L’Università nel movimento della guerra
Per introdurre la tematica anche a chi non abbia seguito la vicenda, proviamo a
dare un breve contesto dei fatti, nonostante il nostro interesse non sia quello
di fare una ricostruzione, peraltro già compiuta altrove, ma di fare il punto su
cosa questo evento ci consegna.
Il 29 novembre, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Carmine Masiello, si è
lamentato pubblicamente di un corso triennale di Filosofia negato dal
dipartimento competente di UniBo. Il corso, che era stato pensato su misura per
15/20 allievi ufficiali dell’Accademia militare di Modena, scatenando in
risposta una mobilitazione contro la militarizzazione del sapere e degli spazi
universitari, è stato infine valutato insostenibile per il dipartimento. È dalle
polemiche di Masiello che il governo si è fatto giustiziere di questa causa,
denunciando la negazione del corso come un «un gesto lesivo dei doveri
costituzionali che fondano l’autonomia dell’Università», nelle parole di Meloni.
Se scriviamo questo articolo è perché ci teniamo a entrare nel dibattito,
tentando di potenziare la voce di chi lotta negli atenei del Paese, contro la
voce già troppo amplificata del governo. Pertanto, esprimiamo vicinanza e
solidarietà allə studentə e precarə bolognesi che si stanno mobilitando e che il
9 dicembre tengono un’Assemblea di Ateneo, alle 19:00 al 38 di Via Zamboni.
QUALE AUTONOMIA?
Rispetto a quanto accaduto, ci chiediamo innanzitutto “perché?”. Perché il
Governo monta una questione mediatica attorno alla decisione di una singola
Università? Perché lo fa mentre l’inflazione cresce e i salari hanno sempre
minor potere di acquisto? Il nostro, sia chiaro, non vuole essere benaltrismo.
Infatti, se da una parte crediamo che questa sia l’ennesima polemica strumentale
a spostare l’attenzione, riteniamo che il punto non è tanto quale questione
scegliere di attenzionare, ma come la si affronta. In questo senso, non è
assolutamente una polemica slegata dai temi che ci interessa rimangano al centro
dell’attenzione, tutt’altro.
Ci stupiamo che Meloni parli di lesione all’autonomia universitaria e ci
chiediamo di quale autonomia lei stia parlando. È forse rispettare l’autonomia
universitaria entrare a gamba tesa sulla decisione di uno specifico dipartimento
di un’Università? Crediamo proprio di no, e che Meloni e Bernini giochino a
mistificare concetti – come quello di autonomia – che a loro proprio non vanno
giù. Ciò che questo evento dimostra è che il governo ha un interesse
preoccupante nel controllare ciò che accade nel mondo accademico e che anzi
l’attacco all’autonomia lo stanno compiendo loro.
di Luca Mangiacotti
È stato di recente reso noto, infatti, il contenuto del disegno di riforma della
governance universitaria prodotto dalla commissione presieduta da Galli della
Loggia, che prevede di inserire un rappresentante del ministero all’interno dei
Consigli di Amministrazione degli Atenei. Sulla stessa scia, anche l’ANVUR,
entità già non poco problematica, verrebbe reindirizzata ai diktat governativi.
Infine, come i collettivi universitari del nord-est hanno evidenziato, il DdL
Gasparri e ora anche il DdL Del Rio, adottando la controversa definizione di
antisemitismo dell’IHRA, propongono un controllo serrato e punitivo nei luoghi
della formazione, depotenziando il movimento di solidarietà con la Palestina.
Ben lontani dall’autonomia, allora, l’Università va sempre più in direzione di
un’orbanizzazione.
Dunque, Meloni e Bernini non apprezzano la scelta autonoma e legittima di
un’università che, insieme alle mobilitazioni studentesche, impedisce che
un’istituzione militare condizioni l’offerta formativa. Forse è proprio questo
il problema per il governo?
DE BELLO ACCADEMICO
Tra le considerazioni, infatti, che possiamo fare di questo evento, c’è
sicuramente quella legata alla militarizzazione degli spazi del sapere, e della
società nel suo complesso. Al di là delle polemiche montate sui social o a mezzo
stampa, il succo di questa vicenda è che il governo ha un’evidente passione nel
settore militare, nel legittimarlo e soprattutto nel renderlo pervasivo in ogni
ambito sociale. Non capiremmo altrimenti perché insistere così tanto, se non ci
fosse un certo immaginario, accompagnato in questi giorni dalla proposta di
legge di Crosetto sulla reintroduzione della leva e da mesi di annunci di piani
di riarmo e di ingenti spese militari.
È, inoltre, interessante notare come la militarizzazione delle Università, che
spesso pervade il mondo della ricerca, sia per lo più associata alle materie
STEM. In questo senso, il caso di Bologna è paradigmatico non solo per la
postura del governo, ma anche per il tentativo di associarsi a un dipartimento
umanistico. A dimostrazione che tutti i nostri saperi sono spendibili per la
guerra.
Un altro campanello d’allarme è dato dai legami sempre più stretti che gli
atenei potrebbero tenere con le vicine basi militari, trasformando a chiazze le
università in continuazioni della caserma. Lo pensiamo scrivendo da una città
con una base militare, che pianifica di allargarsi sul territorio, e da
un’Università che già intrattiene rapporti con l’Accademia di Livorno e con il
Genio navale.
di Luca Mangiacotti
GIÙ LE MANI DALL’UNIVERSITÀ!
Un’altra possibilità, che abbiamo denunciato nelle ultime mobilitazioni insieme
all’Assemblea Precaria di Pisa, è quella di un finanziamento pubblico con una
più o meno esplicita finalità militare. Diciamo questo leggendo il nuovo piano
Horizon, che introduce la “defence industry” tra i campi su cui fare ricerca.
Ma, tornando ancora sul caso di Bologna, Bernini ha affermato che «il corso si
farà». Ci chiediamo come e con quali soldi, visto il definanziamento strutturale
dell’Università pubblica (132 milioni è il taglio ai fondi di finanziamento
ordinario di quest’anno). In questo senso, consideriamo i tagli come strumentali
per impoverire gli Atenei e chi li attraversa, ma soprattutto per renderli più
ricattabili e controllabili.
> Una manovra a tenaglia si sta abbattendo sull’Università: da un lato i tagli,
> o eventualmente una rifinalizzazione dei finanziamenti, dall’altro una serie
> di riforme che aumentano il controllo e la repressione. In questo modo la
> formazione accademica cade nel movimento della guerra.
Tutto ciò non sta accadendo esclusivamente al mondo universitario: in generale,
le finanziarie di questi anni, compresa quella attualmente in discussione, fanno
il paio con i decreti legge liberticidi. Per questo motivo, ci sembra che
l’Università sia lo specchio del paese, e per questo crediamo che l’Università
sia un valido terreno di conflitto contro il governo. Nella condizione
studentesca e precaria si intrecciano tutte le contraddizioni che abbiamo
argomentato, ma anche molte altre di cui possiamo fare solo un accenno. Pensiamo
al diritto allo studio, all’inaccessibilità a borse di studio e alloggi, ai
contratti e ai carichi di lavoro. Per concludere, vediamo come auspicabile e
necessario un confronto nazionale tra studentə e precarə, che possa aprire una
mobilitazione contro l’orbanizzazione dell’Università, difendendo non quel che
già esiste, ma per costruire il nuovo. A partire da un dato di fatto urgente:
chi sta in Università è sfruttatə, e oggi viene sfruttatə per la guerra e il
genocidio.
La copertina è di Ugo_05 (Flickr). Nell’immagine la bandiera dell’Accademia
militare italiana con “scorta d’onore”
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