariano. Questo non sarebbe successo senza il tradimento di alcuni settori venezuelani. Tabata è accusato di aver facilitato la “Via di Estrazione” e di aver consegnato agli USA le coordinate esatte e i punti ciechi dell’anello di sicurezza cubano-venezuelano, di aver permesso a forze irregolari di attaccare il Legislativo per creare una cortina di fumo mentre venivano negoziate le epurazioni interne, avendo così “consegnato” de facto il Presidente Maduro agli agenti della DEA statunitense. Purtroppo, per coordinare un’operazione del genere, è servita l’inevitabile corruzione di tanti funzionari militari in molti posti chiave: buchi nel sistema, a cui però la leadership bolivariana è abituata fin dai tempi di Chavez fino ai tempi recenti, quando Maduro ha espulso Hugo Armando Carvajal Barrios (chiamato “El Pollo”) – ex capo dell’intelligence militare venezuelana – dalle Forze Armate il 4 aprile 2019 per tradimento e arrestato poi dagli Usa per un processo nel quale a giugno 2025 si è dichiarato colpevole di reati che prevedono l’ergastolo. Per questi motivi – secondo fonti anonime citate da varie agenzie stampa – la presidente vicaria Rodriguez ha ordinato arresti di funzionari di intelligence e controspionaggio della DGCIM che rispondevano a Marcano. La Presidente Delcy Rodríguez ha mobilitato unità della Milizia popolare e collettivi chavisti leali per circondare Miraflores, non ricorrendo all’Esercito regolare. “Non c’è peggior nemico di chi dorme in casa tua. Il generale Marcano Tábata non solo ha fallito nel suo dovere, ma ha venduto la sovranità al miglior offerente”, ha dichiarato un portavoce vicino alla vicepresidenza. Senza dubbio questo arresto porta un terremoto a Miraflores, perché segna la fine della Guardia d’Onore come era conosciuta. Con 32 militari cubani morti durante l’operazione di estrazione, 8 militari venezuelani della Guardia d’Onore Presidenziale uccisi a sangue freddo dagli agenti della DEA, Tabata dietro le sbarre, il corpo di sicurezza presidenziale è collassato e ha bisogno di una ristrutturazione. L’arresto di uno dei generali più potenti del Paese invia un messaggio chiaro: nell’attuale Venezuela il governo è disposto a fare chiarezza su ciò che è successo e che i collaboratori dell’aggressore USA paghino per la cattura di Maduro. Il governo di Delcy Rodriguez non sta fingendo normalità, ma sta ripulendo l’interno, a partire dai vertici militari. Sta dicendo, senza giri di parole, che la cattura di Maduro non verrà archiviata come “incidente”, ma trattata come atto ostile con complicità interne. Tabata era stato, fino a quel momento, un uomo del potere popolare bolivariano, un “custode” della Rivoluzione Bolivariana, un militante chavista fin dai tempi di Hugo Chavez. Non si tratta di un generale qualsiasi, ma di un ex-custode del sistema. Ed è qui che la narrazione neocoloniale occidentale inizia a scricchiolare. Un Paese davvero “finito” non apre inchieste contro i propri generali più potenti, non espone fratture, non cerca responsabili dentro casa. In un Paese “finito” è impossibile che lo stesso governo continui a governare ed è emblematico che a riconoscere il consenso e la territorialità di questo governo sia stato proprio Trump. Nel frattempo la presidente Delcy Rodríguez ha nominato – in sostituzione a Tabata – il generale dell’esercito Gustavo González López nuovo comandante del reggimento della Guardia d’Onore Presidenziale (GHP), responsabile della sicurezza del capo dello Stato e direttore della Direzione Generale del Controspionaggio Militare (DGCIM). La presidente ha definito la cattura di Maduro un “rapimento illegale” ed ha decretato che continui la mobilitazione generale e l’attivazione delle milizie, a sostegno delle unità regolari che occupano posizioni difensive nel Paese e che proteggono l’esecutivo. Inoltre ha ribadito il suo appello alla pace come diritto dei venezuelani e di tutti i popoli, affermando che il suo governo “invita il governo degli Stati Uniti a collaborare su un programma di cooperazione” mettendo a disposizione gli strumenti della Diplomazia Bolivariana di Pace.     (1) Atto d’accusa del 2020 contro Nicolas Maduro affermava che il Presidente costituzionale del Venezuela fosse leader della presunta organizzazione narcoterrorista “Cartel de los Soles”. L’esistenza del “Cartel de los Soles” è stata smentita dallo stesso Dipartimento di Giustizia USA, dopo che l’amministrazione Trump ha catturato Maduro, pubblicando un atto d’accusa riscritto che tacitamente ammettere che Maduro non è leader di nessuna organizzazione narcoterrorista e che il “Cartel de los Soles” non esiste. Notizia che persino il mainstream italiano ha dovuto riportare https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/maduro-ora-gli-usa-cambiano-idea-non-e-il-leader-di-un-cartello-di-narcos_107665299-202602k.shtml Altre fonti: https://contropiano.org/news/internazionale-news/2026/01/07/venezuela-voci-su-arresto-di-un-generale-per-aver-collaborato-al-sequestro-del-presidente-maduro-0190552 https://www.youtube.com/watch?v=6xhy7Jg1230 Lorenzo Poli
January 10, 2026
Pressenza
Furundulla 302 – servi dei servi dei servi…
…beh… se serve di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse) Corsa al Nobel     Comma 22 a Gaza “Servi dei servi dei servi”… Rimpianti     L’origine del nome dato alla rubrica Furundulla: hastagasa La Furundulla precedente:  301 Ops quest’anno mi
World Peace Council: “Ferma condanna dell’attacco criminale USA a Caracas”
Riportiamo il comunicato stampa del World Peace Council (WPC) sul criminale attacco militare USA a Caracas. Già in passato il WPC si è espresso contro le ingerenze imperialiste USA sul Venezuela Bolivariano. Il World Peace Council (WPC) esprime con la massima fermezza la sua condanna per il criminale attacco aereo e l’invasione dell’esercito statunitense nella capitale del Venezuela, in quanto violazione della sovranità e dell’integrità territoriale del Paese. Il dispiegamento della Marina statunitense nel Mar dei Caraibi, durato settimane, le minacce e le rivendicazioni sulle ricchezze naturali del Paese si sono intensificate oggi in un’operazione “in stile gangster” che ha portato alla brutale interferenza e alla cattura criminale del presidente Nicolas Maduro e di sua moglie da parte delle forze statunitensi. Questo sequestro rappresenta l’esecuzione di un violento cambio di regime per il quale gli Stati Uniti sono ben noti nel corso della loro storia. È l’applicazione della reazionaria “Dottrina Monroe” degli Stati Uniti, che considera l’America Latina come il proprio cortile di casa. Il WPC respinge e denuncia alle forze pacifiche del mondo questa flagrante violazione di ogni senso del Diritto Internazionale da parte dell’imperialismo statunitense. Invitiamo i nostri membri e amici a mobilitarsi contro questa aggressione ed esprimere solidarietà al popolo venezuelano, che è l’unico a decidere del proprio destino e delle proprie ricchezze senza interferenze, minacce e aggressioni straniere. Chiediamo il ritiro dell’esercito statunitense dalla regione! Abbasso l’imperialismo! Lunga vita alla lotta dei popoli! La Segreteria del WPC – 3 gennaio 2026 Fonte: https://www.wpc-in.org/statements/statement-wpc-about-criminal-attack-usa- against-venezuela Traduzione a cura del Comitato Contro La Guerra Milano Redazione Italia
January 5, 2026
Pressenza
Assemblea dei Popoli a Caracas, le conclusioni e gli impegni presi
Si è concluso, lo scorso 11 dicembre, a Caracas, il grande evento internazionale della Assemblea dei popoli per la sovranità e la pace, un evento che ha rappresentato una risposta corale, con delegazioni presenti da cinquanta Paesi del mondo e una moltitudine di eventi di accompagnamento che si sono tenuti in diversi Paesi, alla richiesta, che pure muove da Caracas, sintetizzata nell’affermazione per cui “la resistenza, pur necessaria, non è sufficiente; occorre una svolta attiva, affermativa”. Non solo, cioè, la resistenza di fronte alle minacce che “il potente vicino del Nord” muove, in maniera sempre più massiccia e aggressiva, tanto al Venezuela bolivariano, quanto a Cuba socialista e in generale a tutti i popoli della regione del Caribe (e, in effetti, a tutti i popoli del subcontinente latinoamericano, se si pensa che l’escalation militare portata dalla amministrazione statunitense viola lo statuto della America Latina come “Zona di Pace”).  Ma anche una “offensiva di pace”: sviluppare l’iniziativa politica, coinvolgere in maniera protagonistica realtà politiche, sociali, culturali impegnate per la difesa della pace e la tutela dei diritti umani, promuovere una iniziativa diplomatica, nel solco di quella che, da Hugo Chávez in avanti, ha preso il nome di “diplomazia di pace” bolivariana. Traspaiono nel concetto due elementi chiave che hanno attraversato i Tavoli di Lavoro dell’assise e, a maggior ragione, il suo documento finale, il Manifesto di Caracas, in cui, peraltro, meritano di essere sottolineati il tema della distinzione tra le definizioni “negativa” e “positiva” della pace e il costante riferimento alla “pace positiva” come affermazione di temi e contenuti, di merito e di contesto, tali da avvalorare il concetto stesso della pace e, detto per inciso, di situare l’elaborazione maturata all’interno di questa grande assise internazionale come capace di assumere, acquisire e fare propri alcuni tra gli strumenti concettuali e gli impianti teorici più recenti e avanzati di quella cha va sotto il nome di “scienza della pace”.  All’escalation di guerra nel Mar dei Caraibi, dunque, la risposta non può che essere, da parte del Venezuela, nei termini della “diplomazia bolivariana”: la pace con giustizia come valore centrale; il coinvolgimento attivo delle forze popolari, sia a livello nazionale sia a livello internazionale, come declinazione della “democrazia partecipativa e protagonistica” che è una delle cifre del socialismo del XXI secolo; l’enfasi sulla diplomazia come mezzo positivo per risolvere conflitti e dirimere controversie; la visione di un’articolazione multicentrica e di un mondo multipolare, a partire dall’integrazione latinoamericana e la cooperazione Sud-Sud, ovvero la cooperazione tra le nazioni del Sud Globale.  Se, da un lato, comprendere le condizioni strutturali e culturali che favoriscono una convivenza positiva all’interno delle società e tra gli Stati è fondamentale per conseguire una vera e propria “cultura di pace”, passare, d’altro canto, da una dimensione di “pace negativa”, la mera assenza di ostilità, a una dimensione di “pace positiva”, capace, a partire dalle condizioni strutturali e culturali, di promuovere convivenza, democrazia, uguaglianza, diritti umani e giustizia sociale, garantendo al contempo la coesistenza e la risoluzione pacifica delle controversie, è un movimento centrale di questa visione. Non a caso, i Tavoli di Lavoro hanno sviluppato i vari aspetti di una conflittualità che, essendo multidimensionale, abbraccia le più diverse stratificazioni dello spazio pubblico (dalla sfera mediatica e cognitiva, alla costruzione di immaginario; dalla sfera culturale e popolare, al rispetto, riconoscimento e valorizzazione delle culture originarie e dei saperi ancestrali; dalla sfera politica e militare, all’esigenza di una difesa integrale, che abbia il protagonismo popolare al proprio nucleo; dalla sfera economica e commerciale, alla lotta per la sovranità economica e contro la guerra economica, i blocchi imposti e le misure coercitive; sino al riconoscimento della Madre Terra, dei saperi e dei valori della Terra, non come “risorsa” ma come “madre”, come pure si è richiamato, a più riprese, nei lavori della tre-giorni di Caracas). Lo stesso Manifesto finale riporta queste aspettative e queste speranze in forma concisa, ma chiarissima: “La pace non è l’immobilità dei soggiogati, né il silenzio dei vinti. La pace è il nome coraggioso della lotta quando semina e raccoglie giustizia. La pace è l’abbraccio fraterno e sovrano che tutti i popoli del mondo condividono quando si riconoscono degni e liberi. La pace è l’orizzonte che tessiamo, giorno dopo giorno, con i fili invisibili ma ben saldi della memoria, dell’organizzazione e della dignità”. E ancora: “La nostra lotta è una sola: per il diritto di rimanere e prosperare nella nostra terra, con dignità. Uniremo le lotte ecologiche e migratorie in un unico abbraccio. Difenderemo gli sfollati a causa della fame e della guerra, riconoscendo nel loro esodo i segni del saccheggio. Proteggeremo la Terra non come una risorsa, ma come una madre. Questa causa sarà il nostro confine morale indistruttibile”.  Nella sessione conclusiva della tre-giorni, di grande spessore è stato poi l’intervento della vicepresidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Delcy Rodríguez: “Già i nostri precursori”, ha ricordato, “quando concepirono l’idea della Patria Grande, della nostra integrazione come Paesi con culture simili, con origini simili e con un concetto di indipendenza, di sovranità politica, di non essere legati agli imperi, sulla base di un concetto antimperialista, già davano i primi segnali del rischio dell’espansionismo statunitense”. E per venire a oggi, “appena il 2 dicembre”, ha proseguito, “è stato pubblicato un messaggio presidenziale in occasione dell’anniversario della Dottrina Monroe, in cui il Presidente degli Stati Uniti ha affermato che “La mia amministrazione riafferma con orgoglio questa promessa nell’ambito del nuovo Corollario Trump”. Cos’è il Corollario Trump? È l’adattamento della Dottrina Monroe ai giorni nostri, derivato da corollari precedenti come il Corollario Roosevelt del 1902, che ha stabilito il concetto che gli Stati Uniti sono il gendarme di questo emisfero e possono intervenire militarmente. Questa è l’origine del concetto che non ha cessato di includere gli interventi militari come modello fondamentale del comportamento esterno degli Stati Uniti. Oggi, gli Stati Uniti presentano due caratteristiche fondamentali nella loro politica estera. La prima è la violenza militare, la seconda è l’aggressione economica, l’impatto che le misure unilaterali distruttive, le sanzioni illegittime e illecite, hanno sulla vita delle persone, come bombe silenziose sui diritti umani fondamentali dei cittadini”.  Nel contesto dell’Assise di Caracas, molte, dunque, le decisioni assunte. Due meritano in particolare di essere evidenziate: la costruzione di un’architettura di popolo per difendere la pace, il progresso e la giustizia sociale, a partire dalla decisione di rendere l’assise di Caracas, come indicato nel Manifesto finale, una Assemblea permanente dei popoli per la pace; e poi costruire un sistema, una “articolazione”, per utilizzare i concetti in uso a Caracas, di coordinamenti e di agende per sviluppare iniziativa e lotta sui diversi fattori. Tra gli altri: un Osservatorio Internazionale contro la guerra cognitiva, le Brigate Internazionali di comunicazione popolare, un Registro degli Impatti della xenofobia, della aporofobia, del razzismo e delle misure coercitive unilaterali, un Piano d’Azione Globale contro la militarizzazione e l’interventismo, una Rete giuridica internazionale per il diritto alla mobilità umana e, non ultimo, un Consiglio dei saperi ancestrali per la Terra Viva, promuovendo, al contempo, la Dichiarazione Universale dei Diritti di Madre Terra. Un’agenda per la pace a tutto tondo.    Riferimenti:  Canciller Gil: “Nuestra América se moviliza para defender la paz bolivariana ante EE.UU., TeleSur, 10.12.2025: https://www.telesurtv.net/canciller-gil-nuestra-america-paz-ee-uu Delcy Rodríguez: Venezuela no se asusta ante la amenaza imperial, TeleSur, 10.12.2025: https://www.telesurtv.net/delcy-rodriguez-venezuela-no-se-asusta-amenaza-imperial Manifesto di Caracas della Assemblea dei Popoli per la Pace e la Sovranità. Caracas, 10 dicembre 2025: https://movimentorinascitacomunista.com/2025/12/14/assemblea-dei-popoli-per-la-pace-e-la-sovranita-manifesto-di-caracas   Gianmarco Pisa
December 15, 2025
Pressenza
“Bolivarismo contro Monroismo”, la pace delle donne e degli uomini liberi
La giornata internazionale dei diritti umani, 10 dicembre, corrisponde, qui a Caracas, capitale della Repubblica Bolivariana del Venezuela, alla seconda giornata, quella della restituzione in plenaria dei Tavoli di lavoro, dei panel conclusivi, e della proclamazione del Manifesto di Caracas per la verità, la pace e la sovranità dei popoli, della Assemblea dei Popoli per la sovranità e la pace, la grande assise internazionale, di lotta contro la guerra e per la pace, che ha portato nella capitale venezuelana mille delegati provenienti da ben cinquanta Paesi di tutto il mondo, letteralmente da tutti e cinque i continenti. Già la restituzione dei tavoli di lavoro fornisce una prima ricostruzione di massima della vastità, della ampiezza e delle ricchezza dei temi che sono stati sviluppati e che sono stati oggetto di relazioni, confronto e dibattito: guerra economica; guerra cognitiva e, in particolare, voci del mondo emergente contro la guerra mediatica; difesa della madre terra; difesa dei diritti delle persone migranti contro razzismo, xenofobia, suprematismo; unione dei popoli del Sud globale; giovani generazioni, la generazione geniale contro l’etichetta di “generazione Z”; e infine, ma non certo per importanza, di fronte all’escalation statunitense nel mar dei Caraibi, all’ennesima aggressione in corso contro il Venezuela bolivariano (ma si potrebbero aggiungere Cuba socialista e tutti i Paesi i cui governi non sono “allineati” alle imposizioni statunitensi), al proliferare della violenza armata, della militarizzazione e della guerra ad ogni latitudine, “bolivarismo contro monroismo”, la dottrina e il pensiero di Simón Bolívar contro la famigerata e attualissima dottrina Monroe.  Il tema dell’assise internazionale è proprio questo, la pace. Il tema viene ripreso più volte e il concetto è declinato lungo diversi assi: pace è, anzitutto, dignità e libertà dei popoli; pace è, insieme, libertà, giustizia sociale e diritti umani, non a caso nella Giornata internazionale dei diritti umani, ma non “in astratto”, bensì dal punto di vista dei popoli, perché la parola stessa, pace, cambia completamente significato quando viene vista dal punto di vista dei popoli, quando viene vista “con lo sguardo” dei popoli, e, in particolare, dei popoli in lotta per la propria dignità, per il proprio sviluppo, per la propria autodeterminazione. Sotto questo profilo, il bolivarismo, sviluppato e aggiornato in chiave contemporanea con Hugo Chávez e reso contenuto essenziale di quella particolare forma di socialismo del XXI secolo che va appunto sotto il nome di socialismo bolivariano e che connota quella particolare esperienza di trasformazione sociale che è la Rivoluzione bolivariana, trae la sua origine dal pensiero e dall’azione di Simón Bolívar, come progetto di liberazione complessiva, per la libertà e l’integrazione dei popoli della “Patria Grande” latinoamericana. Il più complessivo processo di unità e fratellanza, di integrazione, dei popoli latinoamericani, peraltro accomunati in ampia parte da tratti di storia condivisa, da una lingua comune e da analogie e similitudini nei fattori culturali e consuetudinari, è in realtà un processo complesso che ha attraversato e attraversa più stagioni dalla Patria Grande di Simón Bolívar alla Nostra America di José Martí sino ai grandi rivoluzionari, da Fidel Castro a Hugo Chávez, passando per il Che, che hanno portato alla ribalta della storia il “secolo breve” latinoamericano. Si tratta, in tutti i casi, di figure che hanno incarnato un sogno, concreto, di giustizia e di liberazione, e che hanno guardato all’America Latina come patria, in relazione con tutti i popoli del mondo.  Consolidare il progetto bolivariano complessivo (bolivariano, umanista, socialista, le tre caratterizzazioni della rivoluzione chavista), come progetto autentico e complessivo per i popoli dell’America Latina e risorsa ideale e politica per i popoli del mondo, è un disegno orientato alla più ampia felicità possibile per tutti e per tutte, non una felicità utopica, ma una felicità autentica. Qui, ancora nella Giornata internazionale dei diritti umani, la parola stessa “felicità” viene ad abitare in maniera pertinente e non retorica il cielo della politica, si fa categoria politica, segnando un passaggio lontano anni luce dal lessico e dalle forme della politica cui siamo abituati, ad esempio, in Europa e, più complessivamente, in “Occidente”. È, inoltre, tutto il contrario del monroismo, della dottrina Monroe, una dottrina suprematista, che non persegue la felicità dei popoli ma unicamente il primato di una potenza, gli Stati Uniti. È chiaro, se questi sono i presupposti, quali siano i nemici degli Stati Uniti: come viene ribadito nell’assise di Caracas, questi nemici sono il comunismo, il bolivarismo e la teologia della liberazione. Hanno, queste categorie, qualcosa in comune? Il bolivarismo è lo sforzo di liberazione e integrazione latinoamericana; il comunismo è il progetto generale di liberazione dell’intera umanità; tutte e tre queste gigantesche forme politiche hanno in comune l’obiettivo della liberazione umana. Se quello statunitense è un progetto di primato, di egemonia e di dominio, dunque un progetto suprematista, è chiaro che i suoi nemici sono tutti (questi e altri) i progetti di liberazione umana, di piena dignità ed emancipazione.  L’obiettivo strategico che gli Stati Uniti coltivano e perseguono è quello della divisione, della disarticolazione, con la guerra economica (il blocco contro Cuba, la guerra economica contro il Venezuela, la pratica criminale delle misure coercitive unilaterali), con la guerra militare (l’escalation nel mar dei Caraibi è tuttora in corso, ma non si tratta dell’unico fronte che l’imperialismo ha aperto in giro per il mondo, e il genocidio del popolo palestinese a Gaza è la punta più mostruosa di questo vero e proprio abisso dell’umanità), e anche con la guerra cognitiva, la distorsione dei contenuti, la scomparsa dei fatti, la strumentalizzazione dei principi, tutti strumenti per confondere, disorientare, ancora una volta dividere. Per questo, contro la divisione, occorre l’unità, i popoli che resistono devono restare uniti, le forze di trasformazione devono praticare convergenza e unità, e non a caso l’ultima consegna di Chávez, nel suo ultimo discorso pubblico (8 dicembre 2012) è stata proprio quella della “unità, lotta, battaglia, vittoria”. Nella sua celebre riflessione “Sette pugnali nel cuore dell’America” (5 agosto 2009) Fidel Castro lo aveva detto compiutamente: “La presenza di un impero così potente, che in tutti i continenti e oceani dispone di basi militari, portaerei e sottomarini nucleari, navi da guerra moderne e aerei da combattimento sofisticati, portatori di ogni tipo di armi, centinaia di migliaia di soldati, il cui governo rivendica per loro l’assoluta impunità, costituisce il più importante grattacapo di qualsiasi governo, sia esso di sinistra, di centro o di destra, alleato o meno degli Stati Uniti. […] Sarebbe un grave errore pensare che la minaccia sia solo contro il Venezuela; essa è diretta a tutti i paesi del sud del continente”. E certo non solo del continente.  Questo 10 dicembre, la Giornata internazionale dei diritti umani è stata dedicata dalle Nazioni Unite al tema “Diritti umani, beni essenziali quotidiani”. Come recita il richiamo delle Nazioni Unite, “in questo periodo di turbolenza e imprevedibilità, in cui molti avvertono un crescente senso di insicurezza, disaffezione e alienazione, si tratta di riaffermare i valori dei diritti umani e dimostrare che rimangono una proposta vincente per l’umanità, mostrando come questi plasmino la nostra vita quotidiana, spesso in modi che non sempre notiamo. Troppo spesso dati per scontati o visti come idee astratte, i diritti umani sono i beni essenziali su cui facciamo affidamento ogni giorno. Colmando il divario tra i principi dei diritti umani e le esperienze quotidiane, miriamo a stimolare la consapevolezza, ispirare fiducia e incoraggiare l’azione collettiva”. Tutti i diritti umani per tutti e per tutte, senza riduzionismi né, tantomeno, strumentalizzazioni, e la pace come costruzione continua, che riguarda la giustizia, la libertà e la dignità dei popoli.  Dall’assise di Caracas emerge dunque una proposta di pace positiva, pace con giustizia, che è anche un monito per tutti, operatori e operatrici, attivisti, cittadini: occorre lottare per difendere la pace, ma non una “pace” qualsiasi, non una pace di schiavi, bensì la pace delle donne e degli uomini liberi, la pace della verità e della giustizia.     Riferimenti: Chávez el 8-D o la llama que nunca se apaga: https://www.ciudadccs.info/publicacion/3203-chavez-el-8-d-o-la-llama-que-nunca-se-apaga Riflessioni di Fidel – Sette pugnali nel cuore dell’America: https://italiacuba.it/2025/11/16/riflessioni-di-fidel-sette-pugnali-nel-cuore-dellamerica Human Rights Day 2025 Theme – Human Rights, Our Everyday Essentials: https://www.un.org/en/observances/human-rights-day   Gianmarco Pisa
December 11, 2025
Pressenza
Assemblea dei popoli a Caracas, uno spazio per la pace e la democrazia
Tutto pronto a Caracas, capitale della Repubblica Bolivariana del Venezuela, per un evento internazionale di grandissima importanza e stringente attualità, che porterà qui delegati e delegate provenienti da tutto il mondo. L’Assemblea dei Popoli per la Pace e la Sovranità di Nostra America si svolgerà infatti tra il 9 e l’11 dicembre, in particolare il 9 e il 10, con un evento internazionale già programmato in occasione del 10 dicembre, Giornata internazionale dei diritti umani, chiamando a raccolta, a Caracas, movimenti sociali, partiti politici, attivisti, intellettuali, giuristi, figure istituzionali e organizzazioni popolari.  Lo scopo dell’Assemblea dei Popoli, come indica la sua stessa denominazione, è di sviluppare un momento di approfondimento, di dialogo e riflessione, di mobilitazione e iniziativa a difesa della pace e dei principi che concorrono a dare vigore e spessore alla questione della pace, qui più che mai declinata in termini di pace positiva, non solo “pace”, e certo non in astratto, ma anche giustizia sociale, diritti umani, emancipazione dei popoli, autodeterminazione, inclusione sociale, partecipazione e, declinando uno dei pilastri del socialismo venezuelano, “democrazia partecipativa e protagonistica”. È la grande questione, come pure viene richiamato, dei «diritti dal punto di vista dei popoli». Come hanno messo in evidenza gli organizzatori, anche questa assise rappresenterà un fondamentale spazio di sviluppo per articolare un vero e proprio movimento internazionale per la pace, per una pace intesa con autodeterminazione e sovranità popolare, così “aprendo orizzonti di solidarietà, cooperazione e azione collettiva di fronte alle sfide del nostro tempo”.  L’evento sarà un vero e proprio spazio di articolazione, e in questo trae ispirazione e si sviluppa nel quadro del processo complessivo della Internazionale Antifascista, il vasto movimento internazionale ispirato proprio dalla Rivoluzione bolivariana, volto a mettere a disposizione delle forze della trasformazione uno “spazio di convergenza”, uno spazio di dialogo e di mobilitazione, al tempo stesso, insieme antifascista, anticapitalista, antimperialista, antisessista, e anti-patriarcale, come hanno più volte ribadito, e continuano a ribadire, le forze del movimento bolivariano. Così, nel contesto dell’assise, si svilupperanno dibattiti, tavoli di lavoro, approfondimenti, mobilitazioni e iniziative. Riprendendo le linee di indirizzo tracciate dagli organizzatori, infatti, “da Caracas, intendiamo tutti e tutte insieme ribadire che la pace è dignità in movimento, dignità che si attiva e che lotta, ma anche cooperazione attiva e creatività (“potere creatore” come dicono a Caracas) del popolo”.  È, questa, infatti, una dimensione decisiva della costruzione politica e sociale (ma anche istituzionale e, evidentemente, culturale) della «democrazia partecipativa e protagonistica», cioè del processo di costruzione, come ebbe a dire a suo tempo il leader storico della Rivoluzione bolivariana, Hugo Chávez, non di un “socialismo democratico”, bensì di una “democrazia socialista” in cui le parole possano riprendere a contare, a nutrirsi di contenuto, a caricarsi di significato: potere popolare come democrazia effettiva, ruolo effettivo e protagonistico, e quindi soggettività, delle masse popolari, nella direzione e nell’orientamento della cosa pubblica. In questo senso, dunque, “democrazia partecipativa e protagonistica”, come vero e proprio nucleo costituente del potere bolivariano e della stessa Rivoluzione bolivariana, al tempo stesso, com’è noto e come viene in più declinazioni ribadito, una Rivoluzione socialista, bolivariana e umanista, come forma estesissima e radicale di partecipazione politica e come manifestazione di un effettivo e diretto esercizio di protagonismo politico, dunque ancora soggettività, da parte delle masse popolari organizzate. L’articolazione dei poteri e delle forme di organizzazione a livello di base e la stessa costante dinamica elettorale (dalle elezioni presidenziali alle elezioni delle istanze di base), che ha portato a celebrare nel Venezuela bolivariano, da Hugo Chávez in poi, solo a livello istituzionale, ben 32 elezioni, organizzate e trasparenti, sono solo le punte di questa vasta dinamica.  La stessa “estensione semantica” che l’assise del 9 e 10 dicembre intende, assai opportunamente, attribuire alla parola “pace” è significativa: non pace come mera declinazione degli equilibri di potenza, né tantomeno come ricerca di equilibri formali o propensione ad aspirazioni velleitarie, ma pace come processo sociale di costruzione di uno spazio di protagonismo, di emancipazione e di autodeterminazione dei popoli, come pace dal basso, come processo di costruzione di uno spazio in cui possano, quanto più possibile, affermarsi democrazia autentica, inclusione sociale, partecipazione popolare, giustizia sociale e diritti umani. Ecco dunque anche il senso della manifestazione internazionale convocata, a Caracas, proprio per il 10 dicembre: anzitutto si tratta di restituire alla questione dei diritti umani la loro effettiva pienezza, nella loro articolazione complessiva, non nel loro ridimensionamento selettivo, tipicamente occidentale, dunque non solo i diritti civili e politici, ma anche, sullo stesso piano, i fondamentali diritti economici e sociali, i diritti culturali, e le nuove frontiere dei diritti, dei popoli, dell’ecosistema, dello spazio digitale e della “infosfera”.  E poi si tratta di respingere la strumentalizzazione, anche questa tipicamente occidentale, della causa dei diritti umani, manipolati e strumentalizzati per legittimare ingerenze e, talvolta, veri e propri piani di guerra e di aggressione. Il Venezuela è infatti sotto attacco diretto degli Stati Uniti, sia sotto il profilo economico, con una guerra economica fatta, ad esempio, di ben 1044 misure coercitive unilaterali, completamente illegali e illegittime, imposte dagli Usa al Paese, sia sotto il profilo militare, con un dispiegamento militare imponente di fronte alle coste del Venezuela, che ha prodotto una serie di attacchi militari, vere e proprie esecuzioni extragiudiziali, in pratica atti di pirateria e di terrorismo da parte Usa, con oltre sedici attacchi e oltre ottanta vittime, dietro il pretesto di un’ennesima menzogna di guerra: il narcotraffico. Secondo il Rapporto mondiale 2025 delle Nazioni Unite sulla droga, il Venezuela è Paese libero da coltivazioni di droga illecita, contrasta attivamente il traffico e ha un ruolo insignificante come rotta di traffico verso gli Stati Uniti e l’Europa.  Come ancora ci hanno ripetuto qui a Caracas: anche raccontare la verità è difendere la pace e la giustizia.    Riferimenti: Caracas será sede de la Asamblea de los Pueblos por la Soberanía y la Paz de Nuestra América, 07.12.2025: https://www.laiguana.tv/articulos/1437190-caracas-sera-sede-de-la-asamblea-de-los-pueblos-por-la-soberania-y-la-paz-de-nuestra-america Chávez ordenó con el Golpe de Timón construir la democracia participativa y protagónica, 20.10.2024:  http://www.psuv.org.ve/temas/noticias/chavez-ordeno-golpe-timon-construir-democracia-participativa-y-protagonica World Drug Report 2025: https://www.unodc.org/unodc/data-and-analysis/world-drug-report-2025.html Special Rapporteur on unilateral coercive measures:  https://www.ohchr.org/en/special-procedures/sr-unilateral-coercive-measures Mapa Geopolítico de Sanciones: https://observatorio.gob.ve/mapa-geopolitico-sanciones   Gianmarco Pisa
December 9, 2025
Pressenza