Vescovi, pace e nonviolenza
Sul quotidiano on line ‘ Italia informa’ un interessante articolo di Cristina
Volpe sul documento ( 34 pagine , https://share.google/qATRwxyrO02YgIsT1 ) della
Conferenza dei vescovi italiani su pace, nonviolenza e (novità) ruolo dei
cappellani militari da ripensare (cosa da molti anni proposta da Pax Christi
Italia), punto su cui molti quotidiani non hanno parlato, tranne ‘il Fatto
quotidiano’. Ve ne proponiamo alcuni passi.
“C’è qualcosa di radicale nella Nota Pastorale diffusa dalla Conferenza
episcopale italiana: un documento che invita a “educare a una pace disarmata e
disarmante” mentre il mondo torna a parlare un linguaggio di cannoni,
deterrenza, riarmo, competizione strategica.
È come se la Cei si ostinasse a riannodare i fili di una tradizione spirituale
che resiste al rumore crescente delle armi e rivendica il diritto di non
lasciarsi trascinare nell’inevitabilità della guerra.
“La pace esige un no deciso alla logica bellica”, scrive la Cei.
Non una formula astratta, ma un richiamo a un linguaggio diverso, non “per
vincere”, ma “per convincere”.
È la riproposizione, in epoca di conflitti che sembrano non conoscere tregua, di
una postura minoritaria: quella che rifiuta il presunto realismo dei carri
armati, dei fondi speciali per il riarmo, delle equazioni che legano sicurezza e
potenza, capacità di difesa e produzione militare.
Il documento insiste: “La difesa, mai la guerra”.
Ma in un contesto politico in cui governi e opinioni pubbliche ricorrono sempre
più spesso alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti,
l’affermazione appare come una sfida, quasi un’intollerabile provocazione per
gli adoratori dell’ineluttabile.
La difesa della patria oltre le armi
La Cei chiama in causa don Lorenzo Milani, emblema di un pacifismo scomodo,
refrattario alle facili pacificazioni retoriche.
E riafferma un principio che il dibattito pubblico sembra avere dimenticato: “La
difesa della patria non si assicura solo con le armi”, ma “con la cura della
civitas”, attraverso obiezione di coscienza e servizio civile.
In un’Italia in cui la discussione sulla leva obbligatoria riemerge
ciclicamente, questo passaggio suona come una presa di posizione controcorrente:
la sicurezza non come muscolatura militare, ma come investimento nella coesione
sociale, nella responsabilità civile, nella qualità democratica della
convivenza.
La presenza nelle forze armate
C’è anche un capitolo dedicato alla presenza ecclesiale tra i militari.
La Cei guarda “con gratitudine” ai cappellani, ma pone una domanda impegnativa:
è possibile immaginare forme di testimonianza meno direttamente integrate nella
struttura militare, per rendere più libero e più credibile l’annuncio della pace
proprio nei contesti dove la logica delle armi è più forte ?
È un interrogativo che ha il sapore di un bilancio: il riconoscimento di un
ruolo importante, ma anche la percezione che la missione della Chiesa rischi di
restare imprigionata in una cornice istituzionale che non le appartiene del
tutto.
L’economia di guerra e l’Europa del riarmo
Il documento dedica alcune delle sue pagine più dure alla produzione e al
commercio di armi.
Non è solo una denuncia etica: è una contestazione politica.
La Cei chiede di rafforzare i controlli, limitare le triangolazioni, vigilare
sulle esportazioni verso Paesi coinvolti in azioni offensive o a rischio di
violazioni dei diritti umani.
E soprattutto invita l’Unione Europea a imboccare una strada opposta rispetto
alle sirene del piano “ReArm Europe”: non una deregolazione, ma un’“agenzia
unica” per il controllo dell’industria militare, un meccanismo comune che limiti
la corsa agli armamenti, non che la assecondi.
La speculazione sugli armamenti
Il testo va oltre: chiede una presa di distanza da investitori e operatori
finanziari che sostengono l’industria militare, alimentando – consapevolmente o
meno – quella “economia di guerra” che rischia di diventare una componente
strutturale dei mercati globali.
In un sistema in cui i titoli dell’industria bellica crescono a ogni nuova
tensione geopolitica, la Cei propone una sorta di sobrietà finanziaria: non
trasformare il conflitto in opportunità di rendimento. Anche questo suona fuori
moda, ma proprio per questo particolarmente incisivo.
Un messaggio controcorrente
Il documento della Cei, più che una proposta programmatica, è un esercizio di
resistenza culturale.
Un invito a guardare oltre l’urgenza del momento, oltre la fascinazione per la
forza, oltre il “non c’è alternativa” che sembra dominare lo spirito del tempo.
Un appello che può suscitare dissenso, irritazione o scetticismo. Ma che ha il
merito di ricordare che la pace – quella vera – passa anche attraverso la
capacità di dire no quando tutti dicono sì.
Redazione Italia