Chloé Delaume / Storia di una donna come noi
«Clotilde non vuole morire prima di aver visto donne e ragazze alzarsi a una a
una tenendosi per mano. Carmagnola sororale che smantella un sistema che
colonizza corpo e pensiero; che ribalta ridendo i valori della fallocrazia; che
distrugge in un coro di collera i bastioni del virilismo sovrano. Insieme devono
ballare al suono dei cannoni: non si possono uccidere i costumi, solo farli
evolvere. La distruzione delle gerarchie non si fa con l’ascia, e la tranciatura
della giugulare o del pene dei maschi alfa sporcherebbe il tappeto facendone dei
martiri. Non servono armi, ma strumenti». Partiamo da qui, da questo concetto
che è un po’ l’essenza del libro. L’autrice francese Chloè Delaume è solita
concentrarsi con la sua opera letteraria su esperienze autobiografiche e con un
approccio decisamente sperimentale, a colpi di femminismo e autofiction. In
questo suo ultimo lavoro, infatti, ne conosciamo l’alter ego, Clotilde Mélisse,
scrittrice che esorcizza episodi della sua vita nei libri, la incontriamo in
treno durante un suo viaggio che parallelamente intraprende anche nei ricordi.
La sua passione per la poesia nata dal desiderio di compiacere la madre e
catturarne l’attenzione, tutti i disturbi che negli anni le hanno presentato il
conto dopo aver assistito all’omicidio della madre commesso dal padre, quegli
istanti durati un’eternità in cui il genitore prima di spararsi le ha puntato
contro una pistola.
Quando ciò accade è il 1983 e Clotilde ha poco più di dieci anni, da quel
momento tutto verrà rivoluzionato e quell’uxoricidio inciderà per sempre sulle
relazioni future della bambina. Da lei apprendiamo che non c’erano parole per
descrivere un gesto così brutale come un femminicidio, che avremmo dovuto
aspettare il 2015 per vedere quel termine sul dizionario anche se nel 1976 a
Bruxelles è stato pronunciato per la prima volta dal Tribunale dei crimini
contro le donne durante un evento di quattro giorni, in occasione del quale
Simone de Beauvoir ha tenuto il discorso d’apertura definendo quel Tribunale
come l’inizio della decolonizzazione radicale delle donne.
Sul treno con Clotilde, ormai adulta, proseguiamo il viaggio dentro la sua
memoria attraverso ragionamenti puntuali, precisi, anche tecnici nella loro
terminologia mai scontata, sebbene si potesse correre il rischio di scadere nel
banale, e arriviamo a toccare corde molto intime del suo personale come il
bipolarismo o la prostituzione, sempre con una narrazione priva di vittimismo e
più incentrata sull’autoanalisi, per arrivare poi al cuore del libro: Guillaume.
La loro intensa storia d’amore torna dopo dieci anni a turbare un equilibrio che
si era stabilito in maniera forzata per istinto di sopravvivenza da parte di
Clotilde. Guillaume, regista omosessuale che sconvolge la scrittrice e nasce da
un colpo di fulmine in una sera d’estate. Guillaume che la sconvolge a tal punto
da farle provare un amore assoluto e minare al contempo la sua autostima.
Un racconto spietato quanto coraggioso di una personalità complessa, espressa
con una voce schietta e profonda che davvero arriva alla mente prima che al
cuore, e fa nascere discussioni e riflessioni da affrontate senza maschere o
attenuanti. Sono molti i passaggi da sottolineare che si imprimono come quelli
inerenti alla terapia farmacologica e sul pregiudizio della società nei
confronti di un malato di mente. Una prosa quasi poetica, a tratti graffiante
scava pagina dopo pagina nell’inconscio in un’eterna disamina dell’animo. Una
lettura straordinaria pubblicata da una piccola casa editrice che porta il nome
della sua fondatrice Mariangela Mincione, ex libraia appassionata e curiosa
lettrice, che con molto coraggio ha scelto di andare controcorrente non solo con
la scelta del suo catalogo, ma anche con la copertina di questo libro in
particolare. Non troverete infatti la solita foto piaciona e ammiccante ma solo
scritte e nessun disegno. Il titolo, il nome dell’autrice, l’editore e la
traduttrice, stop. Minimalista ed essenziale, come piace ai veri lettori, il
resto è superfluo e distoglie l’attenzione dal contenuto. Che in questo caso è
imperdibile.
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