Il vescovo Giovanni Ricchiuti: «La Cei all’opposizione del governo italiano e dell’Ue»
Parla il presidente nazionale di Pax Christi: «Bene smarcarsi da qualsiasi
appoggio alle politiche di riarmo»
Intervista di Luca Kocci* al vescovo Giovanni Ricchiuti – 07/12/2025 – Il
Manifesto.
Riduzione delle spese militari, disarmo, servizio civile, smilitarizzazione dei
cappellani militari. Sono i punti centrali di un’ampia e sorprendente Nota
pastorale approvata dalla Conferenza episcopale italiana a novembre e diffusa
venerdì (Educare a una pace disarmata e disarmante). Ne abbiamo parlato con
monsignor Giovanni Ricchiuti, vescovo emerito di Altamura e presidente nazionale
di Pax Christi, movimento che ha contribuito all’elaborazione del testo.
Monsignor Ricchiuti, cosa succede nella Cei?
Finalmente fra i miei fratelli vescovi si muove qualcosa. Credo che il Cammino
sinodale, a cui hanno partecipato anche i laici, abbia dato slancio: nel
documento finale approvato a ottobre a grandissima maggioranza (dopo che una
prima versione era stata respinta dall’assemblea perché troppo timida, ndr) si
chiedeva alla Cei di approfondire i temi del disarmo e della pace per immaginare
alternative alla politica del riarmo.
Nella Nota pastorale approvata dai vescovi si parla di riduzione delle spese
militari e contrasto alle politiche di riarmo, ovvero il contrario di quello che
stanno facendo governo Meloni ed Europa. La Cei è all’opposizione?
Nettamente all’opposizione! Spese militari e riarmo non sono la via giusta per
affrontare le crisi.
Si fa riferimento anche alla guerra in corso in Ucraina e ai «pesanti
investimenti sul piano degli armamenti e delle tecnologie militari che hanno
fatto seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Le necessità
della difesa – è scritto – non devono diventare occasione per contribuire al
riarmo globale di questi anni, distraendo risorse dalla costruzione di una
comunità più umana».
È dall’inizio della guerra che la Chiesa sostiene che la soluzione militare non
avrebbe portato la pace, ma peggiorato la guerra. Ora, dopo quasi quattro anni,
a che punto siamo? L’Europa e l’Italia avrebbero dovuto seguire altre strade:
non le armi, ma il negoziato. Quindi fa bene la Cei a smarcarsi da qualsiasi
appoggio alle politiche di riarmo del governo.
Nella Nota si elogia la legge 185/90 che regola il commercio delle armi e si
chiede una «presa di distanza da quelle realtà economiche che sostengono
produzione e commercio di armi», a cominciare dalle banche.
La legge 185 è regolarmente sotto attacco da parte di aziende armiere e governi,
invece va difesa con forza, perché è un tentativo di limitare quanto più
possibile il commercio delle armi.
E le “banche armate”? Qui la Chiesa dovrebbe fare autocritica, perché molti enti
ecclesiastici si avvalgono dei loro servizi…
È vero, ma qualcosa si sta muovendo. E comunque finalmente la Cei dice
chiaramente a vescovi e parroci di rinunciarvi. Sarebbe un segno potentissimo se
le 226 diocesi e le 25mila parrocchie italiane togliessero i propri conti
correnti dalle “banche armate”.
Proprio mentre Crosetto propone di ripristinare il servizio militare, la Nota
della Cei – che sicuramente è stata scritta ben prima – lancia invece l’idea di
un servizio civile obbligatorio. Un altro elemento di dissenso con il governo?
Chi lo propone sostiene che il servizio militare educa i giovani. Ma perché
bisogna educarli con il fucile fra le mani? Educarli a cosa, a fare la guerra? I
giovani devono dire di no: in Germania sono già scesi in piazza contro
un’analoga proposta, e questo è un grande segno di speranza. Mi piacerebbe che
tutti tornassero a cantare Il disertore di Boris Vian, una bella canzone
antimilitarista.
La Nota della Cei affronta anche il tema dei cappellani militari, chiedendosi
«se non si debbano prospettare diverse forme di presenza, meno direttamente
legate a un’appartenenza alla struttura militare». È la proposta di
smilitarizzare i preti-soldato?
Pax Christi lo dice da anni: cappellani sì, militari no. È materia
concordataria, ma il Concordato non è il Vangelo, si può modificare. Non c’è
bisogno di un ordinario militare, basta affidare a un vescovo la responsabilità
dell’assistenza spirituale dei militari. Così come non servono cappellani
inquadrati nella struttura militare, è sufficiente un semplice prete che entri
nelle caserme, come avviene nelle carceri e negli ospedali. È un privilegio da
superare.
*Per gentile concessione dell’autore.
Redazione Italia